Parigi, per un ricco, è un paese di Cuccagna, senza lasciare la città, vi trova la campagna

Nella seconda metà del Seicento, nel quartiere dell’università – una sorta di cittadella all’interno della città stessa – l’aristocrazia parigina poteva tenersi lontana dal sovraffollamento dagli effetti, per alcuni versi, angoscianti. Un poeta come Nicolas Boileau tratteggiava, proprio in quegli anni, certe sue traversie nella città del popolo, chiassosa quanto insidiosa. Mentre il suo amico Racine abitava nei nuovi quartieri della rive gauche de la Seine, prima di trasferirsi al Marais, il giovane e squattrinato Boileau si faceva ospitare dal fratello e occupava una camera al quinto piano della città vecchia. In quella soffitta, scriveva pungente le sue satire. Si lamentava, ad esempio, che non solo lui, ma chiunque, avrebbe stentato a prendere sonno, perché a Parigi sembrava che si andasse a letto per restare svegli. Qualche demonio radunava per l’intera nottata un concistoro di gatti: uno miagolava furente, l’altro sembrava un bambino piagnucolante. Nella notte buia, i ratti si mettevano d’accordo con i gatti. Quando poi i galli annunciavano il mattino, tutto il vicinato era già desto. C’era nelle vicinanze un fabbro indefesso, che per sete di guadagno, dalle prime luci dell’alba azionava la sua fucina a mantice e il rumore di cento martelli pareva che rimbombassero in testa. Si potevano sentire carri e carrette circolare dappertutto, muratori che lavoravano, botteghe che aprivano, mentre nell’aria mille campane intonavano un concerto funereo. A scendere in strada, si poteva vedere una folla d’importuni sciamare ininterrottamente. Uno spingeva, l’altro ti urtava facendoti volare il cappello. Un funerale, con passo lugubre e lento, avanzava verso la chiesa. Più lontano i lacchè, per fare strada, dalle carrozze lanciavano insulti come se latrassero e i loro passeggeri imprecavano sporgendosi dai finestrini. Per gli incessanti lavori in corso, occorreva fermarsi di continuo. Operai lastricavano la carreggiata e altri operai si arrampicavano sul tetto di una casa, facendo cadere un profluvio di spezzoni e tegole d’ardesia. Un carro trasportava una grossa trave traballante e minacciava l’incolumità della folla rigurgitante. Avanzava lentamente, perché i sei cavalli da tiro avevano difficoltà a spostare il pesante carico sul fondo scivoloso del tragitto. Capitava che ad un altro carro si spezzasse improvvisamente una ruota e si rovesciasse, schizzando un grosso mucchio di fango. Allora, il barroccio che lo seguiva, nel tentativo di passare, sprofondava nella pozzanghera. In un batter d’occhio, venti carrozze intasavano il traffico e, quel che è peggio, una mandria di buoi si aggiungeva magari al disordine. Ciascuno pretendeva di passare. I sonagli dei muli aumentavano lo schiamazzo. Non si udivano che sbraiti e litanie. In questa confusione persino la voce di Dio avrebbe echeggiato invano. Stanco di aspettare, il malcapitato Boileau saltava una ventina di rigagnoli e guadagnava un po’ di metri. Quando credeva di avercela finalmente fatta, Guenaud, un luminare della medicina che proprio in quel momento si trovava a transire a cavallo, lo inzaccherava tutto. Così sbrodolato, non osando apparire nello stato pietoso in cui s’era ritrovato, il povero Boileau, senza pensare dove stesse andando, cercava di salvarsi dov’era possibile. In un cantuccio, mentre provava ad asciugarsi, poteva sorprenderlo persino un acquazzone così travolgente da sembrare che il cielo si fosse disciolto all’improvviso. La strada si allagava. Per attraversarla da un marciapiede all’altro toccava servirsi di una tavola, come aveva visto fare ad un lacchè in equilibrio traballante. Gli scrosci delle grondaie formavano torrenti d’acqua, così i piccoli rigagnoli via via s’ingrossavano e si trasformano in fiumi. L’orrore della notte incombente faceva precipitare i passanti verso casa, perché, non appena scendeva la sera le botteghe si serrano a doppio lucchetto. A quell’ora, al chiuso, ogni pacifico mercante rivedeva i suoi appunti e contava il guadagno della giornata. Nel mercato nuovo tutto appariva calmo e tranquillo. Non c’è più anima viva, infatti; ma solo perché tagliaborse incalliti si erano impadroniti della città immersa nella notte. Il bosco più inospitale e meno battuto, rispetto a Parigi, sembrava un luogo sicuro. Guai a colui che per un caso imprevisto fosse stato costretto ad attardarsi troppo all’angolo di una strada! Quattro malviventi gli si sarebbero accostati, intimandogli di arrendersi. Gli avrebbero chiesto: la borsa! Resistere? Non vale proprio perdere la vita. Infine, una volta sprangati dentro casa, mentre appena spenta la luce si stava per cedere al sonno,  si era svegliati di soprassalto. Si sentivano in strada canzonacce spavalde, un colpo di pistola, urla ovunque di chi temeva d’essere ammazzato. Oppure, urla per un incendio che si stava diffondendo da una casa a quella vicina. In maniche di camicia toccava scappare, e correre tutta la notte, poiché le fiamme facilmente si sviluppavano e incendiano l’intero rione e l’acre odore del fumo si disperdeva nell’aria. Il giorno era finalmente arrivato, e finalmente si rientrava in casa. Si faceva davvero uno sforzo disumano a riposarsi in quella Parigi del tempo, commentava Boileau. Solo a prezzo d’oro si dormiva. Chi aveva denaro poteva farlo. Nel chiuso di un’ampia abitazione. Occorreva possedere un altro appartamento, che si affacciasse lontano dalla strada. Un secondo appartamento, come quello dei signori, che prospettasse pure sul retro. Chi come il povero Boileau non poteva permetterselo, come piace a Dio, si rifugiava dove poteva; ma chi viveva nelle nuove case della rive gauche de la Seine poteva dire che «Parigi, per un ricco, è un paese di Cuccagna, senza lasciare la città, vi trova la campagna; nel suo giardino di alberi verdi, può racchiudere la primavera nel pieno degli inverni e tra il profumo delle sue piante in fiore intrattenersi in dolci fantasie».

IMMAGINE DI APERURA: Foto di Daria Nepriakhina da Pixabay 

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