La preparazione tradizionale richiede tempo e manualità

Pomodoro, aglio, pane croccante e pasta tirata a mano: una ricetta contadina diventa racconto identitario tra Lazio e Toscana

Nei pici all’etrusca convivono semplicità rurale e memoria storica. Un piatto nato da ingredienti poveri che oggi continua a rappresentare una delle espressioni più autentiche della cucina dell’Italia centrale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

La consistenza ruvida dei pici trattiene il sugo in modo quasi imperfetto, ed è proprio lì che sta il loro carattere. Pasta spessa, irregolare, lavorata a mano senza alcuna ricerca di precisione estetica. Nei pici all’etrusca la cucina della Tuscia conserva ancora qualcosa di profondamente contadino: pochi ingredienti, sapori netti, gesti antichi tramandati molto prima che la gastronomia italiana diventasse materia da narrazione gourmet.

La ricetta affonda le proprie radici nel territorio compreso tra l’alto Lazio e la Toscana meridionale, area storicamente legata alla civiltà etrusca. Il nome “all’etrusca” richiama proprio questa appartenenza culturale e geografica, anche se il piatto nella forma attuale nasce soprattutto dalla tradizione rurale medievale e rinascimentale dell’Italia centrale. I pici, conosciuti anche come “pinci” nella Tuscia viterbese, sono una pasta di acqua e farina tirata a mano fino a ottenere lunghi cordoni irregolari, più spessi degli spaghetti e più rustici per struttura.

A fare la differenza è soprattutto il condimento. La versione all’etrusca unisce pomodoro, aglio, olio extravergine e mollica di pane tostata, spesso arricchita da erbe aromatiche o peperoncino. Una costruzione semplice, ma estremamente equilibrata. Il pane raffermo – elemento centrale della cucina povera italiana – introduce una componente croccante che rompe la morbidezza della pasta e assorbe parte del sugo, trasformando il piatto in una stratificazione di consistenze oltre che di sapori.

La preparazione tradizionale richiede tempo e manualità. L’impasto viene lavorato esclusivamente con farina, acqua e talvolta un filo d’olio, poi “appiciato”, cioè allungato a mano sulla spianatoia fino a ottenere fili lunghi e irregolari. È una tecnica domestica antichissima, nata nelle campagne dove le uova erano considerate un lusso e la pasta doveva essere nutriente, economica e facilmente conservabile. Ancora oggi molte trattorie della provincia di Siena e della Tuscia mantengono questa lavorazione artigianale, diventata negli ultimi anni anche simbolo turistico del territorio.

Nel panorama della cucina italiana contemporanea, i pici rappresentano un caso interessante di rivalutazione della tradizione povera. Per molto tempo considerati una preparazione locale e quasi marginale rispetto alle grandi paste regionali, sono stati progressivamente recuperati dalla ristorazione di ricerca e dalla cultura gastronomica internazionale. Il loro successo deriva anche da una caratteristica rara: riescono a conservare autenticità pur adattandosi facilmente a interpretazioni moderne.

La versione all’etrusca rimane però una delle più legate alla dimensione originaria del piatto. Non cerca sofisticazioni tecniche né ingredienti costosi. Lavora invece sulla qualità della materia prima: pane casereccio, pomodori maturi, olio intenso, aglio appena dorato. È la stessa logica che attraversa gran parte della cucina contadina italiana, dove il sapore nasceva dalla necessità di utilizzare tutto senza sprechi.

Il legame con il territorio resta fortissimo. Nella Tuscia, area che comprende gran parte della provincia di Viterbo, i pici convivono con una tradizione gastronomica fatta di legumi, erbe spontanee, selvaggina e oli robusti. Una cucina meno celebrata rispetto a quella toscana, ma capace di custodire preparazioni antichissime e identità ancora molto riconoscibili. In questo senso i pici all’etrusca raccontano anche una geografia culturale precisa: quella di un’Italia centrale dove il paesaggio agricolo ha modellato per secoli il modo di cucinare e stare a tavola.

Oggi il piatto continua a funzionare proprio perché non tradisce la propria origine. Nessun virtuosismo inutile, nessuna costruzione estetica artificiale. Solo pasta fatta a mano, pane tostato e un sugo che profuma di cucina domestica. Ed è forse questa essenzialità, più di ogni altra cosa, a renderlo ancora contemporaneo.


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

La Vernaccia compare in numerosi documenti storici già nel Duecento

Tra vigne medievali, torri e cultura del territorio, il Museo del Vino di San Gimignano racconta l’identità di una delle denominazioni più antiche d’Italia

La Vernaccia non è soltanto un vino simbolo della Toscana. È una lunga narrazione agricola e culturale che lega paesaggio, commercio e tradizione enologica al profilo inconfondibile di San Gimignano.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Dalle mura medievali di San Gimignano lo sguardo scivola sulle colline punteggiate di vigne, in un paesaggio che sembra rimasto fedele alla propria geometria da secoli. È qui che nasce la Vernaccia di San Gimignano, uno dei vini bianchi più antichi d’Italia, documentato già nel XIII secolo e capace ancora oggi di rappresentare una parte essenziale dell’identità toscana.

Nel centro storico della città, patrimonio UNESCO dal 1990, il Museo del Vino dedicato alla Vernaccia prova a raccontare proprio questo legame profondo tra territorio e cultura agricola. Non un semplice spazio espositivo, ma un percorso che attraversa la storia economica e sociale della Toscana medievale, mostrando come il vino abbia contribuito alla ricchezza e alla fama internazionale di San Gimignano ben prima dell’epoca contemporanea. Museo della Vernaccia di San Gimignano

La Vernaccia compare infatti in numerosi documenti storici già nel Duecento. Dante la cita indirettamente nella Divina Commedia attraverso il personaggio di Papa Martino IV, noto per l’amore verso questo vino, mentre nel Rinascimento veniva esportata presso corti aristocratiche italiane ed europee. Anche Boccaccio la menziona nel Decameron, segno di quanto fosse radicata nella cultura conviviale dell’epoca.

Il valore storico della Vernaccia si riflette anche nella sua importanza istituzionale. Nel 1966 fu il primo vino italiano a ottenere la denominazione DOC, diventando poi DOCG nel 1993. Un riconoscimento che consolidò il ruolo di questo bianco toscano all’interno della produzione nazionale, in un momento in cui la reputazione internazionale dei vini italiani stava cambiando radicalmente.

Dal punto di vista organolettico, la Vernaccia si distingue per una struttura insolita rispetto ad altri bianchi toscani. Minerale, asciutta, con note floreali e una tipica chiusura leggermente amarognola, mantiene una forte identità territoriale. I terreni sabbiosi e argillosi delle colline senesi contribuiscono a quella componente sapida che rappresenta uno dei tratti più riconoscibili del vino. Negli ultimi anni molte cantine hanno inoltre lavorato su versioni più complesse e longeve, dimostrando la capacità della Vernaccia di evolvere anche attraverso affinamenti più ambiziosi.

La Strada del Vino Vernaccia di San Gimignano nasce proprio con l’obiettivo di valorizzare questo ecosistema culturale fatto di vigneti, aziende agricole, borghi storici e percorsi enogastronomici. Attraversare quest’area significa entrare in una Toscana diversa da quella delle grandi immagini stereotipate: meno spettacolare, forse, ma più legata alla continuità del lavoro agricolo e alla dimensione autentica del paesaggio rurale. Strada del Vino Vernaccia di San Gimignano

Anche il museo riflette questa impostazione. Il percorso espositivo utilizza installazioni multimediali, documenti storici e approfondimenti sensoriali per raccontare non soltanto la produzione del vino, ma il modo in cui la viticoltura abbia modellato il territorio nel corso dei secoli. La Vernaccia diventa così una chiave di lettura del rapporto tra uomo e paesaggio, tra economia locale e immaginario culturale.

Oggi, in un mercato dominato spesso da produzioni standardizzate e linguaggi globali del vino, la forza della Vernaccia resta proprio nella sua specificità. Non cerca di imitare altri modelli internazionali, né rincorre mode enologiche troppo aggressive. Conserva invece un carattere sobrio, territoriale, quasi austero in certe interpretazioni. Ed è forse questa coerenza a renderla ancora contemporanea.

San Gimignano continua così a vivere anche attraverso il suo vino. Le torri medievali raccontano la potenza commerciale della città, mentre la Vernaccia ne custodisce la memoria agricola e quotidiana. Due forme diverse della stessa storia toscana, ancora profondamente intrecciate.


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A voi il tema dell’età femminile, non trasformato in manifesto ideologico

La commedia svedese di Johanna Runevad trasforma un equivoco domestico in un racconto ironico e malinconico sulla libertà personale e sul coraggio di cambiare vita

Tra paesaggi provenzali, humour nordico e personaggi fuori asse, “Il caffè della pazza gioia” costruisce una storia lieve ma non superficiale sulla solitudine contemporanea. Un film che intreccia commedia e introspezione, adattando per il cinema il romanzo di Emma Hamberg.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Con Il caffè della pazza gioia – titolo originale Je m’appelle Agneta – la regista svedese Johanna Runevad firma una commedia dal tono agrodolce che affronta uno dei temi più riconoscibili del cinema europeo contemporaneo: la possibilità di reinventarsi quando la vita sembra essersi cristallizzata. Disponibile su Netflix Italia, il film prende spunto dall’omonimo romanzo della scrittrice Emma Hamberg, molto popolare nei Paesi nordici, trasformando una storia intimista in un racconto visivo luminoso e sorprendentemente universale.

La protagonista, Agneta, ha 49 anni e conduce un’esistenza che appare immobile. Vive in Svezia, intrappolata in una routine prevedibile, segnata da relazioni sfilacciate e dalla sensazione costante di essere diventata invisibile agli occhi degli altri. È un personaggio costruito lontano dagli stereotipi della commedia romantica tradizionale: Runevad evita il sentimentalismo facile e preferisce raccontare il disagio quotidiano attraverso piccoli dettagli, silenzi e situazioni paradossali. Quando Agneta decide di rispondere a un annuncio per lavorare come ragazza alla pari nel sud della Francia, la scelta appare quasi impulsiva, ma diventa presto il punto di rottura necessario per ridefinire la propria identità.

L’arrivo in Provenza segna infatti l’inizio del vero racconto. Qui il film sfrutta con intelligenza il contrasto tra il rigore emotivo nordico e la dimensione più sensuale e caotica del Mediterraneo. L’equivoco su cui si fonda la trama è semplice ma efficace: il “ragazzo” svedese di cui Agneta dovrebbe prendersi cura non è un bambino, bensì Einar, un anziano eccentrico, irascibile e profondamente ingestibile. Il rapporto tra i due costituisce il cuore narrativo del film. Attraverso dialoghi asciutti, schermaglie quotidiane e momenti di inattesa complicità, la sceneggiatura costruisce una relazione che oscilla continuamente tra commedia e riflessione esistenziale.

La figura di Einar diventa progressivamente qualcosa di più di un semplice elemento comico. È il detonatore che costringe Agneta a uscire dal ruolo passivo in cui si era rifugiata. Nel corso del film, la Provenza non è soltanto uno sfondo pittoresco, ma uno spazio simbolico di trasformazione: mercati, caffè, vigneti e case assolate contribuiscono a creare un’atmosfera che richiama certa tradizione del cinema europeo dedicato alla rinascita individuale attraverso il viaggio. In questo senso, Il caffè della pazza gioia dialoga idealmente con quelle commedie esistenziali che negli ultimi anni hanno trovato spazio sulle piattaforme internazionali, puntando su personaggi maturi e su conflitti emotivi credibili piuttosto che sull’effetto spettacolare.

Uno degli aspetti più riusciti del film è il modo in cui affronta il tema dell’età femminile senza trasformarlo in manifesto ideologico. Agneta non cerca una nuova giovinezza, né un’improbabile rivoluzione personale. Cerca piuttosto un senso di presenza nel mondo, la possibilità di sentirsi ancora capace di desiderare, scegliere, sbagliare. La regia accompagna questa evoluzione con uno stile sobrio, che alterna leggerezza narrativa e osservazione psicologica, evitando i toni caricaturali tipici di molta commedia contemporanea.

Anche la costruzione visiva contribuisce alla riuscita dell’opera. Runevad utilizza colori caldi e una fotografia naturale che accentua il contrasto tra la rigidità scandinava dell’inizio e la vitalità disordinata della Francia meridionale. Il ritmo resta dinamico, sostenuto da una scrittura che dosa bene ironia e malinconia. Non mancano momenti più contemplativi, ma il film mantiene sempre una dimensione accessibile e popolare.

Alla fine, Il caffè della pazza gioia si rivela qualcosa di più di una semplice commedia di costume. È una storia sulla vulnerabilità, sulla follia quotidiana e sulla possibilità di cambiare traiettoria anche quando sembra troppo tardi. Un film che non pretende di offrire grandi verità, ma che riesce a raccontare con autenticità quel desiderio silenzioso di ricominciare che attraversa molte vite contemporanee.


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Scrivere al mattino è una disciplina, quasi un rituale di sopravvivenza

Nel memoir narrativo dello scrittore e fotografo francese, la scrittura diventa un gesto quotidiano di resistenza, disciplina e ricerca di senso

Con uno stile essenziale e autobiografico, “La mattina scrivo” racconta la crisi di un uomo che abbandona una carriera affermata nella fotografia per inseguire una nuova identità letteraria. Un libro sul lavoro creativo, sulla precarietà e sulla necessità di reinventarsi.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

La mattina scrivo dello scrittore e fotografo francese Franck Courtès racconta una condizione esistenziale. Pubblicato in Italia da Playground Editore, il libro si muove sul confine tra memoir, confessione personale e riflessione sul lavoro creativo, offrendo un ritratto lucidissimo della fragilità contemporanea di chi sceglie di vivere attraverso l’arte.

Courtès non arriva alla scrittura da outsider. Per oltre vent’anni è stato uno dei fotografi più richiesti della scena francese, collaborando con importanti riviste internazionali e lavorando nel mondo della moda e della pubblicità. Una carriera prestigiosa, apparentemente stabile, che l’autore decide però di abbandonare nel momento di massimo riconoscimento professionale. La ragione è semplice e insieme radicale: non riesce più a trovare senso nel lavoro che svolge. È da questa frattura che nasce il libro.

Il titolo, La mattina scrivo, contiene già tutta la struttura narrativa dell’opera. Scrivere al mattino diventa infatti una disciplina quotidiana, quasi un rituale di sopravvivenza. Non c’è romanticismo nella rappresentazione dello scrittore. Courtès smonta con precisione l’immagine idealizzata dell’artista ispirato e restituisce invece la realtà concreta di chi affronta giornate scandite da dubbi, precarietà economica, senso di fallimento e isolamento. Il tono resta asciutto, spesso ironico, lontano dall’autocommiserazione. Ed è proprio questa lucidità a rendere il libro particolarmente efficace.

L’autore racconta il passaggio dalla sicurezza materiale del mondo della fotografia all’incertezza quasi assoluta della scrittura letteraria. Cambiano i ritmi, cambia il rapporto con il tempo, cambia soprattutto la percezione sociale di sé. Nel libro emerge con forza una domanda che attraversa gran parte della cultura contemporanea: cosa accade quando il lavoro smette di coincidere con l’identità che ci siamo costruiti? Courtès affronta il tema senza trasformarlo in saggio teorico, ma attraverso episodi minimi, osservazioni quotidiane e momenti di vulnerabilità personale.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui descrive il rapporto tra creazione artistica e mercato culturale. Courtès conosce perfettamente i meccanismi dell’industria creativa e ne evidenzia le contraddizioni: il bisogno costante di visibilità, la competizione permanente, la pressione economica che accompagna ogni scelta artistica. Eppure il libro non assume mai un tono polemico. Piuttosto, costruisce una riflessione sul prezzo invisibile della libertà creativa.

Dal punto di vista stilistico, La mattina scrivo si inserisce in quella tradizione francese di autofiction che negli ultimi anni ha trovato ampia diffusione internazionale. Tuttavia Courtès evita gli eccessi narcisistici che spesso caratterizzano il genere. La sua scrittura rimane controllata, essenziale, quasi fotografica. Ogni scena sembra costruita attraverso sottrazione, con una precisione visiva che probabilmente deriva proprio dalla sua formazione professionale dietro l’obiettivo.

Il libro ha ottenuto un’attenzione significativa in Francia anche perché intercetta una sensibilità molto contemporanea: il desiderio di abbandonare modelli di successo percepiti come svuotati di significato. Non è un caso che molti lettori abbiano letto il testo come una riflessione sulla crisi del lavoro creativo nel XXI secolo, ma anche sulla difficoltà più generale di ridefinire la propria esistenza dopo una cesura personale o professionale.

Alla fine, La mattina scrivo non offre formule consolatorie né trasformazioni spettacolari. Courtès racconta invece la fatica concreta del ricominciare, il peso delle scelte e il carattere spesso ambiguo della libertà. Ed è probabilmente proprio qui che il libro trova la sua forza maggiore: nella capacità di parlare della creazione artistica non come privilegio romantico, ma come pratica quotidiana fragile, ostinata e profondamente umana.


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Civita non è un museo immobile per turisti, ma un luogo reale dove vivere

Tra tufo che si sgretola, vicoli medievali e silenzi rarefatti, il borgo laziale continua ad attrarre viaggiatori, artisti e fotografi da tutto il mondo

Arrivare a Civita di Bagnoregio significa attraversare un ponte sospeso nel vuoto e ritrovarsi in un luogo che sembra sottratto alla contemporaneità. Un piccolo centro abitato diventato simbolo della fragilità del patrimonio storico italiano e della sua sorprendente capacità di sopravvivere.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il vento arriva prima delle persone a Civita di Bagnoregio. Scivola tra le case di pietra, attraversa le piazze quasi silenziose e accompagna chi entra nel borgo lungo il celebre ponte pedonale che collega il paese al resto della valle. È un ingresso teatrale, ma anche inevitabilmente simbolico: per raggiungere Civita bisogna lasciare qualcosa alle spalle, rallentare il passo, accettare una dimensione diversa del tempo.

Situata in provincia di Viterbo, nel cuore della Tuscia laziale, Civita di Bagnoregio è conosciuta da anni come “la città che muore”. Una definizione nata a causa della continua erosione della collina di tufo su cui sorge il borgo, modellata nei secoli dall’azione del vento e dei torrenti sottostanti. Il terreno friabile ha provocato crolli, frane e un progressivo isolamento del centro storico, che oggi conta pochissimi residenti permanenti.

Eppure la sensazione che si prova attraversandola è tutt’altro che malinconica. Civita vive di una sospensione particolare: non è un museo immobile, ma un luogo reale che continua a reinventarsi attraverso il turismo culturale, l’artigianato e una dimensione lenta ormai rara in molte destinazioni italiane. Passeggiare nei suoi vicoli significa incontrare archi medievali, cortili fioriti, piccole botteghe e scorci improvvisi sulla Valle dei Calanchi, uno dei paesaggi geologici più suggestivi dell’Italia centrale.

Le origini del borgo risalgono agli Etruschi, che scelsero questa posizione strategica per controllare le vie di comunicazione della zona. Successivamente il centro si sviluppò in epoca medievale, assumendo l’impianto urbanistico che ancora oggi lo caratterizza. Tra i punti più importanti c’è Piazza San Donato, cuore del paese, dominata dalla chiesa omonima costruita sopra un antico tempio etrusco. Poco distante si trovano edifici rinascimentali, case in pietra lavica e piccole grotte scavate nel tufo, testimonianza di un rapporto millenario tra architettura e paesaggio.

Negli ultimi anni Civita di Bagnoregio è diventata anche un caso emblematico di valorizzazione territoriale. L’introduzione del ticket d’ingresso ha contribuito alla manutenzione del borgo e alla gestione del flusso turistico, cresciuto enormemente grazie ai social network e alla fotografia di viaggio. Le immagini del ponte sospeso immerso nella nebbia o illuminato al tramonto hanno trasformato il paese in una delle mete più riconoscibili del turismo italiano contemporaneo.

Questa esposizione internazionale ha però aperto anche una riflessione più ampia sul delicato equilibrio tra tutela e spettacolarizzazione. Civita resta infatti un territorio fragile, sottoposto a continui interventi di consolidamento geologico. Nel 2021 il borgo è stato inserito nella Tentative List italiana per la candidatura a patrimonio UNESCO, proprio per il suo valore paesaggistico e storico eccezionale.

Visitare Civita fuori stagione permette forse di coglierne meglio l’identità autentica. Quando il flusso turistico rallenta, emergono il silenzio delle strade, il suono dei passi sul selciato e quella dimensione quasi metafisica che ha attirato negli anni scrittori, registi e artisti. Non sorprende che il borgo venga spesso associato a un immaginario cinematografico: l’isolamento geografico, la luce mutevole della valle e l’aspetto sospeso delle architetture creano una scenografia naturale difficilmente replicabile.

A rendere Civita di Bagnoregio così potente dal punto di vista visivo è soprattutto il rapporto tra precarietà e bellezza. Tutto qui sembra esistere contro il tempo: le case aggrappate alla roccia, il ponte che attraversa il vuoto, i muri consumati dall’umidità e dal vento. E forse è proprio questa fragilità evidente a trasformare il borgo in qualcosa di più di una semplice destinazione turistica. Civita non offre soltanto un panorama da fotografare. Offre l’esperienza concreta di un luogo che continua ostinatamente a resistere.


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Sembrano posate contemporanee senza inseguire alcuna moda

Disegnate nel 1938 da Achille e Livio Castiglioni con Luigi Caccia Dominioni, le posate Caccia restano uno degli esempi più raffinati del design domestico italiano

Linee essenziali, equilibrio delle proporzioni e una sorprendente modernità formale hanno trasformato le posate Caccia in un classico del design industriale. Un progetto nato alle soglie della guerra e ancora oggi capace di raccontare l’idea italiana di eleganza funzionale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Le impugnature hanno una curva morbida, quasi naturale. Il peso è calibrato con precisione, la superficie riflette la luce senza eccessi decorativi. A quasi novant’anni dalla loro progettazione, le posate Caccia conservano una qualità rara: sembrano contemporanee senza inseguire alcuna moda.

Il servizio venne disegnato nel 1938 da tre figure fondamentali del design italiano del Novecento: Achille Castiglioni, il fratello Livio Castiglioni e Luigi Caccia Dominioni. L’incontro tra i Castiglioni e Caccia Dominioni avrebbe segnato profondamente la cultura progettuale milanese, dando vita a un linguaggio capace di fondere razionalismo, ironia e attenzione assoluta all’uso quotidiano degli oggetti.

Le posate Caccia furono presentate alla VII Triennale di Milano nella loro versione in argento e attirarono immediatamente l’attenzione della critica specializzata. Tra i primi a comprenderne il valore ci fu Gio Ponti, che ne lodò la capacità di mantenere un carattere quasi artigianale pur aprendosi alle possibilità della produzione industriale. Era un passaggio cruciale per il design italiano di quegli anni: l’industria iniziava a confrontarsi con la serialità moderna senza rinunciare alla qualità formale e alla cura del dettaglio.

Osservate oggi, le Caccia raccontano perfettamente quella stagione culturale. Non cercano effetti scenografici né virtuosismi ornamentali. La loro forza sta nella proporzione. Le linee sono pulite ma non fredde, essenziali ma mai rigide. Ogni elemento sembra progettato per durare nel tempo e accompagnare la quotidianità senza imporsi visivamente. È la stessa filosofia che avrebbe caratterizzato molta parte del miglior design italiano del dopoguerra: oggetti concepiti per essere usati, non soltanto esibiti.

Il progetto nasce inoltre in un momento storico particolarmente complesso. Alla fine degli anni Trenta Milano stava diventando uno dei principali laboratori europei del modernismo, mentre architettura, arti decorative e industria iniziavano a dialogare in modo sempre più stretto. I Castiglioni e Caccia Dominioni appartenevano a una generazione di progettisti convinta che anche gli oggetti più comuni potessero essere ripensati attraverso intelligenza tecnica e sensibilità estetica.

Dopo decenni di culto tra collezionisti e appassionati, il servizio Caccia è stato rimesso in produzione nel 1990 da Alessi, in accordo con i fratelli Castiglioni e Luigi Caccia Dominioni. La riedizione ha contribuito a riportare il progetto al centro della riflessione internazionale sul design storico italiano. Oggi le posate vengono prodotte in acciaio inossidabile 18/10 da Alessi, mentre la versione in argento 925 è affidata a Officina Alessi, marchio dedicato alle produzioni più sperimentali e prestigiose dell’azienda piemontese.

La longevità delle Caccia non dipende soltanto dal loro valore storico. Dipende soprattutto dalla loro capacità di sfuggire all’invecchiamento stilistico. In un’epoca dominata dal consumo rapido e dalla continua obsolescenza estetica, queste posate continuano a rappresentare un’idea di design fondata sulla permanenza, sulla misura e sulla qualità tattile degli oggetti.

Molti progetti contemporanei cercano di stupire attraverso forme eccentriche o soluzioni visive aggressive. Le Caccia seguono una strada opposta: sottraggono invece di aggiungere. Ed è probabilmente questa discrezione sofisticata a renderle ancora oggi così influenti. Non sono soltanto utensili da tavola, ma frammenti di una cultura progettuale che considerava la bellezza una componente naturale della vita quotidiana.


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Le origini della ricetta affondano nel Medioevo rurale di Piacenza

Dalla tradizione contadina piacentina a simbolo identitario della tavola emiliana: i pisarei e fasò custodiscono una memoria gastronomica fatta di semplicità, tecnica e sapore

Piccoli gnocchetti di pane e farina, fagioli stufati, salsa ricca di pomodoro e soffritto. I pisarei e fasò nascono da ingredienti poveri ma continuano a occupare un posto centrale nella cultura culinaria dell’Emilia occidentale, tra trattorie storiche e nuove interpretazioni contemporanee.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il gesto richiede pazienza. L’impasto viene diviso in cilindri sottili, tagliato in piccoli pezzi e trascinato con il pollice fino a ottenere una cavità minuscola capace di raccogliere il sugo. È qui, in questa manualità ripetitiva e quasi ipnotica, che i pisarei e fasò conservano ancora oggi la loro identità più autentica.

Piatto simbolo della cucina piacentina, i Pisarei e fasò appartengono a quella tradizione gastronomica italiana nata dalla necessità di trasformare ingredienti poveri in preparazioni nutrienti e straordinariamente durevoli nel tempo. I “pisarei” sono piccoli gnocchetti preparati con pane grattugiato e farina, mentre i “fasò” – nella variante dialettale emiliana – indicano i fagioli, generalmente borlotti, cucinati in un sugo denso e aromatico.

Le origini della ricetta affondano nel Medioevo rurale della provincia di Piacenza. Secondo molte ricostruzioni storiche, il piatto sarebbe nato come alimento destinato ai pellegrini lungo la Via Francigena e alle classi contadine che non potevano permettersi ingredienti costosi. L’utilizzo del pane raffermo rappresentava infatti una soluzione concreta contro gli sprechi alimentari, ben prima che il recupero in cucina diventasse un tema contemporaneo.

La preparazione tradizionale resta ancora oggi sorprendentemente rigorosa. L’impasto dei pisarei viene lavorato con acqua tiepida, pangrattato e farina fino a ottenere una consistenza compatta ma elastica. La fase più caratteristica è la “schiacciatura” con il pollice, che crea la tipica forma cava destinata a trattenere il condimento. Il sugo, invece, parte quasi sempre da un soffritto di cipolla e pancetta, a cui si aggiungono salsa di pomodoro e fagioli precedentemente lessati. Il risultato finale è un piatto corposo, rustico e profondamente legato alla cultura della convivialità emiliana.

Nonostante la semplicità apparente, i pisarei e fasò richiedono equilibrio. La consistenza degli gnocchetti non deve essere troppo dura né eccessivamente morbida, mentre il sugo deve mantenere densità senza diventare pesante. Proprio questa precisione tecnica spiega perché il piatto continui a essere considerato un banco di prova nelle cucine tradizionali piacentine.

Negli ultimi anni i pisarei e fasò hanno conosciuto una nuova valorizzazione gastronomica. Chef e ristoratori hanno iniziato a reinterpretarli alleggerendo le preparazioni o introducendo varianti contemporanee, pur mantenendo il nucleo identitario della ricetta. Alcune versioni sostituiscono la pancetta con ingredienti vegetali, altre lavorano sulla qualità dei legumi o sulle consistenze del pomodoro. Tuttavia il piatto continua a funzionare soprattutto nella sua forma originaria, dove prevale una cucina di sostanza più che di costruzione estetica.

La forza culturale dei pisarei e fasò sta proprio nella loro capacità di raccontare un territorio. La cucina emiliana viene spesso associata a prodotti celebri come tortelli, salumi o pasta fresca ripiena, ma piatti come questo mostrano un’altra faccia della tradizione regionale: quella domestica, povera, legata al recupero e alla necessità quotidiana. Una cucina che nasce dal lavoro agricolo e dalla gestione attenta delle risorse disponibili.

Anche il linguaggio conserva tracce profonde di questa identità locale. Il termine “pisarei” deriverebbe probabilmente dal dialetto piacentino e dalla forma stessa della pasta, mentre “fasò” mantiene la sonorità popolare del lessico contadino emiliano. Sono dettagli che testimoniano quanto il piatto sia rimasto radicato nella cultura materiale del territorio.

Oggi i pisarei e fasò continuano a comparire nei menu delle osterie storiche dell’Emilia-Romagna, ma anche nei percorsi dedicati alla cucina regionale italiana contemporanea. E forse il loro fascino attuale nasce proprio da questo contrasto: un piatto nato dalla scarsità che riesce ancora a parlare con forza a una società abituata all’eccesso. In un’epoca dominata dalla spettacolarizzazione gastronomica, i pisarei e fasò ricordano che la memoria culinaria più resistente spesso nasce dalle cose più semplici.


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Tra gli abbinamenti emiliani più riusciti c’è quello con i Pisarei e fasò

Nato dall’incontro tra Barbera e Bonarda, il Gutturnio è uno dei vini più identitari dell’Emilia occidentale: schietto, territoriale e profondamente legato alla cucina locale

Frizzante o fermo, giovane o superiore, il Gutturnio accompagna da generazioni la tavola piacentina. Un vino popolare nel senso più nobile del termine, capace di attraversare la storia agricola dell’Emilia senza perdere autenticità.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel bicchiere il colore è rubino intenso, attraversato da riflessi violacei quando il vino è giovane. Il profumo richiama piccoli frutti rossi, spezie leggere e una vena vinoso-terrosa immediatamente riconoscibile. Poi arriva la freschezza della Barbera, seguita dalla morbidezza della Bonarda. Il Gutturnio comincia così: diretto, concreto, senza inutili costruzioni.

Gutturnio DOC è il vino simbolo dei Colli Piacentini e rappresenta una delle espressioni più radicate della tradizione vinicola emiliana. La sua identità nasce dall’unione di due vitigni storici del territorio: Barbera e Croatina – localmente chiamata Bonarda. Il disciplinare prevede una prevalenza di Barbera tra il 55% e il 70%, mentre la restante parte è composta da Croatina, uva che contribuisce a dare struttura, morbidezza e intensità aromatica.

Il nome Gutturnio affonda le radici nella storia antica del territorio. Deriva infatti da un reperto romano conservato oggi ai Musei Capitolini: un calice d’argento del II secolo d.C., chiamato appunto “gutturnium”, rinvenuto nei dintorni di Piacenza. Quando negli anni Sessanta si cercò un nome capace di rappresentare il vino locale, quel riferimento archeologico apparve perfetto per legare la produzione contemporanea alla memoria storica della viticoltura piacentina.

La denominazione DOC viene ufficialmente riconosciuta nel 1967, diventando una delle prime in Italia. Da allora il Gutturnio ha attraversato trasformazioni importanti, mantenendo però un carattere fortemente territoriale. Accanto alla versione più popolare e quotidiana – spesso leggermente frizzante – si sono sviluppate interpretazioni più strutturate, come il Gutturnio Superiore e la Riserva, capaci di sostenere affinamenti più lunghi e una maggiore complessità aromatica.

Il paesaggio dei Colli Piacentini contribuisce in modo decisivo alla personalità del vino. Le vigne si sviluppano tra vallate ventilate e terreni argillosi-calcarei che favoriscono una buona escursione termica. È una viticoltura storicamente agricola e familiare, meno spettacolarizzata rispetto ad altre aree italiane più celebri, ma proprio per questo ancora fortemente legata alla dimensione locale e gastronomica.

Ed è infatti a tavola che il Gutturnio esprime la sua natura migliore. La sua acidità vivace, unita alla componente fruttata e alla moderata tannicità, lo rende particolarmente adatto alla cucina emiliana più saporita. Salumi, paste ripiene, arrosti e piatti contadini trovano nel Gutturnio un accompagnamento naturale, mai invadente.

Tra gli abbinamenti più riusciti c’è quello con i Pisarei e fasò, autentico classico della tradizione piacentina. La struttura morbida dei pisarei, il sugo di pomodoro, i fagioli e la componente grassa della pancetta trovano equilibrio nella freschezza del vino, soprattutto nella versione frizzante. Le bollicine leggere del Gutturnio aiutano infatti a pulire il palato, mentre la componente fruttata accompagna senza coprire la rusticità del piatto. È un abbinamento che funziona non per contrasto sofisticato, ma per appartenenza culturale condivisa.

Non sorprende che il Gutturnio venga spesso definito un vino “conviviale”. La sua forza non sta nella monumentalità o nella ricerca dell’eccezione, ma nella capacità di accompagnare il cibo e la socialità con naturalezza. È un vino nato per stare al centro della tavola, non della degustazione tecnica.

Negli ultimi anni molte cantine piacentine hanno lavorato per valorizzarne la qualità anche fuori dai confini regionali, puntando su vinificazioni più precise e interpretazioni contemporanee. Eppure il Gutturnio continua a mantenere una dimensione autenticamente popolare, nel senso migliore del termine: accessibile, territoriale, legato alla memoria agricola dell’Emilia.

In un panorama vinicolo sempre più dominato da etichette costruite per il mercato globale, il Gutturnio conserva qualcosa di raro: il rapporto diretto con il proprio luogo d’origine. Bere un calice di Gutturnio insieme a un piatto di pisarei e fasò significa ancora oggi entrare dentro una cultura gastronomica precisa, fatta di semplicità, equilibrio e concretezza emiliana.


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Dopo quasi vent’anni il film riapre il sipario sul potere della moda

A quasi vent’anni dal primo successo, il sequel riporta sullo schermo una delle figure più iconiche del cinema contemporaneo, tra crisi dell’editoria fashion e nuove gerarchie del lusso

Il ritorno de Il Diavolo veste Prada segna uno degli eventi cinematografici più attesi degli ultimi anni. Il sequel riporta al centro Miranda Priestly, figura simbolo del potere nella moda, ma la nuova storia promette di raccontare anche il tramonto di un’epoca e la trasformazione radicale dell’industria editoriale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Hollywood torna a puntare su uno dei titoli più influenti degli anni Duemila. Il Diavolo veste Prada 2 riporterà sul grande schermo l’universo di Runway, la rivista fashion immaginaria che nel 2006 trasformò Miranda Priestly in un’icona culturale globale. A interpretarla sarà ancora una volta Meryl Streep, protagonista di una performance entrata nella storia del cinema contemporaneo e spesso considerata una delle rappresentazioni più memorabili del potere femminile sullo schermo.

Il primo film, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger pubblicato nel 2003, raccontava il dietro le quinte dell’editoria di moda attraverso gli occhi della giovane Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway. La storia si ispirava liberamente all’esperienza dell’autrice presso Vogue e al rapporto con la leggendaria direttrice Anna Wintour, figura che per anni è stata associata al personaggio di Miranda Priestly, pur senza un riferimento ufficialmente dichiarato.

Il sequel nasce in un contesto completamente diverso rispetto a quello raccontato quasi vent’anni fa. Se il primo capitolo rifletteva il fascino assoluto delle riviste cartacee e il dominio delle grandi direttrici editoriali, oggi l’industria della moda si confronta con la crisi della carta stampata, l’avanzata dei social media e il nuovo peso economico dei conglomerati del lusso. Ed è proprio qui che si svilupperà il cuore narrativo del nuovo film.

Secondo le anticipazioni emerse nelle ultime settimane, Miranda Priestly dovrà affrontare il progressivo declino del tradizionale sistema editoriale. Il personaggio si troverà infatti a negoziare con figure sempre più centrali nel business contemporaneo: manager del lusso, investitori e gruppi finanziari che hanno ridefinito il mercato globale della moda. Emily Charlton, l’assistente interpretata da Emily Blunt nel film originale, avrebbe ora un ruolo di primo piano all’interno di una potente holding del fashion luxury, creando un interessante ribaltamento delle gerarchie viste nel primo capitolo.

Il progetto è prodotto da Disney attraverso 20th Century Studios e rappresenta una delle operazioni nostalgia più strategiche degli ultimi anni. Il cinema hollywoodiano continua infatti a recuperare franchise e personaggi capaci di parlare contemporaneamente a più generazioni di spettatori. Nel caso de Il Diavolo veste Prada, il ritorno assume però anche un valore simbolico: il film originale non fu soltanto un successo commerciale, ma contribuì a ridefinire l’immaginario collettivo legato al mondo della moda, mostrando il lato spietato dell’ambizione professionale e della costruzione dell’immagine pubblica.

Meryl Streep, parlando del personaggio nel corso degli anni, ha spesso ricordato Miranda Priestly come “la donna più antipatica” interpretata nella sua carriera, sottolineando però la complessità psicologica di una figura costruita sulla disciplina assoluta e sul controllo emotivo. È proprio questa ambiguità ad aver reso Miranda un personaggio duraturo: non una semplice antagonista, ma l’emblema di un sistema fondato su eccellenza, competitività e sacrificio personale.

Il primo film ebbe anche un forte impatto estetico e culturale. Costumi, accessori e styling contribuirono a trasformare numerosi marchi di lusso in elementi narrativi riconoscibili dal grande pubblico. La collaborazione con Patricia Field, già celebre per Sex and the City, rese il guardaroba del film uno degli aspetti più discussi e imitati della cultura pop del periodo. Oggi il sequel dovrà confrontarsi con un panorama profondamente cambiato, dove il lusso dialoga continuamente con il digitale, l’influencer marketing e la comunicazione istantanea.

Resta ancora riservata la partecipazione completa del cast storico, anche se l’interesse del pubblico si concentra soprattutto sul possibile ritorno di Anne Hathaway e Stanley Tucci. Nel frattempo, la produzione sembra intenzionata a mantenere il tono sofisticato e ironico che aveva reso il primo film un raro equilibrio tra commedia brillante, critica sociale e racconto generazionale.

Più che un semplice seguito, Il Diavolo veste Prada 2 si presenta quindi come un confronto tra due epoche della moda e della comunicazione. Da una parte il prestigio quasi monarchico delle grandi direttrici editoriali, dall’altra un sistema frammentato e dominato dagli algoritmi, dalle piattaforme digitali e dai grandi gruppi finanziari. In mezzo resta Miranda Priestly, ancora impeccabile, ancora temuta, ancora simbolo di un potere che il cinema continua a osservare con fascinazione.


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Un romanzo scorrevole, costruito con attenzione fra humor e osservazione sociale

Tra ironia, provincia italiana e dinamiche sentimentali contemporanee, il romanzo conferma il fenomeno editoriale dell’autrice emiliana

Con Non è un paese per single, Felicia Kingsley torna a raccontare relazioni, ambizioni e fragilità emotive attraverso una commedia brillante ambientata in un piccolo borgo italiano. Un romanzo che unisce ritmo cinematografico, humor e osservazione sociale, consolidando il ruolo dell’autrice tra i nomi più popolari della narrativa italiana contemporanea.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel panorama editoriale italiano degli ultimi anni, Felicia Kingsley rappresenta uno dei casi più interessanti di successo trasversale tra narrativa commerciale, romance contemporaneo e pubblico digitale. Con Non è un paese per single, pubblicato da Newton Compton Editori, la scrittrice prosegue il percorso che l’ha trasformata in una delle autrici italiane più lette della sua generazione, grazie a una formula narrativa che combina leggerezza, costruzione cinematografica delle scene e personaggi immediatamente riconoscibili.

Il romanzo si sviluppa attorno alla figura di Elisa Benetti, giovane giornalista trasferita da Milano in un piccolo paese toscano apparentemente perfetto, ma governato da regole sociali molto precise. Il borgo, infatti, sembra avere un problema particolare: gli uomini single scarseggiano e la comunità locale esercita una pressione costante sulle relazioni sentimentali, trasformando ogni nuovo arrivo in un potenziale candidato ideale per matrimoni e combinazioni amorose. È da questa premessa che Kingsley costruisce una commedia romantica vivace, giocata sul contrasto tra mentalità urbana e dinamiche provinciali.

Uno degli aspetti più efficaci del libro è la capacità di raccontare la provincia italiana senza stereotipi eccessivamente caricaturali. Il paese immaginato dall’autrice diventa quasi un microcosmo sociale, dove pettegolezzi, convenzioni e aspettative collettive influenzano profondamente le scelte individuali. In questo contesto Elisa cerca di mantenere la propria indipendenza professionale e personale, trovandosi però coinvolta in relazioni inattese e in un sistema di equilibri che sfugge al suo controllo.

Felicia Kingsley, laureata in architettura e originaria della provincia di Modena, ha costruito negli anni uno stile molto riconoscibile. I suoi romanzi utilizzano i meccanismi tipici della romantic comedy anglosassone, ma li trasferiscono in contesti italiani contemporanei, con dialoghi rapidi, forte attenzione al ritmo e una narrazione che richiama spesso le serie televisive di successo. Non a caso molti lettori e osservatori del settore hanno accostato il suo lavoro a quello delle grandi autrici internazionali del romance moderno, pur mantenendo una precisa identità nazionale.

Il successo dell’autrice è legato anche alla trasformazione recente del mercato editoriale italiano. La crescita delle community online dedicate ai libri, il fenomeno di TikTok e la diffusione del cosiddetto “romance contemporaneo” hanno contribuito a creare una nuova generazione di lettrici e lettori fortemente fidelizzati. Kingsley è stata tra le prime autrici italiane a intercettare questo pubblico, costruendo una relazione diretta attraverso social network, presentazioni e dialogo costante con la propria community.

In Non è un paese per single emerge inoltre una riflessione più ampia sulle aspettative sociali legate alla coppia e alla realizzazione personale. Dietro l’ironia e le situazioni brillanti, il romanzo affronta infatti temi molto attuali: la difficoltà di conciliare carriera e vita privata, la pressione culturale verso la stabilità sentimentale e il desiderio di definire autonomamente il proprio percorso. Sono elementi che permettono al libro di andare oltre la semplice evasione narrativa, mantenendo però un tono leggero e accessibile.

Anche dal punto di vista editoriale il caso Kingsley continua a essere significativo. I suoi romanzi occupano stabilmente le classifiche italiane e vengono spesso indicati come esempio della crescente centralità del romance nel mercato librario nazionale, un genere che per anni è stato considerato marginale e che oggi rappresenta invece una delle aree più dinamiche dell’editoria commerciale.

Il fascino di Non è un paese per single risiede proprio in questo equilibrio tra intrattenimento e osservazione sociale. Felicia Kingsley utilizza la struttura della commedia romantica per raccontare una contemporaneità fatta di relazioni fluide, aspettative familiari e ricerca di autenticità. Il risultato è un romanzo scorrevole ma costruito con attenzione, capace di parlare a un pubblico ampio senza rinunciare a una precisa consapevolezza narrativa.


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