Case affacciate sull’acqua, antiche ruote, mura e torri compongono uno dei paesaggi più riconoscibili del Veneto. Ma dietro l’immagine da cartolina di Borghetto c’è una storia di confini, commerci e controllo del fiume.
A cura di Elena Conti
A Borghetto sul Mincio l’acqua passa quasi dentro le case. Scorre accanto ai muri, sotto piccoli ponti, lambisce terrazze e mette ancora in mostra le grandi ruote dei mulini che per secoli hanno sfruttato la corrente. Siamo a pochi passi da Valeggio sul Mincio, nella valle distesa fra le colline moreniche a sud del Garda. Borghetto, oggi inserito nel circuito dei Borghi più belli d’Italia, conserva un rapporto insolitamente stretto fra costruito e paesaggio: il fiume non fa da sfondo al paese, ne costituisce la struttura stessa.
La posizione spiega anche la sua storia. Il primo insediamento di una certa importanza viene fatto risalire all’età longobarda, tra VI e VIII secolo, e lo stesso toponimo Borghetto rimanda a un insediamento fortificato. Presso l’antico guado sorse una Curtis Regia, dove un gastaldo controllava il passaggio e riscuoteva i tributi dovuti per attraversare il fiume e navigarlo. Intorno, mentre i coloni cominciavano a bonificare e coltivare la pianura, prendeva forma un piccolo nucleo abitato destinato a vivere per secoli della propria posizione strategica.
Fra XI e XII secolo sulla riva sinistra venne costruito il monastero di Santa Maria, documentato in una bolla pontificia del 1145 e probabilmente destinato anche all’assistenza dei viandanti. In seguito passò sotto il controllo dell’Abbazia veronese di San Zeno e nel 1331 fu inglobato dagli Scaligeri nel sistema difensivo del Serraglio. Mura merlate, torri, fossato e ponti levatoi trasformarono così l’area in un caposaldo fortificato.
Il segno più spettacolare arrivò nel 1393, quando Gian Galeazzo Visconti fece costruire il Ponte Visconteo. È un’imponente diga fortificata lunga circa 650 metri e larga 25, con il piano stradale posto nove metri sopra il livello del fiume. Chiamato dagli abitanti «Ponte Lungo», era parte del Serraglio, il vasto sistema difensivo che si sviluppava per chilometri nella pianura e dialogava con il sovrastante Castello Scaligero di Valeggio. La sua costruzione modificò profondamente il corso del Mincio e interruppe la navigazione fluviale.
Con la dominazione veneziana, dal 1405 al 1796, la funzione militare perse progressivamente importanza e Borghetto trovò nell’acqua una nuova economia. La forza del Mincio alimentò numerosi mulini per la lavorazione dei cereali, mentre la pesca veniva praticata attraverso sistemi di peschiere fisse. Entrambe le attività declinarono nel Novecento, quando il turismo cominciò a offrire al piccolo centro una diversa prospettiva economica.
Oggi restano il campanile, le ruote dei vecchi mulini, il Ponte Visconteo e la chiesa settecentesca di San Marco Evangelista, costruita sui resti di una pieve romanica dell’XI secolo. Vicino al fiume veglia anche una statua di san Giovanni Nepomuceno, tradizionalmente invocato contro il pericolo di annegamento. È forse questo intreccio di elementi minori e grandi opere difensive a rendere Borghetto così particolare: un paese minuscolo nel quale il paesaggio non ha cancellato la storia e la storia continua a seguire il corso dell’acqua.
