PROPOSTA
PER L'ISTITUZIONE DI UN MUSEO COMUNALE DELLE MACHINE FESTIVE
Il cammello (pagina 8)
Testo di
Mario Sergio Todesco
Non si può parlare dei giganti messinesi senza
richiamare alla memoria lultima machina festiva di questa rassegna, ossia il
Cammello, che delle due statue equestri costituiva una sorta di appendice. Era, questo,
costituito "da una leggera ossatura di legno sulla quale si adattava una pelle
completa di dromedario. Sotto lossatura erano i due facchini, le gambe dei quali -
visibili - erano ricoperti dalla pelle predetta. Tra i due portatori era legato un sacco
dove si riponeva il ricavato della visita ai rioni della città. Attorno al Cammello erano
un suonatore di cornamusa ed altri fanciulli mascherati, come ce li presentano antiche
stampe. Costoro andavano, dice il Buonfiglio, in maschera giuocando e bagordando, ed il
giuoco ed il bagordo - chiarisce Giuseppe Pitrè - era una successione di movimenti, di
smorfie, di dinoccolamenti, di corse, di salti che il Cammello - o meglio gli uomini
camuffati da cammello - andava facendo per le piazze e per le strade" (G. La Corte
Cailler). Sulle origini di questa usanza sono state avanzate alcune ipotesi. Il
Buonfiglio, cronista secentesco, sostiene che si tratti di una popolare celebrazione
"della vittoria ottenuta dal Conte Ruggero, il quale fugati i Mori, entrò
trionfalmente a Messina con i suoi soldati bagordando, e coi cammelli barbareschi carichi
di spoglie".
Il Cammello dinanzi al Municipio di Messina
(foto Giangabriele Fiorentino)
"Scena abissina", la chiama Pitrè, e con il
consueto acume la mette in relazione con lanaloga pantomima del Serpente di Butera, u
sirpintazzu che sfila per le strade del paese durante la festa di S. Rocco. Altro
cammello rituale lo si trova tuttoggi nella festa di S. Onofrio, a Casalvecchio
Siculo come pure nel comprensorio calabrese, segnatamente a S. Costantino di Briatico. Il
ruolo di tali particolari figurazioni, al di là della funzione spettacolare e vagamente
totemica di cui esse sono investite, rinvia ad una gestione squisitamente popolare della
festa, attraverso la messa in opera di rituali mediante i quali è possibile lecitamente
procedere ad un esproprio di beni. La strana effigie del cammello insomma si configura,
nelle sue modalità fruitive tradizionali, come machina esemplare atta a porre in
essere rituali di disordine controllato, aventi come punto di forza la temporanea
ridistribuzione dei ruoli e dei beni che, semel in anno, possono essere assegnati
in modo differente che nella realtà ordinaria.
M. Panebianco - M.
Minasi, I Giganti, 1840 circa, particolare del "Cammellaccio"
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