Quasi 193 mila ettari tra Calabria e Basilicata, una straordinaria biodiversità e un patrimonio geologico riconosciuto dall’UNESCO. Il Pollino è natura, ma anche borghi, comunità arbëreshë e una cultura montana ancora profondamente radicata.
A cura di Elena Conti
Quando i faggi cominciano a cambiare colore, il Pollino perde la severità verde dell’estate e acquista una profondità diversa. Gialli, rame, arancio e rosso si sovrappongono lungo i versanti, mentre sulle quote più alte resistono le sagome tormentate dei pini loricati. È la stagione in cui questa grande montagna del Sud sembra mostrare con maggiore chiarezza la propria complessità: non un unico paesaggio, ma una successione di boschi, altopiani, pareti rocciose, vallate e paesi sospesi tra Calabria e Basilicata.
Con una superficie di 192.565 ettari, il Parco nazionale del Pollino interessa 56 comuni nelle province di Cosenza, Potenza e Matera. Le sue cime maggiori superano i duemila metri: Serra Dolcedorme raggiunge i 2.267 metri, Monte Pollino i 2.248 e Serra del Prete i 2.181. Dall’alto, nelle giornate limpide, lo sguardo può spingersi verso il Tirreno e lo Ionio. Il territorio protetto è entrato nel 2015 nella rete degli UNESCO Global Geoparks, riconoscimento che sottolinea il valore di una geologia complessa, modellata nel tempo da fenomeni tettonici, carsismo ed erosione.
Il simbolo resta il pino loricato, Pinus heldreichii, capace di vivere sulle pendici rocciose più difficili e di assumere, con l’età e l’azione degli agenti atmosferici, forme quasi scultoree. Intorno si estende un mosaico vegetale che cambia con la quota: le faggete dominano ampie porzioni della montagna, mentre prati e pascoli d’altitudine ospitano numerose specie botaniche. La fauna comprende il lupo appenninico, il capriolo autoctono e rapaci come l’aquila reale e il falco pellegrino. La documentazione scientifica del Parco segnala inoltre come l’isolamento abbia contribuito a preservare la peculiarità genetica della popolazione locale di capriolo.
L’autunno offre condizioni particolarmente felici per percorrere sentieri e itinerari panoramici, dai Piani del Pollino a Piano Ruggio, dalle valli interne alle aree più aspre segnate dalle gole. Il fascino, però, non si esaurisce nell’escursionismo. Il Pollino conserva una trama di insediamenti che racconta secoli di storia. Morano Calabro, con il borgo raccolto sulle pendici, è uno degli esempi più riconoscibili; Civita, Lungro, Frascineto, San Basile, Plataci e, sul versante lucano, San Paolo e San Costantino Albanese testimoniano invece la presenza delle comunità arbëreshë, insediate nell’Italia meridionale tra XV e XVI secolo.
Qui il viaggio nella natura finisce inevitabilmente per entrare nelle cucine, nelle feste religiose, nei dialetti e nelle produzioni locali. È proprio questo intreccio a distinguere il Pollino da una semplice destinazione paesaggistica. Il progetto che ha condotto al riconoscimento come Geoparco insisteva sulla necessità di mettere in relazione geodiversità, biodiversità e patrimonio storico-culturale, trasformandoli in strumenti di tutela e di sviluppo sostenibile.
In autunno questa relazione diventa immediatamente visibile. Basta lasciare un borgo, imboccare una strada verso l’altopiano e vedere il paesaggio cambiare nel giro di pochi chilometri. Il Pollino non offre soltanto il foliage di una grande montagna mediterranea: offre la possibilità, sempre più rara, di leggere insieme natura e presenza umana senza che l’una cancelli l’altra.
