Diceva Eraclito di Efeso: Panta rei.

 

Théophile rimase sorpreso, perché tutti si aspettavano che svelasse cosa stava ideando, mentre lui non stava ideando niente di niente. Ascoltava Mozart e sfogliava libri. In altre parole faceva rilassare tutti i muscoli del cervello. Sapeva bene che il cervello non ha muscoli, ma che differenza fanno le parole quando alle parole seguono i fatti. È che gli altri fanno solo parole, quintali, tonnellate di parole. Théophile no. Si distendeva in poltrona. Da solo. In silenzio. In penombra. Rimaneva in stato di torpore. Ma ragionava alla velocità della luce: poneva il tema, rispondeva, controbatteva, sintetizzava, equilibrava, rilanciava. Qualsiasi cosa si possa scrivere, Théophile non rispettava mai lo schema. Così poteva capitare che anziché chiudersi in una stanza semibuia si decidesse a percorrere i viali del giardino comunale. Sedeva su di una panchina ombreggiata, apriva il libro che s’era portato dietro e metteva un tempo infinito per leggere una pagina o due, dal momento che ogni parola, ogni frase, era un’avventura da intraprendere. Le dimensioni del tempo s’intrecciavano: non c’era passato, perché riaffioravano smaglianti i giochi di bambino a guardare i bambini. Non c’era presente, perché il presente era la gente che frequentava il giardino in quel momento, che non sarebbe mai stata la stessa domani, dato che, come diceva Eraclito di Efeso, “Panta rei”. Tutto scorre. Era così preso dalla filosofia del divenire che riusciva a proiettarsi proprio per questo nel futuro. C’erano volte che persino rimanendo nella sua stanza riusciva a vedere, mentalmente, la gente passeggiare davanti a lui. Riusciva ad essere così empatico da percepire il loro scalpiccio nella ghiaia e il parlottio sommesso, i fruscii delle foglie, il ronzio degli insetti. Persino i profumi delle aiuole fiorite. Se avesse descritto le sue composite sensazioni sarebbe apparso inconcludente. Manifestava, piuttosto, lo sbigottimento che gli procurava avere escogitato, quasi casualmente, la soluzione al quesito che s’era posto. Celava, viceversa, il rammarico di non aver potuto trovare quella soluzione dialogando con gli altri, come il cuore suo gli avrebbe dettato. Il fatto è che sarebbe affogato nel mare delle parole confuse. E lui – temeva – sarebbe apparso il più insicuro di tutti.

Théophile, I racconti senza senso nella babele delle lingue.

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