I convitati di pietra: davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto?


Michele Mari trasforma una rimpatriata scolastica in una sfida contro il tempo, dove l’amicizia convive con l’invidia e la morte diventa l’ospite più fedele.

Una scommessa nata per gioco accompagna un’intera generazione dagli anni Settanta fino alla vecchiaia. Nel nuovo romanzo di Michele Mari, pubblicato da Einaudi, il passare degli anni assume la forma di una commedia nera, ironica e sorprendentemente umana.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il 22 luglio 1975, a un anno dall’esame di maturità, gli ex studenti della III A di un liceo milanese si ritrovano per una cena. È una di quelle serate destinate a scivolare nei ricordi, finché qualcuno propone un gioco destinato a cambiare per sempre il significato di ogni incontro successivo. Nasce così una riffa singolare: ciascuno versa una quota in un fondo comune che verrà assegnato solo quando resteranno in vita tre compagni. Da quel momento il trascorrere degli anni non sarà più soltanto una misura del tempo, ma il conto alla rovescia di una competizione silenziosa. È questa l’idea narrativa da cui prende forma I convitati di pietra, il nuovo romanzo di Michele Mari pubblicato da Einaudi.

Mari costruisce un meccanismo letterario di apparente semplicità, ma capace di svilupparsi per decenni. Le rituali cene del 22 luglio diventano il filo che attraversa l’esistenza dei protagonisti: ogni anno si aggiornano il montepremi, le biografie, le malattie, i successi, i fallimenti e, inevitabilmente, il numero dei posti vuoti attorno alla tavola. L’amicizia giovanile lascia spazio a rivalità, rancori mai del tutto sopiti, piccole vendette e inattese solidarietà, mentre la morte smette di essere un evento astratto per assumere la concretezza di una presenza costante.

Il titolo richiama volutamente il celebre “convitato di pietra” della tradizione di Don Giovanni, incarnazione del destino e dell’inevitabilità della fine. Nel romanzo, tuttavia, i convitati sono molti: sono gli assenti che continuano a occupare idealmente il proprio posto a tavola, ricordando ai superstiti che il vero protagonista della storia non è il denaro accumulato, ma il tempo che si restringe.

Lo stile di Michele Mari conserva le caratteristiche che hanno reso l’autore una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea. Nato a Milano nel 1955, docente di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Milano, Mari ha costruito negli anni un’opera inconfondibile, nella quale convivono cultura enciclopedica, gusto per il fantastico, ironia, autobiografia e una straordinaria precisione linguistica. Romanzi come Di bestia in bestia, Tu, sanguinosa infanzia, Tutto il ferro della Torre Eiffel e Leggenda privata gli hanno assicurato una posizione di assoluto rilievo nel panorama letterario italiano.

In I convitati di pietra questa ricchezza stilistica viene messa al servizio di una narrazione sorprendentemente agile. Il romanzo procede attraverso salti temporali, brevi episodi e rapide focalizzazioni sui diversi personaggi, mantenendo un ritmo costante che accompagna il lettore lungo oltre mezzo secolo di vite intrecciate. Sullo sfondo emerge una Milano riconoscibile nei suoi quartieri, nelle sue strade e nei suoi luoghi quotidiani, osservata con una precisione quasi topografica che restituisce alla città il ruolo di discreta protagonista.

L’umorismo è uno degli ingredienti più efficaci del libro. Mari affronta temi inevitabilmente drammatici – l’invecchiamento, la malattia, la perdita, la paura della morte – senza indulgere nel sentimentalismo. Al contrario, sceglie spesso il registro della commedia nera, lasciando che siano le ossessioni dei personaggi, le loro piccole miserie e il desiderio quasi infantile di sopravvivere agli altri a generare situazioni insieme divertenti e amare. È una satira delle relazioni umane che non rinuncia mai alla pietà.

La scommessa iniziale, apparentemente goliardica, diventa così un laboratorio narrativo sul comportamento umano. C’è chi vive l’attesa del premio come una fissazione, chi tenta di ignorarla, chi modifica inconsapevolmente il proprio modo di guardare gli altri. Il denaro conta sempre meno; a pesare davvero è la consapevolezza che ogni funerale avvicina i superstiti al traguardo, trasformando l’esistenza in una gara dalla quale nessuno può realmente uscire vincitore.

Con questo romanzo Michele Mari dimostra ancora una volta la propria capacità di trasformare un’intuizione narrativa originale in una riflessione ampia sul tempo, sull’identità e sulla fragilità delle relazioni. I convitati di pietra è una lettura che diverte per l’inventiva del suo congegno narrativo e, nello stesso tempo, lascia il lettore davanti a una domanda inevitabile: quanto delle nostre vite è davvero governato dalle scelte, e quanto invece dall’inesorabile calendario che accomuna tutti.


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