Scrivere al mattino è una disciplina, quasi un rituale di sopravvivenza

Nel memoir narrativo dello scrittore e fotografo francese, la scrittura diventa un gesto quotidiano di resistenza, disciplina e ricerca di senso

Con uno stile essenziale e autobiografico, “La mattina scrivo” racconta la crisi di un uomo che abbandona una carriera affermata nella fotografia per inseguire una nuova identità letteraria. Un libro sul lavoro creativo, sulla precarietà e sulla necessità di reinventarsi.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

La mattina scrivo dello scrittore e fotografo francese Franck Courtès racconta una condizione esistenziale. Pubblicato in Italia da Playground Editore, il libro si muove sul confine tra memoir, confessione personale e riflessione sul lavoro creativo, offrendo un ritratto lucidissimo della fragilità contemporanea di chi sceglie di vivere attraverso l’arte.

Courtès non arriva alla scrittura da outsider. Per oltre vent’anni è stato uno dei fotografi più richiesti della scena francese, collaborando con importanti riviste internazionali e lavorando nel mondo della moda e della pubblicità. Una carriera prestigiosa, apparentemente stabile, che l’autore decide però di abbandonare nel momento di massimo riconoscimento professionale. La ragione è semplice e insieme radicale: non riesce più a trovare senso nel lavoro che svolge. È da questa frattura che nasce il libro.

Il titolo, La mattina scrivo, contiene già tutta la struttura narrativa dell’opera. Scrivere al mattino diventa infatti una disciplina quotidiana, quasi un rituale di sopravvivenza. Non c’è romanticismo nella rappresentazione dello scrittore. Courtès smonta con precisione l’immagine idealizzata dell’artista ispirato e restituisce invece la realtà concreta di chi affronta giornate scandite da dubbi, precarietà economica, senso di fallimento e isolamento. Il tono resta asciutto, spesso ironico, lontano dall’autocommiserazione. Ed è proprio questa lucidità a rendere il libro particolarmente efficace.

L’autore racconta il passaggio dalla sicurezza materiale del mondo della fotografia all’incertezza quasi assoluta della scrittura letteraria. Cambiano i ritmi, cambia il rapporto con il tempo, cambia soprattutto la percezione sociale di sé. Nel libro emerge con forza una domanda che attraversa gran parte della cultura contemporanea: cosa accade quando il lavoro smette di coincidere con l’identità che ci siamo costruiti? Courtès affronta il tema senza trasformarlo in saggio teorico, ma attraverso episodi minimi, osservazioni quotidiane e momenti di vulnerabilità personale.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui descrive il rapporto tra creazione artistica e mercato culturale. Courtès conosce perfettamente i meccanismi dell’industria creativa e ne evidenzia le contraddizioni: il bisogno costante di visibilità, la competizione permanente, la pressione economica che accompagna ogni scelta artistica. Eppure il libro non assume mai un tono polemico. Piuttosto, costruisce una riflessione sul prezzo invisibile della libertà creativa.

Dal punto di vista stilistico, La mattina scrivo si inserisce in quella tradizione francese di autofiction che negli ultimi anni ha trovato ampia diffusione internazionale. Tuttavia Courtès evita gli eccessi narcisistici che spesso caratterizzano il genere. La sua scrittura rimane controllata, essenziale, quasi fotografica. Ogni scena sembra costruita attraverso sottrazione, con una precisione visiva che probabilmente deriva proprio dalla sua formazione professionale dietro l’obiettivo.

Il libro ha ottenuto un’attenzione significativa in Francia anche perché intercetta una sensibilità molto contemporanea: il desiderio di abbandonare modelli di successo percepiti come svuotati di significato. Non è un caso che molti lettori abbiano letto il testo come una riflessione sulla crisi del lavoro creativo nel XXI secolo, ma anche sulla difficoltà più generale di ridefinire la propria esistenza dopo una cesura personale o professionale.

Alla fine, La mattina scrivo non offre formule consolatorie né trasformazioni spettacolari. Courtès racconta invece la fatica concreta del ricominciare, il peso delle scelte e il carattere spesso ambiguo della libertà. Ed è probabilmente proprio qui che il libro trova la sua forza maggiore: nella capacità di parlare della creazione artistica non come privilegio romantico, ma come pratica quotidiana fragile, ostinata e profondamente umana.


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