
Un lutto privato che diventa materia universale. Hamnet, il nuovo film di Chloé Zhao, porta sullo schermo il romanzo di Maggie O’Farrell e trasforma la storia del figlio di Shakespeare in un’esperienza visiva e sensoriale che lascia il segno.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Quando il Seicento smette di essere polvere
Chi entra in sala aspettandosi l’ennesimo dramma in costume rischia di restare spiazzato. Non c’è teatralità enfatica, non c’è ricostruzione calligrafica, non c’è la patina da affresco museale. Chloé Zhao lavora per sottrazione. Sposta l’asse della narrazione dal mito letterario al respiro umano, dall’icona Shakespeare alla fragilità di una famiglia.
Il film prende le mosse dal bestseller di Maggie O’Farrell, che ha riportato al centro della scena la figura quasi dimenticata di Hamnet, il figlio di William Shakespeare morto a undici anni nel 1596. Una biografia in controluce, un’assenza più che una presenza. Zhao non cerca la fedeltà illustrativa al romanzo: ne conserva l’intimità, la tensione sotterranea, l’idea che il dolore sia un organismo vivo che cambia forma. Il risultato è un film che non racconta soltanto una perdita, ma la costruzione di una memoria.
Una regia che ascolta il silenzio
La forza di Hamnet è nella sua regia. Zhao, già capace di trasformare il paesaggio in stato d’animo nei suoi lavori precedenti, qui compie un passo ulteriore: la natura non è sfondo, è personaggio. La fotografia – naturalistica fino all’ossessione – si muove tra luce lattiginosa e ombre profonde, tra interni poveri e campi aperti battuti dal vento. La macchina da presa non invade, osserva. Si avvicina ai volti come per chiedere il permesso. Non c’è compiacimento estetico, ma un’attenzione quasi fisica alla materia: il legno delle travi, il tessuto grezzo degli abiti, il fango, la pelle, il fiato nell’aria fredda.
Il Seicento inglese non è ricostruito come tableau storico. È sporco, vivo, concreto. Si sente l’umidità. Si percepisce il peso del silenzio dopo una notizia che non si vuole pronunciare. Zhao evita la retorica del grande autore. Shakespeare resta in secondo piano, quasi defilato. L’epicentro emotivo è Agnes – la madre – e il suo modo di abitare l’assenza. La regista costruisce un film che non grida mai. E proprio per questo colpisce con forza.
Il dolore come spazio condiviso
Il cuore di Hamnet non è la morte, ma ciò che viene dopo. La disgregazione lenta, le incomprensioni, la distanza che si insinua tra chi soffre in modo diverso. Zhao lavora sui dettagli minimi: uno sguardo evitato, un gesto interrotto, un oggetto che resta sul tavolo. Il film interroga una domanda implicita: come si trasforma un lutto in creazione? Non c’è risposta esplicita, ma un’eco.
Il nome di Hamnet, così simile a quello di Hamlet, aleggia come un filo sottile. Non c’è didascalia, non c’è spiegazione scolastica. Lo spettatore è invitato a costruire il ponte. È qui che il film diventa universale. Non è un racconto su Shakespeare. È un racconto su ciò che accade quando la vita privata entra in collisione con la storia, con l’arte, con la necessità di dare forma all’indicibile.
Un’esperienza visiva ipnotica
Si è parlato molto della fotografia – e a ragione. Hamnet è un film che si guarda con gli occhi e con il corpo. Le inquadrature lunghe, la luce naturale, la scelta di colori terrosi e desaturati costruiscono un’atmosfera quasi ipnotica. Non c’è colonna sonora invadente. Il suono è fatto di vento, di passi, di fruscii. Questa sottrazione crea uno spazio mentale in cui lo spettatore è costretto a restare. Non può distrarsi. Deve attraversare il tempo lento della narrazione.
La scelta di non accelerare, di non “modernizzare” il ritmo per compiacere il pubblico contemporaneo, è un atto di coraggio. Zhao si fida della forza delle immagini. E lo spettatore, se accetta la proposta, ne esce trasformato.
Perché vederlo
Perché è viscerale senza essere melodrammatico. Perché emoziona senza manipolare. Perché restituisce al cinema storico una dignità contemporanea. Hamnet dimostra che il film in costume non è un genere stanco, ma un territorio ancora fertile, se attraversato con uno sguardo autentico. Non è un’opera per chi cerca intrattenimento leggero. È un’esperienza da attraversare. E, soprattutto, è un film che parla della creazione artistica senza mai pronunciare la parola “genio”. Ci ricorda che dietro ogni opera immortale c’è una vita fragile, esposta, vulnerabile.
Note essenziali
Regia: Chloé Zhao
Tratto dal romanzo Hamnet di Maggie O’Farrell
Uscita italiana: febbraio 2026
Genere: dramma storico
Temi centrali: lutto, memoria, creazione artistica, famiglia
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