
Nel panorama del design del XX secolo, la sedia Wassily resta il simbolo più rappresentativo dell’opera di Marcel Breuer, architetto e designer di origine ungherese, tra le figure chiave della scuola del Bauhaus. Progettata nel 1925, questa seduta rivoluzionaria incarna l’ideale di un arredo moderno, funzionale e bello, pensato per una produzione industriale che sapesse unire estetica e accessibilità.
Originariamente concepita per arredare l’appartamento del pittore Vasilij Kandinskij, allora docente al Bauhaus, la Wassily si distacca con decisione dalle tecniche tradizionali – legno, molle e crine di cavallo – sostituendole con acciaio tubolare e cinghie in pelle Eisengard. Il risultato è una struttura leggera e avvolgente, capace di sostenere il corpo come una poltrona club, ma con una presenza quasi “sospesa” nello spazio.
Secondo alcune testimonianze, Breuer trasse ispirazione dal telaio della sua nuova bicicletta, riconoscendo nel metallo curvato una possibilità espressiva e costruttiva del tutto nuova. La sua intuizione aprì la strada a un linguaggio formale che avrebbe influenzato designer e architetti in tutta Europa.
Il Bauhaus: un laboratorio di modernità
Per comprendere la portata innovativa della Wassily, occorre collocarla nel contesto del Bauhaus, la scuola d’arte, architettura e design fondata da Walter Gropius a Weimar nel 1919. Nato all’indomani della Prima Guerra Mondiale, il Bauhaus incarnava un ideale di ricostruzione culturale e sociale: l’arte e l’artigianato dovevano fondersi con l’industria per dare vita a oggetti funzionali, belli e accessibili a tutti.
L’obiettivo era superare la separazione tra le arti “maggiori” e “minori”, tra progettazione e produzione, in favore di un design totale. Le officine del Bauhaus erano veri laboratori sperimentali: vi si lavorava a tessuti, ceramiche, vetri, tipografia, arredi e architettura, con un approccio interdisciplinare che coinvolgeva figure come Paul Klee, Wassily Kandinskij, László Moholy-Nagy e Josef Albers.
Dal 1925, con il trasferimento a Dessau, la scuola rafforzò il legame con l’industria, collaborando con aziende per produrre arredi e oggetti in serie. In un’Europa segnata da inflazione, disoccupazione e rapidi mutamenti sociali, il Bauhaus vedeva nell’oggetto industriale non solo un bene economico, ma anche un veicolo di riforma sociale: un design razionale avrebbe potuto contribuire a migliorare la qualità della vita di tutti.
Una sedia che traduce un’utopia in oggetto
La Sedia Wassily si inserisce pienamente in questo programma: leggera, igienica, facilmente producibile in serie, rappresentava l’idea che il moderno non dovesse essere un lusso, ma una condizione comune. L’acciaio tubolare, all’epoca una novità per l’arredo, consentiva di ottenere forme snelle e resistenti, e al contempo ridurre i costi di produzione.
Il successo della Wassily non si fermò agli anni Venti. Dopo la fuga di Breuer dalla Germania nazista e il suo approdo negli Stati Uniti, l’arredo conobbe una nuova stagione. Nel dopoguerra, in un clima di rinascita economica e di fiducia nell’industria, l’italiana Gavina la rimise in produzione (1962) e, dal 1968, Knoll la incluse nella propria collezione di “classici”. La sua presenza negli uffici direzionali, pur contribuendo al prestigio dell’oggetto, finì però per allontanarla in parte dalla vocazione originaria di arredo democratico.
Un’eredità che supera le mode
Oggi la Wassily continua a essere prodotta, subendo solo minime variazioni estetiche. Spesso viene erroneamente associata al movimento high-tech degli anni Settanta, ma la sua vera radice affonda nell’utopia sociale del Bauhaus. È il frutto di un’epoca in cui l’arte voleva uscire dai musei e abitare le case, in cui un oggetto di uso quotidiano poteva essere anche un manifesto culturale.
A quasi un secolo dalla sua ideazione, la Wassily resta una delle sedie più riconoscibili e studiate del Novecento: non solo un capolavoro di design, ma la traduzione in forma concreta di un sogno di modernità condivisa.
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