Una casa dimenticata in Normandia, fotografie, lettere e dipinti fanno riemergere una storia sepolta da oltre un secolo. Cédric Klapisch costruisce su questi indizi un viaggio fra due epoche, mettendo in dialogo l’Impressionismo con la società digitale e il passato di una famiglia con il suo futuro.
A cura di Elena Conti
Una vecchia casa in Normandia, chiusa dagli anni Quaranta, deve essere esaminata prima di decidere che cosa farne. A occuparsene sono Guy, Céline, Seb e Abdel, quattro lontani cugini che quasi non si conoscono e che hanno in comune un’antenata, Adèle. Tra gli oggetti rimasti nell’abitazione trovano lettere, fotografie e quadri: frammenti sufficienti a riaprire una vicenda cominciata nel 1895, quando la ventenne Adèle lasciò la provincia per raggiungere Parigi e cercare la madre che l’aveva abbandonata.
È il dispositivo narrativo di I colori del tempo (La Venue de l’avenir), il film di Cédric Klapisch presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025 e arrivato nelle sale italiane con Teodora Film.
Il racconto procede su due binari che continuamente si richiamano. Nel presente i quattro eredi ricompongono una genealogia; alla fine dell’Ottocento Adèle, interpretata da Suzanne Lindon, entra in una Parigi che sta cambiando pelle. Con Lucien e Anatole attraversa una città dove sopravvivono zone quasi rurali mentre la modernità conquista i boulevard, i salotti borghesi e le arti.
Klapisch sceglie non a caso il 1895: sono gli anni in cui fotografia, elettricità, ferrovia e nascente cinema modificano la percezione del mondo, mentre l’Impressionismo ha già rivoluzionato quella pittorica. Lo stesso regista ha spiegato di avere voluto accostare quell’accelerazione tecnologica alla nostra, dominata da social network e intelligenza artificiale.
È proprio l’immagine a diventare uno dei fili più interessanti del film. Un dipinto e una fotografia possono conservare lo stesso istante, ma non lo raccontano allo stesso modo. Da questa differenza Klapisch ricava un gioco di specchi tra memoria privata e storia dell’arte, conducendo i personaggi dalla Montmartre ancora campagnola alla prima mostra impressionista e facendo entrare nella finzione anche Claude Monet, interpretato da Olivier Gourmet. Il passato non viene però imbalsamato in una ricostruzione museale: è continuamente chiamato a confrontarsi con il presente, fino al contrasto ironico tra le nuove tecnologie ottocentesche e le riunioni contemporanee su Zoom.
Klapisch conosce bene il cinema corale. Da Aria di famiglia a L’appartamento spagnolo ha costruito una parte importante della propria filmografia sugli incontri, sulle amicizie e sulle famiglie scelte. Qui torna a quel registro con un cast che comprende, accanto a Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Vincent Macaigne, Julia Piaton, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau e Cécile de France. La sceneggiatura, scritta con Santiago Amigorena, lascia che la suspense genealogica conviva con commedia, sentimenti e numerosi riferimenti culturali.
Il rischio della cartolina nostalgica esiste e il film non rinuncia a qualche cliché, ma li attraversa con un’energia consapevolmente popolare. Dietro la piacevolezza del racconto rimane una domanda meno accomodante: quanto di ciò che crediamo nuovo lo è davvero?
Nei 124 minuti di I colori del tempo, Klapisch suggerisce che guardare indietro non significhi rifugiarsi nel passato. Talvolta è il modo più efficace per capire dove stiamo andando.
