Fresco, agrumato, essenziale, il Gin Fizz appartiene alla stagione in cui il cocktail americano cominciò a fissare le proprie regole. La sua apparente semplicità nasconde un equilibrio preciso fra acidità, dolcezza, botaniche del gin ed effervescenza.
A cura di Elena Conti
Prima viene lo shaker, poi il sibilo della soda. Il Gin Fizz conserva ancora qualcosa della gestualità del bar ottocentesco, quando ghiaccio, agrumi e acqua gassata trasformavano pochi ingredienti in una bevanda rapida e rinfrescante. Il nome dice già molto: “fizz” richiama l’effervescenza, quel crepitio leggero prodotto dall’acqua carbonata che costituisce il tratto distintivo di un’intera famiglia di cocktail.
La sua storia documentata conduce negli Stati Uniti del XIX secolo e a Jerry Thomas, il celebre bartender soprannominato “The Professor”, figura fondamentale nella codificazione della miscelazione americana. Nella seconda edizione del suo Bar-Tender’s Guide, pubblicata nel 1876, compaiono Whiskey Fiz, Brandy Fiz e Gin Fiz. La struttura è elementare: distillato, succo di limone, sciroppo di gomma, ghiaccio durante la preparazione e Seltz a completare. Per il Gin Fiz, Thomas si limita significativamente a indicare la stessa preparazione del Whiskey Fiz sostituendo il whiskey con il gin.
Da quella formula essenziale è nata una famiglia numerosa. L’albume dà origine al Silver Fizz, il tuorlo al Golden Fizz, l’uovo intero al Royal Fizz. Un capitolo a sé è il Ramos Gin Fizz, creato a New Orleans nel 1888 da Henry C. Ramos: alla struttura di base aggiunge agrumi, albume, panna e acqua di fiori d’arancio, richiedendo una lunga agitazione per ottenere la caratteristica consistenza cremosa. La sua popolarità divenne tale che, negli anni precedenti al Proibizionismo, il locale di Ramos impiegava squadre di “shaker boys” per soddisfare le ordinazioni.
Il Gin Fizz classico resta invece volutamente asciutto nella costruzione. La ricetta ufficiale dell’International Bartenders Association prevede 45 ml di gin, 30 ml di succo fresco di limone, 10 ml di sciroppo di zucchero e una spruzzata di soda. Gin, limone e sciroppo vengono agitati nello shaker con ghiaccio; il composto viene quindi versato nel bicchiere e completato con soda. Un dettaglio è decisivo: il drink si serve senza ghiaccio nel bicchiere. La guarnizione è altrettanto discreta, una fetta di limone oppure, facoltativamente, la sua scorza.
È proprio questa modalità di servizio a contribuire a distinguerlo dal vicino Tom Collins, con il quale viene spesso confuso. I due condividono gin, limone, zucchero e soda, ma appartengono a rituali differenti: il Fizz viene agitato e tradizionalmente servito senza ghiaccio in un bicchiere relativamente contenuto, mentre il Collins è associato al più capiente bicchiere che porta il suo nome e al servizio con ghiaccio.
Il risultato è un cocktail diretto: il limone deve dare tensione senza cancellare le botaniche del gin, lo zucchero correggere l’acidità senza renderlo dolce, la soda alleggerire il tutto. La sua modernità sta forse proprio qui. Dopo un secolo e mezzo di cocktail sempre più elaborati, il Gin Fizz continua a dimostrare quanto possa essere sofisticata una ricetta quando non ha nulla da nascondere.
