Civita non è un museo immobile per turisti, ma un luogo reale dove vivere

Tra tufo che si sgretola, vicoli medievali e silenzi rarefatti, il borgo laziale continua ad attrarre viaggiatori, artisti e fotografi da tutto il mondo

Arrivare a Civita di Bagnoregio significa attraversare un ponte sospeso nel vuoto e ritrovarsi in un luogo che sembra sottratto alla contemporaneità. Un piccolo centro abitato diventato simbolo della fragilità del patrimonio storico italiano e della sua sorprendente capacità di sopravvivere.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il vento arriva prima delle persone a Civita di Bagnoregio. Scivola tra le case di pietra, attraversa le piazze quasi silenziose e accompagna chi entra nel borgo lungo il celebre ponte pedonale che collega il paese al resto della valle. È un ingresso teatrale, ma anche inevitabilmente simbolico: per raggiungere Civita bisogna lasciare qualcosa alle spalle, rallentare il passo, accettare una dimensione diversa del tempo.

Situata in provincia di Viterbo, nel cuore della Tuscia laziale, Civita di Bagnoregio è conosciuta da anni come “la città che muore”. Una definizione nata a causa della continua erosione della collina di tufo su cui sorge il borgo, modellata nei secoli dall’azione del vento e dei torrenti sottostanti. Il terreno friabile ha provocato crolli, frane e un progressivo isolamento del centro storico, che oggi conta pochissimi residenti permanenti.

Eppure la sensazione che si prova attraversandola è tutt’altro che malinconica. Civita vive di una sospensione particolare: non è un museo immobile, ma un luogo reale che continua a reinventarsi attraverso il turismo culturale, l’artigianato e una dimensione lenta ormai rara in molte destinazioni italiane. Passeggiare nei suoi vicoli significa incontrare archi medievali, cortili fioriti, piccole botteghe e scorci improvvisi sulla Valle dei Calanchi, uno dei paesaggi geologici più suggestivi dell’Italia centrale.

Le origini del borgo risalgono agli Etruschi, che scelsero questa posizione strategica per controllare le vie di comunicazione della zona. Successivamente il centro si sviluppò in epoca medievale, assumendo l’impianto urbanistico che ancora oggi lo caratterizza. Tra i punti più importanti c’è Piazza San Donato, cuore del paese, dominata dalla chiesa omonima costruita sopra un antico tempio etrusco. Poco distante si trovano edifici rinascimentali, case in pietra lavica e piccole grotte scavate nel tufo, testimonianza di un rapporto millenario tra architettura e paesaggio.

Negli ultimi anni Civita di Bagnoregio è diventata anche un caso emblematico di valorizzazione territoriale. L’introduzione del ticket d’ingresso ha contribuito alla manutenzione del borgo e alla gestione del flusso turistico, cresciuto enormemente grazie ai social network e alla fotografia di viaggio. Le immagini del ponte sospeso immerso nella nebbia o illuminato al tramonto hanno trasformato il paese in una delle mete più riconoscibili del turismo italiano contemporaneo.

Questa esposizione internazionale ha però aperto anche una riflessione più ampia sul delicato equilibrio tra tutela e spettacolarizzazione. Civita resta infatti un territorio fragile, sottoposto a continui interventi di consolidamento geologico. Nel 2021 il borgo è stato inserito nella Tentative List italiana per la candidatura a patrimonio UNESCO, proprio per il suo valore paesaggistico e storico eccezionale.

Visitare Civita fuori stagione permette forse di coglierne meglio l’identità autentica. Quando il flusso turistico rallenta, emergono il silenzio delle strade, il suono dei passi sul selciato e quella dimensione quasi metafisica che ha attirato negli anni scrittori, registi e artisti. Non sorprende che il borgo venga spesso associato a un immaginario cinematografico: l’isolamento geografico, la luce mutevole della valle e l’aspetto sospeso delle architetture creano una scenografia naturale difficilmente replicabile.

A rendere Civita di Bagnoregio così potente dal punto di vista visivo è soprattutto il rapporto tra precarietà e bellezza. Tutto qui sembra esistere contro il tempo: le case aggrappate alla roccia, il ponte che attraversa il vuoto, i muri consumati dall’umidità e dal vento. E forse è proprio questa fragilità evidente a trasformare il borgo in qualcosa di più di una semplice destinazione turistica. Civita non offre soltanto un panorama da fotografare. Offre l’esperienza concreta di un luogo che continua ostinatamente a resistere.


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Sembrano posate contemporanee senza inseguire alcuna moda

Disegnate nel 1938 da Achille e Livio Castiglioni con Luigi Caccia Dominioni, le posate Caccia restano uno degli esempi più raffinati del design domestico italiano

Linee essenziali, equilibrio delle proporzioni e una sorprendente modernità formale hanno trasformato le posate Caccia in un classico del design industriale. Un progetto nato alle soglie della guerra e ancora oggi capace di raccontare l’idea italiana di eleganza funzionale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Le impugnature hanno una curva morbida, quasi naturale. Il peso è calibrato con precisione, la superficie riflette la luce senza eccessi decorativi. A quasi novant’anni dalla loro progettazione, le posate Caccia conservano una qualità rara: sembrano contemporanee senza inseguire alcuna moda.

Il servizio venne disegnato nel 1938 da tre figure fondamentali del design italiano del Novecento: Achille Castiglioni, il fratello Livio Castiglioni e Luigi Caccia Dominioni. L’incontro tra i Castiglioni e Caccia Dominioni avrebbe segnato profondamente la cultura progettuale milanese, dando vita a un linguaggio capace di fondere razionalismo, ironia e attenzione assoluta all’uso quotidiano degli oggetti.

Le posate Caccia furono presentate alla VII Triennale di Milano nella loro versione in argento e attirarono immediatamente l’attenzione della critica specializzata. Tra i primi a comprenderne il valore ci fu Gio Ponti, che ne lodò la capacità di mantenere un carattere quasi artigianale pur aprendosi alle possibilità della produzione industriale. Era un passaggio cruciale per il design italiano di quegli anni: l’industria iniziava a confrontarsi con la serialità moderna senza rinunciare alla qualità formale e alla cura del dettaglio.

Osservate oggi, le Caccia raccontano perfettamente quella stagione culturale. Non cercano effetti scenografici né virtuosismi ornamentali. La loro forza sta nella proporzione. Le linee sono pulite ma non fredde, essenziali ma mai rigide. Ogni elemento sembra progettato per durare nel tempo e accompagnare la quotidianità senza imporsi visivamente. È la stessa filosofia che avrebbe caratterizzato molta parte del miglior design italiano del dopoguerra: oggetti concepiti per essere usati, non soltanto esibiti.

Il progetto nasce inoltre in un momento storico particolarmente complesso. Alla fine degli anni Trenta Milano stava diventando uno dei principali laboratori europei del modernismo, mentre architettura, arti decorative e industria iniziavano a dialogare in modo sempre più stretto. I Castiglioni e Caccia Dominioni appartenevano a una generazione di progettisti convinta che anche gli oggetti più comuni potessero essere ripensati attraverso intelligenza tecnica e sensibilità estetica.

Dopo decenni di culto tra collezionisti e appassionati, il servizio Caccia è stato rimesso in produzione nel 1990 da Alessi, in accordo con i fratelli Castiglioni e Luigi Caccia Dominioni. La riedizione ha contribuito a riportare il progetto al centro della riflessione internazionale sul design storico italiano. Oggi le posate vengono prodotte in acciaio inossidabile 18/10 da Alessi, mentre la versione in argento 925 è affidata a Officina Alessi, marchio dedicato alle produzioni più sperimentali e prestigiose dell’azienda piemontese.

La longevità delle Caccia non dipende soltanto dal loro valore storico. Dipende soprattutto dalla loro capacità di sfuggire all’invecchiamento stilistico. In un’epoca dominata dal consumo rapido e dalla continua obsolescenza estetica, queste posate continuano a rappresentare un’idea di design fondata sulla permanenza, sulla misura e sulla qualità tattile degli oggetti.

Molti progetti contemporanei cercano di stupire attraverso forme eccentriche o soluzioni visive aggressive. Le Caccia seguono una strada opposta: sottraggono invece di aggiungere. Ed è probabilmente questa discrezione sofisticata a renderle ancora oggi così influenti. Non sono soltanto utensili da tavola, ma frammenti di una cultura progettuale che considerava la bellezza una componente naturale della vita quotidiana.


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Le origini della ricetta affondano nel Medioevo rurale di Piacenza

Dalla tradizione contadina piacentina a simbolo identitario della tavola emiliana: i pisarei e fasò custodiscono una memoria gastronomica fatta di semplicità, tecnica e sapore

Piccoli gnocchetti di pane e farina, fagioli stufati, salsa ricca di pomodoro e soffritto. I pisarei e fasò nascono da ingredienti poveri ma continuano a occupare un posto centrale nella cultura culinaria dell’Emilia occidentale, tra trattorie storiche e nuove interpretazioni contemporanee.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il gesto richiede pazienza. L’impasto viene diviso in cilindri sottili, tagliato in piccoli pezzi e trascinato con il pollice fino a ottenere una cavità minuscola capace di raccogliere il sugo. È qui, in questa manualità ripetitiva e quasi ipnotica, che i pisarei e fasò conservano ancora oggi la loro identità più autentica.

Piatto simbolo della cucina piacentina, i Pisarei e fasò appartengono a quella tradizione gastronomica italiana nata dalla necessità di trasformare ingredienti poveri in preparazioni nutrienti e straordinariamente durevoli nel tempo. I “pisarei” sono piccoli gnocchetti preparati con pane grattugiato e farina, mentre i “fasò” – nella variante dialettale emiliana – indicano i fagioli, generalmente borlotti, cucinati in un sugo denso e aromatico.

Le origini della ricetta affondano nel Medioevo rurale della provincia di Piacenza. Secondo molte ricostruzioni storiche, il piatto sarebbe nato come alimento destinato ai pellegrini lungo la Via Francigena e alle classi contadine che non potevano permettersi ingredienti costosi. L’utilizzo del pane raffermo rappresentava infatti una soluzione concreta contro gli sprechi alimentari, ben prima che il recupero in cucina diventasse un tema contemporaneo.

La preparazione tradizionale resta ancora oggi sorprendentemente rigorosa. L’impasto dei pisarei viene lavorato con acqua tiepida, pangrattato e farina fino a ottenere una consistenza compatta ma elastica. La fase più caratteristica è la “schiacciatura” con il pollice, che crea la tipica forma cava destinata a trattenere il condimento. Il sugo, invece, parte quasi sempre da un soffritto di cipolla e pancetta, a cui si aggiungono salsa di pomodoro e fagioli precedentemente lessati. Il risultato finale è un piatto corposo, rustico e profondamente legato alla cultura della convivialità emiliana.

Nonostante la semplicità apparente, i pisarei e fasò richiedono equilibrio. La consistenza degli gnocchetti non deve essere troppo dura né eccessivamente morbida, mentre il sugo deve mantenere densità senza diventare pesante. Proprio questa precisione tecnica spiega perché il piatto continui a essere considerato un banco di prova nelle cucine tradizionali piacentine.

Negli ultimi anni i pisarei e fasò hanno conosciuto una nuova valorizzazione gastronomica. Chef e ristoratori hanno iniziato a reinterpretarli alleggerendo le preparazioni o introducendo varianti contemporanee, pur mantenendo il nucleo identitario della ricetta. Alcune versioni sostituiscono la pancetta con ingredienti vegetali, altre lavorano sulla qualità dei legumi o sulle consistenze del pomodoro. Tuttavia il piatto continua a funzionare soprattutto nella sua forma originaria, dove prevale una cucina di sostanza più che di costruzione estetica.

La forza culturale dei pisarei e fasò sta proprio nella loro capacità di raccontare un territorio. La cucina emiliana viene spesso associata a prodotti celebri come tortelli, salumi o pasta fresca ripiena, ma piatti come questo mostrano un’altra faccia della tradizione regionale: quella domestica, povera, legata al recupero e alla necessità quotidiana. Una cucina che nasce dal lavoro agricolo e dalla gestione attenta delle risorse disponibili.

Anche il linguaggio conserva tracce profonde di questa identità locale. Il termine “pisarei” deriverebbe probabilmente dal dialetto piacentino e dalla forma stessa della pasta, mentre “fasò” mantiene la sonorità popolare del lessico contadino emiliano. Sono dettagli che testimoniano quanto il piatto sia rimasto radicato nella cultura materiale del territorio.

Oggi i pisarei e fasò continuano a comparire nei menu delle osterie storiche dell’Emilia-Romagna, ma anche nei percorsi dedicati alla cucina regionale italiana contemporanea. E forse il loro fascino attuale nasce proprio da questo contrasto: un piatto nato dalla scarsità che riesce ancora a parlare con forza a una società abituata all’eccesso. In un’epoca dominata dalla spettacolarizzazione gastronomica, i pisarei e fasò ricordano che la memoria culinaria più resistente spesso nasce dalle cose più semplici.


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Tra gli abbinamenti emiliani più riusciti c’è quello con i Pisarei e fasò

Nato dall’incontro tra Barbera e Bonarda, il Gutturnio è uno dei vini più identitari dell’Emilia occidentale: schietto, territoriale e profondamente legato alla cucina locale

Frizzante o fermo, giovane o superiore, il Gutturnio accompagna da generazioni la tavola piacentina. Un vino popolare nel senso più nobile del termine, capace di attraversare la storia agricola dell’Emilia senza perdere autenticità.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel bicchiere il colore è rubino intenso, attraversato da riflessi violacei quando il vino è giovane. Il profumo richiama piccoli frutti rossi, spezie leggere e una vena vinoso-terrosa immediatamente riconoscibile. Poi arriva la freschezza della Barbera, seguita dalla morbidezza della Bonarda. Il Gutturnio comincia così: diretto, concreto, senza inutili costruzioni.

Gutturnio DOC è il vino simbolo dei Colli Piacentini e rappresenta una delle espressioni più radicate della tradizione vinicola emiliana. La sua identità nasce dall’unione di due vitigni storici del territorio: Barbera e Croatina – localmente chiamata Bonarda. Il disciplinare prevede una prevalenza di Barbera tra il 55% e il 70%, mentre la restante parte è composta da Croatina, uva che contribuisce a dare struttura, morbidezza e intensità aromatica.

Il nome Gutturnio affonda le radici nella storia antica del territorio. Deriva infatti da un reperto romano conservato oggi ai Musei Capitolini: un calice d’argento del II secolo d.C., chiamato appunto “gutturnium”, rinvenuto nei dintorni di Piacenza. Quando negli anni Sessanta si cercò un nome capace di rappresentare il vino locale, quel riferimento archeologico apparve perfetto per legare la produzione contemporanea alla memoria storica della viticoltura piacentina.

La denominazione DOC viene ufficialmente riconosciuta nel 1967, diventando una delle prime in Italia. Da allora il Gutturnio ha attraversato trasformazioni importanti, mantenendo però un carattere fortemente territoriale. Accanto alla versione più popolare e quotidiana – spesso leggermente frizzante – si sono sviluppate interpretazioni più strutturate, come il Gutturnio Superiore e la Riserva, capaci di sostenere affinamenti più lunghi e una maggiore complessità aromatica.

Il paesaggio dei Colli Piacentini contribuisce in modo decisivo alla personalità del vino. Le vigne si sviluppano tra vallate ventilate e terreni argillosi-calcarei che favoriscono una buona escursione termica. È una viticoltura storicamente agricola e familiare, meno spettacolarizzata rispetto ad altre aree italiane più celebri, ma proprio per questo ancora fortemente legata alla dimensione locale e gastronomica.

Ed è infatti a tavola che il Gutturnio esprime la sua natura migliore. La sua acidità vivace, unita alla componente fruttata e alla moderata tannicità, lo rende particolarmente adatto alla cucina emiliana più saporita. Salumi, paste ripiene, arrosti e piatti contadini trovano nel Gutturnio un accompagnamento naturale, mai invadente.

Tra gli abbinamenti più riusciti c’è quello con i Pisarei e fasò, autentico classico della tradizione piacentina. La struttura morbida dei pisarei, il sugo di pomodoro, i fagioli e la componente grassa della pancetta trovano equilibrio nella freschezza del vino, soprattutto nella versione frizzante. Le bollicine leggere del Gutturnio aiutano infatti a pulire il palato, mentre la componente fruttata accompagna senza coprire la rusticità del piatto. È un abbinamento che funziona non per contrasto sofisticato, ma per appartenenza culturale condivisa.

Non sorprende che il Gutturnio venga spesso definito un vino “conviviale”. La sua forza non sta nella monumentalità o nella ricerca dell’eccezione, ma nella capacità di accompagnare il cibo e la socialità con naturalezza. È un vino nato per stare al centro della tavola, non della degustazione tecnica.

Negli ultimi anni molte cantine piacentine hanno lavorato per valorizzarne la qualità anche fuori dai confini regionali, puntando su vinificazioni più precise e interpretazioni contemporanee. Eppure il Gutturnio continua a mantenere una dimensione autenticamente popolare, nel senso migliore del termine: accessibile, territoriale, legato alla memoria agricola dell’Emilia.

In un panorama vinicolo sempre più dominato da etichette costruite per il mercato globale, il Gutturnio conserva qualcosa di raro: il rapporto diretto con il proprio luogo d’origine. Bere un calice di Gutturnio insieme a un piatto di pisarei e fasò significa ancora oggi entrare dentro una cultura gastronomica precisa, fatta di semplicità, equilibrio e concretezza emiliana.


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Dopo quasi vent’anni il film riapre il sipario sul potere della moda

A quasi vent’anni dal primo successo, il sequel riporta sullo schermo una delle figure più iconiche del cinema contemporaneo, tra crisi dell’editoria fashion e nuove gerarchie del lusso

Il ritorno de Il Diavolo veste Prada segna uno degli eventi cinematografici più attesi degli ultimi anni. Il sequel riporta al centro Miranda Priestly, figura simbolo del potere nella moda, ma la nuova storia promette di raccontare anche il tramonto di un’epoca e la trasformazione radicale dell’industria editoriale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Hollywood torna a puntare su uno dei titoli più influenti degli anni Duemila. Il Diavolo veste Prada 2 riporterà sul grande schermo l’universo di Runway, la rivista fashion immaginaria che nel 2006 trasformò Miranda Priestly in un’icona culturale globale. A interpretarla sarà ancora una volta Meryl Streep, protagonista di una performance entrata nella storia del cinema contemporaneo e spesso considerata una delle rappresentazioni più memorabili del potere femminile sullo schermo.

Il primo film, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger pubblicato nel 2003, raccontava il dietro le quinte dell’editoria di moda attraverso gli occhi della giovane Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway. La storia si ispirava liberamente all’esperienza dell’autrice presso Vogue e al rapporto con la leggendaria direttrice Anna Wintour, figura che per anni è stata associata al personaggio di Miranda Priestly, pur senza un riferimento ufficialmente dichiarato.

Il sequel nasce in un contesto completamente diverso rispetto a quello raccontato quasi vent’anni fa. Se il primo capitolo rifletteva il fascino assoluto delle riviste cartacee e il dominio delle grandi direttrici editoriali, oggi l’industria della moda si confronta con la crisi della carta stampata, l’avanzata dei social media e il nuovo peso economico dei conglomerati del lusso. Ed è proprio qui che si svilupperà il cuore narrativo del nuovo film.

Secondo le anticipazioni emerse nelle ultime settimane, Miranda Priestly dovrà affrontare il progressivo declino del tradizionale sistema editoriale. Il personaggio si troverà infatti a negoziare con figure sempre più centrali nel business contemporaneo: manager del lusso, investitori e gruppi finanziari che hanno ridefinito il mercato globale della moda. Emily Charlton, l’assistente interpretata da Emily Blunt nel film originale, avrebbe ora un ruolo di primo piano all’interno di una potente holding del fashion luxury, creando un interessante ribaltamento delle gerarchie viste nel primo capitolo.

Il progetto è prodotto da Disney attraverso 20th Century Studios e rappresenta una delle operazioni nostalgia più strategiche degli ultimi anni. Il cinema hollywoodiano continua infatti a recuperare franchise e personaggi capaci di parlare contemporaneamente a più generazioni di spettatori. Nel caso de Il Diavolo veste Prada, il ritorno assume però anche un valore simbolico: il film originale non fu soltanto un successo commerciale, ma contribuì a ridefinire l’immaginario collettivo legato al mondo della moda, mostrando il lato spietato dell’ambizione professionale e della costruzione dell’immagine pubblica.

Meryl Streep, parlando del personaggio nel corso degli anni, ha spesso ricordato Miranda Priestly come “la donna più antipatica” interpretata nella sua carriera, sottolineando però la complessità psicologica di una figura costruita sulla disciplina assoluta e sul controllo emotivo. È proprio questa ambiguità ad aver reso Miranda un personaggio duraturo: non una semplice antagonista, ma l’emblema di un sistema fondato su eccellenza, competitività e sacrificio personale.

Il primo film ebbe anche un forte impatto estetico e culturale. Costumi, accessori e styling contribuirono a trasformare numerosi marchi di lusso in elementi narrativi riconoscibili dal grande pubblico. La collaborazione con Patricia Field, già celebre per Sex and the City, rese il guardaroba del film uno degli aspetti più discussi e imitati della cultura pop del periodo. Oggi il sequel dovrà confrontarsi con un panorama profondamente cambiato, dove il lusso dialoga continuamente con il digitale, l’influencer marketing e la comunicazione istantanea.

Resta ancora riservata la partecipazione completa del cast storico, anche se l’interesse del pubblico si concentra soprattutto sul possibile ritorno di Anne Hathaway e Stanley Tucci. Nel frattempo, la produzione sembra intenzionata a mantenere il tono sofisticato e ironico che aveva reso il primo film un raro equilibrio tra commedia brillante, critica sociale e racconto generazionale.

Più che un semplice seguito, Il Diavolo veste Prada 2 si presenta quindi come un confronto tra due epoche della moda e della comunicazione. Da una parte il prestigio quasi monarchico delle grandi direttrici editoriali, dall’altra un sistema frammentato e dominato dagli algoritmi, dalle piattaforme digitali e dai grandi gruppi finanziari. In mezzo resta Miranda Priestly, ancora impeccabile, ancora temuta, ancora simbolo di un potere che il cinema continua a osservare con fascinazione.


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Un romanzo scorrevole, costruito con attenzione fra humor e osservazione sociale

Tra ironia, provincia italiana e dinamiche sentimentali contemporanee, il romanzo conferma il fenomeno editoriale dell’autrice emiliana

Con Non è un paese per single, Felicia Kingsley torna a raccontare relazioni, ambizioni e fragilità emotive attraverso una commedia brillante ambientata in un piccolo borgo italiano. Un romanzo che unisce ritmo cinematografico, humor e osservazione sociale, consolidando il ruolo dell’autrice tra i nomi più popolari della narrativa italiana contemporanea.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel panorama editoriale italiano degli ultimi anni, Felicia Kingsley rappresenta uno dei casi più interessanti di successo trasversale tra narrativa commerciale, romance contemporaneo e pubblico digitale. Con Non è un paese per single, pubblicato da Newton Compton Editori, la scrittrice prosegue il percorso che l’ha trasformata in una delle autrici italiane più lette della sua generazione, grazie a una formula narrativa che combina leggerezza, costruzione cinematografica delle scene e personaggi immediatamente riconoscibili.

Il romanzo si sviluppa attorno alla figura di Elisa Benetti, giovane giornalista trasferita da Milano in un piccolo paese toscano apparentemente perfetto, ma governato da regole sociali molto precise. Il borgo, infatti, sembra avere un problema particolare: gli uomini single scarseggiano e la comunità locale esercita una pressione costante sulle relazioni sentimentali, trasformando ogni nuovo arrivo in un potenziale candidato ideale per matrimoni e combinazioni amorose. È da questa premessa che Kingsley costruisce una commedia romantica vivace, giocata sul contrasto tra mentalità urbana e dinamiche provinciali.

Uno degli aspetti più efficaci del libro è la capacità di raccontare la provincia italiana senza stereotipi eccessivamente caricaturali. Il paese immaginato dall’autrice diventa quasi un microcosmo sociale, dove pettegolezzi, convenzioni e aspettative collettive influenzano profondamente le scelte individuali. In questo contesto Elisa cerca di mantenere la propria indipendenza professionale e personale, trovandosi però coinvolta in relazioni inattese e in un sistema di equilibri che sfugge al suo controllo.

Felicia Kingsley, laureata in architettura e originaria della provincia di Modena, ha costruito negli anni uno stile molto riconoscibile. I suoi romanzi utilizzano i meccanismi tipici della romantic comedy anglosassone, ma li trasferiscono in contesti italiani contemporanei, con dialoghi rapidi, forte attenzione al ritmo e una narrazione che richiama spesso le serie televisive di successo. Non a caso molti lettori e osservatori del settore hanno accostato il suo lavoro a quello delle grandi autrici internazionali del romance moderno, pur mantenendo una precisa identità nazionale.

Il successo dell’autrice è legato anche alla trasformazione recente del mercato editoriale italiano. La crescita delle community online dedicate ai libri, il fenomeno di TikTok e la diffusione del cosiddetto “romance contemporaneo” hanno contribuito a creare una nuova generazione di lettrici e lettori fortemente fidelizzati. Kingsley è stata tra le prime autrici italiane a intercettare questo pubblico, costruendo una relazione diretta attraverso social network, presentazioni e dialogo costante con la propria community.

In Non è un paese per single emerge inoltre una riflessione più ampia sulle aspettative sociali legate alla coppia e alla realizzazione personale. Dietro l’ironia e le situazioni brillanti, il romanzo affronta infatti temi molto attuali: la difficoltà di conciliare carriera e vita privata, la pressione culturale verso la stabilità sentimentale e il desiderio di definire autonomamente il proprio percorso. Sono elementi che permettono al libro di andare oltre la semplice evasione narrativa, mantenendo però un tono leggero e accessibile.

Anche dal punto di vista editoriale il caso Kingsley continua a essere significativo. I suoi romanzi occupano stabilmente le classifiche italiane e vengono spesso indicati come esempio della crescente centralità del romance nel mercato librario nazionale, un genere che per anni è stato considerato marginale e che oggi rappresenta invece una delle aree più dinamiche dell’editoria commerciale.

Il fascino di Non è un paese per single risiede proprio in questo equilibrio tra intrattenimento e osservazione sociale. Felicia Kingsley utilizza la struttura della commedia romantica per raccontare una contemporaneità fatta di relazioni fluide, aspettative familiari e ricerca di autenticità. Il risultato è un romanzo scorrevole ma costruito con attenzione, capace di parlare a un pubblico ampio senza rinunciare a una precisa consapevolezza narrativa.


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Un equilibrio tra natura, memoria e immaginario collettivo

Nel cuore dell’Alto Adige, uno dei laghi alpini più fotografati d’Europa continua a incantare viaggiatori e fotografi grazie ai suoi colori cangianti e al paesaggio dolomitico che lo circonda

Il Lago di Carezza, ai piedi del massiccio del Latemar, è molto più di una meta turistica: è un luogo dove geologia, folklore e paesaggio convivono in perfetto equilibrio. Le sue acque riflettono le Dolomiti Patrimonio UNESCO, trasformando ogni stagione in un’esperienza visiva diversa.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel panorama naturale delle Dolomiti altoatesine, il Lago di Carezza rappresenta una delle immagini più riconoscibili e fotografate dell’arco alpino italiano. Situato nel comune di Nova Levante, a circa venticinque chilometri da Bolzano, questo piccolo bacino alpino si trova a oltre 1500 metri di altitudine, immerso in una foresta di abeti e dominato dalle cime del Latemar. Le sue dimensioni relativamente contenute contrastano con l’impatto visivo del luogo, capace di attirare ogni anno migliaia di visitatori provenienti da tutta Europa.

Il lago è conosciuto anche con il nome tedesco di Karersee e deve la sua fama soprattutto ai riflessi intensi delle sue acque, che variano dal verde smeraldo al turchese in base alla luce e alla stagione. Questo fenomeno cromatico dipende dalla composizione minerale dell’acqua e dalla particolare posizione geografica del bacino, alimentato da sorgenti sotterranee provenienti dal Latemar. Non a caso il Lago di Carezza viene spesso definito “il lago dell’arcobaleno”, espressione legata anche a una delle leggende più note della tradizione ladina.

Secondo il racconto popolare, una ninfa viveva nelle acque del lago e un mago, innamoratosi di lei, chiese consiglio alla strega Langwerda su come conquistarla. La strega suggerì di creare un arcobaleno tra il Catinaccio e il Latemar per attirare la creatura. Il piano però fallì e il mago, furioso, spezzò l’arcobaleno gettandone i frammenti nel lago, che da allora avrebbe assunto le sue celebri sfumature colorate. È una narrazione che contribuisce ancora oggi al fascino quasi fiabesco del luogo e che rafforza il legame culturale tra paesaggio e tradizione alpina.

Dal punto di vista naturalistico, il Lago di Carezza si inserisce in uno degli ecosistemi montani più delicati delle Dolomiti. L’area circostante ospita boschi alpini, sentieri panoramici e una biodiversità tipica dell’ambiente dolomitico. Le montagne che circondano il lago appartengono infatti alle Dolomiti occidentali, dichiarate Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2009 per il loro valore geologico e paesaggistico. Il Latemar, con le sue pareti rocciose frastagliate, rappresenta uno degli esempi più spettacolari di formazione dolomitica.

Negli ultimi anni il Lago di Carezza è diventato anche un caso emblematico di gestione sostenibile del turismo alpino. L’aumento dei visitatori, favorito dalla diffusione delle immagini sui social network, ha portato le autorità locali a introdurre percorsi protetti e aree di osservazione regolamentate per preservare l’equilibrio ambientale del sito. Oggi il lago può essere osservato attraverso passerelle e punti panoramici che limitano l’impatto diretto dei flussi turistici sulle rive più fragili.

Il luogo mantiene comunque una forte accessibilità. Il percorso che circonda il lago è semplice e adatto anche a visitatori non esperti, mentre i sentieri vicini permettono di raggiungere itinerari più impegnativi verso il Catinaccio e il Latemar. In inverno l’area assume un’atmosfera completamente diversa: neve, ghiaccio e silenzio trasformano il paesaggio in uno scenario quasi nordico, molto distante dall’immagine estiva più conosciuta.

Anche la fotografia ha avuto un ruolo decisivo nella notorietà contemporanea del Lago di Carezza. Le condizioni di luce del mattino e del tardo pomeriggio creano riflessi particolarmente intensi, rendendo il lago una destinazione privilegiata per fotografi naturalisti e appassionati di paesaggio. Nonostante la crescente popolarità digitale, il luogo conserva però una dimensione contemplativa rara, soprattutto fuori stagione.

Il Lago di Carezza continua così a rappresentare uno dei simboli più potenti dell’identità dolomitica: un equilibrio tra natura, memoria e immaginario collettivo, dove la dimensione turistica non ha ancora cancellato il senso autentico del paesaggio alpino.


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Nato dall’intuizione di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni per Alessi

Il celebre oggetto multifunzione è diventato un simbolo della capacità del design italiano di unire ironia, funzionalità e ricerca formale

Compatto, essenziale e immediatamente riconoscibile, Moscardino è molto più di una semplice posata. Progettato all’inizio degli anni Duemila, questo piccolo oggetto di design ha ridefinito il concetto di utensile monouso trasformandolo in un’icona della cultura progettuale italiana contemporanea.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel mondo del design industriale esistono oggetti capaci di superare la propria funzione pratica per diventare simboli culturali. È il caso di Moscardino, la celebre posata progettata da Giulio Iacchetti e Matteo Ragni per Alessi, oggi considerata uno degli esempi più efficaci della nuova progettazione italiana dei primi anni Duemila. Apparentemente semplice, quasi minimale, questo piccolo utensile racchiude in realtà una riflessione molto più ampia sul rapporto tra forma, utilizzo quotidiano e sostenibilità.

Presentato nel 2000, Moscardino nasce come reinterpretazione contemporanea delle tradizionali posate usa e getta. Iacchetti e Ragni immaginano un oggetto ibrido, capace di funzionare contemporaneamente come cucchiaio e forchetta, mantenendo una linea morbida, ergonomica e facilmente riconoscibile. Il nome stesso richiama il moscardino, piccolo polpo mediterraneo, suggerendo una forma organica e giocosa che si allontana dalla rigidità funzionalista del design industriale tradizionale.

La produzione affidata ad Alessi – azienda fondata nel 1921 e diventata nel tempo una delle realtà simbolo del design italiano nel mondo – contribuisce immediatamente alla diffusione internazionale dell’oggetto. In un periodo in cui il design italiano stava cercando nuovi linguaggi dopo la stagione radicale degli anni Settanta e Ottanta, Moscardino rappresenta un ritorno alla semplicità intelligente: un progetto che non punta sull’eccesso decorativo, ma sulla capacità di risolvere esigenze concrete con leggerezza formale.

Uno degli aspetti più innovativi riguarda proprio il materiale. La prima versione venne realizzata in bioplastica biodegradabile Mater-Bi, sviluppata da Novamont, anticipando temi che sarebbero diventati centrali solo molti anni dopo. In un’epoca in cui la sostenibilità non era ancora al centro del dibattito globale sul design industriale, Moscardino proponeva già una riflessione sull’impatto ambientale degli oggetti monouso e sulla possibilità di ripensare il consumo quotidiano attraverso il progetto.

Il successo dell’oggetto fu immediato anche in ambito critico. Nel 2001 Moscardino ricevette il Compasso d’Oro ADI, il più importante riconoscimento italiano dedicato al design industriale, assegnato dall’Associazione per il Disegno Industriale. Il premio consacrò il lavoro di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni come una delle espressioni più interessanti della nuova generazione di designer italiani, capaci di coniugare ricerca estetica, ironia e attenzione sociale.

Osservato oggi, Moscardino appare ancora sorprendentemente contemporaneo. Le sue linee morbide e la sua natura ibrida anticipano infatti molte delle tendenze che avrebbero caratterizzato il design successivo: multifunzionalità, riduzione formale, sostenibilità e attenzione all’esperienza d’uso. È un oggetto che comunica immediatamente la propria funzione senza bisogno di spiegazioni, mantenendo però una forte identità estetica.

Anche il rapporto con il cibo e con il gesto quotidiano assume un ruolo centrale nel progetto. Moscardino non è soltanto una posata pratica per finger food, aperitivi o degustazioni veloci: diventa un elemento capace di ridefinire il comportamento a tavola in contesti informali e contemporanei. La sua struttura invita a un utilizzo spontaneo e fluido, adattandosi ai cambiamenti delle abitudini alimentari urbane degli ultimi decenni.

Nel lavoro di Iacchetti e Ragni emerge inoltre una caratteristica tipica del miglior design italiano: la capacità di attribuire personalità anche agli oggetti più semplici. Moscardino non cerca monumentalità né lusso ostentato, ma lavora sulla precisione del dettaglio, sull’equilibrio delle proporzioni e sull’intelligenza progettuale. È proprio questa apparente semplicità a renderlo un piccolo classico del design contemporaneo.

A oltre vent’anni dalla sua introduzione, Moscardino continua a essere esposto in musei, pubblicazioni specializzate e collezioni dedicate al design industriale. La sua forza risiede nell’aver trasformato un oggetto minimo in una riflessione concreta sul modo in cui il progetto può intervenire nella vita quotidiana migliorandola senza clamore, attraverso forme essenziali e immediatamente comprensibili.


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La protagonista del piatto è la gramigna, simile a un piccolo ricciolo

Fra tradizione popolare, pasta fresca e sapori intensi, la gramigna alla salsiccia continua a essere uno dei simboli gastronomici più riconoscibili dell’Emilia-Romagna

Rustica, cremosa e profondamente legata alla cultura emiliana, la gramigna alla salsiccia è molto più di una ricetta regionale. È un piatto che unisce memoria domestica, artigianalità della pasta fresca e identità territoriale, mantenendo intatto il proprio fascino anche nella cucina contemporanea.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel panorama della cucina emiliana esistono piatti che riescono a sintetizzare perfettamente il rapporto tra territorio, convivialità e cultura gastronomica. La gramigna alla salsiccia appartiene senza dubbio a questa categoria. Diffusa soprattutto nell’area di Bologna e Modena, questa preparazione rappresenta ancora oggi uno dei simboli più autentici della cucina popolare dell’Emilia-Romagna, una regione dove la pasta fresca non è soltanto tradizione culinaria, ma parte integrante dell’identità culturale locale.

La protagonista del piatto è la gramigna, formato di pasta corta dalla caratteristica forma ricurva, simile a un piccolo ricciolo. Tradizionalmente preparata con semola e uova, la gramigna nasce come pasta semplice e quotidiana, pensata per trattenere al meglio condimenti corposi e saporiti. La superficie ruvida e la struttura compatta la rendono infatti particolarmente adatta ai sughi a base di carne, come quello alla salsiccia che ne ha determinato la fama.

Il condimento più classico prevede salsiccia fresca sgranata, rosolata lentamente in padella insieme a cipolla o scalogno e sfumata con vino bianco. A completare il piatto entra spesso la panna fresca, elemento che contribuisce a creare quella consistenza cremosa diventata una delle cifre distintive della ricetta moderna. Esistono tuttavia numerose varianti locali e familiari: alcune versioni includono pomodoro, altre eliminano completamente la panna per privilegiare un gusto più asciutto e deciso.

La fortuna della gramigna alla salsiccia deriva anche dalla sua capacità di raccontare la cucina emiliana nella sua dimensione più conviviale. È un piatto nato per le tavole domestiche, per i pranzi domenicali e per le trattorie di provincia, luoghi dove la cucina mantiene ancora un forte legame con la tradizione contadina. In Emilia-Romagna, del resto, la cultura gastronomica si è sviluppata storicamente attraverso una straordinaria attenzione alla materia prima e alle lavorazioni artigianali: pasta fresca, salumi, Parmigiano Reggiano e carni suine costituiscono ancora oggi l’ossatura della cucina regionale.

Anche la salsiccia utilizzata nella ricetta riflette questa tradizione. La lavorazione del maiale ha infatti un ruolo centrale nella cultura alimentare emiliana sin dal Medioevo, quando la conservazione delle carni rappresentava una necessità economica e sociale. La salsiccia fresca, speziata in modo equilibrato e caratterizzata da una componente grassa importante, permette di ottenere un sugo intenso ma armonico, perfettamente bilanciato dalla consistenza della pasta.

Negli ultimi anni la gramigna alla salsiccia ha conosciuto una nuova popolarità anche fuori dall’Emilia-Romagna. La crescente attenzione verso la cucina regionale italiana e il successo internazionale della gastronomia emiliana hanno trasformato questo piatto in una presenza stabile nei menu di molte trattorie contemporanee. Parallelamente, chef e ristoratori hanno iniziato a reinterpretarlo con tecniche più leggere o ingredienti selezionati, pur mantenendo intatta la struttura originaria della ricetta.

La forza del piatto sta proprio nella sua apparente semplicità. Pochi ingredienti, tempi di preparazione relativamente rapidi e un equilibrio preciso tra sapidità, cremosità e consistenza. È una cucina che non punta sull’effetto scenografico, ma sulla profondità del gusto e sulla qualità delle lavorazioni. In questo senso la gramigna alla salsiccia continua a rappresentare una delle espressioni più sincere della tradizione gastronomica italiana.

Anche dal punto di vista culturale, il piatto racconta un’Italia legata ai ritmi della tavola condivisa e della cucina fatta in casa. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla standardizzazione alimentare, ricette come questa conservano un valore identitario forte, capace di collegare memoria familiare e patrimonio territoriale. Non è un caso che molti visitatori stranieri associno oggi l’Emilia-Romagna proprio a questa idea di autenticità gastronomica, fatta di sapori netti, lavorazioni artigianali e convivialità senza artifici.


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Un vino che ha ridefinito l’immagine contemporanea del vino emiliano

Tra colline modenesi, tradizione contadina e rinascita qualitativa, il Lambrusco Grasparossa continua a essere uno dei vini più identitari della cultura gastronomica emiliana

Profondo nel colore, vivace nella spuma e sorprendentemente versatile a tavola, il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro rappresenta oggi una delle espressioni più raffinate del vino emiliano. Un rosso frizzante che ha saputo superare stereotipi e produzioni industriali per tornare protagonista della viticoltura italiana di qualità.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel vasto panorama dei vini italiani, pochi prodotti riescono a mantenere un legame così forte con il territorio d’origine come il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC. Prodotto nelle colline della provincia di Modena, soprattutto attorno al comune di Castelvetro di Modena, questo vino rappresenta una delle interpretazioni più intense e strutturate dell’universo Lambrusco, storico simbolo della tradizione enologica emiliana.

La denominazione DOC nasce ufficialmente nel 1970, ma la coltivazione del vitigno Grasparossa ha radici molto più antiche. Il nome deriva dalla particolare colorazione rossastra del raspo durante la maturazione dell’uva, caratteristica che distingue questa varietà dalle altre famiglie di Lambrusco diffuse in Emilia-Romagna. Il territorio collinare modenese, con suoli argillosi e buona escursione termica, contribuisce a conferire al vino maggiore concentrazione aromatica e struttura tannica rispetto ad altre tipologie più leggere e immediate.

Visivamente il Lambrusco Grasparossa si distingue per il colore rubino profondo, spesso attraversato da riflessi violacei, accompagnato da una spuma intensa e persistente. Al naso emergono profumi di mora, ciliegia scura, prugna e piccoli frutti rossi, ai quali si aggiungono frequentemente note floreali di viola e sfumature speziate leggere. In bocca il vino mantiene freschezza e vivacità tipiche del Lambrusco, ma con una componente tannica più marcata che ne aumenta complessità e profondità gustativa.

Per decenni il Lambrusco ha sofferto una percezione internazionale legata soprattutto alla grande distribuzione e ai prodotti industriali esportati negli anni Settanta e Ottanta. Negli ultimi vent’anni, però, molte cantine emiliane hanno avviato un importante percorso di valorizzazione qualitativa, recuperando metodi produttivi più attenti alla materia prima e al territorio. Il Grasparossa di Castelvetro è diventato uno dei protagonisti di questa rinascita, contribuendo a ridefinire l’immagine contemporanea del vino emiliano.

Dal punto di vista produttivo, il vino può essere realizzato con rifermentazione naturale o metodo Martinotti-Charmat, mantenendo comunque quella tipica effervescenza che rappresenta uno degli elementi distintivi della denominazione. Le versioni secche sono oggi le più apprezzate dalla critica e dalla ristorazione contemporanea, grazie alla loro capacità di accompagnare piatti ricchi senza perdere equilibrio e bevibilità.

Il rapporto con la cucina emiliana resta infatti centrale. Il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro nasce come vino gastronomico, pensato per dialogare con una tradizione culinaria fatta di sapidità, grassi nobili e intensità di sapore. Salumi, tigelle, gnocco fritto, Parmigiano Reggiano stagionato e pasta fresca trovano in questo vino un alleato naturale. In particolare, l’abbinamento con la gramigna alla salsiccia è considerato uno dei più rappresentativi della cultura gastronomica modenese: l’effervescenza pulisce il palato, mentre acidità e tannino equilibrano la componente grassa del piatto.

Negli ultimi anni il Lambrusco Grasparossa è stato riscoperto anche da una nuova generazione di sommelier e chef, attratti dalla sua capacità di coniugare informalità e qualità tecnica. Sempre più ristoranti di alta cucina inseriscono oggi il Lambrusco nelle carte dei vini, superando antichi pregiudizi che per lungo tempo hanno relegato il prodotto a vino “semplice” o esclusivamente popolare.

Anche il paesaggio contribuisce al fascino della denominazione. Le colline di Castelvetro, caratterizzate da filari ordinati, piccoli borghi medievali e una forte identità agricola, rappresentano ancora oggi uno dei volti più autentici dell’Emilia rurale. Qui il vino continua a essere parte integrante della vita quotidiana e della memoria collettiva locale.

Il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro incarna così una doppia natura: da un lato vino profondamente popolare e conviviale, dall’altro espressione sofisticata di una tradizione enologica che ha saputo evolversi senza perdere il proprio carattere originario.


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