Viaggio in Sicilia: Messina '800
Bullet7blu.gif (869 byte) Premessa all'itinerario.
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Visitando la città, le sue strade, i monumenti
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Il panorama della   costa messinese quasi congiunta, all'orizzonte, con quella calabrese

 

Noi ci indirizzeremo ora al capo Peloro, ossia all'estremità nord-est della Sicilia. Usciti da Messina, passata la chiesa di San Francesco di Paola, poi l'altra chiesa di Gesù e Maria, del Ringo, confraternita dei Marinai , la strada ci conduce al piede di scoscese alture in prossimità del mare.

 

Al di là delle case di campagna d’al Ringo, si arriva dapprima all'antico convento di Salvatore dei Greci, dell'ordline di San Basilio, stato fondato da Ruggero I all’estremità della penisoletta del porto e qui trasportato nel 1540.

 

La veduta sulla opposta sponda della Calabria si abbellisce a misura che lo stretto si restringe. Più oltre, si raggiunge Pace, villaggio di pescatori, poi si passa sotto il portico della Madonna della Grotta - chiesa stata fondata nel 1622 da Emanuele Filiberto di Savoja sul posto, vuolsi, d'un antico tempio di Diana - e, proseguendo, s'incontrano due laghetti salati, che comunicano per mezzo di canali col mare e sono volgarmente chiamati Pantani. Quivi sorgeva, temporibus illis, un tempio di Nettuno.

 

All'estremità del promontorium Pelorum si trova un villaggio di pescatori, Faro, e questo non esiste che dal principio del nostro secolo, ossia dall'epoca in cui gli Inglesi costruirono su queste alture le fortificazioni destinate ad impedire che i Francesi, comandati da Murat, scendessero in Sicilia. Sulla punta del promontorio, a dieci minuti dal villaggio, quasi a giustificazione del nome, si innalzano una Torre del Faro e un faro nuovo, dall' alto dei quali si hanno sott'occhio le poetiche rupi di Scilla e tutta la spiaggia del calabrese.

 

Oltrepassato il villaggio, la strada, che quasi fin qui procede fiancheggiata da agrumeti in fiore, si perde nella pianura sabbiosa del capo Peloro, protendentesi acuminata come una lancia nel mare. È questo il punto classico dello Stretto (1): siamo a Cariddi, e davanti a noi Scilla spinge il suo sprone roccioso, fino ad essere distante meno di tre chilometri. Non parliamo più dei timori, degli orrori che un tempo inspirava questa parte dello Stretto, avendone già accennato (2). Altrettanto dicasi della Fata Morgana e della pesca del pesce spada. Aggiungiamo invece che nella quiete delle ore notturne, se il vento non è contrario, si odono le voci dall'una e dall'altra parte della costa, e che all'abbaiare dei cani di Scilla risponde di frequente quello dei cani del Faro e della campagna peloritana, celebre sopratutto per la vigoria de' suoi vigneti.

 

Girando il capo, man mano che si inoltra lungo la spiaggia e si trovano punti alquanto elevati, si ha una sempre miglior vista sulle isole Lipari.

 

 
 

 
 

 

 

 

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