
Nel 1957 il grande architetto danese disegnò un servizio di posate destinato a cambiare il linguaggio della tavola moderna. Ancora oggi rappresenta uno dei manifesti più compiuti del design scandinavo del Novecento.
Linee essenziali, acciaio satinato e una forma che sembrava provenire da un’altra epoca. Nate per il SAS Royal Hotel di Copenaghen, le posate di Arne Jacobsen hanno attraversato la storia del design fino a diventare un’icona internazionale, celebrata nei musei e nel cinema.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Nel 1957 Arne Jacobsen ricevette un incarico che gli avrebbe consentito di mettere in pratica una delle sue idee più ambiziose: progettare ogni singolo elemento del nuovo SAS Royal Hotel di Copenaghen. Non soltanto l’edificio, inaugurato nel 1960 e considerato il primo grattacielo moderno della Danimarca, ma anche gli arredi, le lampade, i tessuti, le maniglie, gli accessori e perfino le posate. Da questa visione totalizzante nacque uno degli oggetti più influenti del design del XX secolo: il servizio di posate oggi prodotto da Georg Jensen e considerato un autentico classico della cultura progettuale scandinava.
Jacobsen, nato a Copenaghen nel 1902, è una delle figure centrali del modernismo nordico. Le sue celebri sedute Egg Chair e Swan Chair, progettate anch’esse per il SAS Royal Hotel, sono entrate nell’immaginario collettivo come simboli dell’eleganza organica danese. Le posate create per lo stesso edificio rappresentano però un capitolo meno appariscente e forse ancora più radicale della sua ricerca.
L’idea era semplice solo in apparenza: eliminare qualsiasi decorazione superflua e lasciare che la forma derivasse esclusivamente dalla funzione. Il risultato fu un insieme di oggetti dalla silhouette fluida, quasi scultorea. I manici si allargano progressivamente verso l’estremità, ricordando una goccia d’acqua o una foglia modellata dal vento. Non esiste una netta separazione tra impugnatura e parte funzionale: forchetta, coltello e cucchiaio sembrano ricavati da un unico flusso continuo di metallo.
La scelta dell’acciaio inossidabile satinato contribuì ulteriormente a rafforzare l’impressione di modernità. Negli anni Cinquanta molte tavole prestigiose continuavano a privilegiare l’argento, simbolo di tradizione e status sociale. Jacobsen scelse invece un materiale industriale, resistente e pratico, perfettamente coerente con la fiducia nel progresso che caratterizzava il design scandinavo del dopoguerra.
L’accoglienza iniziale non fu però entusiastica. Alcuni osservatori giudicarono la forchetta troppo insolita. I rebbi corti e la forma compatta apparivano poco adatti a determinati alimenti e suscitarono non poche perplessità tra gli ospiti dell’albergo. Jacobsen non arretrò di un passo. Per lui la purezza formale non doveva essere compromessa da concessioni estetiche o commerciali. Col passare degli anni proprio quelle caratteristiche divennero il segno distintivo del progetto.
La consacrazione definitiva arrivò in modo inatteso nel 1968. Stanley Kubrick, impegnato nella realizzazione di 2001: Odissea nello spazio, cercava oggetti che potessero rappresentare credibilmente la quotidianità del futuro. Scelse proprio le posate di Jacobsen per le scene ambientate a bordo dell’astronave Discovery One. Il loro aspetto essenziale e quasi extraterrestre sembrava incarnare perfettamente l’idea di una civiltà tecnologicamente avanzata. Ancora oggi molti appassionati di cinema le identificano immediatamente con l’universo immaginato dal regista americano.
Il successo culturale fu accompagnato da un crescente riconoscimento istituzionale. Il servizio entrò nelle collezioni permanenti di importanti musei internazionali, tra cui il MoMA di New York, diventando un esempio emblematico di design industriale del Novecento. La produzione, inizialmente affidata alla storica manifattura danese A. Michelsen, passò successivamente alla casa Georg Jensen, che continua ancora oggi a realizzarlo mantenendo la finitura satinata originale.
Osservare queste posate oggi significa comprendere uno degli aspetti più affascinanti del grande design: la capacità di sottrarsi al tempo. A quasi settant’anni dalla loro nascita non sembrano appartenere al passato. Conservano la stessa freschezza che colpì Kubrick e la stessa tensione verso il futuro immaginata da Jacobsen. In un’epoca dominata da oggetti destinati a un rapido consumo, continuano a ricordare che la vera innovazione non consiste nell’inseguire la moda del momento, ma nel creare forme così essenziali da risultare contemporanee in ogni epoca.
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