Una seduta circolare, uno schienale che sale avvolgendosi su se stesso, il velluto rosso a trasformare il mobile in presenza scenica. Tatlin nasce dall’incontro fra design italiano e avanguardia russa, ma soprattutto da un’idea nuova dello stare insieme.
A cura di Elena Conti
Un divano che obbliga a girargli intorno prima ancora di decidere dove sedersi. Tatlin non possiede un fronte e un retro nel senso tradizionale: la base si sviluppa secondo una pianta a chiocciola e lo schienale si innalza al centro come una spirale. Mario Cananzi e Roberto Semprini lo concepiscono alla fine degli anni Ottanta, quando alberghi, lobby e luoghi d’attesa cominciano a chiedere all’arredo qualcosa di più della semplice funzionalità. La seduta collettiva diventa così un dispositivo spaziale, pensato per stare al centro della stanza e consentire a più persone di disporsi lungo la sua curva, senza essere costrette alla successione lineare del normale divano. Edra continua infatti a definirlo un “totem moderno”, adatto anche agli spazi pubblici e capace di suggerire differenti modalità di seduta.
Il nome porta direttamente a Vladimir Tatlin e al suo celebre Monumento alla Terza Internazionale, il progetto del 1919-1920 divenuto uno degli emblemi del Costruttivismo russo. L’immensa torre, mai realizzata, avrebbe dovuto raggiungere circa quattrocento metri e svilupparsi attraverso due strutture elicoidali inclinate, contenenti volumi destinati alle istituzioni della nuova società rivoluzionaria. Cananzi e Semprini non ne producono una miniatura: ne raccolgono piuttosto l’energia ascensionale e la traducono nella scala domestica del corpo. La spirale monumentale diventa schienale, l’architettura impossibile si trasforma in oggetto da abitare. Il riferimento è dichiarato dalla stessa Edra, che conserva Tatlin in catalogo come divano liberamente ispirato alla torre costruttivista.
Anche la nascita del progetto ha qualcosa di fortuito. Edra racconta che Cananzi e Semprini, allora giovani progettisti, si presentarono all’azienda con lo schizzo di un “divano a spirale”, smarrito poco prima del colloquio e ritrovato accartocciato in un cestino. Era il 1989. Quell’anno Tatlin venne presentato al Salone del Mobile di Milano dentro uno stand interamente dominato dal rosso: rosse le luci, rossi i prodotti e rosso il velluto che rivestiva il nuovo divano.
La costruzione spiega quanto la forma dipenda dalla tecnica. La documentazione Edra indica una base in legno multistrati con piedi metallici e una struttura a spirale in acciaio, risultato di un preciso lavoro ingegneristico; il rivestimento può essere in velluto o in altri tessuti della collezione. Nella versione storica rossa, il velluto aderisce alle geometrie complesse quasi come un abito realizzato su misura.
Ma è l’uso a rendere Tatlin diverso da una semplice scultura imbottita. Chi siede segue la curvatura, cambia orientamento, può guardare verso l’esterno oppure trovarsi in relazione con chi occupa un altro tratto della spirale. Più elementi possono inoltre essere accostati sfruttando la particolare conformazione a chiocciola. Il mobile non viene dunque appoggiato contro una parete: organizza lo spazio attorno a sé.
A oltre trent’anni dalla sua comparsa, Edra mantiene Tatlin nella propria collezione e lo impiega in abitazioni, alberghi, ambasciate e spazi pubblici. La ragione della sua permanenza è forse già contenuta nella forma: Cananzi e Semprini presero un monumento destinato a non essere costruito e ne capovolsero il destino. La torre di Tatlin doveva essere un’architettura gigantesca. Il loro Tatlin è un’architettura sulla quale ci si può sedere.
