
Dopo il successo di La persona peggiore del mondo, il regista norvegese firma un’opera intensa che intreccia cinema, rapporti familiari e identità. Un dramma raffinato, premiato a Cannes, che affida ai silenzi e agli affetti irrisolti la propria forza narrativa.
Un padre regista, due figlie segnate dall’abbandono e una casa che conserva il peso dei ricordi. Con Sentimental Value Joachim Trier costruisce un film sulla difficoltà di riconciliarsi con il passato, trasformando la memoria familiare in materia cinematografica.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Joachim Trier continua a esplorare il territorio più fragile dell’esperienza umana: quello delle relazioni familiari, dei ricordi che resistono al tempo e delle parole rimaste sospese. Con Sentimental Value (Affeksjonsverdi), presentato in concorso al Festival di Cannes 2025 e insignito del Grand Prix della Giuria, il regista norvegese realizza uno dei lavori più maturi della sua filmografia, confermando la capacità di coniugare introspezione psicologica, eleganza formale e intensità emotiva.
La vicenda prende avvio dopo la morte della madre di Nora e Agnes, due sorelle costrette a ritrovarsi proprio mentre nella loro vita riappare Gustav Borg, celebre regista che anni prima aveva abbandonato la famiglia trasferendosi dalla Norvegia alla natia Svezia. Il funerale diventa così l’occasione per un confronto rimasto troppo a lungo irrisolto. Gustav propone alla figlia maggiore, attrice teatrale di talento ma segnata da profonde fragilità, di interpretare il ruolo principale del suo nuovo film autobiografico, ambientato proprio nella casa in cui entrambe sono cresciute. Nora rifiuta l’offerta e il padre affida la parte a una giovane attrice americana, interpretata da Elle Fanning. Una decisione destinata a riaprire vecchie ferite e ad alimentare tensioni mai davvero sopite.
Il film costruisce il proprio racconto attorno a una domanda semplice e universale: è possibile ricostruire un rapporto quando il tempo ha sedimentato incomprensioni, assenze e rancori? Trier evita ogni risposta consolatoria e preferisce seguire i suoi personaggi nel lento percorso che conduce dalla diffidenza al tentativo di ascolto reciproco. Il cinema, in questo caso, non è soltanto il contesto professionale del protagonista, ma diventa il linguaggio attraverso cui padre e figlia cercano di esprimere sentimenti che nella vita quotidiana non riescono a trovare voce.
Renate Reinsve, premiata a Cannes nel 2021 proprio con La persona peggiore del mondo, offre un’interpretazione di grande intensità, restituendo una Nora vulnerabile, ostinata e incapace di liberarsi completamente dall’infanzia. Accanto a lei, Stellan Skarsgård costruisce un Gustav complesso, autorevole e insieme profondamente umano, lontano dalla figura del padre semplicemente colpevole. Inga Ibsdotter Lilleaas interpreta Agnes con misura, trasformandola nel punto di equilibrio emotivo della famiglia, mentre Elle Fanning dà vita a un personaggio che supera rapidamente lo stereotipo della giovane diva hollywoodiana, diventando parte integrante del delicato gioco di specchi costruito dalla sceneggiatura.
La casa di famiglia assume un ruolo centrale nella narrazione. Non è soltanto un luogo fisico, ma un archivio di ricordi, conflitti e identità. Pareti, stanze e oggetti custodiscono tracce di ciò che è stato, ricordando come gli spazi domestici possano conservare una memoria emotiva capace di influenzare il presente. Trier traduce questa idea attraverso una regia essenziale, fatta di movimenti fluidi, luce naturale e una composizione dell’immagine che privilegia la profondità dei rapporti rispetto all’effetto spettacolare.
Autore tra i più significativi del cinema europeo contemporaneo, Joachim Trier – nato a Copenaghen nel 1974 e cresciuto a Oslo – ha costruito una filmografia coerente, da Reprise a Oslo, 31. august, fino alla consacrazione internazionale con La persona peggiore del mondo. In tutte le sue opere emerge l’interesse per la memoria, l’identità e le relazioni affettive, affrontati con uno stile che combina rigore nordico e sensibilità narrativa. Sentimental Value rappresenta una naturale evoluzione di questo percorso, approfondendo il rapporto tra esperienza personale e creazione artistica.
Il riconoscimento ottenuto a Cannes conferma il valore di un film che riflette sul significato stesso dell’eredità affettiva. Il “valore sentimentale” evocato dal titolo non coincide con quello economico degli oggetti, ma con il peso invisibile delle esperienze condivise, delle assenze e delle riconciliazioni possibili. Trier firma così un’opera di rara finezza, capace di raccontare il dolore senza enfasi e la speranza senza retorica, ricordando che il dialogo, anche quando arriva troppo tardi, resta l’unica strada attraverso cui il passato può finalmente trovare una forma di pace.
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