La patrimoniale torna al centro del dibattito europeo

In Italia come in Francia, la proposta di tassare i grandi patrimoni riapre un vecchio nodo politico e morale: chi deve sostenere il peso della spesa pubblica? Tra ideologia, equità e pragmatismo economico, il dibattito si riaccende in un’Europa che teme la stagnazione e la disuguaglianza.


La parola “patrimoniale” è da decenni una miccia accesa nella politica italiana. Ogni volta che viene pronunciata, si accendono le stesse reazioni: la sinistra la propone come misura di giustizia sociale, la destra la respinge come un attentato alla proprietà privata. L’ultimo a rimetterla in circolazione è stato Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, che ha chiesto l’introduzione di un “contributo di solidarietà” dell’1,3 per cento sui patrimoni netti superiori a due milioni di euro.
Una proposta che, nei numeri, riguarderebbe circa l’1 per cento degli italiani e genererebbe 26 miliardi di euro all’anno da destinare alla sanità, alle politiche abitative e alla non autosufficienza. Nei toni, però, ha risvegliato un fantasma antico.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha replicato in modo netto: “Con la destra al governo, nessuna tassa patrimoniale”. Il messaggio è politico, ma anche identitario. La patrimoniale divide perché tocca il cuore di due visioni opposte dello Stato: da un lato quello redistributivo, che chiede a chi ha di più di contribuire di più; dall’altro quello liberale, che difende la ricchezza privata come motore dell’iniziativa economica e del risparmio.

Un’imposta che misura la disuguaglianza

A differenza dell’imposta sul reddito, la patrimoniale colpisce non quanto si guadagna, ma quanto si possiede. Case, terreni, azioni, obbligazioni, conti correnti, fondi, perfino auto di lusso o yacht possono rientrare nella base imponibile. In Italia una forma di patrimoniale esiste già: l’IMU sulle seconde case e sulle abitazioni di pregio, o l’imposta di bollo dello 0,2% sui conti deposito. Ma la proposta della CGIL andrebbe molto oltre, introducendo una tassa strutturale sui grandi patrimoni netti.

L’idea non è nuova. Nel 1992 il governo di Giuliano Amato introdusse un prelievo forzoso del sei per mille sui conti correnti bancari per salvare la lira e scongiurare la bancarotta dello Stato. Da allora, il termine “patrimoniale” evoca nella memoria collettiva una manovra d’emergenza, non una scelta di equità fiscale.
Eppure la questione resta aperta: in un Paese dove, secondo i dati della Banca d’Italia, il 10 per cento più ricco della popolazione detiene quasi la metà della ricchezza nazionale, la tassazione del patrimonio è tornata un tema non solo economico, ma morale.

Cottarelli: “Non è il momento, non è la via”

Tra le voci critiche, l’economista Carlo Cottarelli ha definito la proposta “almeno in parte ingiusta”. Tassare la ricchezza, spiega, significa colpire risparmi già costruiti con redditi su cui si è già pagato il dovuto. Meglio, secondo lui, intervenire con imposte progressive sui redditi più alti, lasciando intatta la sfera patrimoniale.
“Nulla può essere escluso in situazioni di estrema emergenza”, ha scritto sul Corriere della Sera, “ma l’Italia non è in crisi profonda. Se proprio si volesse intervenire, avrebbe più senso alzare le aliquote sui redditi più alti”.

Una linea che rappresenta la posizione prevalente del centro economico e di gran parte dell’elettorato moderato, per cui la patrimoniale resta un segnale di sfiducia verso chi risparmia e investe.

L’Europa e il laboratorio francese

Il dibattito non è solo italiano. In Europa, la patrimoniale è già realtà in Paesi come la Norvegia, la Spagna, la Svizzera e i Paesi Bassi, con modalità differenti. In Norvegia si applica un prelievo dell’1,1% sui patrimoni superiori a 150 mila euro; in Spagna è progressiva, dall’1,7% al 3,5% per patrimoni oltre i 10 milioni di euro.
La Francia, che nel 2017 aveva abolito la sua storica Impôt de solidarité sur la fortune, è oggi teatro di un nuovo confronto. L’economista Gabriel Zucman ha proposto una tassa del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro: una misura simbolica, ma potente, divenuta bandiera dei partiti di sinistra e di un’opinione pubblica che teme il ritorno all’austerità.
La cosiddetta “tassa Zucman”, respinta a fine ottobre dall’Assemblea nazionale, resta un segnale politico forte: la ricchezza, oggi più che mai, è percepita come un tema di responsabilità collettiva.

La paura della patrimoniale

In Italia, parlare di patrimoniale significa evocare la paura. Paura che lo Stato “metta le mani nelle tasche dei cittadini”, ma anche paura di scoprire quanto profonda sia la distanza tra ricchi e poveri. Negli ultimi anni, la crisi sanitaria, l’inflazione e l’aumento del debito pubblico hanno riaperto la domanda su chi debba sostenere il costo del welfare.
Eppure la patrimoniale non è solo una questione di numeri: è una narrazione culturale, che riguarda il senso di appartenenza a una comunità. Per alcuni è un segno di giustizia, per altri una punizione per il merito o la fortuna.

Come sempre, la verità si muove tra le due visioni. Tassare la ricchezza può essere un modo per redistribuire risorse e ridurre le disuguaglianze, ma può anche indebolire la fiducia dei risparmiatori e spingere i capitali verso altri paesi.

Una questione di fiducia

In fondo, ogni discussione sulla patrimoniale è una discussione sulla fiducia nello Stato. Gli italiani risparmiatori – come mostrano i dati OCSE – sono tra i più prudenti d’Europa: tengono denaro liquido, comprano case, diffidano della Borsa. È un atteggiamento nato dalle crisi del passato e radicato nella memoria di un Paese che ha conosciuto inflazione, svalutazioni e prelievi forzosi.
Per questo ogni proposta di patrimoniale non può prescindere da una riforma più ampia, capace di ricostruire la fiducia nel fisco e nell’uso pubblico delle risorse.

La domanda, alla fine, resta la stessa: fino a che punto la ricchezza privata può restare intoccabile in una società che si dice solidale?
La patrimoniale, oggi come ieri, non è solo una tassa: è un termometro morale del tempo in cui viviamo.


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