
Jude Law offre una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera, in un’opera che interroga il rapporto tra comunicazione, manipolazione e costruzione del consenso. Dal romanzo di Giuliano da Empoli nasce un film che ripercorre l’ascesa di Vladimir Putin.
Più che un semplice biopic politico, Il Mago del Cremlino è un viaggio dentro i meccanismi del potere contemporaneo. Olivier Assayas racconta la Russia post-sovietica attraverso un protagonista immaginario ispirato a Vladislav Surkov, trasformando la cronaca recente in una riflessione sul ruolo della narrazione nella politica del XXI secolo.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
L’Unione Sovietica è appena crollata quando Mosca diventa il laboratorio di una nuova epoca. Tra privatizzazioni, oligarchi emergenti e istituzioni in cerca di una nuova identità, tutto sembra possibile. È in questo scenario che prende forma Il Mago del Cremlino, il nuovo film di Olivier Assayas, tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022 e insignito del Grand Prix du roman de l’Académie française. L’adattamento cinematografico, distribuito nelle sale italiane dal 12 febbraio 2026, conserva l’impianto narrativo del libro trasformandolo in un racconto politico di ampio respiro.
Il protagonista è Vadim Baranov, personaggio di finzione costruito sulla figura reale di Vladislav Surkov, per anni influente consigliere del Cremlino e considerato uno dei principali teorici della comunicazione politica russa. Intellettuale affascinato dal teatro e dai linguaggi della rappresentazione, Baranov comprende presto che il vero palcoscenico non è più quello artistico ma quello del potere. Dopo un’esperienza televisiva, entra nei meccanismi della politica che accompagnano il tramonto della presidenza di Boris Eltsin e partecipa all’individuazione del successore ideale: un funzionario dell’FSB allora poco noto, Vladimir Putin. Da quel momento diventa il suo più fidato stratega, contribuendo alla costruzione dell’immagine pubblica destinata a segnare la Russia del nuovo millennio.
Assayas sceglie di osservare Putin indirettamente, evitando il tradizionale film biografico. Il centro della narrazione è infatti il rapporto tra il leader e chi ne costruisce il racconto pubblico, mostrando come propaganda, televisione, linguaggio e controllo dell’informazione possano diventare strumenti di governo. Il film attraversa oltre trent’anni di storia russa, dalle guerre cecene all’affondamento del sottomarino Kursk, fino alle proteste di Euromaidan e alle moderne campagne di disinformazione digitale, restituendo l’impressione di un potere che si alimenta soprattutto attraverso la gestione delle percezioni collettive.
Il cast internazionale rappresenta uno dei punti di forza della produzione. Paul Dano interpreta Baranov con una recitazione misurata e inquieta, mentre Jude Law sorprende per la straordinaria trasformazione fisica e gestuale nel ruolo di Putin. Più che un’imitazione, la sua è una ricostruzione psicologica fatta di silenzi, posture e controllo, capace di restituire la freddezza pragmatica del leader russo senza scadere nella caricatura. Accanto a loro figurano Alicia Vikander nel ruolo di Ksenia, Jeffrey Wright nei panni di un giornalista americano che raccoglie il racconto di Baranov e Tom Sturridge.
Il film evita deliberatamente una lettura moralistica. È proprio questa scelta ad aver alimentato un vivace dibattito critico. Alcuni osservatori hanno evidenziato come l’opera finisca per attribuire a Putin una dimensione quasi inevitabile, mostrando il protagonista più come interprete delle logiche profonde della Russia che come semplice artefice del proprio potere. Anche la figura di Baranov evolve in modo ambiguo: da presunto manipolatore del leader si trasforma progressivamente in una sorta di riflesso del suo stesso creato, fino a esserne assorbito sul piano umano e simbolico. Una prospettiva che rende difficile separare il giudizio estetico da quello etico, lasciando nello spettatore un interrogativo aperto sul rapporto tra rappresentazione e legittimazione del potere.
Dal punto di vista cinematografico, Assayas mantiene il proprio stile sobrio e analitico. La prima parte, ambientata nella Mosca degli anni Novanta, restituisce con efficacia l’atmosfera di entusiasmo, precarietà e opportunismo che accompagnò la transizione post-sovietica. La regia privilegia il realismo e la ricostruzione storica, rinunciando spesso agli effetti spettacolari per concentrarsi sui dialoghi, sulle relazioni e sulle dinamiche psicologiche dei personaggi. Il risultato è un’opera che procede con il ritmo del grande romanzo politico più che del thriller.
Il Mago del Cremlino non pretende di spiegare definitivamente Vladimir Putin né la Russia contemporanea. Piuttosto suggerisce che il potere moderno nasce dall’intreccio fra realtà e narrazione, fra consenso e rappresentazione, in un tempo in cui la comunicazione è diventata parte integrante dell’azione politica. È proprio questa ambiguità, più che le risposte offerte, a rendere il film uno degli adattamenti letterari più discussi e stimolanti della stagione cinematografica.
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