Una pandemia ha cancellato quasi tutta l’umanità. Tra aeroporti abbandonati, voli solitari e comunità ostili, Hig continua a cercare qualcosa che assomigli alla speranza. “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” affida a Ridley Scott un immaginario ormai familiare, sostenuto da un cast importante e da sorprendenti paesaggi italiani trasformati nell’America del dopo.
A cura di Elena Conti
Il mondo è finito, ma Hig continua a volare. Ex meccanico sopravvissuto a una devastante influenza che gli ha portato via la moglie incinta, vive in Colorado insieme al cane Jasper e a Bangley, ex marine pragmatico e armato fino ai denti. Il loro rifugio è un aeroporto abbandonato, difeso dagli assalti di altri sopravvissuti. Hig, interpretato da Jacob Elordi, sorvola quel che resta della civiltà con un Cessna 180 del 1956. Finché dalla radio arriva un messaggio lontano: potrebbe esserci qualcuno, oltre il perimetro rassicurante della loro solitudine. Partire significa rischiare di non avere carburante sufficiente per tornare. Restare significa accettare che il mondo sia ormai soltanto quello.
Ridley Scott costruisce The Dog Stars – Le stelle dopo la fine su questo dilemma elementare. È il suo trentesimo lungometraggio e arriva nelle sale italiane dal 26 agosto 2026, due giorni prima dell’uscita nordamericana. La sceneggiatura di Mark L. Smith adatta Le stelle del cane, romanzo pubblicato da Peter Heller nel 2012, accentuandone la componente d’azione. Nel cast, accanto a Elordi, ci sono Josh Brolin nei panni di Bangley, Margaret Qualley, Guy Pearce, Allison Janney e Benedict Wong.
Il problema è che l’apocalisse, nel frattempo, è diventata uno dei luoghi più frequentati dell’immaginario contemporaneo. Da The Walking Dead a The Last of Us, da The Road a 28 anni dopo, abbiamo imparato a riconoscerne immediatamente grammatica e paure. Scott rinuncia agli zombie, ma non ai gruppi di predoni, alle incursioni armate, alle comunità diffidenti e alla domanda che inevitabilmente accompagna ogni collasso: chi rimane umano quando le regole scompaiono? Il regista sa governare l’azione con mestiere formidabile, ma proprio l’efficienza spettacolare finisce talvolta per sovrastare la dimensione più intima che costituiva uno dei punti di forza del romanzo.
A dare al film un’identità inattesa sono soprattutto i luoghi. L’America devastata di The Dog Stars è in larga parte italiana. Le riprese hanno attraversato Roma e Cinecittà, l’EUR e Casal Bernocchi, il Friuli-Venezia Giulia con Bordano e il Tagliamento, il Cansiglio nelle Prealpi Bellunesi, Avezzano, Ovindoli e il parco Sirente-Velino in Abruzzo, fino al Bosco Macchia Grande di Manziana. Perfino le rovine di Denver sono state ricostruite a Roma. Un’operazione geografica che conferisce al film una qualità visiva particolare e dimostra ancora una volta quanto Scott sappia trasformare il paesaggio in materia cinematografica.
È nei momenti meno rumorosi, tuttavia, che il film trova una propria temperatura: Hig e Bangley costretti a convivere, la memoria degli affetti perduti, l’incontro con Cima, interpretata da Margaret Qualley, e soprattutto il desiderio quasi ostinato di ricostruire relazioni dopo la catastrofe. Elordi porta nel personaggio una vulnerabilità che contrasta efficacemente con la durezza di Brolin, mentre Scott alterna aperture contemplative e improvvise accelerazioni militari. Il risultato rimane diseguale: troppo legato ai codici del post-apocalittico per sorprendere davvero, troppo interessato ai personaggi per ridursi a semplice action movie. Anche l’accoglienza internazionale è stata tiepida, con il 41 per cento di giudizi positivi registrato da Rotten Tomatoes e 49 su 100 su Metacritic.
Alla fine restano un uomo, un piccolo aereo e le stelle sopra un pianeta quasi vuoto. Scott conosce perfettamente la spettacolarità della fine del mondo. The Dog Stars diventa più interessante quando abbassa le armi e si domanda che cosa possa ancora valere la pena salvare.
