Sicilia da scoprire: Gibellina
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GIBELLINA: UNA RIFLESSIONE PER RIANIMARE LA SPERANZA

Impressioni di viaggio


Testo e fotografie di Sebastiano Occhino

 

Mi recai a Gibellina per la prima volta nell’86: fu una visita molto breve, giusto il tempo di dare una rapida occhiata al paese e di fissare sulla pellicola alcune immagini. L’impressione che ne trassi allora fu quella di un "qualcosa" in divenire, di un luogo dai contrasti violenti, fatti, di luce, di strade deserte nella calura estiva, di spazi incolti , abbandonati e arsi, di marciapiedi dissestati, nel quale, come monadi silenziose, a schiere di case anonime e banali si contrapponevano sparse "opere d’arte e d’architettura", le une indifferenti alle altre o forse semplicemente in attesa di ritrovare una improbabile omogeneità attraverso la definizione di quella sorta di "terra di nessuno" fatta di spartitraffico, aiuole di terra arida, sterpaglie, asfalto e marciapiedi dalla quale emergevano e che predominava su tutto.

 

Lasciai Gibellina dunque con l’immagine di un luogo desolato e desolante, incompiuto, in bilico tra accademia e sub-cultura, nel quale l’interruzione violenta e drammatica della sua storia impediva lo storicizzarsi, nella cultura dei suoi abitanti,della sua nuova realtà, essendo mancato quel continuum culturale tra passato e presente che della storia è alla base.

 

Non so dire per quale motivo, forse perché l’immagine di Gibellina che avevo era quella oleografica, da rivista, delle sue architetture fissate dall’obiettivo nella loro asettica verginità di puri esercizi di stile appena inaugurati, ma pensavo che tornando a distanza di diversi anni avrei trovato un paese in cammino verso il futuro, diverso, consapevole delle proprie potenzialità, nel quale quella sensazione di "terra di nessuno" fosse stata consegnata al passato, pur recente, come momento necessario e naturale nell’evolversi di un cantiere.

 

L’immagine che Gibellina offre al visitatore invece non è cambiata molto da allora: è soltanto più costruita, con le sue cattedrali nel deserto , ignorate dagli abitanti che osservano perplessi chi si sofferma a guardarle. Tenuti nell’incuria e nell’abbandono, totem inutili ed indesiderati, lasciati lì, in attesa che crollino, circondati da sterpaglie e detriti, oggi come ieri.

 

La cultura dell’abbandono, del non fare o del fare male, del progettare per poi stravolgere, è purtroppo nei cromosomi della Sicilia e la nuova Gibellina ne è un esempio.

 

Distrutto il paese dal terremoto che nel 68 squassò la Valle del Belice, fu ricostruita in luogo più sicuro a circa venti km di distanza dall’originario abitato, in località Salinella, nel comune di Salemi. Già dal 70 fu predisposto un piano di ricostruzione ad opera degli architetti Gregotti, Quaroni e Samonà, che prevedeva lo sviluppo delle residenze secondo una tipologia a schiera strutturato attorno ad una spina di servizi tra i quali spiccano il Municipio, di Gregotti, la chiesa Madre di Quaroni ed il teatro di Consagra. Il piano di ricostruzione, successivamente riconsiderato nell’80 dal Laboratorio di Progettazione Belice con Laura Thermes, e da Ungers, con il "Piano particolareggiato del centro urbano", è andato avanti tra incongruenze e lungaggini burocratiche , fino alle soglie degli anni novanta, dando vita a quell’ambiente urbano disomogeneo, nel quale convivono design e sciatteria, cui ho accennato all’inizio e che è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

 

Vorrei chiudere questa breve riflessione con una speranza: quella di avere visitato ancora una volta un cantiere aperto, di poter tornare e trovare i marciapiedi pavimentati, le steli in travertino con i nomi delle strade di nuovo in piedi, gli alberi al posto delle sterpaglie, le architetture vive e vissute, vorrei vedere quella qualità urbana che la città reclama e che, laddove esiste, è lo specchio di un livello alto del senso sociale e della dignità di tutti i cittadini.

 

     
 

 

 
   

 

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