Bari, anni Sessanta: una padella cambia la storia

Croccanti, piccanti, leggermente bruciacchiati. Gli Spaghetti all’Assassina non sono una semplice variante al pomodoro, ma una tecnica precisa nata a Bari negli anni Sessanta. Un piatto popolare che dimostra come la cucina italiana sappia trasformare ingredienti essenziali in un’esperienza contemporanea.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

La leggenda — corroborata da testimonianze locali e ricostruzioni gastronomiche — colloca la nascita degli Spaghetti all’Assassina a Bari, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il luogo simbolo è il ristorante “Al Sorso Preferito”, dove un cuoco avrebbe sperimentato una tecnica allora inconsueta: cuocere gli spaghetti direttamente in padella, senza previa bollitura, lasciandoli tostare fino a formare una crosticina scura.

Il nome? Secondo una versione diffusa, sarebbero stati alcuni clienti romani a definirli “assassini” per il grado di piccantezza e per quell’aspetto quasi carbonizzato che rompeva le aspettative. Un titolo rimasto, e oggi tutelato da un disciplinare promosso dall’Accademia dell’Assassina, associazione nata per salvaguardarne la corretta esecuzione.

Al di là del folklore, il dato certo è che si tratta di una specialità profondamente barese, diventata negli ultimi anni oggetto di riscoperta nazionale.

La tecnica prima dell’ingrediente

La forza dell’Assassina non risiede nella complessità degli ingredienti. Pomodoro, aglio, olio extravergine, peperoncino e spaghetti. Niente di più. È la tecnica a fare la differenza.

A differenza della pasta tradizionalmente bollita in acqua salata, qui gli spaghetti vengono disposti crudi in una padella di ferro o acciaio, dove vengono inizialmente tostati con olio e concentrato di pomodoro. Successivamente si aggiunge poco alla volta un brodo di pomodoro caldo, come in un risotto. Da qui il termine “risottati”.

Il risultato è una doppia consistenza: l’interno rimane al dente, mentre l’esterno sviluppa una leggera bruciatura controllata. Non è un errore di cottura; è l’obiettivo. La superficie deve caramellarsi, quasi attaccarsi alla padella, creando quella croccantezza che distingue il piatto.

Il peperoncino, generoso ma non invadente, completa il profilo sensoriale.

Tradizione povera, risultato gourmet

Gli Spaghetti all’Assassina rappresentano un caso esemplare di cucina povera evoluta. Ingredienti semplici, reperibili ovunque, vengono elevati da una tecnica che richiede attenzione e pazienza. Il controllo del fuoco è cruciale: troppo alto, e si brucia; troppo basso, e non si crea la crosta.

Questa logica richiama una tendenza contemporanea della gastronomia: valorizzare il processo più che l’opulenza. Non è un caso che il piatto sia stato recentemente reinterpretato da chef stellati e inserito nei menu di ristoranti di alta cucina.

La croccantezza, un tempo percepita come difetto, diventa pregio. La bruciatura, solitamente evitata, è qui cercata. È un ribaltamento semantico e tecnico che affascina.

Un’identità territoriale forte

Nel panorama delle paste italiane — dalla carbonara romana alla norma siciliana — l’Assassina si distingue per carattere. Non è una variante regionale generica; è profondamente legata a Bari. La città ne ha fatto un simbolo gastronomico, al punto che diversi locali competono per offrire la versione più autentica.

Il disciplinare tradizionale prevede l’uso di spaghetti (non linguine né altri formati), pomodoro concentrato e passata, olio extravergine pugliese, aglio e peperoncino. Vietate scorciatoie come la precottura in acqua.

Negli ultimi anni, complice la visibilità sui social e l’attenzione di guide gastronomiche, il piatto è uscito dai confini regionali. Ma la sua anima rimane saldamente ancorata alla cultura barese.

Fuoco, pazienza, equilibrio

Preparare un’Assassina non è un gesto rapido. Richiede tempo, attenzione, ascolto. Il suono della pasta che sfrigola in padella diventa indicatore di cottura. L’odore del pomodoro che si concentra segnala il momento di aggiungere altro liquido.

La padella non va mai abbandonata. Ogni passaggio incide sulla consistenza finale. È una cucina che educa alla presenza.

Il risultato, nel piatto, è sorprendente: spaghetti rossi intensi, con punte più scure quasi caramellate. Al morso, prima la resistenza croccante, poi la morbidezza interna. Il piccante non copre, ma accompagna.

Perché è un piatto contemporaneo

In un’epoca in cui la cucina si interroga sulla sostenibilità e sulla valorizzazione delle tradizioni, l’Assassina offre una risposta concreta. Non servono ingredienti esotici né tecnologie sofisticate. Serve una tecnica consapevole.

È il perfetto esempio di come la cucina italiana sappia reinventarsi senza tradirsi. Un piatto nato in un contesto popolare che oggi dialoga con la gastronomia d’autore.

Chi la assaggia per la prima volta resta spiazzato. Non è la pasta al pomodoro rassicurante dell’infanzia. È più audace, più intensa. Ma proprio per questo memorabile.


Note essenziali

Origine: Bari, fine anni ’60
Ingredienti base: spaghetti, concentrato e passata di pomodoro, olio extravergine, aglio, peperoncino
Tecnica: cottura in padella “risottata”, tostatura e leggera bruciatura controllata
Caratteristica distintiva: croccantezza esterna e piccantezza marcata
Tutela: disciplinare promosso dall’Accademia dell’Assassina


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Un vino che non era ancora il Barolo, finché la Marchesa Juliette Colbert…

Da vino dolce e instabile è diventato simbolo assoluto dell’enologia italiana. Nell’Ottocento il Barolo cambia volto grazie all’intuizione della Marchesa Juliette Colbert e al sostegno del Conte di Cavour. È così che, tra vigne piemontesi e strategie politiche, nasce il “Re dei vini”.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Oggi il Barolo è sinonimo di eleganza, potenza, longevità. Ma non è sempre stato così. Fino ai primi decenni dell’Ottocento, il vino prodotto nelle colline delle Langhe — ottenuto dal vitigno Nebbiolo — era spesso dolce o abboccato. La fermentazione si interrompeva con l’arrivo del freddo, lasciando residui zuccherini e una stabilità incerta.

Il Nebbiolo, uva esigente e tardiva, matura tra le nebbie autunnali del Piemonte (da cui il nome). È ricco di tannini e acidità, caratteristiche che oggi garantiscono una straordinaria capacità di invecchiamento, ma che all’epoca rendevano la vinificazione complessa.

Il passaggio dal vino dolce al Barolo secco e strutturato non è stato spontaneo. È il frutto di una trasformazione tecnica e culturale.

La Marchesa e il Conte

Il cambiamento si lega a due figure centrali della storia piemontese: Juliette Colbert, aristocratica francese sposata con il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, e Camillo Benso, protagonista del Risorgimento italiano.

Secondo la tradizione, fu proprio Juliette Colbert a volere un vino più moderno, ispirato ai modelli francesi. Per migliorare la qualità della produzione, venne coinvolto l’enologo francese Louis Oudart, che introdusse pratiche più controllate di vinificazione e affinamento. L’obiettivo era ottenere un vino secco, stabile, capace di durare nel tempo.

Parallelamente, Cavour — proprietario di tenute a Grinzane — investì nella modernizzazione agricola e nella qualità del vino. Non si trattava solo di gusto, ma di strategia economica e politica. Il vino diventava ambasciatore di un territorio e di una classe dirigente.

Dalle Langhe alla corte sabauda

Il successo del nuovo Barolo fu rapido. La Casa Savoia ne apprezzò le qualità al punto da promuoverne la produzione nelle proprie tenute. La definizione di “Re dei vini e vino dei re” nasce in questo contesto: un riconoscimento che unisce prestigio aristocratico e identità territoriale.

Nel corso dell’Ottocento, il Barolo consolida la propria reputazione oltre i confini piemontesi. La combinazione di struttura tannica, acidità e affinamento in legno ne fa un vino adatto a lunghi invecchiamenti, qualità rara in un’epoca in cui la conservazione era una sfida tecnica.

Le colline di Barolo, La Morra, Serralunga d’Alba, Monforte e Castiglione Falletto diventano progressivamente sinonimo di eccellenza.

Il Nebbiolo e il tempo

Il cuore del Barolo resta il Nebbiolo. È un vitigno capriccioso, sensibile alle variazioni climatiche e al suolo. Ma quando trova il suo equilibrio, restituisce vini complessi: note di rosa appassita, viola, frutti rossi, liquirizia, cuoio, tartufo.

L’affinamento tradizionale prevede lunghi periodi in botti di rovere, seguiti da ulteriore riposo in bottiglia. Oggi il disciplinare DOCG — riconoscimento ottenuto nel 1980 — stabilisce almeno 38 mesi di invecchiamento, di cui 18 in legno; 62 mesi per la Riserva.

Il tempo non è un accessorio, ma parte integrante del processo. Un Barolo giovane può apparire austero, tannico. Con gli anni si apre, si distende, acquisisce profondità.

Tradizione e dibattito

Nel Novecento, la storia del Barolo conosce un nuovo capitolo: il confronto tra “tradizionalisti” e “modernisti”. I primi difendono lunghe macerazioni e grandi botti; i secondi introducono tecniche più brevi e barrique francesi. È un dibattito che ha attraversato le Langhe negli anni Ottanta e Novanta, contribuendo a ridefinire lo stile del vino.

Oggi la situazione è più equilibrata. La qualità media è altissima e le differenze tra produttori diventano espressione di sensibilità individuale più che di contrapposizione ideologica.

Nel 2014 il paesaggio vitivinicolo di Langhe-Roero e Monferrato è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, riconoscendo il valore culturale e storico di questo territorio.

Un simbolo italiano nel mondo

Il Barolo è oggi uno dei vini italiani più conosciuti a livello internazionale. Il suo prestigio non è solo commerciale, ma culturale. Rappresenta l’idea di un’Italia capace di coniugare tradizione agricola, innovazione tecnica e visione politica.

Nato da un’intuizione ottocentesca e consolidato grazie all’impegno di aristocratici e statisti, il Barolo è il risultato di un progetto collettivo. Un vino che racconta una storia di trasformazione, proprio come l’Italia che nel XIX secolo cercava la propria unità.

Aprire una bottiglia di Barolo significa aprire un frammento di storia. Tra nebbia e colline, tra cantine e salotti aristocratici, è nato un re. E continua a regnare.


Note essenziali

Denominazione: Barolo DOCG (dal 1980)
Vitigno: 100% Nebbiolo
Zona di produzione: Langhe (provincia di Cuneo, Piemonte)
Invecchiamento minimo: 38 mesi (62 per la Riserva)
Figure storiche chiave: Juliette Colbert, Camillo Benso conte di Cavour
Soprannome storico: “Re dei vini, vino dei re”


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Questo film in costume dimostra di non essere un genere stanco, ma un territorio ancora fertile

Un lutto privato che diventa materia universale. Hamnet, il nuovo film di Chloé Zhao, porta sullo schermo il romanzo di Maggie O’Farrell e trasforma la storia del figlio di Shakespeare in un’esperienza visiva e sensoriale che lascia il segno.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Quando il Seicento smette di essere polvere

Chi entra in sala aspettandosi l’ennesimo dramma in costume rischia di restare spiazzato. Non c’è teatralità enfatica, non c’è ricostruzione calligrafica, non c’è la patina da affresco museale. Chloé Zhao lavora per sottrazione. Sposta l’asse della narrazione dal mito letterario al respiro umano, dall’icona Shakespeare alla fragilità di una famiglia.

Il film prende le mosse dal bestseller di Maggie O’Farrell, che ha riportato al centro della scena la figura quasi dimenticata di Hamnet, il figlio di William Shakespeare morto a undici anni nel 1596. Una biografia in controluce, un’assenza più che una presenza. Zhao non cerca la fedeltà illustrativa al romanzo: ne conserva l’intimità, la tensione sotterranea, l’idea che il dolore sia un organismo vivo che cambia forma. Il risultato è un film che non racconta soltanto una perdita, ma la costruzione di una memoria.

Una regia che ascolta il silenzio

La forza di Hamnet è nella sua regia. Zhao, già capace di trasformare il paesaggio in stato d’animo nei suoi lavori precedenti, qui compie un passo ulteriore: la natura non è sfondo, è personaggio. La fotografia – naturalistica fino all’ossessione – si muove tra luce lattiginosa e ombre profonde, tra interni poveri e campi aperti battuti dal vento. La macchina da presa non invade, osserva. Si avvicina ai volti come per chiedere il permesso. Non c’è compiacimento estetico, ma un’attenzione quasi fisica alla materia: il legno delle travi, il tessuto grezzo degli abiti, il fango, la pelle, il fiato nell’aria fredda.

Il Seicento inglese non è ricostruito come tableau storico. È sporco, vivo, concreto. Si sente l’umidità. Si percepisce il peso del silenzio dopo una notizia che non si vuole pronunciare. Zhao evita la retorica del grande autore. Shakespeare resta in secondo piano, quasi defilato. L’epicentro emotivo è Agnes – la madre – e il suo modo di abitare l’assenza. La regista costruisce un film che non grida mai. E proprio per questo colpisce con forza.

Il dolore come spazio condiviso

Il cuore di Hamnet non è la morte, ma ciò che viene dopo. La disgregazione lenta, le incomprensioni, la distanza che si insinua tra chi soffre in modo diverso. Zhao lavora sui dettagli minimi: uno sguardo evitato, un gesto interrotto, un oggetto che resta sul tavolo. Il film interroga una domanda implicita: come si trasforma un lutto in creazione? Non c’è risposta esplicita, ma un’eco.

Il nome di Hamnet, così simile a quello di Hamlet, aleggia come un filo sottile. Non c’è didascalia, non c’è spiegazione scolastica. Lo spettatore è invitato a costruire il ponte. È qui che il film diventa universale. Non è un racconto su Shakespeare. È un racconto su ciò che accade quando la vita privata entra in collisione con la storia, con l’arte, con la necessità di dare forma all’indicibile.

Un’esperienza visiva ipnotica

Si è parlato molto della fotografia – e a ragione. Hamnet è un film che si guarda con gli occhi e con il corpo. Le inquadrature lunghe, la luce naturale, la scelta di colori terrosi e desaturati costruiscono un’atmosfera quasi ipnotica. Non c’è colonna sonora invadente. Il suono è fatto di vento, di passi, di fruscii. Questa sottrazione crea uno spazio mentale in cui lo spettatore è costretto a restare. Non può distrarsi. Deve attraversare il tempo lento della narrazione.

La scelta di non accelerare, di non “modernizzare” il ritmo per compiacere il pubblico contemporaneo, è un atto di coraggio. Zhao si fida della forza delle immagini. E lo spettatore, se accetta la proposta, ne esce trasformato.

Perché vederlo

Perché è viscerale senza essere melodrammatico. Perché emoziona senza manipolare. Perché restituisce al cinema storico una dignità contemporanea. Hamnet dimostra che il film in costume non è un genere stanco, ma un territorio ancora fertile, se attraversato con uno sguardo autentico. Non è un’opera per chi cerca intrattenimento leggero. È un’esperienza da attraversare. E, soprattutto, è un film che parla della creazione artistica senza mai pronunciare la parola “genio”. Ci ricorda che dietro ogni opera immortale c’è una vita fragile, esposta, vulnerabile.


Note essenziali

Regia: Chloé Zhao
Tratto dal romanzo Hamnet di Maggie O’Farrell
Uscita italiana: febbraio 2026
Genere: dramma storico
Temi centrali: lutto, memoria, creazione artistica, famiglia


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Il successo di un romanzo che intreccia spiritualità e quotidianità non era scontato

Un caso editoriale che non si limita a raccontare una storia, ma intercetta un bisogno diffuso. Verrà l’alba, starai bene di Gianluca Gotto è uno dei libri più letti e discussi dell’ultimo anno: un romanzo che intreccia spiritualità e quotidianità senza retorica, e lascia il lettore con una sensazione rara di quiete.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il successo di un libro che non promette miracoli

Nel panorama editoriale contemporaneo, dominato da thriller ad alta tensione e memoir confessionali, il successo di un romanzo come Verrà l’alba, starai bene non era scontato. Eppure il libro di Gianluca Gotto si è imposto come uno dei casi letterari più forti dell’ultimo anno, conquistando un pubblico trasversale, spesso lontano dai circuiti della narrativa “di genere”.

La ragione non sta in una trama sensazionale. Al contrario, la forza del libro risiede nella sua apparente semplicità. Gotto racconta un percorso, un attraversamento. Non costruisce un eroe, ma un individuo fragile, immerso nelle contraddizioni della vita contemporanea. È un romanzo di formazione, sì. Ma è anche un invito a ripensare il modo in cui abitiamo il tempo.

Spiritualità senza dogma

Uno degli aspetti più sorprendenti del libro è il modo in cui affronta la spiritualità. In un’epoca in cui il tema è spesso trattato in forma di manuale motivazionale o di guida pratica alla felicità, Gotto sceglie una strada narrativa. Non ci sono formule. Non c’è un percorso in dieci passi. C’è piuttosto una ricerca personale, fatta di incontri, silenzi, paesaggi, scelte difficili.

La spiritualità, qui, non è fuga dalla realtà. È immersione. È capacità di fermarsi, di ascoltare, di riconoscere il rumore che ci portiamo dentro. Il libro parla di crisi, di smarrimento, di quella sensazione diffusa di non essere mai nel posto giusto al momento giusto. Ma non offre scorciatoie, bensì spazio.

Un linguaggio accessibile ma non banale

Il successo di Verrà l’alba, starai bene si spiega anche con il suo stile. Gotto scrive in modo diretto, chiaro, privo di compiacimenti. Il linguaggio è accessibile, ma non superficiale. È una scrittura che non alza mai la voce, che non cerca effetti speciali.

La narrazione scorre con un ritmo equilibrato. Le descrizioni non sono decorative, ma funzionali. I dialoghi non sono artificiosi. C’è una naturalezza che permette al lettore di entrare nella storia senza sforzo. E, soprattutto, c’è un’attenzione costante al respiro. Non è un caso che molti lettori parlino di questo libro come di un’esperienza quasi fisica. Si legge e si ha l’impressione di rallentare. In un tempo che accelera continuamente, questo effetto non è secondario.

Il viaggio come metafora contemporanea

Il viaggio è uno degli elementi centrali del romanzo. Non tanto come spostamento geografico, ma come movimento interiore. La partenza non è evasione, ma necessità. È il tentativo di sottrarsi a un’esistenza che sembra predefinita, programmata, automatica.

Gotto intercetta una sensibilità generazionale: quella di chi sente il peso delle aspettative, della produttività, della performance continua. Il protagonista attraversa luoghi e situazioni che diventano specchio delle sue trasformazioni.

Non si tratta di esotismo. Non c’è idealizzazione naïf dell’altrove. Il viaggio è confronto, talvolta scontro. È messa in discussione di abitudini, di convinzioni, di identità. In questo senso, il romanzo parla a chiunque abbia percepito almeno una volta il bisogno di fermarsi e ricalibrare la propria traiettoria.

Un libro che non anestetizza il dolore

Il rischio di una narrativa che sfiora la spiritualità è quello di scivolare nella consolazione facile. Verrà l’alba, starai bene evita questa trappola. Il dolore non viene negato, né romanticizzato. È riconosciuto come parte integrante dell’esperienza umana. Il titolo stesso contiene una promessa, ma non immediata. L’alba verrà, ma non ora. E starai bene, ma dopo aver attraversato il buio.

Questa consapevolezza rende il romanzo credibile. Non offre una felicità preconfezionata, ma un processo. Non elimina l’ansia contemporanea, ma la nomina. Ed è forse proprio questo il motivo per cui tanti lettori si sono riconosciuti nelle sue pagine.

Il mood del “respiro profondo”

Ci sono libri che si chiudono con un colpo di scena. Altri che restano per un’immagine. Questo lascia una sensazione. È la sensazione di un respiro profondo, di una pausa necessaria. Dopo una giornata frenetica, fatta di notifiche e urgenze, la lettura di questo romanzo produce uno scarto. Non cambia la realtà, ma modifica lo sguardo.

Il libro invita a rallentare senza trasformare la lentezza in ideologia. Suggerisce che il benessere non è un traguardo da esibire, ma uno stato da coltivare. Non è un testo “facile” nel senso riduttivo del termine. È un testo che sceglie di non complicare ulteriormente un mondo già complesso.

Perché leggerlo oggi

Perché intercetta un bisogno diffuso di senso senza diventare predica. Perché mescola vita reale e tensione interiore con equilibrio. Perché dimostra che la narrativa contemporanea può ancora essere luogo di riflessione e non solo intrattenimento.

Verrà l’alba, starai bene è un libro da coltivare per qualche giorno, lasciando che le sue pagine facciano il loro lavoro in silenzio. E quando lo si richiude, si ha l’impressione che qualcosa si sia spostato. Non radicalmente. Ma abbastanza da cambiare il modo in cui si affronta la sera.


Note essenziali

Autore: Gianluca Gotto
Titolo: Verrà l’alba, starai bene
Genere: romanzo di formazione contemporaneo
Temi centrali: ricerca interiore, spiritualità, crisi personale, viaggio
Tra i casi editoriali più rilevanti dell’ultimo anno


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Eclisse di Vico Magistretti è un oggetto che attraversa le epoche senza cambiare identità

Un piccolo oggetto del 1965 che continua a parlare il linguaggio del presente. La lampada Eclisse di Vico Magistretti per Artemide non è solo un’icona del design italiano: è un esercizio di intelligenza progettuale che, a sessant’anni dalla nascita, resta sorprendentemente attuale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un gesto semplice che diventa idea

Ci sono oggetti che funzionano. E altri che spiegano perché funzionano. La Eclisse appartiene alla seconda categoria. Disegnata da Vico Magistretti nel 1965 per Artemide, la lampada nasce da un’intuizione tanto elementare quanto radicale: controllare la luce non con un dimmer, non con un interruttore sofisticato, ma con un gesto meccanico, quasi infantile. Un piccolo paralume interno, emisferico, ruota su se stesso e “copre” la sorgente luminosa, come un pianeta che si sovrappone al sole. La luce non si spegne: si eclissa.

È un’idea che ha la forza delle soluzioni inevitabili. Guardandola oggi, sembra ovvia. Ma nel 1965 non lo era affatto. Magistretti riduce l’oggetto alla sua forma primaria: una sfera tagliata, una base stabile, una calotta mobile. Niente decorazione, niente orpelli. Solo funzione resa forma.

1965: quando il design diventa domestico

La metà degli anni Sessanta è un momento cruciale per il design italiano. È il tempo in cui l’industria dialoga con i progettisti in modo fertile, produttivo, ambizioso. Artemide, fondata pochi anni prima, diventa uno dei laboratori più interessanti di questo nuovo modo di pensare la luce.

Eclisse nasce in questo clima: è moderna, ma non futuristica; è industriale, ma non fredda; è sperimentale, ma perfettamente domestica. Il suo successo è immediato. Vince il Compasso d’Oro nel 1967. Entra nelle case, negli studi, nelle camere da letto. Diventa oggetto quotidiano e, allo stesso tempo, simbolo.

La sua forza sta nella scala. È una lampada da tavolo, quasi intima. Non invade lo spazio: lo accompagna. È un oggetto che si può spostare, ruotare, toccare. Non si limita a illuminare: invita all’interazione.

La meccanica come poesia

Il cuore della Eclisse è il movimento. Quel piccolo paralume interno che ruota è una dichiarazione di poetica progettuale. Non c’è elettronica, non c’è tecnologia nascosta. C’è una soluzione meccanica chiara, leggibile.

Il controllo della luce diventa esperienza fisica. Si afferra la calotta, la si ruota, si decide quanta luce lasciare filtrare. È un gesto lento, consapevole. In un’epoca in cui tutto è digitale e touch, questa semplicità analogica appare quasi rivoluzionaria. La lampada insegna che l’innovazione non coincide con la complessità. A volte è l’opposto: è riduzione, è sintesi, è controllo.

Magistretti, che ha sempre lavorato sull’essenzialità, qui raggiunge una purezza rara. La forma sferica non è capriccio estetico: è la conseguenza diretta della funzione. La luce deve essere nascosta gradualmente. La sfera permette questa continuità. Nessuna interruzione brusca, nessuna soluzione artificiosa.

Un oggetto che non invecchia

Nel 2026 Eclisse è ancora in produzione. Questo dato, da solo, racconta molto. Non si tratta di una riedizione nostalgica, ma di una presenza stabile nel catalogo Artemide. Un oggetto che continua a trovare posto nelle case contemporanee.

La sua attualità non è solo storica. In un panorama dominato da minimalismi estremi o da effetti scenografici, Eclisse resta equilibrata. È compatta, leggibile, riconoscibile. Non cerca di stupire: convince. La struttura in metallo verniciato, la solidità costruttiva, la dimensione contenuta la rendono adatta tanto a un interno anni Sessanta quanto a uno spazio contemporaneo fatto di cemento, legno chiaro e superfici neutre.

Il ritorno dei “terragni”

C’è poi un dettaglio cromatico che nel 2026 ha riacceso l’attenzione su Eclisse: il ritorno della palette dei cosiddetti “terragni”. Arancio bruciato, terracotta, rosso caldo, tonalità minerali che evocano materia, terra, pigmento. Sono colori che dialogano perfettamente con la forma compatta della lampada. Non la appesantiscono, ma la rendono vibrante. In queste varianti cromatiche, Eclisse sembra ritrovare un’energia primitiva, quasi mediterranea. Il colore, in questo caso è identità.

L’arancio bruciato esalta la curva, la terracotta accentua il rapporto con la materia, il rosso profondo rafforza il carattere iconico. In un momento in cui l’interior design riscopre tonalità calde e avvolgenti, Eclisse si inserisce con naturalezza, senza bisogno di reinterpretazioni forzate.

Un classico non è un oggetto antico

La parola “classico” è spesso usata in modo superficiale. Ma un classico del design non è un oggetto vecchio: è un oggetto che continua a funzionare nel presente. Eclisse è un classico perché la sua idea è ancora valida: la sua forma non è legata a una moda, la sua funzione è chiara e leggibile.

In un tempo che produce oggetti sempre più effimeri, la lampada di Magistretti ricorda che il design è, prima di tutto, progetto. È pensiero tradotto in materia. Forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di sessant’anni, la si guarda ancora con curiosità. Non è un feticcio da museo. È un oggetto vivo. E quando, con un gesto lento, si ruota il suo paralume interno e la luce si attenua fino quasi a scomparire, si capisce che l’eclissi non è solo un fenomeno astronomico. È una lezione di misura.


Note essenziali

Progetto: Vico Magistretti
Azienda: Artemide
Anno: 1965
Riconoscimento: Compasso d’Oro 1967
Caratteristica distintiva: paralume interno rotante per la regolazione meccanica della luce
Produzione: ancora in catalogo Artemide nel 2026


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Le nuove produzioni lo-fi e synth-chill rappresentano un bisogno preciso: rallentare senza fermarsi

C’è una colonna sonora silenziosa che accompagna il nostro tempo. Non invade, non esplode, non chiede attenzione. La trovi nelle playlist “Focus”, nelle cuffie di chi lavora, nei momenti sospesi della sera. Le nuove produzioni lo-fi e synth-chill ispirate al mood di Coastal Breeze sono la risposta sonora a un bisogno preciso: rallentare senza fermarsi.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

La nuova musica che non vuole dominare

Nel 2026 le classifiche ufficiali raccontano solo una parte della storia. L’altra si gioca in sottofondo. Playlist curate con nomi evocativi — Focus, Deep Work, Evening Flow — accumulano milioni di ascolti. Non sono compilation casuali: sono ambienti sonori progettati per accompagnare la concentrazione.

Tra i brani che stanno definendo questa tendenza, le produzioni ispirate a Coastal Breeze hanno un ruolo centrale. Ritmi lenti, linee di basso calde e avvolgenti, campionamenti di acqua che scorre o di onde lontane. Non è musica da primo piano. È musica che costruisce uno spazio. Il paradosso è evidente: in un’epoca di stimoli continui, la musica più ascoltata è quella che sottrae.

Lo-fi e synth-chill: evoluzione di un linguaggio

Il lo-fi non è una novità. Da anni popola piattaforme e streaming con la sua estetica volutamente imperfetta: fruscii, texture granulose, battiti morbidi. Ma nel 2026 si è evoluto. Le nuove produzioni mescolano quella matrice con un synth-chill più strutturato, capace di costruire atmosfere più ampie.

La cifra comune resta la lentezza. Non c’è drop, non c’è climax esplosivo. Il ritmo è costante, spesso tra i 70 e i 90 bpm. È una pulsazione che ricorda il battito cardiaco a riposo. La linea di basso è profonda ma non aggressiva. È un abbraccio sonoro.

I suoni d’acqua campionati — gocce, onde, ruscelli — non sono decorativi. Introducono un elemento organico in una struttura elettronica. È una musica digitale che cerca un contatto con la natura. E funziona.

Perché funziona: concentrazione e comfort

La popolarità di queste tracce non è solo estetica. È funzionale. Le playlist “Focus” sono diventate strumenti di lavoro. Chi studia, scrive, progetta, programma, sceglie una colonna sonora che non distragga ma sostenga.

Le produzioni in stile Coastal Breeze evitano parole, evitano variazioni brusche, evitano eccessi melodici. Creano continuità. È una musica che non pretende di essere ascoltata in modo analitico, ma che migliora la qualità del tempo.

C’è anche un elemento psicologico. Le frequenze basse e calde generano una sensazione di sicurezza. I suoni naturali evocano ambienti aperti, respirabili. In un contesto urbano e digitale, questa suggestione diventa rifugio. La musica non cura l’ansia, ma può modulare il ritmo della giornata.

Un’estetica coerente con il nostro spazio domestico

Non è un caso che questo tipo di sonorità dialoghi perfettamente con l’estetica degli interni contemporanei. Superfici neutre, luci soffuse, materiali naturali. La musica diventa parte del progetto domestico.

Il momento ideale? Cuffie leggere, luce morbida — magari quella calda e controllata di una Eclisse — e zero notifiche sul cellulare. Un piccolo rituale che trasforma una sera qualunque in uno spazio di decompressione. Il silenzio assoluto può essere inquietante. Questa musica lo abita senza riempirlo. È una presenza discreta.

Non è evasione, è regolazione

C’è chi liquida il fenomeno come semplice sottofondo da ascensore digitale. È una lettura superficiale. Le nuove produzioni lo-fi e synth-chill non cercano protagonismo. Offrono regolazione. In un mondo che chiede reazioni immediate, questa musica suggerisce una risposta differita. Invece di accelerare, rallenta. Invece di stimolare, avvolge.

Il suo successo dice qualcosa sul nostro tempo: abbiamo bisogno di spazi intermedi. Di pause controllate. Di ambienti sonori che non siano né silenzio totale né bombardamento. Coastal Breeze non è solo un titolo evocativo, è un’indicazione di atmosfera. Un vento leggero che attraversa la giornata senza scompaginarla.

La playlist come forma culturale

Nel 2026 la playlist non è più una semplice raccolta di brani. È una forma culturale. Ha una coerenza, un’identità, un obiettivo. Le playlist “Focus” funzionano come ambienti progettati, non come jukebox casuali.

I produttori che si muovono in questo ambito conoscono bene questa dinamica. Ogni brano è pensato per integrarsi con altri, per non emergere in modo invadente. È una logica quasi architettonica: modulare, coerente, misurata. La musica diventa design sonoro della quotidianità.

Ascoltare senza distrarsi

Forse la vera novità non è il genere, ma l’intenzione. Ascoltare per concentrarsi, non per distrarsi. Usare la musica come cornice, non come fuga. Le atmosfere in stile Coastal Breeze funzionano perché non impongono emozioni. Lasciano spazio al pensiero. E in una giornata frenetica, quel margine è prezioso. È un cambiamento sottile. Ma è proprio nelle sfumature che si misura l’evoluzione del nostro modo di abitare il tempo.


Note essenziali

Genere: lo-fi / synth-chill
Mood dominante 2026: ritmi lenti, bassi caldi, campionamenti naturali
Contesto di ascolto ideale: studio, lavoro creativo, lettura, relax serale
Elemento distintivo: costruzione di ambienti sonori funzionali alla concentrazione


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Quest’anno si cercano sapori netti, riconoscibili, ma soprattutto armonici

C’è un ingrediente che nel 2026 ha conquistato chef e produttori: il ribes nero. Intenso, aromatico, acidulo, è stato eletto “sapore dell’anno”. Nel risotto trova una delle sue espressioni più sorprendenti, soprattutto quando incontra la cremosità di un caprino fresco e il tocco inatteso della liquirizia.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il ritorno del gusto deciso

Negli ultimi anni la cucina contemporanea ha oscillato tra minimalismo e comfort food. Il 2026 segna un nuovo equilibrio: si cercano sapori netti, riconoscibili, ma armonici. Il ribes nero risponde perfettamente a questa esigenza.

Un frutto che ha carattere. La sua acidità non è aggressiva, ma persistente. Il profilo aromatico ricorda bosco, foglia verde, un leggero accenno balsamico. È un gusto che non passa inosservato. Portarlo in un risotto significa misurarsi con la tradizione più solida della cucina italiana. Il riso, con la sua capacità di assorbire e restituire sapori, diventa la tela ideale per accogliere un elemento così distintivo.

Tradizione e innovazione nello stesso piatto

Il risotto è, per definizione, tecnica e pazienza. Tostatura del riso, sfumatura, cottura graduale con brodo caldo, mantecatura finale. L’innovazione non sta nel cambiare il procedimento, ma nell’introdurre un ingrediente capace di alterare l’equilibrio senza distruggerlo. Il ribes nero può essere utilizzato in diverse forme: fresco, leggermente schiacciato; in purea; ridotto in una salsa leggera da incorporare a fine cottura.

La sua acidità contrasta la naturale dolcezza dell’amido del riso. È un gioco di tensioni. Il risultato non deve essere un risotto “fruttato”, ma un risotto con una vibrazione inattesa. È qui che la tecnica fa la differenza.

Il ruolo del caprino: cremosità e freschezza

Il tocco decisivo arriva in mantecatura. Al posto del classico burro o del parmigiano, o accanto ad essi in proporzioni calibrate, entra in scena un caprino fresco. Il caprino non aggiunge solo cremosità. Introduce una nota lattica, leggermente acidula, che dialoga con il ribes nero. È un ponte tra frutto e riso. Una zona di equilibrio.

La scelta del formaggio è cruciale. Deve essere fresco, morbido, non eccessivamente stagionato. L’obiettivo è ottenere una consistenza avvolgente senza coprire il profumo del ribes. La mantecatura, come sempre, avviene a fuoco spento. Il movimento deve essere energico ma breve. Il riso deve restare all’onda, fluido, lucido.

Il dettaglio che sorprende: la liquirizia

Il gesto finale è una spolverata sottile di polvere di liquirizia. Non un eccesso decorativo, ma un accento. La liquirizia introduce una nota amara e profonda che amplifica il carattere del piatto. È un contrasto controllato. Se dosata con misura, non sovrasta, ma completa.

In un contesto conviviale, questo dettaglio produce un effetto immediato. Gli ospiti riconoscono qualcosa di familiare — il risotto — ma percepiscono un elemento nuovo. La sorpresa non è teatrale. È sottile. È la cucina contemporanea nel suo momento migliore: rispetto della tradizione, inserimento di un elemento dissonante, equilibrio finale.

Estetica e colore

Anche l’occhio vuole la sua parte. Il ribes nero regala al risotto sfumature violacee, soprattutto se utilizzato in purea. Il contrasto con il bianco del caprino crea un effetto visivo elegante. Nel piatto, pochi ribes freschi possono essere aggiunti a crudo per richiamare l’ingrediente principale. Non come decorazione superflua, ma come segnale.

La presentazione ideale è sobria: piatto piano, fondo neutro, porzione centrale leggermente allargata con un movimento circolare. La superficie deve restare liscia, senza accumuli. La cucina contemporanea è anche controllo visivo.

Perché il ribes nero è il sapore del 2026

Ogni anno ha il suo ingrediente simbolo. Il ribes nero incarna una sensibilità nuova: ricerca di intensità, desiderio di acidità naturale, ritorno a profili aromatici meno prevedibili.

Non è un sapore accomodante. E in un momento in cui la cucina domestica sta recuperando centralità, questa richiesta diventa stimolo creativo. Il risotto al ribes nero e caprino è un piatto che funziona, se eseguito con precisione. Porta in tavola qualcosa di riconoscibile e, insieme, sorprendente. È il tipo di ricetta che si presta a una cena tra amici, a una serata in cui si vuole offrire un’esperienza, non solo un pasto.

L’equilibrio come parola chiave

La riuscita del piatto dipende da una sola cosa: equilibrio. Troppo ribes e il risotto diventa eccessivamente acido. Troppo caprino e perde leggerezza. Troppa liquirizia e il contrasto si trasforma in disturbo.

La cucina, come il design e la musica di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi in altri articoli, è questione di misura. Il 2026 sembra suggerire proprio questo: rallentare, scegliere con attenzione, valorizzare il dettaglio. Un risotto ben fatto richiede tempo. E forse è proprio questo il suo valore più grande.


Note essenziali

Ingrediente protagonista 2026: ribes nero
Tecnica base: risotto tradizionale (tostatura, cottura graduale, mantecatura)
Mantecatura: caprino fresco
Tocco finale: polvere di liquirizia
Profilo gustativo: acidità equilibrata, cremosità lattica, nota amara finale


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Sassicaia è la dimostrazione che l’identità può nascere dall’azzardo

C’è un vino che nasce controcorrente, in un tempo in cui nessuno avrebbe scommesso su di lui. Il Sassicaia non è solo un’etichetta di Bolgheri: è la storia di una convinzione personale che ha ribaltato un paradigma. Dalla tenacia del marchese Mario Incisa della Rocchetta alla consacrazione internazionale, è la dimostrazione che l’identità può nascere dall’azzardo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un’idea fuori posto

Siamo negli anni Quaranta. A Bolgheri, sulla costa toscana, la viticoltura non gode di grande prestigio. Terreni sabbiosi, clima marittimo, tradizione agricola più legata ai cereali e agli allevamenti che a vini di rango. In quel contesto, la decisione del marchese Mario Incisa della Rocchetta appare quanto meno eccentrica.

Pianta Cabernet Sauvignon. Un vitigno francese, bordolese, lontano dalla tradizione toscana dominata dal Sangiovese. La convinzione nasce da un’intuizione agronomica: quei terreni sassosi — da cui il nome Sassicaia — ricordano, per composizione, alcune zone del Médoc.

La reazione non è entusiastica. Si dice che da quelle parti non verrà mai un grande vino. Che il clima non è adatto. Che il progetto è velleitario. È l’inizio di una sfida silenziosa.

Vent’anni di vino privato

Per due decenni il Sassicaia resta un vino di famiglia. Non c’è strategia commerciale, non c’è lancio sul mercato. È prodotto per consumo privato, bevuto nelle tenute, condiviso con pochi amici.

Questo lungo periodo di isolamento è fondamentale. Permette di affinare il progetto senza pressione. Si sperimenta, si osserva, si corregge. Il vino matura lentamente, così come la consapevolezza della sua qualità. Non è un’operazione costruita a tavolino. È un percorso empirico.

Solo nel 1968 arriva la decisione di commercializzarlo. Il contesto è cambiato. L’Italia sta ridefinendo la propria identità enologica. Ma l’idea di un Cabernet toscano resta un’anomalia. Proprio questa anomalia diventa forza.

La nascita del primo Super Tuscan

Con l’uscita sul mercato, il Sassicaia inaugura una categoria che ancora non esiste ufficialmente: quella dei cosiddetti “Super Tuscan”. Vini che sfuggono alle rigide denominazioni dell’epoca, che non si conformano ai disciplinari tradizionali.

In quegli anni, per essere classificato come vino di pregio in Toscana, bisognava rispettare parametri precisi legati ai vitigni autoctoni. Il Cabernet Sauvignon non rientrava in questo schema. Il Sassicaia viene inizialmente declassato a semplice vino da tavola. Un paradosso.

La qualità però non si lascia ingabbiare dalle definizioni burocratiche. Le degustazioni internazionali cominciano a riconoscere il valore del vino. Arrivano premi, recensioni entusiaste, confronti con i grandi Bordeaux francesi. La svolta non è solo commerciale. È culturale. L’Italia dimostra di poter competere su un terreno fino ad allora considerato esclusivo della Francia.

Bolgheri diventa territorio

Il successo del Sassicaia non resta isolato. Trasforma Bolgheri da zona marginale a territorio di riferimento. Altri produttori seguono la strada tracciata. Si investe, si studia, si valorizza il potenziale del suolo e del clima. Il vino diventa veicolo di identità territoriale.

Nel 1994 nasce la denominazione Bolgheri DOC. Il percorso iniziato quasi in solitudine dal marchese Incisa della Rocchetta trova una legittimazione istituzionale. Oggi Bolgheri è sinonimo di eccellenza. Ma questa reputazione affonda le radici in una scelta controcorrente compiuta mezzo secolo prima.

Lo stile: struttura e finezza

Il Sassicaia non è solo simbolo storico. È un vino con una personalità precisa. Struttura importante, tannini eleganti, capacità di invecchiamento notevole. Il Cabernet Sauvignon, spesso accompagnato da una quota di Cabernet Franc, trova in quel terroir un’espressione equilibrata.

Il clima mitigato dal mare, le escursioni termiche, i suoli ricchi di scheletro contribuiscono a un profilo aromatico complesso: frutti rossi maturi, note balsamiche, accenni di spezie e grafite. Non è un vino muscolare. È un vino di misura. La potenza è contenuta da una linea di freschezza che ne sostiene la bevibilità. Ogni annata racconta una variazione sul tema, ma la coerenza stilistica resta.

Una lezione di indipendenza

La leggenda del Sassicaia è, in fondo, una lezione di indipendenza. Dimostra che l’innovazione può nascere dal dialogo tra tradizione e apertura internazionale. Che la fedeltà a un’idea può superare lo scetticismo iniziale.

Negli anni Quaranta piantare Cabernet a Bolgheri sembrava un capriccio aristocratico. Nel 1968 diventa un atto fondativo. Oggi è un punto di riferimento globale. Non è solo la storia di un vino, ma un cambio di paradigma.

Il confronto con Bordeaux

Uno dei passaggi simbolici della vicenda è il confronto con i grandi Bordeaux. Quando le degustazioni alla cieca iniziano a collocare il Sassicaia accanto a etichette francesi di prestigio, il messaggio è chiaro: l’Italia non è più solo terra di vini tradizionali. È capace di interpretare vitigni internazionali con una voce propria.

Il Sassicaia non copia Bordeaux. Lo rilegge in chiave mediterranea. Il risultato è un vino che conserva eleganza ma introduce una diversa energia solare, una diversa maturità del frutto. È la prova che l’identità può essere ibrida senza perdere autenticità.

Oggi: mito e realtà

Nel 2026 il Sassicaia è un’icona consolidata. Le annate sono attese, commentate, collezionate. Il prezzo riflette la reputazione. Ma al di là del mercato, resta il valore simbolico. Ogni bottiglia racconta una storia iniziata quasi per ostinazione. Una storia che ha modificato la percezione del vino italiano nel mondo.

Non è un mito costruito dalla pubblicità. È un mito nato dalla qualità e dalla coerenza. E forse è proprio questa la sua forza: ricordarci che le grandi rivoluzioni non sempre nascono da gesti clamorosi. A volte cominciano con una decisione apparentemente fuori luogo, presa lontano dai riflettori.


Note essenziali

Produttore: Tenuta San Guido
Fondatore del progetto: marchese Mario Incisa della Rocchetta
Zona: Bolgheri (Toscana)
Prima commercializzazione: 1968
Vitigni principali: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc
Riconoscimento: considerato il primo Super Tuscan


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Cime tempestose: quando l’amore diventa paesaggio

Tra le grandi storie della letteratura ottocentesca, Cime tempestose occupa un luogo singolare: non è un romanzo sentimentale, ma un racconto feroce sull’amore come forza distruttiva, radicata nella natura e nel tempo. Il cinema ha più volte tentato di tradurne l’intensità, misurandosi con un testo che resiste a ogni addomesticamento.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un romanzo controcorrente
Pubblicato nel 1847 sotto lo pseudonimo di Ellis Bell, Wuthering Heights è l’unico romanzo di Emily Brontë. Alla sua uscita fu accolto con sospetto: troppo cupo, troppo violento, privo di una morale riconoscibile. Eppure, a distanza di quasi due secoli, la sua modernità è evidente. Emily Brontë costruisce un mondo chiuso, isolato dalle brughiere dello Yorkshire, dove i sentimenti non si evolvono ma si incistano, diventano ossessione, rancore, desiderio di annientamento.

Heathcliff e Catherine non sono amanti nel senso tradizionale: sono due forze naturali che si attraggono e si respingono, incapaci di convivere con le regole sociali. La loro relazione non produce armonia, ma una lunga scia di vendetta e distruzione che si estende alle generazioni successive. È un romanzo sul tempo che non guarisce, ma corrompe.

Dal testo allo schermo: un’impresa impossibile?
Il cinema ha sempre guardato a Cime tempestose con una miscela di fascinazione e timore. Ridurre a immagini un romanzo così stratificato significa fare delle scelte drastiche: semplificare la struttura narrativa, attenuare la violenza emotiva, oppure spingerla fino all’eccesso.

Tra le trasposizioni più celebri spicca Wuthering Heights di William Wyler, con Laurence Olivier e Merle Oberon. È un film elegante, dominato dal bianco e nero e da una fotografia sontuosa, che però sceglie di raccontare solo la prima parte del romanzo. Wyler trasforma la ferocia di Brontë in melodramma romantico, sacrificando la dimensione più crudele e ciclica della storia. Il risultato è affascinante, ma addomesticato.

Negli anni successivi, altri registi hanno tentato strade diverse. L’adattamento del 1970 di Robert Fuest insiste sull’erotismo e sulla brutalità, mentre la versione televisiva della BBC del 2009 cerca una maggiore fedeltà al testo, restituendo complessità ai personaggi e spazio alla seconda generazione.

La radicalità di Andrea Arnold
Nel 2011, Andrea Arnold firma forse l’adattamento più audace e divisivo. Il suo Cime tempestose rompe con la tradizione: dialoghi ridotti al minimo, camera a mano, attenzione ossessiva ai corpi, alla terra, al fango, al vento. Heathcliff, interpretato da attori afrodiscendenti, diventa esplicitamente un corpo estraneo in una società violenta e razzista, sottolineando un aspetto solo accennato nel romanzo.

Arnold non cerca di “spiegare” Brontë, ma di farla sentire. Le brughiere non sono sfondo romantico, bensì materia viva che aggredisce i personaggi. L’amore non è idealizzato: è una forza animalesca, spesso muta, che si esprime attraverso gesti e sguardi più che parole. Una scelta coerente con il cinema della regista, ma anche con lo spirito più profondo del romanzo.

Amore, natura, violenza
Ciò che rende Cime tempestose ancora oggi così difficile da adattare è la sua concezione dell’amore. Non c’è redenzione, non c’è pacificazione. Catherine non sceglie Heathcliff, e Heathcliff non perdona. Il loro legame sopravvive solo come fantasma, come ossessione che deforma la vita altrui.

Il cinema, per sua natura, tende a cercare una chiusura emotiva. Brontë, invece, rifiuta ogni consolazione. Anche quando la narrazione si sposta sulla generazione successiva, la ferita originaria continua a sanguinare. È un romanzo che parla di ereditarietà del trauma, di violenza che si trasmette come un lascito invisibile.

Un classico che resiste
Forse è proprio questa irriducibilità a rendere Cime tempestose un classico inesauribile. Ogni adattamento cinematografico dice tanto del romanzo quanto dell’epoca che lo produce: il melodramma degli anni Trenta, il realismo psicologico del secondo Novecento, il naturalismo radicale del cinema contemporaneo.

Emily Brontë ha scritto un libro che non chiede di essere amato, ma attraversato. Il cinema, ogni volta che ci prova, si misura con un limite: quello di rappresentare un sentimento che non vuole essere compreso, ma solo sopravvivere, come il vento che batte le brughiere.


Note essenziali

  • Romanzo: Wuthering Heights, Emily Brontë, 1847
  • Ambientazione: brughiere dello Yorkshire, Inghilterra
  • Temi chiave: amore ossessivo, vendetta, natura, tempo, ereditarietà del trauma
  • Adattamenti principali: 1939 (Wyler), 1970 (Fuest), 2009 (BBC), 2011 (Arnold)

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Un romanzo che affronta il disagio psichico e relazionale senza spettacolarizzarlo

Uscito il 20 gennaio 2026, “Il male che non c’è” conferma Giulia Caminito come una delle voci più riconoscibili della narrativa italiana contemporanea. Un romanzo che affronta il disagio psichico e relazionale senza spettacolarizzarlo, scegliendo una scrittura sorvegliata, nervosa, capace di restituire l’ansia sottile di una generazione che fatica a nominare il proprio dolore.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Una scrittura che scava, senza retorica
Fin dai suoi esordi, Caminito ha mostrato un’attenzione particolare ai margini: famiglie fragili, identità incerte, infanzie e adolescenze attraversate da tensioni silenziose. Con Il male che non c’è, l’autrice prosegue questo percorso, ma lo porta in una zona ancora più esposta: quella della salute mentale, osservata non come eccezione patologica, bensì come condizione diffusa, quasi strutturale, del nostro tempo.

Il romanzo racconta una protagonista giovane, colta, apparentemente inserita, che vive però un rapporto conflittuale con il proprio corpo e con la propria mente. Non c’è un trauma fondativo riconoscibile, non c’è un “evento scatenante” netto. Ed è proprio questa assenza a costituire il nucleo del libro: un male che non ha nome, che non trova giustificazione, ma che pesa, logora, condiziona ogni scelta.

Il disagio come condizione ordinaria
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il rifiuto di una narrazione edificante. Il male che non c’è non offre soluzioni, né percorsi di guarigione lineari. La terapia, la medicina, le relazioni affettive sono presenti, ma non vengono idealizzate. Caminito descrive con precisione il linguaggio clinico, i suoi limiti, le sue ambiguità, mostrando come spesso le parole disponibili non bastino a contenere l’esperienza del dolore.

In questo senso, il libro intercetta un nodo centrale del dibattito contemporaneo: la crescente visibilità dei disturbi psicologici e, insieme, la difficoltà di tradurli in racconto condiviso. Il disagio diventa così una sorta di rumore di fondo, una presenza costante che accompagna la vita quotidiana senza mai esplodere in tragedia, ma senza neppure dissolversi.

Corpi, controllo, identità
Al centro del romanzo c’è anche una riflessione sul corpo, vissuto come spazio di controllo e di conflitto. Alimentazione, salute, percezione di sé diventano terreni su cui si misura il rapporto tra individuo e aspettative sociali. Caminito evita accuratamente ogni moralismo: non c’è denuncia esplicita, né volontà di “spiegare” il malessere femminile. C’è piuttosto un’osservazione minuta, spesso spietata, dei meccanismi interiori che portano a una progressiva estraneazione da sé.

La protagonista non è un’eroina né una vittima esemplare. È una figura opaca, a tratti respingente, che il lettore è chiamato a seguire senza garanzie di empatia. Anche in questo si riconosce una cifra precisa dell’autrice: la rinuncia a costruire personaggi “simpatici”, a favore di figure complesse, contraddittorie, difficili da assolvere o condannare.

Una lingua tesa, controllata
Dal punto di vista stilistico, Il male che non c’è si distingue per una lingua asciutta, sorvegliata, attraversata da improvvise accelerazioni. La prosa di Caminito è densa ma mai compiaciuta; procede per accumulo di dettagli, per scarti improvvisi, restituendo la sensazione di una mente sempre in movimento, incapace di trovare un punto di quiete.

È una scrittura che riflette lo stato emotivo dei personaggi senza ricorrere a effetti spettacolari. L’inquietudine nasce dalla ripetizione, dall’insistenza, dalla difficoltà di fermare il flusso dei pensieri. In questo senso, la forma del romanzo diventa essa stessa parte del contenuto: leggere Il male che non c’è significa condividere, almeno in parte, l’esperienza di una mente che non riesce a tacere.

Nel panorama della narrativa italiana contemporanea
Negli ultimi anni, la letteratura italiana ha mostrato un rinnovato interesse per i temi della fragilità psicologica, del disagio generazionale, della salute mentale. Il romanzo di Caminito si inserisce in questo filone, ma se ne distingue per rigore e radicalità. Non cerca scorciatoie emotive, non indulge nel confessionale, non trasforma il dolore in spettacolo.

Il successo di pubblico e di critica che sta accompagnando il libro segnala forse un cambiamento nel modo in cui i lettori si avvicinano a questi temi: meno attratti dalla storia esemplare, più disponibili ad affrontare zone grigie, ambigue, irrisolte. Il male che non c’è non rassicura, ma riconosce. E in questo riconoscimento, paradossalmente, trova la sua forza.

Un titolo che resta addosso
Il titolo stesso del romanzo è una dichiarazione di poetica. Il male “che non c’è” non è un male immaginario, né un capriccio. È un male che sfugge alle categorie, che non si lascia diagnosticare con facilità, che spesso viene minimizzato proprio perché privo di una causa evidente. Raccontarlo significa accettare l’incompletezza, rinunciare alla chiarezza assoluta.

Giulia Caminito sceglie di stare in questa zona scomoda, e lo fa con una scrittura che non alza la voce, ma non arretra. Un romanzo che non chiede compassione, ma attenzione. E che, proprio per questo, continua a lavorare nel lettore anche dopo l’ultima pagina.


Note essenziali

  • Titolo: Il male che non c’è
  • Autrice: Giulia Caminito
  • Uscita: 20 gennaio
  • Genere: romanzo contemporaneo
  • Temi chiave: disagio psicologico, identità, corpo, linguaggio della cura
  • Contesto: narrativa italiana contemporanea

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