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  • Indizi conducono verso una storia familiare che qualcuno preferirebbe lasciare sepolta

    Indizi conducono verso una storia familiare che qualcuno preferirebbe lasciare sepolta

    Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone riportano in scena la chimica Serena Martini e la poliziotta Corinna Stelea. In “La scala di seta” il metodo scientifico incontra l’indagine criminale, mentre la Pisa contemporanea lascia affiorare tracce di un passato artistico e privato tutt’altro che pacificato.


    A cura di Elena Conti

    Una giovane architetta muore investita sulle strisce pedonali. Il responsabile fugge, i sospetti si concentrano sul fidanzato, ma prima dell’incidente la vittima aveva consegnato a un laboratorio un campione d’intonaco da analizzare. È sufficiente questo dettaglio, apparentemente marginale, perché La scala di seta, il nuovo romanzo di Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone, sposti rapidamente il proprio baricentro: dalla cronaca di una morte sospetta alla materia concreta degli edifici, della memoria e dei segreti che possono sopravvivere dentro una casa.

    La vittima è Chiara Sbrana, impiegata in uno studio di architettura specializzato in ristrutturazioni. Poco prima di morire si era rivolta a Serena Martini, chimica, sommelier per passione e investigatrice quasi per necessità, da poco alla guida di un proprio laboratorio di consulenza. Serena è uno dei due poli della coppia investigativa costruita dagli autori; l’altro è Corinna Stelea, poliziotta tenace, rigorosa e imponente anche fisicamente. Sono caratteri molto diversi e proprio per questo funzionano: alla disciplina professionale di Corinna si affiancano la competenza scientifica e l’intuito di Serena, continuamente conteso fra lavoro e una quotidianità familiare piuttosto movimentata.

    Il campione d’intonaco porta l’indagine verso un appartamento nel centro storico di Pisa, all’interno di un palazzo del Trecento legato alla presenza di Benozzo Gozzoli. Il riferimento non è ornamentale: il pittore fiorentino lavorò a Pisa per molti anni e tra il 1468 e il 1483 realizzò nel Camposanto monumentale le Storie del Vecchio Testamento, uno dei grandi cicli pittorici del Rinascimento toscano. Nel romanzo, dunque, il patrimonio artistico entra nel meccanismo del giallo e diventa materia d’indagine: dietro muri, intonaci e trasformazioni edilizie potrebbe celarsi qualcosa di valore inestimabile.

    Ma nell’appartamento resta anche una memoria assai più recente. Alla fine degli anni Ottanta vi abitava Giulio, studente universitario dalla vita tormentata, segnata dalla droga, dai conflitti familiari e infine dall’AIDS. La sua omosessualità era vissuta dal padre come una colpa da cancellare e, dopo la sua morte, il silenzio ha fatto il resto. Anni dopo il fratello Alberto vuole vendere l’immobile e chiudere definitivamente i conti con quella storia. Solo che liberarsi di una casa non significa necessariamente liberarsi di ciò che contiene.

    È qui che Malvaldi e Bruzzone fanno lavorare insieme i diversi registri del romanzo: il poliziesco, la chimica applicata all’investigazione, la storia dell’arte, i rapporti familiari e quella vena ironica che impedisce al racconto di irrigidirsi anche quando affronta temi dolorosi. La scala di seta è il terzo romanzo della serie con Serena e Corinna, dopo Chi si ferma è perduto del 2022 e La regina dei sentieri del 2024.

    Anche la formazione degli autori contribuisce alla particolare identità della serie: Malvaldi e Bruzzone sono entrambi chimici, e la scienza non viene impiegata come semplice decorazione tecnica, ma come uno dei modi attraverso cui osservare gli indizi e mettere ordine nelle apparenze.

    Pubblicato da Sellerio nella collana La memoria, il volume conta 352 pagine ed è arrivato in libreria l’8 settembre 2026. Il mistero nasce da una polvere da analizzare e finisce per attraversare secoli di storia. È un passaggio molto malvaldiano: partire da qualcosa di minuscolo, quasi trascurabile, e scoprire che proprio lì qualcuno ha lasciato la traccia che non avrebbe dovuto lasciare.

  • Boschi di faggio, alte vette, gole profonde e pini loricati disegnano un paesaggio invidiabile

    Boschi di faggio, alte vette, gole profonde e pini loricati disegnano un paesaggio invidiabile

    Quasi 193 mila ettari tra Calabria e Basilicata, una straordinaria biodiversità e un patrimonio geologico riconosciuto dall’UNESCO. Il Pollino è natura, ma anche borghi, comunità arbëreshë e una cultura montana ancora profondamente radicata.


    A cura di Elena Conti

    Quando i faggi cominciano a cambiare colore, il Pollino perde la severità verde dell’estate e acquista una profondità diversa. Gialli, rame, arancio e rosso si sovrappongono lungo i versanti, mentre sulle quote più alte resistono le sagome tormentate dei pini loricati. È la stagione in cui questa grande montagna del Sud sembra mostrare con maggiore chiarezza la propria complessità: non un unico paesaggio, ma una successione di boschi, altopiani, pareti rocciose, vallate e paesi sospesi tra Calabria e Basilicata.

    Con una superficie di 192.565 ettari, il Parco nazionale del Pollino interessa 56 comuni nelle province di Cosenza, Potenza e Matera. Le sue cime maggiori superano i duemila metri: Serra Dolcedorme raggiunge i 2.267 metri, Monte Pollino i 2.248 e Serra del Prete i 2.181. Dall’alto, nelle giornate limpide, lo sguardo può spingersi verso il Tirreno e lo Ionio. Il territorio protetto è entrato nel 2015 nella rete degli UNESCO Global Geoparks, riconoscimento che sottolinea il valore di una geologia complessa, modellata nel tempo da fenomeni tettonici, carsismo ed erosione.

    Il simbolo resta il pino loricato, Pinus heldreichii, capace di vivere sulle pendici rocciose più difficili e di assumere, con l’età e l’azione degli agenti atmosferici, forme quasi scultoree. Intorno si estende un mosaico vegetale che cambia con la quota: le faggete dominano ampie porzioni della montagna, mentre prati e pascoli d’altitudine ospitano numerose specie botaniche. La fauna comprende il lupo appenninico, il capriolo autoctono e rapaci come l’aquila reale e il falco pellegrino. La documentazione scientifica del Parco segnala inoltre come l’isolamento abbia contribuito a preservare la peculiarità genetica della popolazione locale di capriolo.

    L’autunno offre condizioni particolarmente felici per percorrere sentieri e itinerari panoramici, dai Piani del Pollino a Piano Ruggio, dalle valli interne alle aree più aspre segnate dalle gole. Il fascino, però, non si esaurisce nell’escursionismo. Il Pollino conserva una trama di insediamenti che racconta secoli di storia. Morano Calabro, con il borgo raccolto sulle pendici, è uno degli esempi più riconoscibili; Civita, Lungro, Frascineto, San Basile, Plataci e, sul versante lucano, San Paolo e San Costantino Albanese testimoniano invece la presenza delle comunità arbëreshë, insediate nell’Italia meridionale tra XV e XVI secolo.

    Qui il viaggio nella natura finisce inevitabilmente per entrare nelle cucine, nelle feste religiose, nei dialetti e nelle produzioni locali. È proprio questo intreccio a distinguere il Pollino da una semplice destinazione paesaggistica. Il progetto che ha condotto al riconoscimento come Geoparco insisteva sulla necessità di mettere in relazione geodiversità, biodiversità e patrimonio storico-culturale, trasformandoli in strumenti di tutela e di sviluppo sostenibile.

    In autunno questa relazione diventa immediatamente visibile. Basta lasciare un borgo, imboccare una strada verso l’altopiano e vedere il paesaggio cambiare nel giro di pochi chilometri. Il Pollino non offre soltanto il foliage di una grande montagna mediterranea: offre la possibilità, sempre più rara, di leggere insieme natura e presenza umana senza che l’una cancelli l’altra.

  • Zanuso e Sapper ripensarono un oggetto domestico apparentemente intoccabile

    Zanuso e Sapper ripensarono un oggetto domestico apparentemente intoccabile

    Un guscio in ABS, due metà incernierate e tutte le funzioni concentrate in un solo corpo. Il Grillo conquistò il Compasso d’Oro nel 1967 ed entrò nelle collezioni del MoMA: una sintesi esemplare della stagione più inventiva del design italiano.


    A cura di Elena Conti

    Nel salotto degli anni Sessanta il telefono aveva un posto preciso. Base, disco combinatore, cornetta: una presenza riconoscibile e sostanzialmente immutata. Marco Zanuso e Richard Sapper decisero invece di richiuderla. Il loro Grillo, progettato nel 1965 per la Società Italiana Telecomunicazioni Siemens, si presentava come un piccolo volume arrotondato che rivelava la propria funzione soltanto aprendosi. Un gesto semplice, quasi giocoso, dietro il quale c’era una radicale revisione dell’apparecchio telefonico.

    Le due metà erano unite da uno snodo centrale e racchiudevano disco combinatore, microfono e altoparlante. Base e cornetta cessavano così di essere elementi separati. Una volta aperto, il Grillo raggiungeva la lunghezza necessaria a collegare orecchio e bocca; chiuso tornava a essere un oggetto compatto, facilmente impugnabile e poco invasivo nello spazio domestico. La scocca era realizzata in plastica ABS. L’esemplare conservato dal Museum of Modern Art di New York misura, da chiuso, circa 7 x 16,5 x 8,3 centimetri.

    Anche la suoneria contribuì all’identità dell’apparecchio. Il caratteristico ronzio richiamava quello dell’insetto da cui derivò il nome, mentre il dispositivo acustico era trasferito nella spina collegata alla presa telefonica. Liberare il corpo dell’apparecchio da componenti superflui consentì a Zanuso e Sapper di ottenere quella riduzione dimensionale che divenne uno dei punti di forza del progetto. Il telefono non era più soltanto una macchina da collocare su un mobile: diventava un piccolo oggetto tecnologico capace di entrare nell’arredamento.

    Nel 1967 il Grillo ottenne il Compasso d’Oro. La motivazione della giuria sottolineava proprio la riduzione dello spazio raggiunta senza sacrificare la funzionalità e riconosceva all’apparecchio una particolare aderenza alla vita moderna. Il successo non nasceva dunque soltanto dalla forma insolita: il progetto modificava concretamente il rapporto fisico tra persona e telefono, offrendo maggiore libertà nei movimenti e una sensazione di maggiore riservatezza durante la conversazione.

    Zanuso e Sapper avevano già dimostrato, con apparecchi come il televisore Doney e la radio TS502 per Brionvega, quanto l’elettronica potesse diventare terreno di sperimentazione formale. Nel Grillo questa ricerca raggiunse una sintesi particolarmente felice. Il MoMA lo conserva nella propria collezione di Architecture and Design come Grillo Folding Telephone, attribuendolo ai due progettisti e indicando la Società Italiana Telecomunicazioni Siemens come produttore.

    Riguardato oggi, il suo profilo a conchiglia suggerisce inevitabilmente i flip phone arrivati molti anni più tardi. Ma il valore del Grillo non sta nell’aver profetizzato il cellulare. Sta nell’aver dimostrato che anche un oggetto quotidiano, apparentemente definito una volta per tutte, poteva essere smontato concettualmente e ricostruito intorno ai gesti di chi lo usa. È uno dei motivi per cui, a sessant’anni dal progetto, quel piccolo guscio di plastica continua a sembrare sorprendentemente moderno.

  • Il modello francese del petit-déjeuner resta fedele a pane, burro, confettura e caffè

    Il modello francese del petit-déjeuner resta fedele a pane, burro, confettura e caffè

    Cominciamo dalla Francia un viaggio nelle colazioni del mondo. Baguette imburrata, café au lait, viennoiseries e succo d’arancia: pochi elementi ben riconoscibili costruiscono il petit-déjeuner tradizionale. Ma tra abitudini regionali e cultura del brunch, anche la prima tavola della giornata sta cambiando.


    A cura di Elena Conti

    Il croissant appena sfornato, il tavolino di un bistrot e una tazza di caffè: l’immagine è talmente francese da sembrare una regola. Eppure, entrando nelle case, si scopre che la vera protagonista della colazione quotidiana è spesso molto meno cinematografica: la tartine. Una fetta di baguette o di pane, talvolta tostata, spalmata di burro – doux oppure demi-sel secondo gusti e regioni – e completata da confettura o miele. È il nucleo essenziale del petit-déjeuner, accompagnato da caffè, café au lait, tè o cioccolata calda. La stessa composizione viene indicata dal portale ufficiale del turismo francese come modello tradizionale della colazione nazionale.

    Croissant au beurre, pain au chocolat, pain aux raisins e brioche appartengono invece alla grande famiglia delle viennoiseries. Sono il lato più goloso del risveglio francese, particolarmente associato al fine settimana, alla boulangerie e alla colazione al café. E persino ordinare un dolce al cioccolato può diventare una questione geografica: nel Sud-Ovest, soprattutto nell’area di Bordeaux e in parte dell’Occitania, il pain au chocolat diventa chocolatine.

    La colazione francese, peraltro, non è sempre stata quella che conosciamo. Il termine petit-déjeuner si afferma nell’uso nel XIX secolo; nelle città si diffondono pane, caffè con latte e cioccolata, mentre nelle campagne sopravvivono a lungo consuetudini ben diverse, comprese colazioni con zuppa e perfino vino. La configurazione contemporanea diventa stabilmente parte delle abitudini quotidiane soprattutto nel secondo dopoguerra.

    Accanto al modello dolce si è intanto fatto spazio un altro modo di cominciare la giornata. Nei caffè, negli alberghi e soprattutto nei brunch del fine settimana compaiono uova strapazzate, al tegamino o alla coque con le mouillettes, sottili strisce di pane imburrato da intingere nel tuorlo. E poi jambon blanc, Comté, Emmental e tartine salate. Nei menu più sostanziosi possono arrivare anche Croque-Monsieur e Croque-Madame, quest’ultimo completato dall’uovo al tegamino.

    La geografia aggiunge altre variazioni. In Alsazia può comparire il Kougelhopf, in Bretagna il burroso Kouign-Amann, in Normandia la Tergoule a base di riso, latte e cannella, ma anche una tartine al Camembert. È qui che il cliché del croissant comincia a stare stretto: la colazione racconta territori e abitudini proprio come gli altri pasti.

    La nostra esplorazione parte dunque dalla Francia, dove il mattino continua a profumare soprattutto di pane e burro. Nelle prossime puntate cambieremo tavola e Paese, per scoprire quanto il primo pasto della giornata possa raccontare, prima ancora delle ricette, il carattere di una cultura.

  • Lo Spritz nasce nell’incontro tra mondo asburgico e tradizione veneta

    Lo Spritz nasce nell’incontro tra mondo asburgico e tradizione veneta

    Dal verbo tedesco spritzen alle varianti con bitter, la storia dello Spritz racconta quasi due secoli di trasformazioni. Una bevanda elementare diventata simbolo della socialità italiana e, soprattutto, di quella particolare liturgia chiamata aperitivo.


    A cura di Elena Conti

    All’inizio non era arancione. E non c’erano neppure la fetta d’arancia, il ghiaccio o il grande calice che oggi lo rendono immediatamente riconoscibile. Lo Spritz delle origini era molto più elementare: vino bianco allungato con acqua. La sua storia prende forma nel Veneto sottoposto all’Austria tra la fine del Settecento e l’Ottocento, quando la presenza asburgica mette in contatto abitudini diverse. Anche il nome conserva quell’impronta: deriva dal tedesco spritzen, spruzzare. Treccani registra infatti spritz come voce originaria del Triveneto, probabilmente derivata dal tedesco Spritze, spruzzo.

    La ricostruzione tradizionale vuole che soldati, funzionari e mercanti austriaci trovassero troppo intensi i vini locali e chiedessero di alleggerirli con acqua. Il racconto è diventato parte della leggenda dello Spritz, ma la documentazione storica invita a qualche cautela. Un’indagine pubblicata da Treccani segnala una testimonianza del 1836 relativa a vino mescolato con acqua minerale effervescente e, soprattutto, un articolo del 1857 scritto a Venezia, in piazza San Marco, nel quale lo spritzer è già descritto come vino con acqua frizzante. È una traccia preziosa perché colloca la bevanda nel Veneto ancora appartenente all’Impero austriaco.

    Il colore arriva molto più tardi. Nel Novecento la diffusione dei bitter trasforma la miscela originaria e tra Venezia e Padova si moltiplicano ricette e interpretazioni. Il documento di partenza ricorda l’affermazione di Select a Venezia e Aperol a Padova: l’aggiunta dell’aperitivo amaro modifica gusto e aspetto dello Spritz, mentre nel corso dei decenni il Prosecco prende progressivamente il posto del vino bianco fermo. Negli anni del secondo dopoguerra lo Spritz è già un’abitudine nei bar padovani e nei bacari veneziani; dagli anni Duemila la sua notorietà cresce rapidamente anche fuori dal Nordest e oltre i confini italiani.

    Ridurre lo Spritz a una sola ricetta sarebbe però poco veneziano. Bitter diversi producono identità differenti e le consuetudini locali continuano a convivere con le formule internazionali. L’International Bartenders Association codifica oggi lo Spritz con 90 ml di Prosecco, 60 ml di Aperol e uno spruzzo di soda, costruiti direttamente in un calice da vino pieno di ghiaccio e completati da una fetta d’arancia. La stessa IBA riconosce esplicitamente le varianti con Campari, Cynar o Select.

    Ma la ricetta spiega soltanto metà del fenomeno. L’altra metà sta nel tempo che lo Spritz occupa: quello sospeso fra la giornata e la sera, fra lavoro e cena. A Venezia si accompagna naturalmente ai cicheti, piccoli assaggi da osteria che Treccani lega alla tradizione dell’aperitivo lagunare.

    Da semplice vino “spruzzato”, lo Spritz è diventato così un gesto sociale. Cambiano i bitter, cambiano le proporzioni, ma rimane intatta la sua invenzione più riuscita: trasformare un bicchiere in un appuntamento.

  • Una storia pastorale e una ricetta sulla quale le discussioni non sono mai finite

    Una storia pastorale e una ricetta sulla quale le discussioni non sono mai finite

    Prima venne la gricia, poi il pomodoro trasformò un piatto essenziale in una delle ricette italiane più conosciute. Dal 2020 l’“Amatriciana Tradizionale” è riconosciuta dall’Unione europea come Specialità tradizionale garantita.


    A cura di Elena Conti

    Aglio o cipolla? Pancetta o guanciale? Spaghetti o bucatini? Intorno all’Amatriciana si discute con una serietà che in Italia riserviamo a poche altre questioni. Eppure, andando ad Amatrice, il campo si restringe parecchio. Il disciplinare comunale della Salsa all’Amatriciana indica guanciale amatriciano, pomodoro San Marzano o pelati di qualità, olio extravergine, vino bianco secco, sale, pepe e, facoltativamente, peperoncino. Il formaggio è il Pecorino di Amatrice. La pasta indicata sono gli spaghetti.

    La genealogia del piatto porta alla gricia, preparazione senza pomodoro che la tradizione associa ai pastori dell’Appennino centrale. Il testo di partenza ricorda proprio questa origine: pasta condita con guanciale e pecorino, ingredienti facilmente conservabili durante gli spostamenti e la vita in montagna. Il pomodoro sarebbe entrato successivamente nella ricetta, dando forma all’Amatriciana rossa che conosciamo oggi. La sua identità territoriale è rimasta fortissima: il Comune di Amatrice tutela attraverso la De.Co. sia la salsa sia il guanciale amatriciano e altri prodotti della tradizione locale.

    La preparazione spiega perché una ricetta tanto breve sia tutt’altro che banale. Il guanciale, tagliato a listelli, deve dorarsi senza seccarsi. Nel disciplinare di Amatrice viene sfumato con poco vino bianco e poi tolto dalla padella, per essere riunito al pomodoro soltanto alla fine. La pasta, scolata al dente, incontra il sugo e un’abbondante quantità di pecorino.

    Qui l’equilibrio è questione di contrasti: la parte grassa e sapida del guanciale, l’acidità del pomodoro, la forza del formaggio, l’eventuale piccantezza del peperoncino.

    I bucatini, molto popolari soprattutto nella versione romana, sono ormai entrati nell’immaginario dell’Amatriciana quasi quanto gli spaghetti. Ma il riconoscimento europeo ottenuto nel 2020 come Specialità tradizionale garantita ha un significato preciso: una STG tutela una composizione o un metodo tradizionale, non lega necessariamente la produzione a un’unica area geografica.

    Nel bicchiere: Cesanese del Piglio DOCG. Restiamo nel Lazio con un rosso che evita di sovrastare il piatto. Il Cesanese del Piglio presenta frutto, morbidezza, buona freschezza e un caratteristico finale leggermente amarognolo; il portale turistico regionale lo indica espressamente tra gli abbinamenti con i bucatini all’Amatriciana.

    La scelta funziona anche tecnicamente: l’acidità sostiene quella del pomodoro e ripulisce la componente grassa del guanciale, mentre un tannino non aggressivo evita di irrigidire la forte sapidità del pecorino.

    Servito intorno ai 16-18 °C, chiude il cerchio senza cercare il protagonismo: all’Amatriciana, dopotutto, basta già il suo.

  • Il romanzo di Niccolò Ammaniti intreccia formazione, desiderio e mistero

    Il romanzo di Niccolò Ammaniti intreccia formazione, desiderio e mistero

    Un tredicenne, una casa che nasconde un segreto letale, due donne arrivate da fuori e un amore capace di mettere in discussione un destino già scritto. Con “Il custode”, pubblicato da Einaudi, Niccolò Ammaniti costruisce una storia breve e tesa, sospesa tra realtà siciliana, mito e inquietudine.


    A cura di Elena Conti

    Nilo Vasciaveo ha tredici anni e sa già che il suo futuro è stato deciso molto prima della sua nascita. Vive a Triscina, sulla costa siciliana, con la madre Agata e la zia Rosi, in un seminterrato umido affacciato su un paesaggio di spiaggia, mare e seconde case cresciute senza ordine. I Vasciaveo lavorano e rivendono marmo, almeno ufficialmente. La loro vera occupazione è un’altra: da secoli, anzi da millenni, custodiscono qualcosa di indicibile, nascosto nel bagno di casa. Un compito trasmesso attraverso le generazioni che somiglia sempre meno a un privilegio e sempre più a una condanna.

    È da questa situazione insieme quotidiana e perturbante che prende avvio Il custode, il romanzo con cui Niccolò Ammaniti torna nel 2026 per Einaudi, nella collana Stile libero. Sono appena 176 pagine, sufficienti però a riattivare alcuni dei nuclei più riconoscibili della sua narrativa: l’adolescenza come territorio instabile, la famiglia come luogo di protezione e prigionia, il desiderio di fuga e l’irruzione dell’inspiegabile dentro una realtà descritta senza abbellimenti.

    A rompere l’equilibrio dei Vasciaveo arrivano Arianna, giovane donna bella e alla deriva, e sua figlia Saskia. Per Nilo quell’incontro apre una possibilità fino a quel momento quasi inconcepibile: immaginare una vita diversa. Il ragazzo scopre l’amore proprio mentre comprende fino in fondo il peso dell’eredità familiare. Custodire significa rinunciare agli amici, ai viaggi, alla libertà di scegliere. Il mondo, gli ha spiegato sua madre, comincia e finisce a Triscina. Ammaniti costruisce così il conflitto essenziale del romanzo: obbedire a una legge antichissima oppure spezzare la catena e diventare finalmente padrone della propria esistenza.

    Il mistero funziona allora come qualcosa di più di un semplice dispositivo narrativo. Attorno alla “cosa” custodita dalla famiglia si concentra una paura che appartiene contemporaneamente al fantastico e alla crescita. È un meccanismo familiare nella scrittura di Ammaniti: il punto di vista dei ragazzi permette di osservare il mondo adulto mentre perde progressivamente la propria apparente razionalità. Accadeva in Io non ho paura, dove un bambino si trovava davanti alla scoperta concreta del male, e in forme differenti in Io e te e Anna. Qui quella linea narrativa incontra una componente più apertamente mitica e perturbante.

    Il ritorno all’adolescenza non significa però un ritorno all’identico.

    Dall’esordio di Branchie e dai racconti di Fango, legati alla stagione pulp degli anni Novanta, Ammaniti ha progressivamente spostato la propria scrittura verso storie nelle quali violenza, fragilità e formazione convivono. Io non ho paura ne ha consolidato la notorietà internazionale; Come Dio comanda gli è valso il Premio Strega nel 2007. Sono seguiti, fra gli altri, Io e te, Anna e La vita intima, vincitore del Premio Viareggio-Rèpaci per la narrativa. Parallelamente, Ammaniti ha attraversato cinema e televisione, fino alle serie Il miracolo e Anna, da lui scritte e dirette.

    In Il custode questa esperienza sembra condensarsi in una narrazione volutamente compatta. Il paesaggio siciliano non serve da fondale pittoresco: è una periferia del Mediterraneo concreta e irregolare, esposta al sole e al mare ma attraversata da qualcosa di oscuro. Proprio dentro questo contrasto Nilo deve decidere se accettare ciò che gli è stato consegnato o sottrarsi al destino dei Vasciaveo. Il segreto custodito nel bagno alimenta la paura, ma il vero pericolo è forse un altro: arrivare all’età adulta senza avere mai scelto la propria vita.

  • Mura antiche, architetture medievali e la memoria del grande santuario di Venere Ericina

    Mura antiche, architetture medievali e la memoria del grande santuario di Venere Ericina

    Da Porta Trapani al Castello di Venere, Erice si percorre seguendo vicoli di pietra, chiese, giardini e improvvise aperture sul Mediterraneo. A 751 metri di altitudine, l’antica Eryx riunisce mito, Medioevo, cultura scientifica e una tradizione dolciaria ancora profondamente legata alla città.


    A cura di Elena Conti

    A Erice il Mediterraneo si guarda dall’alto. Trapani, le saline, lo Stagnone e le isole Egadi si distendono sotto un centro storico rimasto raccolto sulla sommità del monte, mentre sul versante opposto lo sguardo raggiunge Monte Cofano e la costa verso San Vito Lo Capo. A 751 metri sul livello del mare, l’antica Eryx conserva ancora la struttura serrata di una città costruita dentro le mura, con strade acciottolate, passaggi stretti, cortili e improvvisi affacci sul paesaggio. Il nome attuale, recuperato nel 1934 dopo secoli in cui la città fu chiamata Monte San Giuliano, rimanda direttamente al mito di Erice, figlio di Afrodite e Bute.

    Il luogo nel quale mito e storia si sovrappongono con maggiore evidenza è il Castello di Venere. La fortezza fu costruita dai Normanni tra XII e XIII secolo sulla rocca che aveva ospitato un celebre santuario, frequentato già in epoche molto più antiche. Qui Fenici, Greci e Romani venerarono la divinità femminile identificata rispettivamente con Astarte, Afrodite e Venere Ericina. Il culto ebbe una diffusione mediterranea tale da raggiungere Roma. Del santuario restano testimonianze archeologiche inglobate e riutilizzate nelle successive costruzioni medievali. Dopo gli interventi di riqualificazione, il complesso archeologico del Tempio di Venere è stato riaperto al pubblico nell’agosto 2025.

    Ai piedi della rocca si estende il Giardino del Balio, sistemato nell’Ottocento per iniziativa del conte Agostino Pepoli. Il mecenate recuperò parte delle antiche fortificazioni e realizzò un giardino pubblico all’inglese, trasformando l’area in una grande terrazza verde affacciata sulla Sicilia occidentale. Poco più in basso fece costruire intorno al 1870 la Torretta Pepoli, luogo appartato destinato alla meditazione e agli incontri con intellettuali e artisti. Restaurata in epoca recente, è stata reinterpretata come Osservatorio di Pace e Faro del Mediterraneo.

    Entrando nel tessuto medievale si raggiunge la Chiesa Madre, presso Porta Trapani. Fu edificata nella prima metà del Trecento per volontà di Federico d’Aragona, durante gli anni della guerra del Vespro. L’esterno conserva l’impronta gotica originaria, mentre l’interno fu profondamente trasformato dai restauri ottocenteschi. Accanto sorge il poderoso campanile quadrangolare, nato con funzioni difensive e di avvistamento. Il percorso urbano continua tra San Martino, San Giuliano, San Cataldo e San Giovanni Battista, componendo un patrimonio religioso insolitamente fitto per le dimensioni del borgo.

    Erice possiede anche un’identità contemporanea meno immediatamente visibile. L’Ettore Majorana Foundation and Centre for Scientific Culture ne ha fatto per decenni un luogo internazionale d’incontro tra studiosi, con scuole e convegni dedicati alle diverse discipline scientifiche. Così una città segnata da culti antichissimi continua a essere luogo di confronto e conoscenza, stabilendo un singolare ponte tra il santuario di Venere e la ricerca contemporanea.

    Poi ci sono i sapori, parte integrante della visita. Le genovesi ericine, involucri di pasta frolla ripieni di crema e spolverati di zucchero, convivono con mustaccioli, dolci di mandorla e bocconcini di pasta reale. Anche arrivare può diventare parte dell’esperienza: la funivia da Casa Santa raggiunge la vetta in circa dieci minuti, lasciando progressivamente Trapani sotto di sé.

    Erice conserva così una qualità rara: non occorre ricostruirne artificialmente l’atmosfera. Basta percorrere le pietre del centro, raggiungere il Balio e affacciarsi verso le Egadi. Da lassù si comprende perché, per millenni, uomini diversi abbiano scelto proprio questa montagna per guardare il mare, pregare gli dèi, costruire fortezze e interrogare il mondo.

  • Un racconto di sopravvivenza visivamente potente, girato in gran parte in Italia

    Un racconto di sopravvivenza visivamente potente, girato in gran parte in Italia

    Una pandemia ha cancellato quasi tutta l’umanità. Tra aeroporti abbandonati, voli solitari e comunità ostili, Hig continua a cercare qualcosa che assomigli alla speranza. “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” affida a Ridley Scott un immaginario ormai familiare, sostenuto da un cast importante e da sorprendenti paesaggi italiani trasformati nell’America del dopo.


    A cura di Elena Conti

    Il mondo è finito, ma Hig continua a volare. Ex meccanico sopravvissuto a una devastante influenza che gli ha portato via la moglie incinta, vive in Colorado insieme al cane Jasper e a Bangley, ex marine pragmatico e armato fino ai denti. Il loro rifugio è un aeroporto abbandonato, difeso dagli assalti di altri sopravvissuti. Hig, interpretato da Jacob Elordi, sorvola quel che resta della civiltà con un Cessna 180 del 1956. Finché dalla radio arriva un messaggio lontano: potrebbe esserci qualcuno, oltre il perimetro rassicurante della loro solitudine. Partire significa rischiare di non avere carburante sufficiente per tornare. Restare significa accettare che il mondo sia ormai soltanto quello.

    Ridley Scott costruisce The Dog Stars – Le stelle dopo la fine su questo dilemma elementare. È il suo trentesimo lungometraggio e arriva nelle sale italiane dal 26 agosto 2026, due giorni prima dell’uscita nordamericana. La sceneggiatura di Mark L. Smith adatta Le stelle del cane, romanzo pubblicato da Peter Heller nel 2012, accentuandone la componente d’azione. Nel cast, accanto a Elordi, ci sono Josh Brolin nei panni di Bangley, Margaret Qualley, Guy Pearce, Allison Janney e Benedict Wong.

    Il problema è che l’apocalisse, nel frattempo, è diventata uno dei luoghi più frequentati dell’immaginario contemporaneo. Da The Walking Dead a The Last of Us, da The Road a 28 anni dopo, abbiamo imparato a riconoscerne immediatamente grammatica e paure. Scott rinuncia agli zombie, ma non ai gruppi di predoni, alle incursioni armate, alle comunità diffidenti e alla domanda che inevitabilmente accompagna ogni collasso: chi rimane umano quando le regole scompaiono? Il regista sa governare l’azione con mestiere formidabile, ma proprio l’efficienza spettacolare finisce talvolta per sovrastare la dimensione più intima che costituiva uno dei punti di forza del romanzo.

    A dare al film un’identità inattesa sono soprattutto i luoghi. L’America devastata di The Dog Stars è in larga parte italiana. Le riprese hanno attraversato Roma e Cinecittà, l’EUR e Casal Bernocchi, il Friuli-Venezia Giulia con Bordano e il Tagliamento, il Cansiglio nelle Prealpi Bellunesi, Avezzano, Ovindoli e il parco Sirente-Velino in Abruzzo, fino al Bosco Macchia Grande di Manziana. Perfino le rovine di Denver sono state ricostruite a Roma. Un’operazione geografica che conferisce al film una qualità visiva particolare e dimostra ancora una volta quanto Scott sappia trasformare il paesaggio in materia cinematografica.

    È nei momenti meno rumorosi, tuttavia, che il film trova una propria temperatura: Hig e Bangley costretti a convivere, la memoria degli affetti perduti, l’incontro con Cima, interpretata da Margaret Qualley, e soprattutto il desiderio quasi ostinato di ricostruire relazioni dopo la catastrofe. Elordi porta nel personaggio una vulnerabilità che contrasta efficacemente con la durezza di Brolin, mentre Scott alterna aperture contemplative e improvvise accelerazioni militari. Il risultato rimane diseguale: troppo legato ai codici del post-apocalittico per sorprendere davvero, troppo interessato ai personaggi per ridursi a semplice action movie. Anche l’accoglienza internazionale è stata tiepida, con il 41 per cento di giudizi positivi registrato da Rotten Tomatoes e 49 su 100 su Metacritic.

    Alla fine restano un uomo, un piccolo aereo e le stelle sopra un pianeta quasi vuoto. Scott conosce perfettamente la spettacolarità della fine del mondo. The Dog Stars diventa più interessante quando abbassa le armi e si domanda che cosa possa ancora valere la pena salvare.

  • Linee storte, proporzioni irregolari discutono la precisione seriale del design industriale

    Linee storte, proporzioni irregolari discutono la precisione seriale del design industriale

    Sembrano modellate una per una da una mano poco interessata alla geometria, e invece nascono per la produzione in serie. Le Cutlery di Maarten Baas portano sulla tavola l’irregolarità del disegno e dimostrano che anche un utensile quotidiano può conservare spontaneità e ironia.


    A cura di Elena Conti

    La forchetta ha i rebbi che sembrano rifiutarsi di stare perfettamente allineati. Il cucchiaio perde la simmetria rassicurante dell’ovale. Il coltello mostra una dentellatura volutamente esagerata, quasi fosse una piccola sega. Maarten Baas parte da tre oggetti che conosciamo fin dall’infanzia e compie un’operazione apparentemente elementare: li libera dalla disciplina della linea industriale. Il risultato è la collezione Cutlery realizzata per il marchio belga Valerie Objects, una delle collaborazioni che meglio condensano il suo modo di intendere il design.

    La storia comincia nel 2015, quando Valerie Objects nasce per iniziativa della gallerista Veerle Wenes e di Axel Van Den Bossche, CEO di Serax. L’idea iniziale è affidare ad autori dalla forte identità la reinterpretazione degli oggetti più comuni. Proprio le posate di Baas costituiscono una delle collezioni fondative del marchio e vengono presentate inizialmente come prototipi al Musée des Arts Décoratifs di Parigi. Nel 2016 il progetto acquista visibilità internazionale insieme alle collezioni di altri designer chiamati a confrontarsi con lo stesso utensile domestico.

    Baas affronta il tema partendo dal gesto manuale. I modelli originali vengono disegnati e modellati conservando intenzionalmente curve imperfette, asimmetrie e piccole deviazioni. Il passaggio decisivo consiste nel trasferire quelle irregolarità nella produzione industriale senza cancellarle. È quasi un paradosso: chiedere alla macchina, programmata per ripetere forme esatte, di riprodurre l’errore della mano. Baas ha spiegato più volte che proprio la spontaneità, normalmente eliminata dal prodotto industriale, costituisce uno degli elementi centrali della sua ricerca.

    Dietro l’apparenza primitiva, tuttavia, le posate rimangono oggetti destinati all’uso. È qui che l’ironia evita di trasformarsi in semplice provocazione formale: forchetta, cucchiaio e coltello continuano a svolgere perfettamente la loro funzione, mentre l’occhio registra qualcosa di anomalo. La collezione è stata proposta in differenti finiture, dall’acciaio inossidabile alle versioni più materiche e scure, che accentuano l’impressione di oggetti quasi forgiati anziché usciti da una linea produttiva.

    È un procedimento coerente con l’intera carriera di Baas. Nato in Germania nel 1978 e formatosi alla Design Academy Eindhoven, il designer olandese si impose giovanissimo con Smoke, progetto nel quale bruciava celebri mobili per poi consolidarne i resti carbonizzati con resina. Con Clay avrebbe invece costruito mobili dall’aspetto modellato direttamente con le mani. Materiali, tecniche e risultati cambiano, ma resta la stessa insofferenza verso l’oggetto troppo perfetto e impersonale. Valerie Objects sintetizza efficacemente questa posizione definendo come punto di partenza di Baas la volontà di creare un oggetto pienamente funzionale che sembri disegnato a mano.

    Le Cutlery applicano questa idea alla scala minima della vita quotidiana. Nessun virtuosismo spettacolare, nessuna tecnologia esibita: soltanto una linea che devia di qualche millimetro e improvvisamente rende riconoscibile ciò che normalmente passa inosservato. È forse questo il loro risultato migliore: ricordarci, mentre apparecchiamo la tavola, che la perfezione industriale non è l’unica forma possibile della bellezza.

  • Busiate, pomodoro, mandorle, basilico, aglio e olio extravergine: che squisitezza

    Busiate, pomodoro, mandorle, basilico, aglio e olio extravergine: che squisitezza

    Crudo, fresco e preparato tradizionalmente nel mortaio, il pesto alla trapanese unisce la dolcezza delle mandorle all’intensità dell’aglio e all’acidità del pomodoro. Una ricetta antica che dalla cucina domestica è diventata uno dei simboli gastronomici di Trapani.


    A cura di Elena Conti

    A Trapani basta dire pasta cu l’agghia perché sia chiaro cosa arriverà in tavola. L’aglio è infatti l’anima del pesto trapanese, insieme alle mandorle, al pomodoro maturo, al basilico e all’olio extravergine d’oliva. Nessuna cottura del condimento e nessuna elaborazione superflua: gli ingredienti vengono lavorati fino a ottenere una salsa rustica e profumata, capace di aderire alla pasta mantenendo riconoscibili sapori e consistenze. La ricetta proposta da GialloZafferano utilizza gli spaghetti, dimostrando quanto questo pesto sappia adattarsi anche ai formati più comuni oltre alla pasta tradizionale trapanese.

    La sua identità, però, conduce direttamente alla Sicilia occidentale. La Regione Siciliana include infatti le “busiati col pesto trapanese” fra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali e ne indica Trapani come territorio di produzione. La preparazione codificata prevede pomodori maturi, aglio, mandorle, basilico, olio extravergine, sale e pepe; nella versione tradizionale compare anche il pangrattato tostato, distribuito sulla pasta al momento di servirla. Le busiate prendono invece forma attorno al buscio, il sottile attrezzo sul quale l’impasto viene avvolto con un rapido movimento delle mani fino ad assumere la caratteristica spirale.

    È una cucina nella quale il territorio entra quasi ingrediente per ingrediente. L’aglio rosso di Nubia, coltivato nel Trapanese, è storicamente legato alle preparazioni locali e la stessa Regione ricorda come il pesto venga chiamato in siciliano pasta cu l’agghia. Le mandorle raccontano invece una presenza antica nella gastronomia dell’isola, rafforzata dall’eredità araba, mentre il pomodoro appartiene a una stratificazione successiva: giunto sulle rotte spagnole, entrò gradualmente nell’alimentazione siciliana tra Sei e Settecento. Il pesto che oggi consideriamo tradizionale è dunque il risultato di epoche diverse confluite nello stesso mortaio.

    La preparazione conserva una gestualità altrettanto importante. Aglio, basilico e pomodoro vengono pestati e amalgamati, quindi si aggiungono mandorle e olio. Il mortaio permette di ottenere una consistenza meno uniforme di quella prodotta dal frullatore e soprattutto evita di trasformare la salsa in una crema anonima: la mandorla deve ancora farsi sentire, il basilico conservare il proprio profumo, il pomodoro dare freschezza. È una semplicità solo apparente, perché il risultato dipende soprattutto dalla qualità della materia prima e dall’equilibrio fra ingredienti molto decisi.

    Con le busiate il pesto trova probabilmente il suo abbinamento più identitario; con gli spaghetti acquista invece una leggerezza diversa e diventa facilmente riproducibile fuori dalla Sicilia. In entrambi i casi rimane una salsa che non ha bisogno di effetti speciali. Il suo carattere sta proprio nella schiettezza: pomodoro maturo, mandorla, basilico, buon olio e quella presenza d’aglio che a Trapani non si tenta neppure di nascondere. Buon appetito.

  • Nato dall’incrocio tra Catarratto e Zibibbo, il Grillo è uno dei vitigni simbolo della Sicilia occidentale

    Nato dall’incrocio tra Catarratto e Zibibbo, il Grillo è uno dei vitigni simbolo della Sicilia occidentale

    Agrumi, fiori, erbe mediterranee e una marcata impronta salina definiscono un vino che negli ultimi decenni ha conquistato una nuova identità. Con le busiate al pesto alla trapanese trova un incontro quasi naturale, costruito sull’equilibrio fra freschezza, aromaticità e struttura.


    A cura di Elena Conti

    Il Grillo ha cambiato mestiere senza rinnegare le proprie origini. Per lungo tempo legato soprattutto alla produzione del Marsala, oggi è uno dei protagonisti della rinascita dei bianchi siciliani. La sua storia è relativamente recente: le analisi genetiche hanno confermato che deriva dall’incrocio tra Catarratto Bianco e Moscato d’Alessandria, in Sicilia conosciuto come Zibibbo. Diffusosi soprattutto nella parte occidentale dell’isola, ha trovato nelle province di Trapani, Palermo e Agrigento condizioni particolarmente favorevoli, entrando oggi in numerose denominazioni siciliane, fra cui la Sicilia DOC.

    Nel bicchiere mostra generalmente un colore giallo paglierino che può acquistare maggiore intensità con la maturazione. Al naso il registro cambia secondo vigneto e vinificazione, ma ricorrono agrumi, fiori bianchi, erbe aromatiche e richiami alla macchia mediterranea; al palato freschezza e sapidità sostengono una struttura spesso più consistente di quanto ci si aspetti da un bianco meridionale.

    È proprio questo equilibrio a spiegare la sua versatilità gastronomica. Nelle versioni giovani, vinificate in acciaio, mantiene un profilo teso e immediato; affinamenti e lavorazioni differenti possono invece portarlo verso maggiore complessità e morbidezza.

    Con il pesto alla trapanese il Grillo gioca praticamente in casa. Pomodoro fresco, mandorle, basilico, olio extravergine e aglio mettono insieme acidità, componente grassa e una notevole persistenza aromatica. Il vino risponde con freschezza e sapidità, alleggerendo la rotondità della mandorla e dell’olio, mentre le note agrumate e vegetali accompagnano basilico e pomodoro senza coprirli. Anche l’aglio, soprattutto quando viene pestato a crudo, richiede un bianco dotato di sufficiente personalità per non scomparire dopo il primo boccone.

    L’abbinamento acquista ulteriore senso per ragioni geografiche. Le busiate al pesto e il Grillo condividono infatti la Sicilia occidentale, un territorio nel quale cucina e viticoltura sono state modellate dallo stesso clima mediterraneo. Non è una regola assoluta – gli abbinamenti non lo sono quasi mai – ma in questo caso la prossimità culturale coincide felicemente con quella sensoriale. Il pomodoro porta freschezza, la mandorla dolcezza e consistenza, il basilico aromaticità: il Grillo tiene insieme queste componenti senza cercare di dominarle.

    Per accompagnare il pesto conviene orientarsi su un Grillo giovane, preferibilmente vinificato in acciaio, evitando le interpretazioni più segnate dal legno, la cui morbidezza rischierebbe di attenuare la vivacità dell’incontro. Una temperatura intorno ai 10-12 °C consente di conservarne freschezza e profumi senza anestetizzarli con un servizio eccessivamente freddo.

    È forse questa capacità di essere contemporaneamente territoriale e moderno a spiegare il successo del Grillo. Accanto a un piatto di busiate al pesto trapanese non occorrono costruzioni sofisticate: Sicilia nel piatto, Sicilia nel bicchiere. E l’abbinamento è già servito.