
Un film che evita la rappresentazione diretta dell’orrore per renderlo ancora più presente. Jonathan Glazer costruisce un racconto disturbante sulla normalità che convive con l’abisso.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
The Zone of Interest, scritto e diretto da Jonathan Glazer e liberamente ispirato al romanzo di Martin Amis, affronta uno dei temi più complessi del cinema contemporaneo: la rappresentazione del male. Il film si concentra sulla figura di Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, e sulla vita quotidiana che conduce insieme alla moglie Hedwig e ai loro figli.
La scelta narrativa è precisa e radicale. Non mostrare il campo, ma collocarlo ai margini. La casa della famiglia Höss sorge infatti accanto al perimetro del lager, in quella che veniva definita la “zona d’interesse”. È uno spazio domestico ordinato, quasi idilliaco, che convive con ciò che accade appena oltre il muro.
La quotidianità come dispositivo narrativo
Il film si sviluppa attraverso gesti ordinari: pranzi, conversazioni, momenti familiari, piccole ambizioni domestiche. Nulla sembra eccezionale. Ed è proprio questa normalità a generare inquietudine.
Rudolf Höss, interpretato con misura da Christian Friedel, appare come un funzionario efficiente, concentrato sul proprio lavoro. Hedwig, a cui Sandra Hüller dà una presenza intensa e controllata, difende con determinazione il proprio spazio domestico, quasi fosse un diritto acquisito.
La famiglia vive, cresce, si organizza. Il male non interrompe la quotidianità, ma la attraversa senza essere nominato.
Il suono come presenza invisibile
L’elemento più potente del film è il suono. Se l’immagine si concentra su ciò che è visibile, il sonoro restituisce ciò che viene escluso dallo sguardo. Urla lontane, spari, rumori metallici, il continuo movimento dei treni.
Questi frammenti acustici non invadono mai la scena, ma la attraversano. Non sono enfatizzati, non vengono isolati. Restano sullo sfondo, come un rumore costante che i personaggi sembrano non percepire più. È qui che il film costruisce la sua tensione: nello scarto tra ciò che si vede e ciò che si ascolta.
Una regia che lavora per sottrazione
Glazer sceglie una messa in scena essenziale. La macchina da presa osserva, non commenta. Non ci sono movimenti spettacolari, né costruzioni emotive forzate. L’inquadratura resta spesso fissa, lasciando che le azioni si svolgano nello spazio.
Questa distanza non è freddezza, ma metodo. Evitare l’enfasi significa evitare anche la semplificazione. Il film non guida lo spettatore verso una reazione precisa, ma lo pone di fronte a una situazione che deve essere interpretata.
La banalità del male, senza teoria
Il concetto di “banalità del male” non viene mai esplicitato, ma attraversa tutto il film. Höss non è rappresentato come un mostro, ma come un uomo perfettamente integrato nel proprio ruolo. Ed è proprio questa normalità a risultare disturbante.
Il male non appare come eccezione, ma come sistema. Non come deviazione, ma come funzione. Il film non cerca spiegazioni, né giustificazioni. Mostra un equilibrio che si regge su una rimozione continua.
Un film sullo sguardo
Guardare The Zone of Interest significa confrontarsi con ciò che non viene mostrato. Il film obbliga lo spettatore a colmare le lacune, a immaginare ciò che resta fuori campo.
È un’esperienza che richiede attenzione e disponibilità. Non offre appigli emotivi immediati, né momenti di catarsi. Lavora lentamente, costruendo un disagio che cresce nel tempo.
Perché è un film necessario
In un contesto in cui la rappresentazione storica tende spesso a enfatizzare, Glazer compie una scelta opposta. Riduce, sottrae, sposta. E proprio così riesce a restituire una forma di verità più complessa.
The Zone of Interest non è un film facile, né consolatorio. Ma è un film che resta, perché modifica il modo in cui guardiamo. Non solo il passato, ma anche il presente.
Note essenziali
Titolo: The Zone of Interest
Regia: Jonathan Glazer
Anno: 2023
Ispirazione: romanzo di Martin Amis (2014)
Interpreti: Christian Friedel, Sandra Hüller
Ambientazione: Auschwitz, “zona d’interesse”
Tema centrale: normalizzazione del male
Perché vederlo: per un cinema che lavora sul non detto, lasciando allo spettatore il compito di comprendere
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