“È l’ultima battuta?” tra comicità e macerie sentimentali

Will Arnett e Laura Dern guidano una commedia amara sul fallimento di una coppia, sospesa tra desiderio di rinascita e incapacità di lasciarsi davvero

“È l’ultima battuta?” In questo film Bradley Cooper abbandona ogni compiacimento spettacolare e costruisce un racconto sentimentale nervoso, vulnerabile e sorprendentemente autentico. Un film che usa la stand-up comedy per parlare di solitudine, famiglia e relazioni consumate dal tempo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

New York non appare mai davvero luminosa nel nuovo film diretto da Bradley Cooper. Le strade, gli appartamenti, i locali notturni e le stanze familiari sembrano immersi in una penombra continua, fotografata da Matthew Libatique con tonalità soffuse e domestiche. È dentro questo paesaggio emotivo che si muovono Alex Novak e sua moglie Tess, sposati da vent’anni e ormai arrivati al divorzio, senza però riuscire a separarsi davvero.

È l’ultima battuta? segue il loro equilibrio instabile con un tono che oscilla continuamente tra ironia e malinconia. Alex, interpretato da Will Arnett, scopre quasi per caso il mondo della stand-up comedy: una sera, pur di evitare il costo d’ingresso di un locale, decide di partecipare a un open mic del celebre Comedy Cellar e finisce per trovare sul palco una forma di sopravvivenza personale. Tess, interpretata da Laura Dern, riscopre invece il volley e riceve la proposta di diventare assistente allenatrice della nazionale femminile statunitense in vista delle Olimpiadi del 2028. Due traiettorie parallele che sembrano allontanarsi ma continuano a toccarsi di continuo.

Cooper costruisce il film attorno a questo movimento contraddittorio: la necessità di cambiare vita e, allo stesso tempo, l’impossibilità di recidere completamente il passato. L’eco emotiva è quella del miglior cinema sentimentale americano degli anni Settanta, con riferimenti che richiamano John Cassavetes e Kramer contro Kramer, ma senza nostalgia cinefila esibita. Qui tutto appare vissuto, sporco, vulnerabile.

La stand-up comedy diventa il cuore nascosto del racconto. Le esibizioni di Alex non cercano la battuta perfetta: sono confessioni nervose, spesso crudeli, attraversate da una disperazione che ricorda la comicità autodistruttiva di Lenny Bruce. Cooper filma il palco come uno spazio di smascheramento emotivo. Le esitazioni iniziali, il silenzio del pubblico, poi le prime risate e infine quella sicurezza fragile che nasce soltanto quando qualcuno decide di esporsi davvero davanti agli altri.

Dopo A Star Is Born e Maestro, il regista continua a interrogarsi sul rapporto tra performance e identità. Se il film dedicato a Leonard Bernstein osservava il prezzo umano del genio artistico, È l’ultima battuta? restringe il campo e lavora sulle ferite quotidiane di una coppia comune. Il risultato è probabilmente il lavoro più controllato e personale della sua carriera da regista.

Una delle immagini più forti del film è una fotografia di Tess durante una partita di volley, colta di spalle mentre schiaccia. Alex continua a vedere sua moglie attraverso quell’immagine congelata nel tempo, mentre lei non si riconosce più in quella versione di sé. In questo scarto percettivo Cooper sintetizza il tema centrale del film: le relazioni finiscono anche perché le persone cambiano in modo diverso e con velocità diverse.

Il progetto prende spunto liberamente dalla vita del comico britannico John Bishop, coinvolto anche nel soggetto insieme a Will Arnett e Mark Chappell. Cooper, però, trasforma il materiale autobiografico in qualcosa di più universale, lavorando sulle crepe emotive piuttosto che sulla ricostruzione biografica.

Determinante anche la colonna sonora. Under Pressure dei Queen attraversa il film come un motivo carsico, fino a esplodere nel finale con una forza quasi liberatoria. Non come semplice accompagnamento musicale, ma come sintesi emotiva di tutto ciò che Alex e Tess non riescono a dirsi apertamente.

Presentato come una commedia, È l’ultima battuta? è in realtà un film sulle cicatrici che restano dopo l’amore. Bradley Cooper evita sentimentalismi e catarsi facili, preferendo sostare nell’incertezza, nei silenzi, nei piccoli gesti quotidiani. È lì che il film trova la sua verità più intensa: nella consapevolezza che certe relazioni, anche quando finiscono, continuano a occupare uno spazio permanente dentro chi le ha vissute.


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