Gli editori sopraffatti dai manoscritti. Gli aspiranti scrittori rispondono…

Non ci crederete, ma il Covid-19 può colpire indirettamente anche gli aspiranti scrittori. La riprova, se mai ce ne fosse bisogno, viene da Gallimard, la casa editrice francese, nota per avere nel catalogo delle sue pubblicazioni autori come Marcel Proust, Simone de Beauvoir, Albert Camus. Sul proprio sito web, in questo mese di aprile, ha rivolto agli aspiranti scrittori un appello garbato: «Date le circostanze eccezionali, vi chiediamo di rimandare l’invio dei vostri manoscritti. Abbiate cura di voi stessi e buona lettura». La spiegazione nasce dal semplice riscontro che il prolungato confinamento tra le mura domestiche ha dato agli scrittori, in cerca di affermazione, il tempo necessario per riprendere dal cassetto quel romanzo che non avevano mai completato. Quelle memorie che specie certi personaggi pubblici o dello spettacolo avevano pensato di scrivere a fine carriera. È bastato dare una sforbiciata qua e là, aggiustare la forma e qualche errore di sintassi e, infine, spedire il manoscritto incrociando le dita. Di conseguenza, molti dei grandi gli editori (e non solo in Francia) sono stati subissati dai manoscritti. Prima della pandemia, Gallimard ne riceveva circa 30 al giorno; ora sono diventati 50. Non è soltanto Gallimard l’unico editore sopraffatto da un aumento degli invii. Sulle scrivanie delle Éditions du Seuil – che pubblica la traduzione del Don Camillo di Giovannino Guareschi oppure il Libretto rosso di Mao Tse-tung – nei primi tre mesi di quest’anno sono pervenuti 1200 plichi, rispetto ai 3500 finora inviati in un anno.

Si capirà bene che questo attacco di grafomania ha come riscontro negativo la sottrazione di tempo per la lettura. Scrivere, al contrario, non è inversamente proporzionale a leggere. Per gli scrittori, o aspiranti tali, leggere dovrebbe essere un’attività essenziale. Si dà il caso, però, che gli indici di lettura sono calati. Quantunque i francesi restino accaniti lettori (più dell’80% nel 2020 si è fermato a leggere un libro), lo scorso anno si è registrato un decremento complessivo, stando al rapporto pubblicato a marzo dal Centre national du livre. La motivazione della flessione statistica sarebbe dovuta alla chiusura degli spazi di lettura come le biblioteche. È vero anche che in Francia, così in Italia e in tanti Paesi del mondo, le librerie sono state chiuse durante i vari lockdown, totali o parziali. Ne è conseguito che questi ripetuti blocchi hanno convinto gli editori a rinviare le pubblicazioni programmate di alcuni libri. Quindi, meno “nuove uscite” hanno caratterizzato il mercato editoriale. A questo si aggiunga che il ricorso generalizzato allo smart working ha ridotto il pendolarismo e il tempo dedicato alle pagine di un libro durante il viaggio, in pullman o in treno, per raggiungere la sede di lavoro. L’impegno a casa, poi, non sempre consente di separare occupazione e tempo libero, come invece accadeva in precedenza.  

Scrivere, tuttavia, è un’attività da svolgere con dedizione, pur approfittando di lockdown e coprifuochi. Fatto sta che, se ora le case editrici preferiscono non acquisire nuovi autori, farsi pubblicare è diventato ancora più complicato. Quale strada dovrebbero scegliere coloro che sono colti da improvvise ispirazioni? C’è chi ha optato per l’auto-pubblicazione, grazie alle offerte di agenzie che aiutano gli autori a editare autonomamente i propri lavori. Le piattaforme che si occupano di Self Publishing stanno aumentando del 40% i libri editati nel 2020 rispetto all’anno precedente, e per quanto concerne il 2021 solo fino ad aprile si riscontra il 90% in più. Quello che, però, non riesce sempre chiaro ai più è questa evidenza: una faccenda è stamparsi il proprio libro da sé e un’altra faccenda è diffonderlo e venderlo. Comunque sia, è pur sempre una bella sfida credere in sé stessi. Scrivere aumenta l’autostima. Per cui, confinati in casa, perché non provare a scrivere, anziché limitarsi a leggere?

IMMAGINE DI APERTURA: Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

Antoni Gaudí – Finì sotto un tram e nessuno lo riconobbe

Antoni Gaudí

Antoni Gaudì, il massimo esponente del Modernismo catalano, fu investito da un tram il 7 giugno 1926 e tre giorni dopo morì. A conclusione della giornata di lavoro, l’architetto Gaudí si era incamminato a piedi lungo la Gran Via de les Corts Catalanes verso la chiesa di San Filippo Neri, per ritirarsi in raccoglimento. Mentre attraversava distrattamente la strada, fu travolto dal tram n. 30, che lo lasciò svenuto sul selciato. Fu prontamente soccorso dal tranviere e da alcuni passanti; ma nessuno lo riconobbe. Nonostante la sua celebrità pochissimi conoscevano il suo aspetto fisico. Celibe, conduceva una vita solitaria e riservata, chiuso nel suo studio di architettura come un asceta, dal quale usciva per recarsi preferibilmente in chiesa. Professava l’umiltà dei costumi, in ottemperanza della sua devozione. Pertanto, non curava l’abbigliamento, che poteva apparire malandato. Quando lo estrassero da sotto il tram e gli frugarono nelle tasche bucate della giacca troppo grande, nei pantaloni logori, alla ricerca dei documenti, trovarono soltanto delle noci e dell’uva. Un uomo magro e pallido di 74 anni, il viso imbiancato dalla barba, le gambe strette da bende per contrastare il freddo.

Barcellona, la Sagrada Familia di Antoni Gaudì, foto di Maciej Cieslak da Pixabay 

Chi era costui: un vagabondo? un ubriaco? Sprovvisto di documenti, fu impossibile identificarlo. Un medico, che da una finestra aveva avuto sentore della disgrazia, prestò i primi soccorsi e consigliò di portare d’urgenza quel poveruomo all’ospedale. Un tassista si rifiutò di condurlo con la propria vettura, perché nessuno gli avrebbe pagato la corsa. In un modo o nell’altro, fu accompagnato all’ospedale di Santa Creu (Santa Croce) il ricovero degli indigenti. Trascorse un giorno prima che fosse riconosciuto. Il cappellano della Sagrada Familia, in visita all’ospedale, dichiarò incredulo che quel relitto d’uomo, in coma, era il grande Antoni Gaudí, «il più catalano dei catalani». Era troppo tardi: si spense il 10 giugno, dopo tre giorni di agonia. Gli innumerevoli articoli che annunciavano la notizia in tutta Europa e riportavano i tragici fatti concludevano immancabilmente: «L’architetto Gaudì è morto in un letto dell’ospedale di Canta Cruz, nella casa santa, come la nominava sempre, vittima di un incidente di tramway. La gravità del suo stato non ha permesso più di trasportarlo in altro luogo. Era uno degli uomini più dotati fra i suoi contemporanei».