Emma Mackey è una giovane governatrice che sembra provenire da un’altra epoca

Una donna convinta che la politica possa ancora migliorare la vita delle persone, mentre intorno a lei famiglia, matrimonio e carriera procedono verso il caos. James L. Brooks costruisce una dramedy sentimentale e politica che rivendica senza imbarazzo ottimismo, compassione e fiducia nelle istituzioni.


A cura di Elena Conti

Ella McCay ha un problema piuttosto serio per una politica: crede in quello che fa. Siamo nell’America del 2008, alla vigilia della presidenza Obama, e la giovane vicegovernatrice interpretata da Emma Mackey si ritrova improvvisamente proiettata alla guida dello Stato quando il governatore ottiene un incarico nell’amministrazione federale.

Ella affronta la promozione con un programma progressista e una convinzione quasi disarmante: il potere pubblico dovrebbe servire a migliorare concretamente la vita delle persone. Intorno a lei, però, niente possiede la stessa linearità. Ci sono un padre fedifrago, un fratello fragile, un marito insofferente al successo della moglie, uno staff costretto a inseguirne l’energia e una zia, Helen, che continua ad amarla con incrollabile parzialità.

A dirigere Ella McCay – Perfettamente imperfetta è James L. Brooks, che torna al cinema dopo quindici anni e ritrova il territorio nel quale ha costruito una parte importante della propria carriera: quello della commedia capace di passare, quasi senza avvertire, dal sorriso alla malinconia. Autore di Voglia di tenerezza, Dentro la notizia – Broadcast News e Qualcosa è cambiato, oltre che figura fondamentale nella nascita televisiva de I Simpson, Brooks aveva 85 anni quando il film è arrivato nelle sale americane.

Scrive e dirige personalmente la storia, affiancando a Mackey un cast che comprende Jamie Lee Curtis, Woody Harrelson, Albert Brooks, Rebecca Hall, Ayo Edebiri, Jack Lowden, Kumail Nanjiani e Julie Kavner. La musica è di Hans Zimmer.

Il centro del film sta proprio nell’attrito tra l’efficienza che Ella pretende da se stessa e un’esistenza che si rifiuta ostinatamente di lasciarsi amministrare. La politica è lavoro, identità e vocazione, mentre la famiglia rappresenta contemporaneamente il luogo delle ferite e quello nel quale cercare riparo. I flashback riportano all’infanzia, alla perdita della madre e alle difficoltà del fratello minore; il presente aggiunge un matrimonio malandato e un padre, interpretato da Harrelson, che continua a produrre complicazioni. Brooks osserva tutto attraverso dettagli minimi, gesti trattenuti e dialoghi nei quali i personaggi raramente coincidono con l’immagine che vorrebbero offrire di sé.

È un cinema volutamente poco cinico. Il riferimento a Frank Capra, e soprattutto a Mr. Smith va a Washington, affiora nella fiducia accordata all’integrità individuale e nell’idea che rinunciare al potere possa diventare un gesto politico più forte del conservarlo. Brooks non aggiorna questa visione per renderla più aggressiva o contemporanea: la espone così com’è, perfino a costo di apparire anacronistico.

Nel 2008 evocato dal film, l’America attraversa la crisi finanziaria ma conserva ancora l’aspettativa di una stagione politica diversa; osservata dal presente, quella speranza assume inevitabilmente un significato ulteriore.

Il pubblico americano, tuttavia, non ha premiato l’operazione. Uscito negli Stati Uniti il 12 dicembre 2025 in 2.500 sale, Ella McCay ha raccolto circa 2 milioni di dollari nel primo fine settimana e poco più di 4 milioni complessivi sul mercato domestico, arrivando a circa 4,57 milioni nel mondo.

Il suo insuccesso commerciale sembra quasi completare involontariamente il discorso del film: una commedia adulta, fondata sui personaggi e sui sentimenti, si presenta in un mercato dominato da forme spettacolari molto diverse e scopre di essere diventata essa stessa un oggetto fuori tempo.

Forse è precisamente qui che Perfettamente imperfetta trova la propria ragione. Brooks continua a credere che vulnerabilità, compromessi familiari, responsabilità pubblica e decenza personale siano materia sufficiente per fare cinema. Ella sbaglia, perde il controllo, si rialza e insiste nel considerare il bene comune qualcosa di più di uno slogan. È un’ingenuità che il film conosce perfettamente e che sceglie, con ostinazione, di non correggere.


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