La mostra Wright of Derby: From the Shadows alla National Gallery di Londra (7 novembre 2025 – 10 maggio 2026) offre la prima grande retrospettiva dedicata al pittore inglese Joseph Wright of Derby (1734-1797), mettendo in luce non solo la sua maestria nella rappresentazione chiaroscurale, ma anche la sua riflessione sul «buio» dell’illuminismo e i temi della scienza, della moralità e del sublime.
Contesto storico e culturale
Nato a Derby il 3 settembre 1734 da John Wright, avvocato, e Hannah Brookes, Wright si formò a Londra dal ritrattista Thomas Hudson, trascorrendo due anni in studio prima di tornare in patria per stabilirsi quasi esclusivamente nella Midlands inglese. In un periodo in cui l’Inghilterra stava per entrare – e stava già entrando – nella prima fase della rivoluzione industriale, Wright prese parte a un ambiente culturale e scientifico d’avanguardia, quello della Lunar Society di Birmingham, che riuniva imprenditori, scienziati e pensatori liberi (fra i quali Erasmus Darwin, Joseph Priestley, Matthew Boulton, James Watt). Questo contesto – dalle officine metallurgiche alle dimostrazioni scientifiche, dall’alchimia alla nascita della macchina a vapore – fornisce lo sfondo ideale alla sua produzione, nella quale il fuoco, la luce artificiale e l’osservazione scientifica diventano soggetto e metafora. Wright fu definito “il primo pittore professionista a esprimere lo spirito della rivoluzione industriale”.
La mostra: «Wright of Derby: From the Shadows»
L’esposizione al National Gallery propone oltre venti opere – dipinti, disegni, stampe a mezzatinto, oggetti – dedicati alla fase fra circa 1765 e 1773 di Wright, soprattutto al suo ciclo di scene “a lume di candela” o in notturno. Di queste opere, diciassette provengono dal patrimonio del Derby Museums (che detiene la più ricca collezione mondiale dell’artista) e saranno esposte a Londra prima di tornare a Derby nella primavera/estate del 2026. La curatrice, Christine Riding, segnala che lo scopo della mostra è rivalutare Wright non solo come virtuoso del chiaroscuro, ma come artista che ha rigorosamente esplorato la notte – non solo come tema visivo, ma come dimensione esistenziale: la morte, la malinconia, lo scetticismo, il sublime. Una buona guida alla visita è il documento “5 reasons to visit ‘Wright of Derby: From the Shadows’”, nel quale si sottolinea come Wright accogliesse già nel suo nome la provenienza dalla provincia (“of Derby”) e la volontà di uscire dal solo circuito londinese per costruire una carriera fuori capitale.
Temi e opere principali
Fra le opere in mostra si segnalano:
Three Persons Viewing the Gladiator by Candlelight (1765): una tela nella quale tre figure – due uomini e una donna – osservano alla luce tremolante di una candela il calco in gesso di una scultura classica, suggerendo la riflessione sull’arte, sull’osservazione e sulla tradizione classica.
A Philosopher Giving that Lecture on the Orrery (1766): mostra un orrery (modello meccanico del sistema solare) attorno al quale è radunato un piccolo pubblico, il “sole” è sostituito da una lampada, e la luce artificiale diventa metafora di conoscenza scientifica.
An Experiment on a Bird in the Air Pump (1768): probabilmente il capolavoro più noto di Wright, commissionato all’epoca della nascita della Royal Academy of Arts (1768) e ora nella collezione della National Gallery. Si tratta di un esperimento di numero elevato: l’artista rappresenta una dimostrazione scientifica di rimozione dell’aria da un cilindro contenente un uccello bianco, all’interno di una sala illuminata da una candela – e l’effetto è di dramma morale, curiosità, paura, contemplazione. In queste opere Wright utilizza una forte tecnica tenebrista (chiaroscuro accentuato), che mette in risalto non solo la luce artificiale, ma anche l’oscurità circostante come elemento simbolico.
Fra i temi ricorrenti:
La scienza come spettacolo e come forma di riflessione morale: l’atto di osservare diventa parte del dipinto, e Wright interroga cosa significhi guardare.
Il contrasto fra progresso e rischio, fra sapere e responsabilità: ad esempio in “Bird in the Air Pump” la tensione fra meraviglia e crudeltà scientifica appare evidente.
Il paesaggio notturno, lo scenario industriale (forni, officine, fucine) e la luce artificiale come simbolo del cambiamento tecnologico. Wright propone così non solo ritratti o paesaggi, ma scene che costringono lo spettatore a interrogarsi sul proprio ruolo davanti al nuovo mondo che si stava aprendo.
Wright nel suo tempo e oltre
Wright operò in un momento cruciale della storia britannica: la metà del Settecento vide l’affermarsi del metodo scientifico, dell’industrializzazione, della rete delle reti di pensatori (come la Lunar Society) che discuteva liberamente di tecnologia, natura e umanità. Il pittore, pur non essendo un ingegnere o uno scienziato da laboratorio, volle rappresentare visivamente e poeticamente quei temi: la luce che rivela, l’ombra che nasconde, l’ignoto che inquieta. Secondo la storiografia, la sua è una posizione “ibrida” fra la tradizione barocca (la luce drammatica, la mobilità compositiva) e la modernità della rappresentazione industriale e scientifica. A differenza di molti pittori del suo tempo che si trasferivano a Londra o a Roma, Wright rimase gran parte della vita a Derby, diventando un simbolo della provincia inglese che partecipa attivamente al cambiamento culturale. In tempi più recenti la critica ha cominciato a sottolineare non solo l’entusiasmo per la scienza, ma anche l’ombra che accompagna tale entusiasmo – la possibilità della distruzione, del dubbio, della morte – e Wright viene oggi letto come uno che «tolse dal sole» l’occhio dell’arte, per posarlo sul crepuscolo della ragione.
Significato per il pubblico oggi
La mostra rappresenta un’occasione per rileggere non solo un artista inglese poco noto al di fuori del Regno Unito, ma anche per riflettere sul rapporto fra arte, scienza e tecnologia. In un’epoca in cui dominano schermi, luce artificiale e ombre digitali, la pittura di Wright ci ricorda che la luce non è solo visibilità, ma anche interrogazione; che l’oscurità non è mera assenza ma dimensione simbolica. Inoltre, per un pubblico italiano e internazionale, l’allestimento a Londra (e successivamente a Derby) consente di osservare un punto chiave dell’arte del Settecento britannico – spesso rimasto nell’ombra – ma direttamente connesso alle trasformazioni che avrebbero modificato l’Europa intera. Visitarla significa anche ritornare al gusto del «vedere» come esperienza attiva, partecipativa, critica: come gli spettatori nelle tele di Wright che osservano, mostrano sorpresa, orrore o curiosità.
Note tecniche e consigli di visita
L’esposizione si tiene nella Sunley Room della National Gallery, in Trafalgar Square, Londra.
È suggerito prevedere circa 45 minuti per la visita.
Una parte dell’esposizione è dedicata anche alle stampe in mezzatinto, che Wright utilizzò per diffondere la propria opera oltre la Gran Bretagna.
Dopo Londra la mostra si sposterà al Derby Museum and Art Gallery nella primavera/estate del 2026: l’opportunità per chi desidera seguire la “storia” fino alla patria dell’artista.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Nell’angolo più silenzioso di Shinjuku, quando la città si svuota e le luci al neon si fanno più morbide, c’è una taverna che apre solo a mezzanotte. Qui, tra un piatto improvvisato e una confessione inattesa, si svolgono le storie di Midnight Diner – Tokyo Stories, serie cult nata da un manga di Yarō Abe che racconta la solitudine e la poesia della notte giapponese.
Quando le saracinesche dei locali si abbassano e Tokyo rallenta il respiro, una piccola izakaya del quartiere di Shinjuku accende la sua insegna. È la “Taverna di Mezzanotte”, un locale con appena dodici posti e un menù essenziale: solo quattro piatti fissi, ma la promessa di cucinare qualsiasi cosa, purché ci siano gli ingredienti giusti. Dietro il bancone, un uomo che tutti chiamano semplicemente Master. Ha una cicatrice sul volto e un atteggiamento schivo, ma è capace di ascoltare e di accogliere chiunque entri nel suo rifugio notturno.
Inizia così Midnight Diner – Tokyo Stories, serie giapponese approdata su Netflix nel 2016 e diventata, in breve tempo, un piccolo fenomeno globale. Prodotta originariamente dall’emittente MBS nel 2009 con il titolo Shinya Shokudō, la serie è l’adattamento televisivo del manga di Yarō Abe, pubblicato a partire dal 2007 e oggi arrivato a oltre venti volumi. In Italia è edito da BAO Publishing, nella linea Aiken, in eleganti raccolte che accoppiano due volumi originali per volta, con pagine a colori e carta di pregio.
Dietro la semplicità dell’ambientazione si cela un universo umano ricchissimo. La taverna, aperta da mezzanotte alle sette del mattino, diventa un osservatorio sulle vite invisibili della città: lavoratori notturni, spogliarelliste, poliziotti, attori falliti, tassisti insonni, impiegati che non vogliono tornare a casa. Tutti diversi, ma accomunati dal bisogno di un pasto caldo e di un ascolto discreto. Master non giudica, non interviene: serve da mangiare e lascia che le storie si svelino da sole, con la naturalezza di una confessione sussurrata davanti a una ciotola di zuppa di maiale.
Ogni episodio prende il titolo da un piatto – Tonjiru, Omelette, Corn Dog – e ruota intorno a un personaggio che trova, tra quei muri scrostati, una piccola redenzione. La narrazione segue un ritmo lento e contemplativo in netto contrasto con il frastuono della vita diurna. È un’umanità che si racconta tra un sorso di sakè e una risata malinconica, in un Giappone notturno che somiglia più all’intimità di un sogno che a una città reale.
Il successo di Midnight Diner è legato anche alla sua struttura antologica: ogni puntata è un racconto autonomo, ma insieme costruiscono un mosaico coerente di esistenze ordinarie. Non ci sono colpi di scena o tensioni drammatiche: il cuore della serie è nella quotidianità, nella capacità di trovare significato in gesti minimi – un piatto preparato su misura, un vecchio rancore che si scioglie, una frase lasciata in sospeso.
Il manga di Yarō Abe, dal canto suo, amplifica questo realismo poetico. Con un tratto essenziale, quasi calligrafico, restituisce le atmosfere dense e fumose della notte di Shinjuku, dove i destini si sfiorano per un istante prima di perdersi di nuovo. La sua forza sta nel rendere universale ciò che è profondamente locale: il rito del mangiare insieme, il conforto del cibo come forma di empatia.
L’adattamento televisivo diretto da Joji Matsuoka, con l’attore Kaoru Kobayashi nei panni di Master, mantiene intatta questa delicatezza. Il regista alterna toni malinconici e umoristici, lasciando che la lentezza diventi parte integrante del racconto. Non è un caso che Midnight Diner sia stata accolta con entusiasmo non solo in Giappone, ma in tutta l’Asia: ne sono nate versioni coreane (2015) e cinesi (2017), ciascuna con le proprie sfumature culturali ma fedele all’essenza originale.
Netflix, che ha prodotto la terza e la quarta stagione, ha contribuito a far conoscere Tokyo Stories a un pubblico occidentale, attratto da un tipo di narrazione radicalmente diverso. Lontana dalle serie ad alto ritmo e dai format spettacolari, La Taverna di Mezzanotte conquista per la sua umanità discreta. Ogni episodio è una pausa dal mondo esterno, una mezz’ora di sospensione in cui si può sorridere, riflettere, o semplicemente restare in silenzio.
C’è qualcosa di profondamente universale nella figura del Master: un custode notturno che cucina per gli altri, ma in fondo serve la memoria, la nostalgia, la fragilità di chi non riesce a dormire. Ed è forse questo il segreto del successo di Midnight Diner: raccontare la notte non come oscurità, ma come spazio di possibilità. In quella luce fioca che filtra dalla porta socchiusa dell’izakaya, ogni spettatore può riconoscersi, almeno per un momento, tra i clienti di Shinjuku che cercano, nel piatto e nella parola, un minimo di tranquillità.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Dal 21 al 23 novembre 2025 la Nuvola di Fuksas torna a ospitare Roma Arte in Nuvola, la fiera che intreccia mercato, istituzioni e ricerca artistica. Con mostre monografiche, performance e progetti internazionali, la manifestazione conferma il suo ruolo di piattaforma culturale dove l’arte contemporanea dialoga con la memoria e con il futuro.
A Roma, l’arte torna a occupare il centro della scena. Dopo anni di assenza di una fiera di riferimento, Arte in Nuvola ha restituito alla capitale un ruolo nel panorama internazionale dell’arte moderna e contemporanea. Dal 21 al 23 novembre 2025, l’avveniristica struttura progettata da Massimiliano Fuksas all’EUR accoglierà la quinta edizione della manifestazione ideata da Alessandro Nicosia e diretta artisticamente da Adriana Polveroni. Promossa da EUR S.p.A. con la partecipazione del Ministero della Cultura, di Roma Capitale e della Regione Lazio, la fiera conferma la propria vocazione: essere un luogo dove il mercato incontra la cultura, e dove artisti, gallerie e istituzioni costruiscono insieme una visione condivisa dell’arte contemporanea.
«Abbiamo voluto che Roma colmasse un vuoto, tornando ad avere una fiera capace di misurarsi con il livello internazionale», ha spiegato Nicosia. Una volontà che si riflette nell’impianto espositivo: più di 150 gallerie italiane e straniere, distribuite in sezioni dedicate all’arte moderna e contemporanea, alle nuove proposte e alla fotografia, in un percorso che intreccia linguaggi e generazioni diverse.
Oltre alla parte commerciale, Arte in Nuvola si distingue per l’ampio programma di mostre e progetti speciali, che trasformano la fiera in un vero laboratorio culturale. Tre le monografiche principali di questa edizione: “Gino Marotta. Universo Naturale–Artificiale (in Nuvola)”, curata da Andrea Viliani con l’Archivio Gino Marotta, esplora la poetica sospesa dell’artista tra natura e tecnologia attraverso i celebri Rilievi e Metacrilati; “Mario Airò. Tra acqua e luce”, a cura di Adriana Polveroni, invita lo spettatore in un viaggio sensoriale tra materia e movimento; mentre “Fabrizio Clerici. Ultra Memoriam”, curata da Giulia Tulino, restituisce l’universo visionario di un artista che fuse pittura, architettura e scenografia in un linguaggio onirico e intellettuale.
La fotografia trova una sede autonoma nella rassegna “Immagini Impossibili”, curata da Arianna Catania, che riunisce 33 artisti italiani e internazionali. Un percorso sul limite del visibile, tra sperimentazione tecnica e riflessione concettuale, dove l’immagine si fa spazio mentale prima ancora che rappresentazione.
Il dialogo internazionale si consolida con la partecipazione della Repubblica di Corea, Paese ospite di questa edizione, con la mostra Fever State, parte del programma ufficiale Anno degli Scambi Culturali Corea–Italia 2024–2025, celebrativo dei 140 anni di relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Sei artisti – Yun Choi, Jongwan Jang, Minhoon Kim, Yuja Kim, Yanghee Lee e Kai Oh – porteranno a Roma una riflessione sul rapporto tra tecnologia, memoria e identità in una scena artistica coreana sempre più dinamica.
Fondamentale, come in ogni edizione, è la rete di collaborazioni istituzionali: la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali presenterà le nuove acquisizioni della Galleria d’Arte Moderna, mentre il MAXXI, la Galleria Nazionale e il Ministero degli Esteri metteranno a disposizione opere di artisti come Giulio Paolini, Emilio Isgrò, Mario Airò e Fausto Melotti. Il MUCIV – Museo delle Civiltà – dedicherà una sezione alle wunderkammer barocche, rendendo omaggio ancora una volta a Marotta, e il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude offrirà un percorso fotografico tra le Regge piemontesi.
Ad arricchire l’esperienza, le performance di artisti che indagano il rapporto tra corpo, equilibrio e collettività: Landfall di Sonia Andresano, Try di Marilisa Cosello, Missione Space Y di Filippo Riniolo e L’Eternità di Alix Boillot trasformeranno lo spazio espositivo in una scena viva e partecipata.
La fiera è anche occasione di confronto e riflessione: incontri con giovani collezionisti, talk sui nuovi linguaggi digitali e la presentazione di “Today is not Today”, piattaforma di esperienze immersive in realtà virtuale, testimoniano l’apertura di Roma Arte in Nuvola verso i linguaggi del futuro.
In pochi anni, la manifestazione si è imposta come uno dei principali appuntamenti del sistema dell’arte italiano, capace di fondere la vitalità del mercato con la ricerca culturale. In una città dove il passato domina ogni sguardo, Arte in Nuvola dimostra che anche il presente può essere monumentale.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Freud e Jung intravidero nell’idea di immortalità una necessità profonda dell’inconscio umano. Oggi, tra neuroscienze e filosofia evolutiva, si riapre la domanda su una possibile sopravvivenza della coscienza: non come dogma religioso, ma come esito naturale dell’evoluzione psichica.
Articolo di Cristian Horgos
Al Dr. Sigmund Freud viene attribuita l’affermazione secondo cui “nell’inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità”. Il Dr. Carl Gustav Jung si spinge oltre. Così, nel suo studio “La psicologia della vita dopo la morte”, Ronald K. Siegel riassume quanto segue: “Jung sosteneva che il concetto di immortalità, universalmente presente nell’inconscio dell’individuo, svolge un ruolo importante nell’igiene psichica”. Ma per coloro che non credono in alcuna forma religiosa di aldilà, l’unica possibilità di raggiungere questa “igiene psichica” rimane la fede in una sorta di sopravvivenza della coscienza nel rispetto delle leggi della Teoria dell’Evoluzione, enunciata da Charles Darwin. Alcuni spunti teorici in tal senso si possono trovare nel capitolo “Conclusione. Scienza e inconscio” scritto dalla Dr.ssa Marie-Louise von Franz per il libro “L’uomo e i suoi simboli” del Dr. Carl G. Jung e dei suoi collaboratori. E in un interessante progetto di ricerca medica, “AWAreness during Resuscitation – II: A multi-centric study of consciousness and awareness in heart stop” (5), che si prevede possa fare più luce, tutto ciò che possiamo fare nel frattempo è immaginare alcuni possibili modelli dell’aldilà “darwiniano”.
Il 70% dei nordamericani crede nell’aldilà
Esistono quattro grandi categorie: coloro che credono nell’aldilà, coloro che non ci credono, coloro che sono indecisi e coloro che non sono interessati o non sono ancora interessati – è noto che questo interesse aumenta con l’età. Ovviamente, è bene appartenere a una qualsiasi di queste categorie se si è soddisfatti. Ma almeno per ora, io sono tra coloro che stanno ancora cercando. Se leggete, ad esempio, lo studio “The Psychology of Life After Death” (7), condotto dallo psichiatra Ronald K. Siegel, è probabile che la vostra fede in qualsiasi tipo di aldilà diminuisca drasticamente. Questo nonostante, secondo questo studio, un sondaggio Gallup condotto nel 1978 abbia mostrato che circa il 70% delle persone negli Stati Uniti d’America credesse nell’aldilà, e possiamo supporre che i cittadini europei non siano sostanzialmente diversi. E sì, per coloro che non credono in un prolungamento della vita, il filosofo Auguste Comte una volta disse sentenziosamente: “La ricerca dell’anima e dell’immortalità è una fase infantile dello sviluppo umano”. Eppure, dopo aver letto i libri di altri psicologi o psichiatri più aperti alla trascendenza spirituale, la speranza di un’estensione della coscienza dopo la morte biologica può essere notevolmente accresciuta. Ad esempio, il Dr. Ran D. Anbar, nel suo studio “Cosa succede dopo la morte?” (1), scrive: “Sosteniamo che la nostra percezione della realtà sia limitata da ciò che il nostro cervello è stato preparato a gestire. Ad esempio, sappiamo che ci sono molte cose che non possiamo percepire, come la luce o il suono, che sono al di là della capacità del nostro cervello di registrarle. È anche ragionevole supporre che ci siano molte cose che non possiamo percepire e di cui non siamo consapevoli. Pertanto, piuttosto che una posizione di certezza sulla mancanza di esistenza dopo la morte, potrebbe essere più umile sostenere una posizione agnostica: è inconoscibile ciò che accade dopo la morte”.
„De gustibus non disputandum”
Perché esito invece di schierarmi da una parte o dall’altra? Innanzitutto, quando si tratta di cibo o credenze: “de gustibus non disputandum”. Ma un motivo concreto per cui non sono tra gli scettici convinti è che trovo preferibile procedere a tentoni, cercare alternative a un destino che si concluderebbe definitivamente e irrevocabilmente nell’oscurità eterna, con la cessazione del cuore. Inoltre, esistono consigli profilattici a riguardo, e non da chiunque. Allo stesso Dr. Sigmund Freud viene attribuita l’affermazione che “nell’inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità”. Il Dr. Carl Gustav Jung va oltre. Così, nel suo studio “La psicologia della vita dopo la morte” (7), Ronald K. Siegel riassume quanto segue: “Jung sosteneva che il concetto di immortalità, universalmente presente nell’inconscio dell’individuo, svolge un ruolo importante nell’igiene psichica”. Possiamo saperne di più dal sito web dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica nell’articolo “Volume 18: La vita simbolica” (4): “Nella prefazione a “Phenomenes Occultes” di C. G. Jung (1939), vengono esaminati i fenomeni occulti, in particolare il problema dell’esistenza dell’anima dopo la morte. I saggi del libro sono descritti come riguardanti l’idea di immortalità e il suo valore funzionale, non il problema metafisico dell’immortalità. L’idea di immortalità esiste in tutto il mondo ed è quindi reale – una caratteristica della vita psichica. Si sostiene che, per ragioni di igiene psichica, è meglio non dimenticare tali idee universali e, se sono scomparse, per negligenza o negligenza intellettuale, dovrebbero essere ricostruite il più rapidamente possibile, indipendentemente dalle presunte “prove” filosofiche a favore o contro la loro esistenza. Quindi, in breve, dato che abbiamo già una vena di fede nell’aldilà nel nostro subconscio, sarebbe preferibile collegare la nostra mente cosciente a questo desiderio per per raggiungere una maggiore armonia psichica.
“La religione dell’amore”, metafora o essenza
Sono semplicemente troppo analitico per credere in un “aldilà” strettamente edenico come prospettato dagli insegnamenti religiosi. Tuttavia, sono tentato di accettare che le religioni, una volta spogliate delle proprie mitologie, abbiano un profondo denominatore comune riguardo alla trascendenza della spiritualità. In altre parole, l’espressione “la religione dell’amore” è troppo attraente per non aggrapparsi ad essa. Ma prima di esplorare il possibile potere dell’amore di creare un mondo di anime, intraprendo un viaggio introduttivo attraverso alcune fonti di ispirazione psicologica. Ce ne sono certamente altre, forse anche più suggestive, ma le ho trovate e mi sembrano abbastanza utili.
– Aldous Huxley “Le porte della percezione. Paradiso e Inferno” – Gabor Mate “Il mito della normalità” – Carl Jung “L’uomo e i suoi simboli”,
Cosa hanno in comune questi pensatori? Innanzitutto, esplorano la trascendenza della spiritualità. Il Dott. Jung, nel capitolo “Avvicinarsi all’Inconscio” del libro “L’uomo e i suoi simboli”, scrive: “Non permettetevi di essere ingenui nell’affrontare i sogni. Essi hanno origine da uno spirito che non è propriamente umano, bensì il respiro della natura – del bello e del generoso, così come della dea crudele. Se vogliamo caratterizzare questo spirito, faremmo meglio a tornare alle antiche mitologie e alle favole della foresta primitiva.
Inoltre, Huxley e il Dott. Mate lo fanno personalmente e direttamente utilizzando sostanze psichedeliche, un metodo che, insieme all’ipnosi e alla più difficile meditazione intensa, è attualmente il modo più noto per approfondire stati di coscienza alternativi. Non essendo vincolato, come Gabor Mate e Carl Jung, dai rigori della professione psichiatrica, il filosofo e scrittore Aldous Huxley – candidato nove volte al Premio Nobel per la Letteratura – non esita nemmeno a concludere il suo libro proponendo la propria visione dell’”aldilà”, dove le anime persistono dopo la morte. “Le antiche tradizioni sono corrette. Esiste uno stato postumo del tipo descritto nel libro di Sir Oliver Lodge “Raymond”, ma esiste anche un paradiso di terrificanti esperienze visionarie, come quelle che soffrono qui gli schizofrenici e alcuni consumatori di mescalina”, scrive Huxley alla fine del suo libro.
A sua volta, il Dr. Gabor Mate cita, nel capitolo “Jesus in Tipi. Psychedelics and Healing” del suo libro “The Myth of Normality”, il Dr. Rick Doblin, fondatore e presidente della “Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies” (MAPS). Ed ecco cosa dice il Dr. Doblin: “Tendiamo a pensare, con il nostro ego, di essere il Centro dell’Universo. Gli psichedelici lo muovono e possiamo vederlo, molto più di una parte enorme di questo individuo, molto più di una parte di questo individuo. L’unità va indietro nel tempo e avanti nel tempo. Possono portarci fuori dai nostri schemi abituali. Quando smetti di guardare le cose dalla sua prospettiva, senti che si libera un nuovo potenziale e un senso di connessione.” Lo scopo di queste poche citazioni è piuttosto quello di sottolineare che i grandi pensatori sono stati aperti alla possibilità che “il mondo sia più di quanto sembri” (Gabor).
Un modello immaginario dell’”altro mondo”
Ma come potrebbe essere l’aldilà? E, ovviamente, spero che non si riduca a infestare vecchie case e a molestare o spaventare le persone sensibili. E ora, torno a un modello dell’”altro mondo” che mi sorriderebbe. L’amore, per sua stessa essenza, è l’espressione della vicinanza delle anime, due o più – perché, non è forse vero?, l’ideale è poter amare molte persone – non necessariamente amare attraverso l’eros. Al polo opposto, l’egoismo o, ancora più drasticamente, la paura, l’odio, portano alla solitudine, all’isolamento dell’anima. Quindi, se ci fosse un nucleo, una comunione di anime, allora potrebbe basarsi essenzialmente sulle proprietà dell’amore. Un mattone è inerte, ma un muro costituito da mattoni è capace, ad esempio, di vibrare. Allo stesso modo, un’unione di anime innamorate potrebbe avere proprietà trascendenti che una singola anima troverebbe più difficile o addirittura impossibile sviluppare. Una metafora utile è il generoso scenario del film Avatar, in cui la coscienza è connessa a un nucleo. Sì, è un film di fantascienza e può essere ridotto a mera fantasia, ma ciò non esclude completamente l’intuizione ispirata. In altre parole, gli spiriti, soprattutto quelli empatici, potrebbero essere connessi a un livello di cui non siamo consapevoli quotidianamente. Ciò che voglio sottolineare è che, per un “raduno” di anime, i confini temporali possono perdere la loro rigidità e il loro significato. L’impronta di un’anima amorevole potrebbe rimanere, anche dopo la morte biologica, in qualche modo residente nelle dense nubi delle “multi-anime”. Ma cos’è una manifestazione spirituale senza emozioni, buone o cattive? Almeno da una prospettiva terrena, la mancanza di emozioni tradisce un’esistenza noiosa e totalmente priva di significato. Quindi, fino a che punto avrebbe valore una perpetuazione nel mondo delle anime se l’anima fosse priva di sentimenti? E cosa potrebbe allora essere l’equivalente della gioia o della tristezza nel mondo delle anime immortali?
Solo una possibilità darwiniano
Una possibilità sarebbe che le anime post-mortem gioissero quando nuove anime amorevoli, soprattutto quelle conosciute, si connettessero al mondo delle anime, offrendo loro l’opportunità di ricordare le esperienze della loro precedente vita terrena. Rispettivamente, soffrirebbero quando altre anime care, perdendo gradualmente l’energia iniziale dell’amore, si staccassero infine dal nucleo, perdendosi e disperdendosi nella solitudine dell’universo. Un’altra domanda sarebbe come sia possibile, rigorosamente nelle condizioni dell’evoluzionismo darwiniano, che sia apparso un “mondo al di là”. Ecco una possibile risposta, non necessariamente l’unica. L’uomo antico immaginava, desiderava intensamente, praticava rituali plurimillenari e soprattutto credeva in varie forme di paradiso. E a causa di questa necessità, il cervello, con le sue incredibili possibilità, potrebbe aver creato a un certo punto la “pasta psichica” necessaria per cuocere una coscienza sopravvissuta, proprio come il cervello biologico ancestrale ha progettato e realizzato ogni nuovo organo: occhio, naso, orecchio, ecc. Un’idea del genere sembra molto audace, quindi faccio appello, a suo sostegno, a due paragrafi del capitolo “Scienza e inconscio” scritto dalla Dott.ssa Marie-Louise von Franz per il libro “L’uomo e i suoi simboli” di Carl G. Jung e dei suoi collaboratori. Così, troviamo: “Il fisico Wolfgang Pauli ha sottolineato che, a causa di nuove scoperte, la nostra idea dell’evoluzione della vita richiede una revisione che potrebbe tenere conto di un’area di interrelazione tra la psiche inconscia e i processi biologici. Fino a poco tempo fa, si presumeva che la mutazione delle specie avvenisse in modo casuale e che si verificasse una selezione attraverso la quale le specie “significative” e ben adattate sopravvivevano e le altre scomparivano. Ma gli evoluzionisti moderni hanno sottolineato che la selezione di tali mutazioni per puro caso avrebbe richiesto molto più tempo di quanto consenta l’età nota del nostro pianeta. Il concetto di “sincronicità” di Jung potrebbe essere utile in questo caso, perché fa luce su alcuni fenomeni più rari, “limite”, alcuni eventi eccezionali; in questo modo è quindi possibile spiegare come adattamenti e mutazioni “significativi” si siano verificati in un tempo più breve di quanto sarebbe stato necessario nel caso di mutazioni casuali.”
E nella pagina successiva, l’idea continua: “Sembra, quindi, che tali fenomeni anomali e accidentali si verifichino in presenza di un bisogno o di un desiderio vitale; questo fatto potrebbe spiegare ulteriormente perché una certa specie animale, sottoposta a forte pressione o in urgente necessità, possa produrre cambiamenti significativi (ma acausali) nella sua struttura materiale esterna”. Queste sarebbero le premesse di una possibile “vita dopo la morte”. Se preferite un’altra prospettiva, forse anche migliore. Almeno per me è importante immaginare modelli schematici in qualche modo coerenti. Quindi, più importante di un modello o dell’altro è che teoricamente ci sarebbe la possibilità di una vita dopo la morte, in modo che la vita stessa sarebbe più sopportabile. Per ora, siamo limitati dall’osservazione fatta dallo psicologo Jesse M. Bering nel suo lavoro “Intuitive Conceptions of Dead Agents’ Minds: The Natural Foundation of Afterlife Beliefs as Phenomenological Boundary” (2), a pagina 272: “L’aldilà pone qui un problema speciale semplicemente perché è epistemologicamente impossibile sapere cosa sia morto (…)”
Aldilà, Aldous Huxley
Ricordiamo le ultime parole del libro di Aldous Huxley “Paradiso e Inferno”: “Qualcosa di simile può accadere nello stato postumo. Dopo aver visto l’insostenibile splendore della Realtà successiva, e dopo aver oscillato avanti e indietro tra il paradiso e l’inferno, la maggior parte delle anime trova possibile ritirarsi in quella regione più tranquilla della mente, dove può usare i propri desideri, ricordi e fantasie e quelli altrui per costruire un mondo identico a quello in cui ha vissuto sulla terra. Tra coloro che muoiono, una minoranza infinitesimale è capace di unione immediata con il Fondamento divino, pochi sono in grado di sostenere la beatitudine visionaria del paradiso, pochi si risvegliano negli orrori visionari dell’inferno e non possono sfuggirvi; la grande maggioranza finisce nel tipo di mondo descritto da Swedenborg e dai medium. Da questo mondo è senza dubbio possibile passare, quando le condizioni necessarie siano state soddisfatte, a mondi di beatitudine visionaria o all’illuminazione finale. La mia supposizione è che lo spiritualismo moderno e l’antica tradizione siano entrambi Esatto. Esiste uno stato postumo del tipo descritto nel Raymond di Sir Oliver Lodge; ma esiste anche un paradiso di beata esperienza visionaria; esiste anche un inferno dello stesso tipo di orribile esperienza visionaria sofferta qui dagli schizofrenici e da alcuni di coloro che assumono mescalina; e esiste anche un’esperienza, al di là del tempo, di unione con il Fondamento divino”
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Caricamento commenti...
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui a navigare su Experiences, noi riteniamo che tu sia concorde.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.