
Con Fata Morgana, la Fondazione Trussardi trasforma Palazzo Morando in un labirinto dell’invisibile: un viaggio tra arte, spiritismo, femminismo e tecnologia. Massimiliano Gioni costruisce una mostra corale e ipnotica che riflette sul modo in cui l’arte ha sempre cercato di rappresentare ciò che sfugge alla ragione.
C’è qualcosa di sospeso e insieme di necessario in Fata Morgana: memorie dell’invisibile, la grande mostra della Fondazione Nicola Trussardi aperta fino al 30 novembre a Palazzo Morando, nel cuore di Milano. Curata da Massimiliano Gioni con Daniel Birnbaum e Marta Papini, l’esposizione riunisce oltre duecento opere di settantotto autori — artisti, medium, visionari, pazienti psichiatrici — per raccontare come l’arte, dal Novecento a oggi, abbia tentato di dare forma all’ultraterreno, al sogno, all’ambiguità del reale.
Non è la prima volta che Gioni affronta una dimensione tanto ampia. Dopo La Grande Madre (2015) e La Terra Inquieta (2017), Fata Morgana conferma la sua vocazione a costruire mostre-enciclopedie, fitte di opere e idee, che interrogano i rapporti tra immaginazione, memoria e potere. Il titolo deriva da una poesia surrealista di André Breton, ma anche dal miraggio ottico che confonde cielo e mare: un nome che allude alla capacità dell’arte di deformare la percezione e di moltiplicare le visioni.
L’allestimento è site specific, e il luogo non poteva essere più adatto. Palazzo Morando, residenza tra Sette e Ottocento della contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini, custodisce ancora le tracce di una stagione in cui l’aristocrazia milanese coltivava passioni per lo spiritismo e i salotti esoterici. Quelle stesse suggestioni riaffiorano ora nei corridoi del palazzo, dove l’antico e il contemporaneo si intrecciano in un racconto denso di memorie invisibili.
In questa trama di rimandi si muovono artisti storici e voci contemporanee, accomunati dal desiderio di indagare ciò che sfugge alla visione razionale. Si passa dall’astrazione spirituale di Hilma af Klint, pioniera riscoperta solo di recente, ai disegni medianici di Jeanne Wintsch, dalle ricerche di artisti outsider a opere di intelligenza artificiale che riflettono sul rapporto tra uomo e macchina. Gioni non impone un ordine, ma un percorso di risonanze: l’occulto come metafora della comunicazione, il medium come figura del nostro presente iperconnesso.
Per la Fondazione Trussardi — che da sempre si definisce un “museo nomade”, senza sede fissa e capace di reinventarsi in spazi diversi — Fata Morgana rappresenta un punto di svolta. La mostra, infatti, si radica nella memoria del luogo e al tempo stesso ne scardina i confini, trasformandolo in una camera delle visioni. Non si tratta solo di un’esposizione d’arte, ma di un’esperienza che interroga il rapporto tra immagine, fede e conoscenza, dalla scrittura automatica al deepfake.
Gioni lega l’interesse per lo spiritismo e la figura del medium alle trasformazioni tecnologiche di ogni epoca. Le fotografie delle sedute di inizio Novecento, osserva, suscitavano lo stesso turbamento che oggi accompagna l’intelligenza artificiale: entrambe cercavano di dare corpo a ciò che non si vede, di rendere tangibile l’invisibile. L’AI, nella mostra, non è demonizzata ma osservata come nuovo strumento di evocazione, con la stessa ambiguità che animava i salotti esoterici della contessa Morando.
Il discorso si fa più complesso se si considera il ruolo della donna. Fata Morgana attraversa la storia del femminile nell’arte — dalle medium ottocentesche alle artiste che hanno ribaltato i cliché della rappresentazione — e restituisce a molte di loro un protagonismo a lungo negato. È anche una riflessione sull’astrazione come linguaggio liberatorio, un modo per sottrarsi alla visione maschile del corpo e aprire l’immaginazione a un altrove spirituale.
L’ombra lunga di Duchamp, evocata in diverse opere, offre un altro filo conduttore: l’idea che l’artista sia un “essere medianico”, un tramite tra il visibile e l’invisibile, tra la logica e il caos. Nei riferimenti al Grande Vetro o ai disegni meccanici di James Tilly Matthews, Gioni riconosce la stessa tensione che attraversa la modernità: l’amore e l’odio per la tecnologia, il desiderio di comprendere ciò che la macchina promette e insieme sottrae.
Anche la teoria estetica affiora tra le sale. Theodor Adorno vedeva nell’occultismo l’altra faccia dei momenti autoritari, un rifugio nell’irrazionale quando la società si fa rigida e dogmatica. Gioni accoglie questa ambiguità senza moralismi, mostrando come credenze eccentriche o “bislacche” abbiano spesso spalancato spazi di libertà — soprattutto per le donne e per chi era escluso dai circuiti ufficiali dell’arte — aprendo la strada a nuovi linguaggi e nuove forme di emancipazione.
Il percorso di Fata Morgana è denso, labirintico, a tratti vertiginoso, e richiede tempo e attenzione. È una mostra gratuita ma monumentale, che unisce il rigore di una ricerca curatoriale alla seduzione di un racconto visivo. In fondo, ciò che interessa davvero a Gioni non è l’occultismo in sé, ma la sua capacità di rivelare come l’arte continui a interrogare i propri strumenti: i medium, i media, le immagini che ci attraversano e ci definiscono.
Oggi, in un’epoca assediata da immagini esteriori, Fata Morgana ci invita a riscoprire quelle interiori, a rallentare lo sguardo, a tornare a credere — o almeno a dubitare — che dietro ogni visione si nasconda un’altra forma di conoscenza. È un gesto raro, e profondamente politico, che restituisce all’arte la sua dimensione più autentica: quella di una lingua che sa ancora parlare al mistero.
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