Glow up e glow down: ascesa e caduta nell’era digitale

Dai teen-movie di Hollywood alle dinamiche spietate dei social network, il mito della trasformazione ha assunto nuove forme. Oggi il “glow up” e il suo contrario, il “glow down”, raccontano non solo cambiamenti estetici, ma veri e propri riti di ascesa e caduta nell’immaginario collettivo, dove il consenso del pubblico è rapido quanto la sua condanna.


In rete la gloria è rapida, ma lo è altrettanto la disfatta. I social hanno trasformato la dinamica antica del successo in un meccanismo accelerato: un giorno si diventa icone, quello dopo si precipita nell’oblio o nella derisione. Il termine “glow up” è ormai familiare: indica la trasformazione estetica e sociale di chi passa da una condizione anonima o svantaggiata a una nuova immagine di bellezza e prestigio. È lo schema narrativo di tanti film adolescenziali americani, come Pretty Princess (2001), in cui Anne Hathaway interpreta una liceale impacciata che scopre di essere erede al trono e si trasforma in figura ammirata e desiderata. Questo “prima e dopo” è diventato un genere narrativo a sé, centrale nell’immaginario digitale: dai tutorial di make-up alle cure di bellezza, fino agli interventi di chirurgia estetica.

Ma accanto all’ascesa c’è sempre il rischio della caduta: il “glow down”. È la parabola discendente delle celebrità, quando l’immagine si incrina e il pubblico, che aveva esaltato la metamorfosi, si compiace ora della disfatta. Il caso di Lindsay Lohan è emblematico: da star dei teen-movie anni Duemila a simbolo delle derive dello showbiz, segnata da scandali, dipendenze e apparizioni grottesche. Eppure, il suo recente ritorno sugli schermi, supportato da ritocchi estetici e da un rilancio professionale, racconta anche la possibilità di risalita: il glow up che segue un glow down.

Il fascino narrativo del tracollo non è nuovo: dalla caduta degli eroi tragici fino ai gossip di Hollywood, lo spettatore trova nella rovina altrui una forma di Schadenfreude. Internet, tuttavia, ha moltiplicato e accelerato il fenomeno. Oggi non sono più soltanto i media tradizionali a decretare successi e fallimenti: è il pubblico stesso, con like, meme e commenti, a determinare l’oscillazione tra idolatria e rifiuto.

Il “sentiment”, cioè il flusso mutevole dell’opinione online, non conosce mezze misure: l’utente contemporaneo, allo stesso tempo consumatore e giudice, non solo “sente” ma “sa”. E con un semplice scroll può decidere la sorte di una celebrità.

In questo senso il glow up e il glow down non sono più solo racconti estetici, ma diventano categorie morali della cultura digitale. Sono la prova che nell’epoca della visibilità continua la fama è fragile, reversibile e dipende dal consenso effimero della rete. E, come da sempre accade, più in alto è il piedistallo, più spettacolare sarà la caduta.


Ascesa e caduta prima dell’era digitale

Il fascino della parabola discendente non nasce con i social. Da sempre la cultura ha raccontato la gloria e il tracollo come due facce inseparabili.

  • Eroi dell’antichità: dalla tragedia greca di Sofocle ed Euripide fino a Giulio Cesare, la grandezza era spesso seguita da una rovina esemplare, narrata per ammonire e intrattenere.
  • Figure letterarie: nel Rinascimento, il Doctor Faustus di Marlowe o il Don Giovanni di Molière incarnano il desiderio di potere e piacere che sfocia inevitabilmente nella distruzione.
  • Divismo del Novecento: Hollywood ha costruito miti e li ha bruciati con la stessa velocità. Basti pensare a Marylin Monroe, simbolo di bellezza e fragilità, o a Judy Garland, che da prodigio infantile con Il mago di Oz conobbe una lunga spirale di crisi personali.
  • Sport e politica: le carriere di campioni sportivi o di leader carismatici hanno spesso seguito lo stesso copione: successo, eccessi, scandalo e infine declino.

Queste storie, ieri come oggi, mostrano quanto la gloria sia effimera e quanto lo sguardo collettivo tenda a esaltare la caduta tanto quanto l’ascesa.


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