Nell’antica Grecia a un banchetto si discute d’amore

Nel cuore dell’antica Atene del 416 a.C., durante un banchetto riservato agli uomini, si svolge un dialogo destinato a lasciare un segno indelebile nella storia della filosofia: il “Simposio” di Platone. In questa cornice conviviale, sette oratori si susseguono in un’indagine poliedrica sul significato dell’amore. Tra questi spicca la figura di Socrate, il filosofo che, con la sua celebre ammissione di ignoranza (“l’unica cosa che so è di non sapere”), ha rivoluzionato il pensiero occidentale.

Eppure, nel Simposio, Socrate sorprende i suoi commensali affermando di conoscere la “verità” sull’amore. Una verità, tuttavia, non frutto della sua speculazione solitaria, ma appresa da una figura misteriosa e affascinante: Diotima di Mantinea.

Diotima, descritta da Socrate come una “donna non ateniese, intelligente, che aveva conoscenza di questo e di molte altre cose”, si rivela essere la sua maestra d’amore. La sua identità storica è avvolta nel mistero: molti la considerano una creazione platonica, una sacerdotessa simbolica. Ma se accettassimo la testimonianza di Socrate e riconoscessimo in Diotima una figura reale, cosa implicherebbe ciò per la nostra comprensione del pensiero socratico e della natura stessa dell’amore?

La scala dell’amore di Diotima

La “verità sull’amore” rivelata da Diotima a Socrate si articola in una dottrina complessa e sfaccettata. L’amore, o meglio, lo spirito divino Eros, si manifesta a diversi livelli. Si parte dall’attrazione erotica verso la bellezza fisica di un corpo, per poi elevarsi al riconoscimento della bellezza come qualità astratta, presente in molteplici forme.

Questo percorso ascendente conduce l’amante a contemplare non solo la bellezza corporea, ma anche la bellezza dell’anima, la saggezza, le leggi e le istituzioni di una comunità. In ultima analisi, l’amore si configura come un viaggio iniziatico verso la “forma del bene”, l’apice della virtù morale.

Un mosaico di prospettive sull’amore

La concezione trascendente dell’amore proposta da Diotima, con la sua “scala” di elevazione spirituale, appare enigmatica persino a Socrate. Tuttavia, le tappe di questo percorso sono prefigurate dagli interventi degli oratori che precedono Socrate nel Simposio.

Ciascuno di essi, con la propria visione parziale e limitata, contribuisce a delineare un quadro più completo e sfumato dell’amore. Fedro esalta la nobiltà dell’amore, capace di ispirare gesti eroici e sacrifici. Pausania distingue tra l’amore puramente fisico e la forma più elevata di amore, fondata sull’impegno reciproco e la comunione spirituale. Erissimaco vede nell’amore una forza cosmica di armonia, operante nel corpo umano, nella musica e nella natura. Agatone celebra il potere creativo e l’eloquenza dell’amore, fonte di ispirazione artistica e letteraria. Aristofane, con il suo celebre mito degli “umani originari” divisi da Zeus, descrive l’amore come la ricerca della propria metà perduta, il desiderio di ricomporre l’unità primigenia.

Diotima: una figura storica nascosta?

Socrate identifica, dunque, in Diotima la fonte della sua dottrina sull’amore. L’assenza di attestazioni storiche indipendenti di Diotima ha alimentato lo scetticismo sulla sua reale esistenza. Tuttavia, i dettagli specifici forniti da Socrate suggeriscono che Diotima potrebbe essere almeno in parte ispirata a una figura storica realmente esistita: Aspasia di Mileto.

Aspasia, moglie di Pericle, il potente statista ateniese, era una donna di grande cultura e influenza. Le voci dell’epoca la dipingevano come una consigliera politica di Pericle, una figura controversa al centro della vita intellettuale ateniese.

Aspasia e l’ombra della peste

Un dettaglio enigmatico nel racconto di Socrate getta una luce nuova sul legame tra Diotima e Aspasia. Socrate afferma che Diotima “rinviò la peste di 10 anni, mentre gli Ateniesi compivano sacrifici per scongiurarla”. Questo riferimento temporale conduce a un evento storico preciso: la campagna di Pericle contro Samo del 439 a.C., segnata da una violenza inaudita.

La brutalità della conquista di Samo, con la crocifissione dei comandanti nemici e il diniego della sepoltura, suscitò orrore e timore tra gli Ateniesi. La mancata sepoltura dei nemici era considerata un sacrilegio, un’offesa agli dei che avrebbe potuto scatenare la loro ira sotto forma di pestilenza.

L’eco di questi timori risuona nell’Antigone di Sofocle, dove la mancata sepoltura di Polinice è vista come causa di contaminazione e punizione divina. In questo contesto, l’affermazione di Platone nel Simposio suggerisce che Aspasia, con la sua influenza su Pericle, potrebbe aver promosso sacrifici espiatori per placare gli dei e scongiurare la pestilenza. Il nome stesso di Diotima, che significa “onorata da Zeus”, rafforza il legame con Aspasia, soprannominata “Era” (moglie di Zeus) dai poeti comici in riferimento al suo rapporto con Pericle.

Aspasia, maestra di eloquenza e d’amore

Le testimonianze storiche dipingono Aspasia come una donna di straordinaria intelligenza ed eloquenza. Il suo salotto ateniese era un luogo di incontro per l’élite intellettuale, dove si discuteva di filosofia e, soprattutto, di amore. In questo ruolo, Aspasia può essere paragonata ai sofisti, i maestri itineranti che istruivano i giovani ateniesi nell’arte della retorica e della filosofia.

I discorsi di Diotima sull’amore, così come li riporta Socrate, trovano un riscontro nelle testimonianze su Aspasia: un approccio etico all’amore, che parte dalla sfera fisica per elevarsi alla virtù morale, in sintonia con la dottrina di Diotima.

I misteri dell’amore: tra Aspasia e Platone

Il discorso di Diotima nel Simposio si articola in una sorta di iniziazione ai “misteri” dell’amore. I “misteri minori” conducono all’amore per l’ordine e la giustizia, mentre i “misteri maggiori” culminano nella contemplazione della bellezza trascendente.

Tuttavia, a un certo punto del discorso, Platone introduce una distinzione sottile ma cruciale. Diotima mette in dubbio la capacità di Socrate di comprendere i “misteri maggiori”. Questo segna il punto di divergenza tra il pensiero di Aspasia e la filosofia platonica. La dottrina di Diotima si addentra in territori metafisici, introducendo la concezione delle “forme” che Platone svilupperà successivamente.

Il filosofo, pur riconoscendo l’influenza di Aspasia, non poteva attribuire a lei l’intera dottrina, consapevole che la seconda parte, i “misteri maggiori”, era una sua elaborazione personale. Aristotele stesso sottolineerà come Socrate non avesse alcun interesse per la teoria delle forme, pilastro della metafisica platonica.

L’eredità di Alcibiade: amore incarnato e trascendenza

Per riportare il discorso su un piano più terreno e concreto, Platone introduce la figura di Alcibiade, che irrompe nel simposio e pronuncia un elogio appassionato di Socrate. Il suo ritratto di Socrate, uomo di straordinaria forza d’animo, eloquenza e bellezza interiore, riprende molti dei temi affrontati dagli oratori precedenti, compresa la dottrina di Diotima.

L’intervento di Alcibiade, con la sua enfasi sull’amore incarnato e vissuto, sembra quasi mettere in ombra le astrazioni metafisiche di Diotima. Ma Platone non intende rinnegare la “verità sull’amore” rivelata da Diotima. Il discorso di Alcibiade non contraddice la dottrina di Diotima, ma la completa, mostrando come l’amore, pur nella sua imperfezione umana, contenga il germe della trascendenza.

La “verità sull’amore” che emerge dal Simposio è dunque un’armonia di concreto e astratto, un riconoscimento della forza trasformativa dell’amore in molteplici dimensioni: fisica, etica e intellettuale. La scala di Diotima non è un rifiuto dell’amore fisico, ma un’elevazione progressiva dell’energia erotica verso la saggezza.

riscoprire Aspasia: una voce fondamentale della filosofia

Il Simposio di Platone, letto alla luce della possibile influenza di Aspasia, ci offre una nuova prospettiva sulla filosofia greca. Ci mostra come le idee filosofiche possano nascere e svilupparsi nel dialogo, al di là dei confini di genere e sociali.

Riconoscere il contributo di Aspasia al pensiero socratico e alla dottrina di Diotima significa riscoprire una voce fondamentale della filosofia occidentale, una figura che ha saputo coniugare l’intelligenza, l’eloquenza e una profonda comprensione della natura umana.


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La più grande Biblioteca d’Italia si trova a Firenze

Contrariamente a quanto molti potrebbero credere, il primato della biblioteca più fornita d’Italia non spetta a Roma, bensì a Firenze. Sia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (BNCR) che la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (BNCF) sono istituzioni di rilievo nazionale, create dallo Stato per custodire il patrimonio editoriale italiano, una missione che affonda le radici in una tradizione nobile, talvolta ricondotta alla leggendaria Biblioteca di Alessandria.

Lo status di “biblioteca nazionale” implica un impegno costante all’arricchimento delle collezioni, con l’acquisizione annuale di nuove pubblicazioni. Nel caso specifico di Firenze, il patrimonio di partenza è imponente: si contano 15 milioni di volumi, un numero che include non solo libri, ma anche opuscoli, manoscritti, incunaboli, autografi ed edizioni cinquecentesche. Un tesoro librario unico, di valore inestimabile e in continua espansione.

Per dare un’idea della vastità di questo patrimonio, nel 2013 si calcolò che le scaffalature dei depositi librari fiorentini si estendevano per 135 chilometri lineari, una cifra che cresce di circa 1,5 chilometri ogni anno. È importante sottolineare che non è l’edificio in sé ad aumentare di dimensioni, pur necessitando di spazi sempre maggiori, ma il catalogo: 6 milioni di volumi a stampa, 2,7 milioni di opuscoli, 25.000 manoscritti, 3.716 incunaboli, 30.000 edizioni del XVI secolo e oltre un milione di autografi. Nel 2013, le opere consultate in un anno ammontavano a 304.214.

La storia della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (BNCF) è strettamente legata alla sua illustre antenata. La prima biblioteca pubblica del mondo fu fondata proprio a Firenze nel 1441, con il nome di Medicea pubblica. Le origini dirette dell’attuale BNCF risalgono al bibliotecario Antonio Magliabechi, che nel 1714 donò la sua collezione privata di circa 30.000 volumi al Granduca Cosimo III, con l’intento di istituire una biblioteca pubblica “a beneficio universale della città di Firenze”. A partire dal 1737, la Biblioteca Magliabechiana ottenne il diritto di deposito legale limitatamente alla città di Firenze, poi esteso al Granducato di Toscana, e fu aperta al pubblico nel 1747. Il patrimonio crebbe ulteriormente grazie a donazioni, lasciti testamentari e acquisizioni da monasteri soppressi.

Una tappa fondamentale nella storia dell’istituzione fu il 22 dicembre 1861, quando l’allora Ministro della Pubblica Istruzione, Francesco De Sanctis, ne ordinò la fusione con la Biblioteca Palatina (Palazzo Pitti), dando vita alla Biblioteca Nazionale. Con un decreto del 25 novembre 1869, alla biblioteca fu concesso il diritto di deposito legale su tutto il territorio italiano.

Dopo che Firenze divenne capitale del Regno d’Italia nel 1865, in seguito all’annessione del Regno di Sardegna-Piemonte, e successivamente il trasferimento della capitale a Roma nel 1870, si decise di non spostare la Biblioteca Nazionale da Firenze. Nel 1876 fu inaugurata una seconda Biblioteca Nazionale a Roma. Dal 1885, per distinguerle dalle altre biblioteche nazionali, le due istituzioni assunsero il nome di “Biblioteca Nazionale Centrale”.

A partire dal 1911, fu costruito l’attuale edificio della biblioteca in Piazza dei Cavalleggeri, sulle rive dell’Arno, su progetto dell’architetto Cesare Bazzani, poi ampliato da Vincenzo Mazzei. La biblioteca si trasferì nella nuova sede nel 1935.

Il patrimonio della biblioteca ha rischiato di essere irrimediabilmente perduto durante la tragica alluvione del 4 novembre 1966. La vicinanza al fiume fece sì che l’acqua invadesse completamente gli interni dell’edificio, raggiungendo in alcuni punti i sei metri di altezza. I danni furono ingenti, ma l’opera degli “Angeli del Fango”, volontari provenienti da tutto il mondo, fu provvidenziale. Nel freddo di novembre e in condizioni difficili, senza elettricità, si prodigarono per mettere in salvo i libri, in un’impresa che merita a pieno titolo l’appellativo di eroica. Il loro impegno è oggi ricordato da una targa nel portico d’ingresso della biblioteca. Oggi, con un patrimonio di circa nove milioni di volumi, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze si conferma come la più grande d’Italia, un faro di cultura e sapere nel cuore del Rinascimento italiano.


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Per Pasquetta andavamo ad Èmmaus

Gite fuori porta il lunedì dell’Angelo

Per Pasquetta andavamo ad Èmmaus

Il profumo della primavera si mescola all’aria frizzante di festa: è arrivata Pasquetta, il Lunedì dell’Angelo che segue la solennità della Pasqua. Se la domenica è stata dedicata alla famiglia e alle celebrazioni, il lunedì è il giorno perfetto per staccare la spina e godersi le prime tiepide giornate all’aperto. Un giorno senza formalità: Pasquetta è sinonimo di scampagnate, picnic sull’erba e, immancabilmente, grigliate in compagnia. Che siate diretti verso fresche pinete o spiagge dorate oppure verso gli angoli suggestivi da riscoprire, la parola d’ordine è convivialità e relax.

La chiamiamo comunemente Pasquetta, perché è il giorno dopo la Pasqua, la sua continuazione, detta perciò anche piccola Pasqua. Quindi, come la Pasqua, neppure questa festa ha una data fissa, ma cade sempre tra il 23 marzo e il 26 aprile. Nei primi secoli cristiani, la Pasqua si celebrava per un’intera settimana dopo la domenica solenne, ma nella maggior parte dei Paesi in seguito è stata ridotta a un solo giorno. Di fisso la Pasquetta ha che cade sempre di lunedì. Tuttavia, la domanda più ricorrente è sapere quale sia il motivo questo lunedì sia diventato una festa solenne. Questo perché è la risposta dell’uomo alla sorpresa di Dio. Il significato è quindi radicato nella tradizione cristiana, ma cosa centrano le scampagnate? Proviamo a spiegarlo.

Sappiamo bene che ogni evangelista segue una narrazione propria, ma in questo caso, tutti concordano che il terzo giorno Gesù Cristo sia risorto dal sepolcro. I Sacri testi, però, non sono in grado di descrivere l’evento miracoloso, ma possono testimoniare che la tomba era vuota quando un gruppo di donne giunse nel luogo della sepoltura con l’intento di completare l’imbalsamazione del cadavere di Gesù. Imbalsamazione sospesa il venerdì sera, inizio del sabato, sul calare del sole. Secondo il racconto del Vangelo di Marco, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Maria di Salome, all’alba del giorno dopo il sabato, cioè la domenica mattina, trovarono che il macigno che avrebbe dovuto serrare la tomba era stato rimosso e il sepolcro si presentava del tutto vuoto. Ecco, però, che un angelo apparve alle tre donne e le rassicurò dicendo loro di non avere alcun timore, perché Gesù il Crocifisso era risorto esattamente come aveva predetto. Gesù, parlando di sé stesso, aveva detto: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (Luca). Poi l’angelo raccomandò alle donne di andare subito a riferirlo agli apostoli ed esse non mancarono di farlo.

La nostra festa del Lunedì dell’Angelo prende, quindi, il nome da questo episodio evangelico nel quale è annunciata la Resurrezione di Gesù Cristo. A seconda delle versioni non tutti i Vangeli concordano sul numero dei presenti all’apparizione dell’angelo e neppure fanno chiarezza se ad apparire sia stato un solo angelo o più di uno. Inoltre, tacciono del tutto sul perché le guardie non si fossero accorte di un evento sbalorditivo come la resurrezione di un morto. Infatti, su indicazione di Pilato, era stato ordinato da parte delle autorità locali che la tomba venisse «vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!» (Matteo).

Leggiamo lo stesso episodio davanti alla tomba vuota, secondo il Vangelo di Matteo: «Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto».

Salta all’occhio, però, che i testi Sacri fanno riferimento a «dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana» (Matteo), quindi raccontano di fatti avvenuti nel giorno di domenica. Noi stiamo parlando, invece, di Lunedì dell’Angelo. Il suo annuncio avvenne nel “giorno dopo Pasqua”, che per noi è chiaramente lunedì. Ma questo non corrisponde con l’esattezza temporale narrata dai Vangeli, giacché la Pasqua ebraica si celebra di sabato e il giorno successivo non può che cadere di domenica, com’è espressamente scritto nei Vangeli. In compenso la nostra Pasqua si festeggia proprio di domenica, perché nei Vangeli è riportato che il sepolcro vuoto di Gesù Cristo fu scoperto il giorno successivo al sabato. Insomma, i testi cristiani, come quelli ebraici, seguono gli evangelisti quando chiamano la Pasqua anche Domenica della Resurrezione. Ma poi i cristiani inventano un lunedì di troppo quando narrano dell’apparizione dell’angelo che sarebbe avvenuta di lunedì anziché di domenica.

Per raccontare la Resurrezione, forse conviene cambiare prospettiva e ricorrere ad altre apparizioni, in tal caso da parte dello stesso Gesù. Tra queste apparizioni emerge l’episodio riferito a Maria di Magdala. Conviene per l’esattezza leggere direttamente il testo dell’evangelista Giovanni: «Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi, ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”… Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto».

Tra le apparizioni potremmo citare quella agli undici apostoli oppure, come ulteriore esempio, l’apparizione all’incredulo Tommaso. Leggiamo in Giovanni: «Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”».

Nondimeno, l’apparizione ai discepoli di Èmmaus può offrire una diversa prospettiva degli eventi e spiegare anche perché la tradizione popolare cristiana abbia legato al lunedì di Pasquetta le immancabili gite fuoriporta. Seguiamo il racconto. Due discepoli, fra i tanti che accompagnavano Gesù e che assistettero alla sua morte in croce, lasciarono Gerusalemme e si misero in cammino verso il proprio villaggio, che si chiamava Èmmaus, distante pochi chilometri da Gerusalemme. Lungo la strada vennero avvicinati da uno sconosciuto, che chiese loro di cosa stessero discutendo con tanta tristezza.

Leggiamo, a questo proposito, il racconto che ne fa l’evangelista Luca: «Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò loro: ”Che cosa?”. Gli risposero: “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto»

Scrive Luca: «Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”». I discepoli invitarono l’uomo a fermarsi in una locanda e a cenare con loro. A tavola lo sconosciuto spezzò il pane, ripetendo immancabilmente il rito eucaristico dell’ultima cena, e in quel momento i due discepoli riconobbero in lui Gesù. «I loro occhi si aprirono» (Luca). Tuttavia non fecero in tempo a parlargli, perché egli scomparve davanti ai loro occhi. Nella sua lettera apostolica Mane nobiscum Domine, Giovanni Paolo II così commentava: «Il volto di Gesù scompare, e si fa strada quello del Maestro che sta con loro, nascosto nello spezzare del pane che apre gli occhi a riconoscerlo… Quando le menti sono illuminate ed i cuori sono ingentiliti, i segni iniziano a parlare».

Nella locanda Gesù Cristo si fece, dunque, riconoscere per dimostrare di essere veramente risorto, e poi scomparire per tornare dal Padre Suo. A Maria di Magdala aveva detto, infatti, di riferire a tutti: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Esterrefatti, i due si rimisero in viaggio e tornarono immediatamente a Gerusalemme, dove giunsero la notte stessa e raccontarono agli altri discepoli, lì riuniti, la loro esperienza. Asserirono, convintamente, di avere incontrato Gesù di Nazareth risorto dalla morte.

Dal racconto si comprende facilmente, perciò, che l’andare fuori città perpetua il ricordo del percorso a piedi, fatto dai due discepoli uscendo da Gerusalemme per recarsi verso Èmmaus e poi fare ritorno di nuovo a Gerusalemme. Una scampagnata per pranzare (o cenare) in un bel pic-nic all’aria aperta è, dunque, un modo allegro e popolare di ricordare questo momento conviviale di fratellanza.

La Val di Zoldo si prepara in vista del Dolomiti Extreme Trail

Iniziato in Val di Zoldo, nelle Dolomiti Bellunesi, il conto alla rovescia per la KAILAS FUGA Dolomiti Extreme Trail, l’evento per gli appassionati della corsa in montagna che si svolge dal 2013 sui sentieri della Val di Zoldo, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi, sito patrimonio dell’umanità Unesco, i prossimi 6-7-8 giugno 2025. 

In vista dell’appuntamento, l’agenzia Gruppo Matches che segue il prestigioso marchio sportivo cinese, ha ideato per domenica 27 aprile, un training camp insieme al Team KAILAS FUGA, l’azienda cinese specializzata nella realizzazione di scarpe, abbigliamento e accessori per gli sport outdoor che da questo 2025 è il nuovo title sponsor della manifestazione per i prossimi tre anni. 

Il KAILAS FUGA TRAINING CAMP si svolgerà alla Sporting Area di Pralongo, nei pressi di Forno di Zoldo. La formula è quella del test sul campo: dalle ore 10 della domenica, si potranno provare i prodotti KAILAS FUGA dedicati al trail running con un test di corsa che si svilupperà su un tracciato di 10,5 chilometri e di 690 metri di dislivello positivo, lungo un tratto dei sentieri che saranno percorsi anche dalle gare di giugno. A coordinare il test sarà Donatello Rota, ultra-runner (vanta, tra le altre prestazioni, un secondo posto al Tor des Géants 2024) e preparatore atletico.  

Tutto questo solo per i primi 50 atleti ed appassionati che si iscriveranno entro  il 23 aprile 2025 nel link dedicato:

Un nuovo progetto di sport per Gruppo Matches – ha detto il suo Ceo Andrea Cicini –, che supporta la promozione del brand  KAILAS FUGA, un brand che ha creduto nell’agenzia e nel DXT, al fine di far conoscere a sempre più atleti del settore trail prodotti innovativi e ad alte performance per le lore prestazioni sportive. L’annunciata sinergia col marchio per il prossimo triennio è la conferma che il Dolomiti Extreme Trail sta facendo bene, riuscendo a posizionarsi nel tempo tra le alte vette delle migliori manifestazioni di trail in Europa. Sicuramente tra le più tecniche”.

KAILAS FUGA Dolomiti Extreme Trail 2025 si svolgerà dal 6 all’8 giugno 2025 e proporrà diverse distanze: 103 K (la gara più lunga e difficile, con 7.150 metri di dislivello positivo e altrettanti di dislivello negativo), la 72 K (5.550 metri di dislivello), la 55 K (la prima nata, 3.800 metri di dislivello), la nuova nata 35 K (2 mila metri di dislivello), la 22 K (1.300 metri di dislivello) e la 11 K (470 metri di dislivello). Quest’ultima sarà esclusivamente in forma non competitiva. Per i più piccoli ci sarà la Mini Dxt, su tracciato-gymkana di 2 chilometri. La 103 K, la 72 K, la 55 K, la 35 K e la 22 K sono gare qualificanti per l’UTMB Mont-Blanc e partecipano a ITRA National League oltre che al campionato Europe Trail Cup.

Media | Press Office Gruppo Matches
e-mail: media@gruppomatches.com


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Se la cura del viso diventa naturalmente cura di sé

Massaggio al viso, non una novità

Le origini del massaggio manuale al viso affondano le radici nelle antiche civiltà orientali, in particolare in Cina e in India, dove veniva praticato già migliaia di anni fa come rituale di bellezza e strumento di riequilibrio energetico. Nella medicina tradizionale cinese, il massaggio del viso era parte integrante delle tecniche di digitopressione (come il Tui Na) per stimolare i meridiani e favorire il benessere dell’intero organismo. In Giappone, l’arte del Kobido — riservata originariamente alle imperatrici — è un esempio raffinato di trattamento che unisce manualità e filosofia. In Europa, il massaggio facciale si diffonde a partire dal Rinascimento, evolvendosi nel tempo fino a diventare, tra Ottocento e Novecento, una componente fondamentale dei trattamenti estetici professionali.

Il “nuovo” di Annaluisa Corvaglia

Nel panorama dell’estetica e del benessere, Anna Luisa Corvaglia si distingue tuttavia come una professionista innovativa, per aver creato (e brevettato) la Riflessologia Facciale Rimodellante, una tecnica che unisce la riflessologia facciale ai benefici del massaggio connettivale, unica in Italia e in Europa, combinando tecniche manuali avanzate con la potenza della stimolazione dei punti e delle zone riflesse del viso. La parte strutturale del metodo è quindi rappresentata da manovre profonde sui muscoli facciali, sulle suture craniche e sulla postura, ma è integrata dalla efficacia del massaggio Guà Sha. Originario della medicina tradizionale cinese, questo massaggio (Guà, “raschiare” e Sha “comparsa di temporanei rossori”) nasce come tecnica di guarigione per il corpo, finalizzata a liberare i ristagni energetici e a stimolare una migliore circolazione linfatica e sanguigna. Diventa così una straordinaria componente in una routine di bellezza per la sua capacità di stimolare il drenaggio dei liquidi, rilassare la muscolatura e favorire un aspetto più disteso e luminoso. Si effettua con l’ausilio di appositi strumenti levigati, solitamente in pietra di giada o quarzo rosa, che scorrono delicatamente sulla pelle seguendo linee specifiche con movimenti decisi, ma controllati, e a volte in combinazione con oli o sieri naturali. A completare il metodo di Annaluisa Corvaglia, poi, il lavoro sui meridiani.

Tra le righe delle rughe

Come si vede, si tratta di un approccio olistico che mette al centro il riequilibrio delle energie, permettendo di ottenere risultati sia a livello estetico, con un rimodellamento dei tratti ben visibile, sia un miglioramento generale del benessere della persona. Ogni viso e ogni ruga vengono osservati attentamente, letti, per capire infatti anche gli aspetti emotivi che possono influire sull’aspetto di quel viso. Non solo per risolvere inestetismi, ma anche per attenuare disturbi comuni come tensioni muscolari, dolori cervicali e i diversi sintomi legati allo stress, attraverso un invito a rallentare e a riconnettersi col proprio corpo. Ai tempi del multitasking e della sovrastimolazione digitale, Annaluisa Corvaglia fa del suo metodo un rituale di bellezza sì, ma anche un rituale di ascolto e rigenerazione, “raschiando” via lo stress, un gesto alla volta.

SkinGym, non solo uno luogo fisico

Come “terapista facciale”, Annaluisa Corvaglia apriva quest’anno a Roma, al quartiere Parioli, lo studio SkinGym, dove esercita e che è diventato un crogiolo di professionalità, in costante dialogo tra loro, tutte rivolte alla cura e al benessere fisico e psichico della persona. Dopo anni di esercizio della professione di estetista esperta, quindi, ha lasciato che “il sogno di un’altra cosa” divenisse possibile. Per lei, certo, per le donne e gli uomini che si rivolgono a lei. Ma non solo.

SkinGym è infatti anche una piattaforma che promuove l’auto trattamento delviso attraverso un metodo naturale e indolore, con esercizi mirati, permettendo così a chiunque e da dovunque di prendersi cura della propria pelle in modo naturale e consapevole.  In quest’ambito anche la pubblicazione del libro “Visogym. Il lifting viso che ti fai tu!”, non solo una guida pratica all’automassaggio facciale, rendendo democraticamente accessibili almeno parte tecniche avanzate praticate in studio anche a casa, ma anche un testo capace di regalare un surplus di consapevolezza sulla necessità di conoscere la propria pelle, e più in generale il proprio corpo, per assecondarne inclinazioni e bisogni. E sentirsi meglio. Il viso, la testa, il collo, sono infetti crocevia di muscoli, stazioni linfonodali, punti ricettivi per la riflessologia, e quindi anche a queste parti del corpo fa bene andare “in palestra”, con benefici l’aspetto della pelle, invitata e guidata a tornare tonica, elastica, luminosa, ma anche per l’intero corpo e la psiche stessa della persona.

Di che parliamo quando parliamo di Bellezza

Oggi come ieri, infatti, la bellezza di un viso come di un corpo ha molto a che fare con quanto di bello il nostro viso e il nostro corpo celano di noi stessi. Quello che siamo è quello che poi, in qualche modo, il nostro viso e il nostro corpo lasciano trapelare. Per questo arrivare a concepire una routine di bellezza “naturale”, che funziona solo attraverso pratiche di massaggio manuale, vecchie e nuove, e che promette però di andare “un po’ più a fondo” a liberare positività e ricercare equilibrio, un metodo di ricerca a tutto tondo di uno stato di benessere mentale fisico, è un qualcosa che Annaluisa Corvaglia ha voluto inseguire e per il quale non smette di studiare, e che per noi può valere la pena di sperimentare ed imparare.


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Il bicchiere da Martini: geometria della modernità

Nel panorama dei cocktail classici, nessun altro riesce a evocare con tanta forza l’eleganza senza tempo, la raffinatezza e l’immaginario cinematografico quanto il Martini. Dietro la trasparenza tagliente del drink e la silhouette impeccabile del bicchiere, si cela una storia ricca di intrecci tra scienza, medicina, costume e design. Un racconto che attraversa secoli, nazioni e stili di vita, fino a condensarsi in un gesto: il tintinnio sottile di un calice triangolare, impugnato con due dita, tra un brindisi e una battuta di spirito.

L’identità alcolica del Martini affonda le radici nel XVII secolo, quando un professore olandese di medicina, Francois de Boe Sylvius, mise a punto una miscela di alcol di cereali e bacche di ginepro per curare i disturbi renali e purificare il sangue. Era il genever, precursore del moderno gin. Il successo fu immediato: la bevanda non solo era economica e facilmente producibile, ma suscitava un’euforia piacevole. Il suo consumo si diffuse ben oltre le intenzioni terapeutiche, diventando parte integrante della cultura del bere in Europa.

Il secondo ingrediente del Martini, il vermouth, nasce in Italia nel Settecento come infuso di vino bianco, spezie ed erbe medicinali. Il nome stesso – vermouth – deriva dal tedesco wermut, cioè assenzio, pianta utilizzata per combattere i parassiti intestinali. A lungo, il vermouth fu consumato come digestivo, in alternativa all’acqua potabile spesso contaminata. Le prime versioni erano scure, dolci, ricche di aromi: l’attuale formulazione, più secca e chiara, si sarebbe affermata solo nel corso del Novecento.

Il matrimonio tra gin e vermouth diede vita al Martini, un cocktail il cui nome stesso è oggetto di innumerevoli leggende. C’è chi lo attribuisce a Jerry Thomas, pioniere della mixology americana, che avrebbe creato un Martinez per un cercatore d’oro diretto a Martinez, in California. C’è chi indica invece un barista del Knickerbocker Hotel di New York, Martini di Arma di Taggia, che lo avrebbe servito nel 1911 a John D. Rockefeller. C’è infine chi riconduce il nome alla ditta italiana Martini & Rossi, che già nel 1871 esportava il suo vermouth negli Stati Uniti. Tutte ipotesi plausibili, nessuna definitiva.

Se il Martini è diventato una leggenda, è anche grazie al suo contenitore. Il bicchiere da Martini – trasparente, affilato, essenziale – è una delle forme più iconiche del design del Novecento. La sua comparsa ufficiale risale agli anni Venti, in un periodo in cui il gusto estetico si andava rapidamente evolvendo verso linee pulite, minimaliste, geometriche.

Alla base del successo di questo oggetto c’è una precisa esigenza funzionale: i cocktail come il Martini vanno serviti freddi, senza ghiaccio. Lo stelo lungo consente quindi di tenere il bicchiere senza riscaldare il contenuto con il calore della mano. La coppa ampia, che si apre in un angolo netto, avvicina la superficie del liquido al naso, favorendo la percezione degli aromi, soprattutto quelli del gin. I lati inclinati impediscono la separazione dei componenti del drink e sostengono con grazia le classiche guarnizioni: un’oliva verde, una scorza di limone, o uno spiedino da cocktail.

Dal punto di vista estetico, il bicchiere da Martini rappresenta l’incarnazione del modernismo applicato agli oggetti quotidiani. Non a caso, fu formalmente introdotto all’Esposizione di Parigi del 1925 come rielaborazione modernista della coppa da champagne, allora simbolo di raffinatezza e mondanità. La forma, derivata dall’Art Deco, rifletteva le tendenze dell’epoca anche nell’architettura e nell’arredamento: linee spezzate, angoli decisi, funzionalismo elegante.

Esistono versioni più pittoresche sulla nascita del bicchiere, come quella che lo vuole ideato durante il proibizionismo americano per consentire di svuotare velocemente il contenuto in caso di raid della polizia nei bar clandestini. Se pure apocrifa, questa storia contribuisce al fascino misterioso che circonda l’oggetto.

Negli anni Trenta, il bicchiere da Martini si impose nella cultura visiva occidentale. Appariva nei film, sulle riviste patinate, nei salotti dell’alta società tra New York e Hollywood. Con la diffusione dei servizi da cocktail per uso domestico, diventò accessibile anche al ceto medio, incarnando il sogno di una sofisticazione a portata di mano. Gli shaker in acciaio lucido, i cucchiai curvi, i colini, le pinze per olive: tutto contribuiva a creare un immaginario fatto di glamour, ritmo jazz e conversazioni scintillanti.

Attrici come Katharine Hepburn, nei film quanto nella vita reale, seppero farne un accessorio di stile. Il Martini – e con lui il suo bicchiere – entrò nel linguaggio del cinema, diventando emblema di personaggi affascinanti, indipendenti, sofisticati. Divenne il drink preferito di James Bond (“shaken, not stirred”), il protagonista di brunch letterari e il compagno immancabile nei pomeriggi oziosi delle commedie sofisticate.

Oggi, il bicchiere da Martini non ha subito modifiche sostanziali. La sua silhouette è rimasta intatta, riverita da designer, illustratori, registi. Ogni tentativo di aggiornarla si è scontrato con la perfezione di una forma ormai archetipica, capace di coniugare bellezza e funzionalità in un equilibrio che sfida il tempo.

Il Martini non è soltanto un cocktail: è un’icona culturale. È il distillato di una lunga tradizione che unisce l’arte della miscelazione alla storia del design. È un gesto, uno stile, un’immagine sedimentata nell’immaginario collettivo. Ed è soprattutto una prova di come, nella semplicità apparente di un bicchiere e due ingredienti, possa vivere una complessità fatta di storie, invenzioni, influenze e aspirazioni. Una complessità che, proprio come un buon Martini, va gustata lentamente.


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Il rosa Pompadour: quando un colore racconta un’epoca

Tra le molte sfumature che hanno colorato la storia dell’arte, poche portano con sé il peso culturale, politico ed estetico del cosiddetto “rosa Pompadour”. A lungo rimasta un enigma nelle botteghe e negli archivi, la composizione chimica di questa tonalità raffinata e inconfondibile è stata recentemente svelata grazie a un’indagine scientifica condotta in occasione della mostra “Boucher e Fragonard alla corte del re”, ospitata fino al 25 maggio 2025 presso la Casa Museo Fondazione Paolo e Carolina Zani, a Cellatica, Brescia.

Il risultato è una scoperta che, seppur tecnica nei presupposti, getta nuova luce su un’intera estetica settecentesca e su una delle figure più influenti dell’Ancien Régime: Madame de Pompadour.

Nato dalla volontà di esaltare il fascino e l’eleganza di Jeanne-Antoinette Poisson – meglio conosciuta come Madame de Pompadour –, il rosa Pompadour non fu soltanto una moda cromatica, ma un autentico simbolo di gusto, stile e influenza culturale. La favorita ufficiale di Luigi XV fu molto più di una figura decorativa della corte: donna colta, stratega politica, mecenate appassionata delle arti, contribuì in modo decisivo all’affermazione del rococò francese.

Tra i molti artisti da lei sostenuti, il più celebre fu François Boucher, che divenne primo pittore del re nel 1765. Fu lui a dare forma pittorica all’estetica Pompadour, prediligendo nei suoi dipinti una gamma di colori morbidi e sensuali, tra cui spiccava una tonalità di rosa pallido, vibrante e cangiante. Questo colore, codificato ufficialmente nel 1757 presso le manifatture di porcellana di Sèvres grazie al chimico Jean Hellot, divenne subito riconoscibile e ricercato, sia nell’arte che nell’arredo, nella moda e nella decorazione.

Rosa Pompadour su un porcellana. Fonte Wikipedia

Una formula svelata tra arte e scienza

La composizione del rosa Pompadour è stata finalmente chiarita attraverso sofisticate indagini diagnostiche condotte da Gianluca Poldi dell’Università di Udine, nell’ambito della mostra organizzata dalla Fondazione Zani. I risultati, presentati nel corso di un incontro intitolato “In leggerezza. Come dipinge Boucher alla luce delle analisi scientifiche”, hanno rivelato una formula sorprendentemente articolata.

Per ottenere quella sfumatura morbida, carnosa e luminosa – così cara alla ritrattistica di Venere, di putti e amorini, e ovviamente della stessa Pompadour – veniva impiegata una miscela di bianco di piombo, vermiglione finemente macinato (ottenuto dal cinabro), lacca carminio estratta dalla cocciniglia e un tocco di pigmento giallo. Una composizione studiata non solo per rendere la tinta più espressiva, ma anche per ottenere variazioni tonali capaci di evocare la fragilità dei petali di rosa e l’incarnato idealizzato della femminilità settecentesca.

La preparazione dei colori, all’epoca, era un procedimento interamente artigianale, affidato a mani esperte all’interno delle botteghe. Nulla era lasciato al caso: ogni materiale veniva selezionato per la sua resa cromatica, la sua stabilità, la sua capacità di assorbire o riflettere la luce. Il rosa Pompadour ne è esempio perfetto: un tono che riesce a fondere la grazia naturale con l’artificio della corte.

Il contesto di questa scoperta non è secondario. La mostra “Boucher e Fragonard. Alla corte del re” è un viaggio immersivo nella cultura visiva della Francia di Luigi XV, attraverso opere provenienti da una delle più importanti collezioni d’arte barocca in Italia. La Casa Museo Fondazione Zani ospita oltre 1.200 opere, tra dipinti, arredi e sculture, che testimoniano lo splendore e la teatralità della vita di corte.

Tra le opere esposte spicca L’Allegoria della Terra, dipinta da Boucher nel 1741 per il castello di Choisy, parte di una serie dedicata ai quattro elementi, commissionata dallo stesso re. Il destino delle altre tre tele – Acqua, Fuoco e Aria – è tuttora ignoto, aggiungendo un alone di mistero al percorso espositivo.

Altro capolavoro in mostra è Venere nella fucina di Vulcano, la più grande opera di Boucher conservata in Italia, dove il dinamismo barocco e la sensualità mitologica trovano un equilibrio visivo di rara potenza. Il dipinto anticipa la versione custodita oggi al Louvre, e costituisce uno dei vertici della produzione dell’artista.

Accanto ai dipinti, il percorso si arricchisce di oggetti d’arte che rafforzano il legame con Madame de Pompadour. Emblematici i due cigni dorati che ornavano la sua toilette all’Hôtel d’Évreux, oggi sede del palazzo dell’Eliseo. Realizzati nel 1755 su disegno di Lazare Duvaux, questi pezzi testimoniano l’attenzione maniacale al dettaglio che permeava ogni aspetto dell’estetica di corte.

Fragonard e la leggerezza narrativa del rococò

Se Boucher rappresenta l’eleganza codificata del potere, Jean Honoré Fragonard incarna il lato più malizioso, narrativo e borghese del rococò. Allievo del maestro, ne proseguì e rinnovò la lezione con una pennellata più sciolta e un gusto marcato per il racconto erotico e aneddotico.

In mostra è esposta Annette a vent’anni, un dipinto appartenuto al visconte Adolphe du Barry, nipote dell’ultima favorita del re, Madame du Barry. L’opera si ispira a un racconto morale dell’illuminista Marmontel, fondendo letteratura e pittura in una scena intima e rivelatrice, emblema dell’universo galante che Fragonard seppe illustrare come pochi.

La rivelazione della formula del rosa Pompadour non è soltanto un dettaglio tecnico, ma un tassello prezioso per comprendere l’universo visivo del Settecento francese. In quel secolo dominato dalla teatralità, dalla grazia e dall’invenzione, ogni elemento era carico di significati. Il colore, in particolare, diventava uno strumento di rappresentazione del potere, della seduzione, della cultura.

Madame de Pompadour riuscì a trasformare un semplice tono cromatico in un segno distintivo del suo stile, tanto da farlo codificare nelle manifatture reali, impiegarlo nei ritratti ufficiali, negli arredi, nella porcellana. Con l’aiuto di artisti come Boucher e Fragonard, rese quel rosa simbolo di un’epoca – tanto lieve nella superficie quanto sofisticata nella sostanza.

A secoli di distanza, il rosa Pompadour continua a parlare. E oggi, grazie alla scienza e all’arte, possiamo ascoltarlo con rinnovata consapevolezza.


A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

L’insidia dello zucchero: un dolce inganno per la salute

La pagina illustra i pericoli del consumo eccessivo di zucchero nei prodotti alimentari industriali. Lo spunto è offerto da un articolo di Marco Brando sulla rivista Atlante di Treccani.

L’articolo menziona gli effetti negativi sulla salute come diabete, obesità e ipertensione. Spiega anche le ragioni psicologiche e neurologiche alla base del nostro desiderio di zucchero, citando esperti e studi. Il documento evidenzia ulteriormente il ruolo dell’industria alimentare e del marketing nel promuovere il consumo di prodotti malsani e ricchi di zucchero. Infine, suggerisce potenziali soluzioni sia a livello individuale che sociale, sottolineando l’importanza dell’istruzione e delle scelte informate.

L’eccessivo consumo di zucchero, spesso nascosto in molti alimenti insospettabili, sta diventando una seria preoccupazione per la salute pubblica. Le conseguenze di questa iper-assunzione, che spesso avviene senza che ne siamo pienamente consapevoli, sono molteplici e vanno dal diabete all’obesità, dall’ipertensione ad altre patologie correlate.

Il nostro amore per i sapori dolci ha radici profonde. Come spiega la professoressa Simona Bertoli, specialista in nutrizione e obesità, il senso del gusto si sviluppa sin dalla nascita e il primo sapore che sperimentiamo è proprio quello dolce del latte materno. Questa esperienza primordiale crea un legame emotivo con i dolci, associandoli a momenti di gioia e conforto.

Tuttavia, questa preferenza innata viene sfruttata dall’industria alimentare. Uno studio del Max Planck Institute for Metabolism Research di Colonia, in collaborazione con l’Università di Yale, ha dimostrato che il consumo di cibi ricchi di zuccheri (e grassi) stimola il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che induce una sensazione di piacere. Questo meccanismo crea un circolo vizioso, spingendoci a consumare quantità sempre maggiori di questi alimenti per ottenere la stessa gratificazione.

L’industria alimentare è ben consapevole di questi meccanismi e utilizza sapientemente questi fattori per rendere i propri prodotti sempre più appetibili, spesso a scapito della nostra salute. Come sottolinea ancora la professoressa Bertoli, l’abitudine di consumare quotidianamente bevande zuccherate, ad esempio, comporta l’introduzione di “calorie vuote”, prive di nutrienti essenziali, che favoriscono l’obesità e il diabete.

Il professor Giovanni Ballarini, decano dell’antropologia nutrizionale, in un suo commento, evidenzia un paradosso: mentre la denutrizione e l’obesità sono in aumento, proliferano alimenti che appagano i nostri sensi ma non apportano benefici nutrizionali, se non addirittura dannosi. Questi prodotti, promossi da un’industria che ha sviluppato il concetto del “buono da vendere, buono da mangiare”, vengono prodotti, distribuiti e consumati in grandi quantità, spesso grazie a strategie di marketing mirate.

L’avvento dell’era digitale ha amplificato ulteriormente il potere del marketing alimentare. Social media, food blogger, influencer e campagne pubblicitarie raggiungono un pubblico vasto e variegato, promuovendo cibi e bevande spesso poco salutari.

Come possiamo proteggerci da questa “trappola dolce”? A livello individuale, è fondamentale prestare attenzione alla spesa, limitando il consumo di cibi trasformati e privilegiando alimenti freschi e naturali. A livello statale, è indispensabile promuovere l’educazione alimentare, a partire dalle scuole dell’infanzia fino alle mense aziendali, per fornire ai cittadini gli strumenti necessari per fare scelte alimentari consapevoli. La strada è ancora lunga, ma la consapevolezza e l’informazione corretta sono il primo passo per invertire la tendenza e tutelare la nostra salute.

PER SAPERNE DI PIÙ

Marco Brando – Cibo, l’invasione degli ultrazuccherati
Simona Bertoli – Zuccheri a cosa servono e quando fanno male
Giovanni Ballarini – Buono da vendere, buono da mangiare
Uno studio scientifico del Max Planck Institute for Metabolism Research

Vino dealcolato: una rivoluzione nel bicchiere?

Il vino dealcolato è un nuovo prodotto ottenuto attraverso processi di lavorazione che permettono di rimuovere l’alcol dal vino tradizionale, mantenendone il più possibile le caratteristiche organolettiche, come profumo e sapore.

Si distinguono due categorie principali:
Vino dealcolato: con un contenuto alcolico inferiore allo 0,5%
Vino parzialmente dealcolato: con un contenuto alcolico compreso tra 0,5% e 8,5%

Dopo anni di discussioni e incertezze, l’Italia si è aperta al vino dealcolato. Il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF), con il decreto ministeriale n. 672816, firmato il 20 dicembre 2024, ha recepito il regolamento europeo in materia UE 1308/2013. Con ciò ha autorizzato ufficialmente la produzione e la commercializzazione di vino con contenuto alcolico ridotto o nullo, in linea con le normative europee.

Il decreto rappresenta un punto di svolta nel panorama vitivinicolo italiano. Apre nuove prospettive per i produttori e soddisfa le esigenze di un pubblico sempre più vasto e diversificato come quello dei più giovani. La svolta, da affrontare in questi primi mesi del 2025, riguarda anche quei consumatori che scelgono di bere moderatamente, senza astenersi completamente dall’alcol in ottemperanza del nuovo Codice della strada.

Cosa ne pensano i protagonisti? Le associazioni di categoria (Federvini, Ulv, Assoenologi) hanno accolto positivamente la novità, sottolineando le opportunità che essa rappresenta per il settore. La Presidente di Federvini Micaela Pallini ha dichiarato: “La firma del decreto è un risultato significativo per il comparto vitivinicolo italiano, in una cornice normativa che non lasciava molti margini di manovra. Continueremo a lavorare per valorizzare la tradizione e il patrimonio enologico italiano anche attraverso l’introduzione di nuovi prodotti capaci di rispondere alle esigenze di un pubblico, soprattutto internazionale, sempre più attento e diversificato”.

Tutti, soddisfatti e concordi, sono perciò pronti a ridurre parzialmente o totalmente il tenore alcolico dei vini, ottenendo così un prodotto del tutto nuovo la cui componente alcolica, secondo la norma, va da 0 a 0,5% (dealcolati), e da 0,5% a 8,5% (parzialmente dealcolati). Sono, per fortuna, esclusi dal procedimento i vini Igt, Doc e Docg. Gli amanti del buon vino dovrebbero dormire, quindi, su sette cuscini.

Battute di spirito a parte, per la verità, Il vino dealcolato rappresenta una spinta alternativa al mercato tradizionale. Superato il vuoto normativo, si può fare di necessità virtù. Questo perché l’Italia è la culla della dieta mediterranea. Occorre sempre ricordarlo. La possibilità di produrre e vendere vino analcolico in Italia e all’estero è utile per perseguire le trasformazioni del mercato globale del vino.

Ma in cosa consiste il vino senza alcol? La produzione avviene mediante diverse tecniche, le quali permettono all’alcol di evaporare a basse temperature preservando, tuttavia, le sue caratteristiche organolettiche (profumo e sapore). Viene assicurato che, alla fine della lavorazione, il vino ottenuto avrà ancora il sapore di vino. Gli scettici, che non mancano mai, commentano sarcasticamente che finiranno col chiudere i battenti anche le enoteche e che ci convertiremo al latte e alla birra, come facevano i popoli nordici nel medioevo. Una nuova sfida da affrontare al Sud, dove il buon vino è stato sin dall’antichità il punto forte di quei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.


Le donne rivendicano: “C’è una strega in ognuna di noi”

La figura storica della “strega” è oggi reinterpretata in chiave moderna.

Sul tema la grande diffusione di libri, serie televisive, film, ma anche social media, ha contribuito alla reinterpretazione della “strega” e alla sua rinata popolarità. La cultura popolare ha promosso l’idea che “c’è una strega in ognuna di noi”, offrendo a milioni di donne e ragazze un modello che si è evoluto negli anni. Oggi l’appellativo viene rivendicato da molte donne come sinonimo di persona ribelle, sessualmente libera, potente, scomoda.

Con Halloween le streghe riaffiorano insieme ad altre figure spaventose evocate per l’occasione. Ma di streghe oramai non si parla solo alla sera di festa che precede il 1° novembre, dal momento che sia la figura storica, sia quella folclorica della “strega”, sono sempre più reinterpretate in una chiave moderna. Le streghe sono, infatti, sempre più connesse con i movimenti femministi oppure associate a rivendicazioni politiche, fungendo da metafora della condizione femminile soggetta all’egemonia patriarcale. Pertanto, a differenza di zucche, zombie e altri poltergeist, le streghe – presentate come donne perseguitate solo per il fatto di essere donne – sono divenute un tema ricorrente nel dibattito pubblico. Gli storici di professione, al contrario, tendono a evitare generalizzazioni sull’argomento, pur riconoscendo le motivazioni misogine delle accuse e la realtà delle numerose donne perseguitate e uccise per stregoneria.

Quindi, di cosa parliamo quando ci riferiamo a “streghe”? Per rispondere, è necessario considerare tre aspetti distinti ma complementari.

  • In primo luogo, la reale persecuzione degli individui accusati di stregoneria.
  • In secondo luogo, la dimensione simbolica della stregoneria, intesa come un costrutto culturale sviluppato nel corso dei secoli e ancora rilevante oggi.
  • In terzo luogo, il fenomeno contemporaneo di persone che si identificano come “streghe”, in particolare seguaci di movimenti neopagani.

I primi processi per stregoneria appaiono nelle fonti storiche all’inizio del XIII secolo, specialmente nell’Italia settentrionale. Divennero più frequenti con il cambiamento di percezione della Chiesa, che avviò un grande progetto per combattere tutte le eresie, in un contesto di crisi politica e affermazione del potere papale. Venne istituita l’Inquisizione. In questo paradigma, la stregoneria implicava un patto con il diavolo e l’invocazione dei demoni, e gli accusati affrontavano la punizione riservata agli eretici: il rogo.

Un momento chiave fu la promulgazione della bolla papale “Super illius specula” da parte di Papa Giovanni XXII nel 1326, che vedeva la stregoneria come una minaccia per la società cristiana. Anche le autorità secolari parteciparono alla repressione. I processi divennero più frequenti fino alla fine del XV secolo.

Mentre nel Medioevo uomini e donne erano colpiti in egual misura, tra il 1560 e il 1750 l’80-85% dei perseguiti erano donne. Tale cambiamento può essere compreso esaminando il concetto di Sabba, costruito nel XV secolo, che inizialmente includeva entrambi i sessi. Questo perché stereotipi contro le donne emersero rapidamente, con l’idea di una presunta debolezza si credette che fossero più suscettibili al diavolo rispetto agli uomini.

Diversi sviluppi, in età moderna, portarono alla fine dei processi e alla depenalizzazione della stregoneria, come l’editto del Parlamento di Parigi del 1682 e il Witchcraft Act del 1736. Dopo la depenalizzazione, il fenomeno divenne oggetto di studio e interesse. Jules Michelet, in “Satanismo e stregoneria” (1862), contribuì significativamente alla riabilitazione del personaggio della strega, sottolineandone la dimensione simbolica e mitica. Alcuni autori, come i fratelli Grimm, esplorarono le connessioni tra stregoneria e antiche credenze pagane.

A cavallo del XX secolo, Alphonse Montague Summers sostenne che le streghe facevano parte di un’organizzazione segreta ostile alla Chiesa e allo Stato, perseguendo culti pagani antecedenti al cristianesimo. Margaret Alice Murray avanzò nuove e controverse interpretazioni della stregoneria come culto pagano. Le sue teorie influenzarono movimenti neopagani come la Wicca, iniziata nel Regno Unito da Gerald Gardner.

Alla fine del XIX secolo, durante la prima ondata del femminismo, Matilda Joslyn Gage vedeva le streghe come simboli della scienza repressa dall’autoritarismo religioso. Nel movimento di liberazione delle donne, le idee di Murray ispirarono il Movimento di liberazione delle streghe, che generò numerosi gruppi femministi negli Stati Uniti. Questi cercarono di riabilitare il termine “strega” come simbolo di resistenza femminile.

Scrittrici come Barbara Ehrenreich e Deirdre English proposero teorie sulle persecuzioni basate sulla minaccia che la conoscenza delle donne rappresentava per l’establishment medico maschile, anche se non vi è prova di una correlazione diretta. In Italia, movimenti attivisti presero ispirazione dalla visione di Michelet, utilizzando lo slogan “Tremate, tremate, le streghe sono tornate”.

Secondo studiose come Leopoldina Fortunati e Silvia Federici, la nascita del capitalismo comportò l’espropriazione sistematica delle donne da parte degli uomini. Françoise d’Eaubonne considerava la caccia alle streghe come una “guerra secolare contro le donne”. La figura della strega è diventata un simbolo dell’emancipazione femminile, riflettendo preoccupazioni politiche, sociali e culturali contemporanee.


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