PAGINE SCELTE

Documenti e testimonianze sulle vicende degli ebrei  a Palermo durante il fascismo

Presentiamo un estratto tratto dal libro di Lucia Vincenti,
«Storia degli ebrei a Palermo durante il fascismo. Documenti e testimonianze»
Offset, Palermo, 1998, pp. 73-76

« L'internamento »

Come nelle altre città, anche a Palermo si procedette all’internamento. Inizialmente non si sapeva quale sarebbe stato il luogo del trasferimento, e si decise per il momento di mandarli nelle carceri cittadine.

"Mio padre prima di venire internato, evidentemente perché le idee erano così poco chiare e le organizzazioni così embrionali, venne portato nel carcere di Palermo. Cioè acchiapparono subito mio padre - anche se non sapevano dove mandarlo - e lo misero in carcere, così…era al sicuro! E infatti viene lì, nel documento che vede, chiamato detenuto!"

"Mio padre è stato prima portato nel carcere di Palermo - non so per quanto, anche se per poco - dove si è incontrato con altri ebrei o persone di origine ebraica. Tra questi ricordo Alessandro Hoffmann. Sono stati tenuti in carcere in attesa di prendere dei provvedimenti più seri e più precisi"

Fu quindi in un secondo momento che si procedette al loro internamento o concentramento in città diverse.

"Mio padre venne internato a Teramo, in Abruzzo, e mio zio a Campobasso. Oltre loro venne internato anche Federico Mausner. Vennero internati perché essendo di "razza ebraica" non potevano più svolgere la loro quotidiana attività liberamente, non potevano scegliersi una professione, andavano isolati.

"Mio padre è rimasto a Teramo dal luglio del 1940 fino al gennaio del 1941. E’ stato là... si è ammalato, è stato in ospedale. Mia madre dovette chiedere il permesso per poterlo raggiungere, perché anche mia madre, pur essendo cittadina italiana, non poteva andare a trovare mio padre internato senza chiedere il permesso. Cioè mia madre aveva bisogno del permesso per andare da suo marito! Questa è stata una cosa così vessatoria, così frustante che non c’è da meravigliarsi che questo poveraccio ne abbia risentito per tutta la vita..".

"Io avevo sei anni quando mio padre, nel 1940, fu internato, ed a quel tempo egli era già stato battezzato. Mio padre fu portato in un campo di concentramento, credo si chiamasse Sevignano. E noi restammo soli... io, mia madre e mia nonna paterna."

"Mia zia Angela fu arrestata e mandata in un campo di concentramento, penso dalle parti di Perugia, e dell’arresto non venne detto niente alla famiglia."

Difficile divenne anche la vita di coloro che non furono internati perché…

"Chi non fu internato in una residenza diversa dalla propria, comunque fu trattato come... oggi si direbbe agli arresti domiciliari. Divenne infatti gente che doveva essere sempre a disposizione della questura, con o senza l’obbligo di firma, e che sicuramente veniva tenuta sotto controllo."

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"Tutti gli ebrei dovevano recarsi ogni giorno in questura per firmare, come se fossero stati dei delinquenti comuni"

Per quanto riguarda le condizioni degli internati, erano le seguenti :

"Mio padre non poteva allontanarsi, doveva presentarsi in caserma a far vedere che era presente e doveva osservare il coprifuoco, non potendo quindi uscire appena faceva buio. Noi ci trovavamo lì in queste condizioni, e dal momento che mio padre non poteva lavorare, vivevamo in modo molto semplice…sperando che questo periodo passasse al più presto."

"Mio padre aveva ogni libertà…tranne quella di lasciare il paese e di lavorare, quindi, quello che dico è piuttosto ironico. Gli venne corrisposto un sussidio, anche se minimo. In alto loco ci si era resi conto che non si poteva togliere agli ebrei ogni mezzo di sostentamento - ricordo che loro non potevano svolgere un’attività, un mestiere, nulla - senza condannarli a morire letteralmente di fame. Bene, allora fu concesso un sussidio"

Molto diverse erano le condizioni tra coloro che venivano mandati nei campi di internamento e quelli che venivano mandati nei campi di concentramento….

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