La ricostruzione dell’atmosfera di quegli anni è meticolosa e irripetibile

Con Nouvelle Vague, il regista texano ricostruisce la nascita di Fino all’ultimo respiro e rende omaggio a una stagione che cambiò per sempre il linguaggio del cinema

Parigi, 1959. Jean-Luc Godard è ancora un critico e un cinefilo irrequieto che non ha girato il suo primo lungometraggio. Richard Linklater trasforma quel momento decisivo in un film elegante e appassionato, dedicato all’energia creativa della Nouvelle Vague e ai suoi protagonisti.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Parigi appare in fermento. I primi film di François Truffaut e Claude Chabrol stanno ricevendo consensi entusiastici e una nuova generazione di autori francesi ha già iniziato a incrinare le regole del cinema tradizionale. All’appello manca ancora Jean-Luc Godard. Nessuno può immaginare che il suo debutto dietro la macchina da presa sia ormai vicino e che proprio da quell’esordio nascerà uno dei film più influenti del Novecento, Fino all’ultimo respiro.

Da questo momento storico prende avvio Nouvelle Vague, il nuovo film di Richard Linklater, produzione francese del 2025 uscita nelle sale italiane il 5 marzo 2026. Il regista texano, noto soprattutto per opere come Before Sunrise, Boyhood e School of Rock, abbandona temporaneamente l’America contemporanea per immergersi nella Parigi di fine anni Cinquanta e raccontare la nascita di un movimento che avrebbe rivoluzionato il modo di concepire il cinema.

La Nouvelle Vague, sviluppatasi attorno ai giovani critici dei Cahiers du Cinéma, contestava il cosiddetto “cinéma de qualité” francese e proponeva un linguaggio nuovo, fatto di riprese in esterni, montaggi irregolari, improvvisazione e una forte impronta autoriale. Fino all’ultimo respiro, realizzato nel 1960 da Godard, ne sarebbe diventato il manifesto più celebre, influenzando generazioni di registi in tutto il mondo.

Linklater affronta questo materiale con sorprendente leggerezza e con un’autentica passione cinefila. Per la prima volta gira un film interamente in francese e si affida a un cast quasi completamente transalpino. Guillaume Marbeck interpreta un Jean-Luc Godard inquieto e visionario, mentre Zoey Deutch offre una convincente incarnazione di Jean Seberg, l’attrice americana che divenne il volto femminile di Fino all’ultimo respiro. Accanto a loro compaiono le figure di François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Agnès Varda, Robert Bresson, Jean-Pierre Melville e persino Roberto Rossellini, evocando un universo creativo irripetibile.

L’aspetto più riuscito dell’operazione è la ricostruzione dell’atmosfera. Linklater evita ogni tentazione agiografica e rinuncia a qualsiasi sperimentalismo imitativo. Non prova a fare un film “alla Godard”. Preferisce raccontare, con misura e ironia, l’ambiente umano e intellettuale in cui nacque una rivoluzione artistica. I grandi autori vengono mostrati mentre discutono, si confrontano, si invidiano e si sostengono reciprocamente. Godard e Truffaut emergono soprattutto come amici, prima ancora che come miti del cinema.

Anche la sceneggiatura lavora su un principio profondamente godardiano: il fascino del non detto e del non mostrato. Più volte ritorna l’idea che immaginare ciò che non si vede alimenti il mistero e il desiderio. Per questo Nouvelle Vague costruisce gran parte della sua forza narrativa sul fuoricampo, su ciò che potrebbe essere accaduto tra una ripresa e l’altra di Fino all’ultimo respiro, nelle pause, nelle conversazioni e nei piccoli gesti quotidiani.

Qualche inevitabile semplificazione è presente, soprattutto per consentire anche agli spettatori meno esperti di orientarsi tra nomi e riferimenti storici. Ma il compromesso appare funzionale a un obiettivo più ambizioso: rendere accessibile la storia di un movimento che, pur appartenendo a una precisa stagione culturale, continua ancora oggi a influenzare il cinema contemporaneo.

Il merito più grande di Richard Linklater sta forse proprio qui. Nouvelle Vague non pretende di spiegare teoricamente la rivoluzione godardiana né di mitizzarne i protagonisti. Si limita a osservare un gruppo di giovani cinefili che, quasi inconsapevolmente, si accingeva a cambiare per sempre la storia del cinema. E nel far apparire naturale un’impresa tanto complessa, il regista americano dimostra ancora una volta la qualità più rara dei grandi narratori: la capacità di trasformare la passione per il cinema in puro piacere del racconto.


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