
Oliver Laxe porta nel deserto una ricerca disperata, trasformando un rave in un viaggio ai confini dell’esistenza
Un padre attraversa il Marocco sulle tracce della figlia scomparsa. Da questa premessa prende forma uno dei film più discussi del 2025: un’opera radicale che unisce road movie, dramma umano e riflessione sul destino, premiata al Festival di Cannes.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Un grande rave nel deserto marocchino, migliaia di persone, musica che sembra non avere fine. In mezzo alla folla si muovono Luis e il figlio Esteban, stringendo tra le mani la fotografia di Mar, la figlia e sorella di cui si sono perse le tracce mesi prima. Nessuno sembra conoscerla, ma un incontro fortuito li convince a proseguire verso un secondo raduno clandestino. È l’inizio di Sirat, il nuovo lungometraggio del regista franco-spagnolo Oliver Laxe, presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, dove ha conquistato il Premio della Giuria ex aequo, confermando il suo autore tra le figure più originali del cinema europeo contemporaneo.
Il titolo rimanda al ṣirāṭ, il ponte sottilissimo della tradizione islamica che, secondo l’escatologia, ogni anima deve attraversare dopo la morte per raggiungere il Paradiso o precipitare nell’Inferno. Laxe non traduce questo riferimento in un racconto religioso, ma ne fa la metafora di un percorso esistenziale. I protagonisti avanzano lungo piste polverose, attraversano territori remoti e affrontano prove sempre più estreme, mentre il confine tra ricerca concreta e viaggio interiore diventa progressivamente più sfumato.
Nato a Parigi nel 1982 da una famiglia galiziana, Oliver Laxe è uno dei registi europei più apprezzati della sua generazione. Dopo gli esordi con Todos vós sodes capitáns e il riconoscimento internazionale ottenuto con Mimosas e O que arde, ha costruito una filmografia caratterizzata da un forte rapporto con il paesaggio e da una narrazione essenziale, nella quale il silenzio, la natura e la spiritualità assumono un ruolo decisivo. Anche Sirat conferma questa cifra stilistica, pur spingendosi verso un racconto più fisico e spettacolare.
Accanto a Sergi López, interprete di Luis, il film schiera un gruppo di attori e performer capaci di restituire autenticità all’universo dei rave itineranti. La musica elettronica, che domina la prima parte del racconto, non è semplice accompagnamento sonoro, ma diventa un elemento narrativo che scandisce il ritmo del viaggio. Le sequenze iniziali immergono lo spettatore nell’energia collettiva della festa, mentre il deserto assume progressivamente un volto sempre più ostile e simbolico.
La fotografia valorizza gli spazi sconfinati del Marocco con una luce naturale che evita qualsiasi estetizzazione turistica. Sabbia, rocce e montagne costruiscono un paesaggio severo, nel quale i personaggi appaiono minuscoli e vulnerabili. L’impressione è quella di assistere a un’odissea contemporanea, dove ogni chilometro percorso costringe i protagonisti a confrontarsi con le proprie paure e con ciò che hanno perduto.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Laxe insieme a Santiago Fillol, sceglie deliberatamente di abbandonare una struttura narrativa convenzionale. Il viaggio si popola di incontri inattesi e deviazioni che trasformano il road movie in un’esperienza quasi visionaria. Proprio questa libertà narrativa ha diviso parte della critica: alcuni hanno visto nella svolta finale un coraggioso salto nel simbolismo, altri hanno ritenuto che l’accumularsi degli eventi finisca per disperdere la forza della premessa iniziale. Anche la recensione di Giancarlo Zappoli su MYmovies sottolinea come il film mantenga una notevole intensità per buona parte della durata, salvo poi scegliere una direzione narrativa più controversa nella parte conclusiva.
Tra i produttori figura anche Pedro Almodóvar, presenza che testimonia l’interesse del cinema spagnolo per un’opera capace di coniugare ricerca autoriale e respiro internazionale. Sirat non è un film costruito per offrire certezze o spiegazioni definitive. Preferisce lasciare aperti interrogativi sul dolore, sulla perdita e sul bisogno umano di continuare a cercare anche quando ogni speranza sembra dissolversi.
Il risultato è un’esperienza cinematografica intensa, a tratti spiazzante, che utilizza il viaggio nel deserto come metafora di un attraversamento più profondo. Oliver Laxe realizza un’opera destinata a suscitare discussioni, ma proprio in questa capacità di mettere continuamente in crisi lo sguardo dello spettatore risiede uno degli aspetti più interessanti di un film che conferma quanto il cinema europeo possa ancora sorprendere con linguaggi personali e autentici.
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