Fresco, amaricante e moderatamente alcolico, l’Americano appartiene alla storia della grande miscelazione italiana. La sua origine precede il Novecento e conduce direttamente a un altro celebre cocktail: il Negroni.
A cura di Elena Conti
Prima di chiamarsi Americano, era Milano-Torino. Il nome raccontava già la ricetta: il bitter milanese e il vermouth rosso torinese, due prodotti che nell’Ottocento stavano contribuendo alla nascita del moderno rito italiano dell’aperitivo. Le sue radici vengono fatte risalire intorno al 1860 e al Caffè Campari di Milano, anche se il locale di Gaspare Campari si trasferì nella Galleria Vittorio Emanuele II nel 1867. È quindi inesatto attribuire la nascita dell’Americano al Camparino negli anni Trenta: il Camparino fu inaugurato da Davide Campari nel 1915, quando quella tradizione era già avviata.
Il passaggio dal Milano-Torino all’Americano avviene aggiungendo la soda, che alleggerisce la miscela e le regala freschezza ed effervescenza. Quanto al nome, la spiegazione più diffusa lo collega alla popolarità conquistata dalla bevanda presso i visitatori americani tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Circola anche un’altra versione, che chiama in causa Primo Carnera e i suoi successi negli Stati Uniti negli anni Trenta, ma la cronologia la rende difficilmente compatibile con testimonianze precedenti: già nel 1922 Campari registrava a Milano uno slogan pubblicitario dedicato al «vero Americano», mentre nel 1926 il cocktail compare nel manuale Cocktails di Piero Grandi.
La ricetta ufficiale dell’International Bartenders Association conserva una semplicità quasi geometrica: 3 cl di Campari, 3 cl di vermouth rosso dolce e uno splash di soda. Si prepara direttamente in un bicchiere old fashioned colmo di ghiaccio, si mescola delicatamente e si completa con mezza fetta d’arancia e scorza di limone. Il risultato gioca sull’equilibrio fra amaro e dolce, con la carbonazione che rende il sorso più agile e dissetante. Rispetto a cocktail costruiti sui distillati, mantiene inoltre una gradazione relativamente contenuta, caratteristica che ne rafforza la vocazione da aperitivo.
Dall’Americano nasce poi una delle icone assolute della miscelazione: il Negroni. La tradizione colloca l’episodio a Firenze nel 1919, quando il conte Camillo Negroni avrebbe chiesto al bartender Fosco Scarselli di irrobustire il suo Americano sostituendo la soda con il gin. Tre ingredienti in parti uguali e il cocktail cambiò carattere, dando origine a una ricetta destinata a una fortuna mondiale.
L’Americano ha trovato anche un posto nella letteratura popolare. In Casino Royale del 1953, primo romanzo di Ian Fleming dedicato a 007, è il primo cocktail ordinato da James Bond, che lo considera particolarmente adatto a essere bevuto in un caffè all’aperto. Una comparsa breve ma significativa per un drink che ha attraversato più di un secolo quasi senza bisogno di cambiare: rosso nel bicchiere, ghiaccio, bollicine e quell’inconfondibile incontro fra Milano e Torino.
