

Ha raccontato l’Italia con l’umiltà di un artigiano e la visione di un poeta. Dagli ospedali psichiatrici alle grandi architetture, dai riti popolari al mondo del lavoro: Berengo Gardin ha fissato nella memoria collettiva un intero secolo, attraverso immagini che non hanno mai ceduto all’estetismo, ma solo alla verità.
Gianni Berengo Gardin è stato uno dei maggiori interpreti della fotografia italiana del secondo dopoguerra. Nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930, ma cresciuto a Venezia, città che ha sempre considerato la sua vera patria affettiva e culturale, ha attraversato oltre settant’anni di storia con una macchina fotografica al collo, restituendo un’immagine limpida, onesta e profonda dell’Italia e del mondo.
La sua avventura fotografica inizia negli anni Cinquanta. In un paese ancora segnato dalle macerie della guerra, Berengo Gardin coglie subito la necessità di documentare la trasformazione sociale in atto: la ricostruzione urbana, le fabbriche, le nuove abitudini quotidiane, il lavoro, ma anche la marginalità, la devianza, l’umanità fragile e dimenticata. La fotografia, per lui, non è mai un esercizio di stile. È uno strumento etico. È racconto. È denuncia.
Nel 1954 pubblica le prime immagini sul settimanale “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio, punto di riferimento per la cultura laica e democratica dell’Italia repubblicana. Nel 1962 inizia a lavorare come fotoreporter professionista e collabora nel tempo con importanti testate italiane e internazionali, da L’Espresso a Domus, da Stern a Time, fino a Le Figaro.
Berengo Gardin è stato spesso accostato a Henri Cartier-Bresson, padre del reportage umanista europeo. A legare i due fotografi non è solo la scelta del bianco e nero, ma una medesima fiducia nella forza espressiva della realtà. Ogni sua foto è frutto di un’attesa, di un gesto preciso, di un equilibrio cercato tra forma e contenuto. Eppure, come ricordava lui stesso, non era l’estetica il fine della sua fotografia, ma “la chiarezza dello sguardo”.
Non a caso, Italo Zannier, storico e critico tra i primi a valorizzarne l’opera, lo definì “il fotografo italiano più ragguardevole del dopoguerra”, sottolineandone la capacità di restare sempre aggiornato pur senza inseguire le mode, e di coniugare rigore documentario e sensibilità artistica.
L’impegno sociale: “Morire di classe” e oltre
Tra i lavori più noti e incisivi, si distingue il reportage Morire di classe (1969), realizzato insieme a Carla Cerati nei manicomi italiani prima della legge Basaglia. Le immagini crude, senza filtri, scossero l’opinione pubblica e divennero un’arma culturale a sostegno del movimento antipsichiatrico. Il libro, curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro, fu un vero e proprio spartiacque per il fotogiornalismo italiano.
Nel 2022, il film Nei giardini della mente ha riportato l’attenzione su quel lavoro fondamentale, offrendo un’intensa testimonianza autobiografica del fotografo, ormai novantenne, che racconta con lucidità la sua esperienza tra gli ospedali psichiatrici.
L’Italia dell’identità collettiva
Dal secondo dopoguerra fino al nuovo millennio, Gianni Berengo Gardin ha restituito un ritratto unico dell’identità italiana. Ha fotografato fabbriche, ferrovie, campagne, periferie e paesaggi urbani, mantenendo sempre uno sguardo empatico e partecipe. Ha lavorato a lungo con enti pubblici, editori, aziende, istituzioni culturali. Tra i suoi soggetti privilegiati, la gente comune, i riti popolari, le feste di paese. Con la mostra In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana, presentata nel 2017 al festival “Dialoghi sull’uomo” di Pistoia, ha riunito sessant’anni di scatti dedicati a questo mondo vivo, spesso trascurato ma ricco di senso.
L’architettura e il paesaggio
Importanti anche i suoi lavori nel campo dell’architettura. Amico di Carlo Scarpa, ne documentò opere come la tomba Brion a San Vito di Altivole. A partire dal 1979 seguì con costanza i progetti di Renzo Piano, costruendo un vero e proprio archivio fotografico dell’architetto genovese, dalle prime realizzazioni italiane fino alle grandi opere internazionali.
Nel 2009 ha pubblicato Reportrait, raccolta di oltre duecento ritratti di intellettuali, artisti e architetti italiani, molti dei quali inediti. È di particolare rilievo anche il suo contributo alla documentazione delle grandi trasformazioni urbane e industriali del paese: dalle città del nord all’entroterra sardo, dal Sud contadino alla modernità industriale.
Le grandi mostre
Berengo Gardin ha tenuto oltre trecento mostre personali in Italia e nel mondo. Le sue fotografie sono state esposte al MoMA di New York, alla Biblioteca Nazionale di Parigi, alla George Eastman House di Rochester, alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi. Nel 1994 fu tra i pochi fotografi italiani a essere incluso nella mostra sull’arte italiana al Guggenheim Museum di New York.
Numerose le retrospettive che gli sono state dedicate: dal Museo dell’Elysée di Losanna (1991) alla Fondazione Forma di Milano, dalla personale su La Porrettana in cinque amici (2009) al ciclo Storie di un fotografo tra il 2013 e il 2014, passando per la denuncia visiva sul passaggio delle grandi navi a Venezia, realizzata con il FAI tra il 2014 e il 2015.
Nel 2016, la mostra Vera fotografia. Reportage, immagini, incontri, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ha celebrato la sua intera carriera, esponendo oltre 250 immagini.
Un’eredità visiva
La sua produzione editoriale è immensa: oltre 250 volumi fotografici. Tra i più noti: Morire di classe, Il Mondo, Dentro il lavoro, Un paese vent’anni dopo (con Cesare Zavattini), In treno attraverso l’Italia (con Ferdinando Scianna e Roberto Koch), Venise des saisons, Il racconto del riso, vincitore del Premio Marco Bastianelli nel 2014. Ha fotografato Giorgio Morandi nel suo studio di via Fondazza, ha raccontato la Sardegna nuragica, ha dedicato libri a Mimmo Paladino e a Hugo Pratt, ha perfino prestato le sue immagini a un progetto di t-shirt artistiche con It@rt.
Riconoscimenti
Numerosi i premi e i riconoscimenti ricevuti: dall’Oskar Barnack Award ad Arles (1994) per il reportage sui rom in Italia, al Lucie Award alla carriera (2008), fino alla laurea honoris causa in Storia e critica dell’arte conferitagli dall’Università degli Studi di Milano nel 2009. È stato membro dell’agenzia Contrasto e dello storico circolo fotografico veneziano “La Gondola”.
L’ultimo scatto
Gianni Berengo Gardin si è spento il 6 agosto 2025 a Genova, all’età di 94 anni. Fino all’ultimo ha mantenuto intatto quello sguardo che, più di ogni teoria estetica, ha saputo raccontare la bellezza dell’ordinario e la complessità del reale. Un testimone prezioso, un archivio umano di immagini e di memoria. In un’epoca in cui l’immagine tende a dissolversi nel consumo immediato, il suo lavoro resta come una lezione permanente di profondità, coerenza e umanità.
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