Raccontando si può cambiare la vita, la propria ma anche quella degli altri

In Gli anni in bianco e nero, la scrittrice salentina racconta quattro sorelle negli anni Sessanta e la loro silenziosa conquista della libertà

Tra una sartoria di provincia, i film di Fellini e Visconti e le prime battaglie femminili, Francesca Giannone costruisce un romanzo corale che intreccia memoria privata e trasformazioni sociali. Una storia di desideri trattenuti e di identità che cercano finalmente una voce.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Con il suo terzo romanzo, Gli anni in bianco e nero, pubblicato da Nord, Francesca Giannone torna a raccontare il Mezzogiorno e le sue trasformazioni, scegliendo ancora una volta la dimensione familiare come osservatorio privilegiato per leggere un’epoca. Dopo il successo straordinario de La portalettere e l’ottima accoglienza riservata a Domani, domani, l’autrice salentina firma un’opera corale ambientata nel Salento degli anni Sessanta, un decennio in cui il Paese si avvia verso la modernità, mentre nelle case e nelle piccole comunità resistono antiche regole e gerarchie.

Il cuore del romanzo è la famiglia Elia. Nella sartoria di casa il tempo sembra essersi fermato: ago e filo scandiscono le giornate, mentre il padre continua a esercitare un’autorità severa sulle figlie, convinto che alle donne spetti un ruolo preciso e immutabile. Ma le quattro sorelle custodiscono aspirazioni che non intendono sacrificare.

Giovanna si lascia sedurre dalla musica e dalle sue promesse di libertà; Ada trova rifugio nelle pagine di Jane Austen, riconoscendo nelle eroine della scrittrice inglese un desiderio di autonomia che le appartiene profondamente; Maria rifiuta l’idea di accontentarsi del destino già scritto per lei. E poi c’è Mimì, la più giovane, forse il personaggio più originale del romanzo. Dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo osserva i film di Federico Fellini e Luchino Visconti e comprende che la realtà può essere raccontata in modi diversi, montata e ricomposta come una pellicola cinematografica. Decide così che il suo futuro sarà dietro una macchina da presa.

Attorno alle vicende delle sorelle scorrono gli anni delle occupazioni studentesche, delle lotte operaie e della nascita dei primi movimenti femministi. Giannone evita il grande affresco storico e preferisce seguire una rivoluzione più discreta ma non meno radicale: quella che si consuma tra le pareti domestiche, nei silenzi, nei desideri non confessati e nella progressiva presa di coscienza di diritti che fino a poco prima apparivano impensabili. L’accesso al lavoro, la possibilità di scegliere il proprio destino affettivo, perfino il diritto al piacere diventano questioni concrete e non più semplici aspirazioni.

Mimì osserva e filma. Riprende i gesti quasi impercettibili delle sorelle, le tensioni di un matrimonio apparentemente normale, le incertezze e le piccole conquiste quotidiane. Il suo film non nasce da una commissione o da un progetto professionale: è un atto di testimonianza. Raccontare significa resistere, dare forma a una verità che altrimenti rischierebbe di rimanere invisibile. L’immagine cinematografica diventa così una metafora della memoria e della possibilità di cambiare il corso delle cose.

Il romanzo ha conquistato pubblico e critica grazie alla capacità di unire il privato e il sociale in un equilibrio convincente. Molti lettori hanno sottolineato la forza dei ritratti femminili, la vividezza con cui viene ricostruita l’atmosfera degli anni Sessanta e una scrittura limpida, scorrevole e capace di mantenere costante il coinvolgimento emotivo. Il libro è stato accolto come una sorta di indagine narrativa sull’Italia del dopoguerra e, in particolare, sul Sud, raccontato senza stereotipi e con grande attenzione alle sfumature della vita quotidiana.

Nata in Salento, laureata in Scienze della Comunicazione e formatasi anche al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Francesca Giannone ha costruito negli anni un percorso originale tra letteratura e cultura del racconto. A Bologna ha curato la catalogazione dei trentamila volumi dell’Associazione Luigi Bernardi e ha frequentato la Bottega di Narrazione «Finzioni». Il suo esordio con La portalettere, tradotto in quarantaquattro Paesi e vincitore del Premio Bancarella, l’ha imposta tra le voci più lette della narrativa italiana contemporanea. Con Gli anni in bianco e nero conferma la capacità di trasformare la memoria di una comunità in un racconto universale, dove il passaggio dal bianco e nero al colore coincide con la conquista, lenta e tenace, della libertà.


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

La ricostruzione dell’atmosfera di quegli anni è meticolosa e irripetibile

Con Nouvelle Vague, il regista texano ricostruisce la nascita di Fino all’ultimo respiro e rende omaggio a una stagione che cambiò per sempre il linguaggio del cinema

Parigi, 1959. Jean-Luc Godard è ancora un critico e un cinefilo irrequieto che non ha girato il suo primo lungometraggio. Richard Linklater trasforma quel momento decisivo in un film elegante e appassionato, dedicato all’energia creativa della Nouvelle Vague e ai suoi protagonisti.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Parigi appare in fermento. I primi film di François Truffaut e Claude Chabrol stanno ricevendo consensi entusiastici e una nuova generazione di autori francesi ha già iniziato a incrinare le regole del cinema tradizionale. All’appello manca ancora Jean-Luc Godard. Nessuno può immaginare che il suo debutto dietro la macchina da presa sia ormai vicino e che proprio da quell’esordio nascerà uno dei film più influenti del Novecento, Fino all’ultimo respiro.

Da questo momento storico prende avvio Nouvelle Vague, il nuovo film di Richard Linklater, produzione francese del 2025 uscita nelle sale italiane il 5 marzo 2026. Il regista texano, noto soprattutto per opere come Before Sunrise, Boyhood e School of Rock, abbandona temporaneamente l’America contemporanea per immergersi nella Parigi di fine anni Cinquanta e raccontare la nascita di un movimento che avrebbe rivoluzionato il modo di concepire il cinema.

La Nouvelle Vague, sviluppatasi attorno ai giovani critici dei Cahiers du Cinéma, contestava il cosiddetto “cinéma de qualité” francese e proponeva un linguaggio nuovo, fatto di riprese in esterni, montaggi irregolari, improvvisazione e una forte impronta autoriale. Fino all’ultimo respiro, realizzato nel 1960 da Godard, ne sarebbe diventato il manifesto più celebre, influenzando generazioni di registi in tutto il mondo.

Linklater affronta questo materiale con sorprendente leggerezza e con un’autentica passione cinefila. Per la prima volta gira un film interamente in francese e si affida a un cast quasi completamente transalpino. Guillaume Marbeck interpreta un Jean-Luc Godard inquieto e visionario, mentre Zoey Deutch offre una convincente incarnazione di Jean Seberg, l’attrice americana che divenne il volto femminile di Fino all’ultimo respiro. Accanto a loro compaiono le figure di François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Agnès Varda, Robert Bresson, Jean-Pierre Melville e persino Roberto Rossellini, evocando un universo creativo irripetibile.

L’aspetto più riuscito dell’operazione è la ricostruzione dell’atmosfera. Linklater evita ogni tentazione agiografica e rinuncia a qualsiasi sperimentalismo imitativo. Non prova a fare un film “alla Godard”. Preferisce raccontare, con misura e ironia, l’ambiente umano e intellettuale in cui nacque una rivoluzione artistica. I grandi autori vengono mostrati mentre discutono, si confrontano, si invidiano e si sostengono reciprocamente. Godard e Truffaut emergono soprattutto come amici, prima ancora che come miti del cinema.

Anche la sceneggiatura lavora su un principio profondamente godardiano: il fascino del non detto e del non mostrato. Più volte ritorna l’idea che immaginare ciò che non si vede alimenti il mistero e il desiderio. Per questo Nouvelle Vague costruisce gran parte della sua forza narrativa sul fuoricampo, su ciò che potrebbe essere accaduto tra una ripresa e l’altra di Fino all’ultimo respiro, nelle pause, nelle conversazioni e nei piccoli gesti quotidiani.

Qualche inevitabile semplificazione è presente, soprattutto per consentire anche agli spettatori meno esperti di orientarsi tra nomi e riferimenti storici. Ma il compromesso appare funzionale a un obiettivo più ambizioso: rendere accessibile la storia di un movimento che, pur appartenendo a una precisa stagione culturale, continua ancora oggi a influenzare il cinema contemporaneo.

Il merito più grande di Richard Linklater sta forse proprio qui. Nouvelle Vague non pretende di spiegare teoricamente la rivoluzione godardiana né di mitizzarne i protagonisti. Si limita a osservare un gruppo di giovani cinefili che, quasi inconsapevolmente, si accingeva a cambiare per sempre la storia del cinema. E nel far apparire naturale un’impresa tanto complessa, il regista americano dimostra ancora una volta la qualità più rara dei grandi narratori: la capacità di trasformare la passione per il cinema in puro piacere del racconto.


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Oltre 400 murales colorano piazze, strade e palazzi gentilizi del ‘600 e ‘700

Nel cuore della Basilicata un borgo medievale racconta la propria storia attraverso centinaia di murales, tradizioni secolari e un paesaggio che unisce arte e natura

Tra vicoli dipinti, antichi palazzi e figure del folclore lucano, Satriano di Lucania è diventato uno dei più originali musei a cielo aperto d’Italia. Un luogo in cui il patrimonio artistico contemporaneo dialoga con le radici più profonde del territorio.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

A prima vista sembra un tranquillo borgo dell’Appennino lucano, raccolto attorno alle sue piazze e alle case in pietra. Basta però imboccare una strada del centro storico per accorgersi che qui le pareti raccontano storie. Satriano di Lucania, in provincia di Potenza, è conosciuto come la capitale dei murales del Mezzogiorno e, da decenni, ha scelto di affidare all’arte il compito di custodire la propria memoria.

Il borgo, nato in epoca medievale con il nome di Pietrafesa e divenuto Satriano di Lucania nel 1887 per riallacciare il legame con l’antica città di Satrianum, sorge nella valle del Melandro, a oltre seicento metri di altitudine, sulle pendici di tre rilievi naturali: il Castello, il Piesco e la Madonna della Rocca. Un territorio attraversato nei secoli da popoli, commerci e culture, dove un tempo transitava anche l’antica via Herculea romana.

La fama di Satriano è legata soprattutto ai suoi murales. Le prime opere comparvero tra gli anni Ottanta e Novanta e da allora il progetto si è ampliato fino a superare le quattrocento pitture distribuite tra strade, piazze e facciate di edifici storici. Il risultato è un vero museo diffuso, considerato da molti la più vasta pinacoteca all’aperto della Basilicata. Ogni dipinto è un frammento di identità collettiva: scene di vita contadina, antichi mestieri, leggende popolari, temi religiosi, richiami alla biodiversità e omaggi ai personaggi che hanno segnato la storia del paese.

Tra le figure più celebrate vi è Giovanni De Gregorio, detto il Pietrafesa, pittore lucano del tardo Manierismo e del primo Barocco, nato proprio qui alla fine del Cinquecento. La sua eredità artistica continua a rappresentare un punto di riferimento per la comunità e per gli artisti dell’associazione Arte per la Valle, che negli anni hanno contribuito a fare dei murales un potente strumento di valorizzazione culturale.

Passeggiare per Satriano significa attraversare un itinerario ricco di sorprese. Corso Trieste introduce immediatamente nel mondo dei murales e conduce verso Piazza Umberto I, dedicata alla biodiversità e all’archeologia. Piazza Abbamonte custodisce dipinti ispirati alla leggenda del Moccio, mentre Piazza Pietrafesa è una delle aree più scenografiche del borgo, dove l’arte contemporanea dialoga con l’architettura storica. Via Roma e le strade adiacenti svelano ulteriori scorci dipinti e conducono verso edifici di notevole interesse, come Palazzo Loreti, oggi sede del municipio e di spazi museali dedicati alla civiltà contadina e all’archeologia del territorio.

Il patrimonio storico di Satriano comprende anche il Santuario della Madonna delle Grazie, meta di una sentita devozione popolare, la Cappella di San Donato e l’antica Rocca del Duca di Poggiardo, oggi sede del Museo Multimediale “Il Palco dei Colori” e della biblioteca comunale. L’Anfiteatro Porticelle, realizzato nel 2006 e caratterizzato da una scacchiera a grandezza umana, rappresenta invece il volto più contemporaneo del borgo e ospita spettacoli ed eventi culturali.

La vitalità culturale del paese si esprime anche attraverso le sue tradizioni. Il Carnevale di Satriano è tra i più originali del Sud Italia e ha reso celebre la figura del Rumita, l’uomo-albero interamente ricoperto di edera, simbolo del rapporto profondo tra la comunità e la natura. Accanto a lui sopravvivono altre maschere della tradizione, come l’Orso e la Quaresima, testimonianza di una memoria popolare che continua a reinventarsi senza perdere autenticità.

Satriano di Lucania dimostra come un piccolo centro dell’entroterra possa costruire la propria identità attraverso la cultura. Qui i muri non separano gli spazi: diventano pagine di un racconto collettivo. E il visitatore, camminando tra vicoli e scalinate dipinte, ha la sensazione di attraversare un libro illustrato a cielo aperto, dove ogni immagine conserva un frammento della memoria lucana e lo consegna al futuro.


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La tavola scandinava in maniera originale sposa rigore e libertà di linee

Nel 1963 il designer finlandese Tapio Wirkkala disegnò per Rosenthal una delle più eleganti interpretazioni del rigore nordico, trasformando la tavola in un esercizio di libertà formale

Forchette, coltelli e cucchiai non sono semplici utensili. Nella serie Kurve, il maestro del design finlandese Tapio Wirkkala riuscì a coniugare precisione funzionale e ricerca plastica, dando vita a un servizio di posate che ancora oggi rappresenta un’icona del design scandinavo del Novecento.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

A volte basta osservare il profilo di un coltello per capire che il design può avvicinarsi alla scultura. È il caso di Kurve, il servizio di posate progettato nel 1963 da Tapio Wirkkala per Rosenthal, una delle creazioni più significative del design nordico del dopoguerra e uno degli esempi più riusciti di dialogo tra funzionalità e ricerca formale.

La serie nasce in un momento particolarmente felice della carriera di Wirkkala. Nato a Hanko, in Finlandia, nel 1915, il designer era già considerato una figura centrale del progetto europeo. Formatosi alla Scuola Centrale di Arti Applicate di Helsinki, aveva lavorato con successo in ambiti molto diversi, dal vetro alla ceramica, dall’oreficeria alla grafica, dimostrando una rara capacità di muoversi tra industria e sperimentazione artistica. Le sue opere sarebbero poi entrate nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York e del Centre Pompidou di Parigi.

Il rapporto con Rosenthal, iniziato alla fine degli anni Cinquanta, contribuì in modo decisivo alla diffusione internazionale del suo linguaggio progettuale. La casa tedesca, che negli anni Sessanta si impose come uno dei laboratori più innovativi del design europeo, chiamò a collaborare alcuni tra i più importanti progettisti del Novecento, da Walter Gropius a Raymond Loewy, da Luigi Colani a Mario Bellini. In questo contesto, le creazioni di Wirkkala rappresentarono una sintesi particolarmente raffinata della sensibilità scandinava.

La caratteristica più evidente di Kurve è la libertà con cui le forme sembrano sottrarsi alla rigida geometria delle posate tradizionali. Il nome stesso della collezione richiama l’idea di una linea in movimento. Le superfici sono essenziali, prive di decorazioni superflue, ma il volume degli elementi rivela una continua tensione plastica. Il coltello è il pezzo più emblematico: la sua sezione appare ruotata di novanta gradi, generando una torsione che modifica la percezione dell’oggetto e gli conferisce una sorprendente vitalità visiva. La curva non è mai un semplice ornamento, ma una soluzione progettuale che accompagna il gesto della mano e rende l’uso naturale e intuitivo.

È proprio questa capacità di conciliare rigore e libertà a rendere Kurve un classico del design scandinavo. La tradizione nordica, infatti, ha sempre cercato un equilibrio tra funzionalità e poesia della forma, tra semplicità apparente e sofisticazione tecnica. Wirkkala traduce questi principi in un oggetto quotidiano che conserva una forte identità espressiva senza rinunciare alla propria funzione.

L’opera riflette anche il rapporto profondo del designer con il paesaggio finlandese. Molte delle sue creazioni si ispirano alle forme organiche della natura, al profilo delle foglie, alle superfici levigate dal ghiaccio, ai movimenti dell’acqua e della neve. Pur appartenendo al mondo delle arti applicate, Kurve sembra partecipare della stessa sensibilità: le linee morbide e le proporzioni misurate evocano un ordine naturale che appare spontaneo e al tempo stesso rigorosamente costruito.

A oltre sessant’anni dalla sua presentazione, la serie continua a essere considerata uno degli emblemi della tavola moderna. La sua attualità deriva proprio dalla capacità di superare le mode e di proporre una bellezza fondata sull’essenzialità. In un’epoca dominata dall’accumulo e dall’eccesso, le posate di Tapio Wirkkala ricordano che il design più convincente nasce spesso da un gesto minimo, da una lieve torsione, da una curva capace di trasformare un oggetto d’uso quotidiano in una piccola opera d’arte.


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Un piatto generoso, pensato per essere condiviso e gustato insieme

A Palermo sono molto più di una ricetta: rappresentano una memoria collettiva fatta di pranzi in famiglia, teglie fumanti e una tradizione che attraversa i secoli

Gli anelletti al forno appartengono al patrimonio gastronomico più autentico della Sicilia. Dietro questo piatto ricco e conviviale si nasconde una storia di influenze arabe, consuetudini familiari e gesti tramandati di generazione in generazione.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

A Palermo il profumo degli anelletti al forno è uno di quei segnali che annunciano una ricorrenza. Natale, Ferragosto, un pranzo domenicale particolarmente importante: la grande teglia gratinata che arriva in tavola continua a rappresentare un rito familiare prima ancora che una preparazione gastronomica.

Gli anelletti al forno sono il timballo simbolo della cucina palermitana e, pur essendo diffusi in tutta la Sicilia, conservano con il capoluogo un legame speciale. La loro preparazione richiede tempo e pazienza, due ingredienti che spiegano perché il piatto sia tradizionalmente associato ai giorni di festa e alle occasioni di condivisione.

L’elemento distintivo è naturalmente la pasta. Gli anelletti sono piccoli anelli di semola, spessi quasi quanto un bucatino e lunghi circa un centimetro. La loro forma non è casuale: consente al condimento di penetrare all’interno della pasta e permette al timballo di mantenere compattezza al momento del taglio. Una suggestiva tradizione popolare vuole addirittura che i primi pastai siciliani si siano ispirati agli orecchini indossati dalle donne arabe.

Le origini del piatto affondano infatti nella lunga stratificazione culturale dell’isola. Il concetto stesso di timballo rimanda a influenze arabe e alla consuetudine di preparare pietanze composte in contenitori destinati alla cottura. Nel corso dei secoli la ricetta si è trasformata, arricchendosi progressivamente fino ad assumere la forma che oggi conosciamo. Tra il Settecento e l’Ottocento furono i Monsù, i cuochi di formazione francese al servizio delle famiglie aristocratiche siciliane, a contribuire al perfezionamento del piatto, che nelle tavole nobili poteva essere impreziosito persino da ingredienti di lusso come la cacciagione o il tartufo.

Con l’industrializzazione della produzione della pasta e la diffusione degli anelletti nel Palermitano, il timballo divenne progressivamente un piatto popolare e familiare. Oggi ogni casa custodisce una propria versione, spesso tramandata oralmente e realizzata più “a occhio” che seguendo dosi rigorose. Ed è proprio questa pluralità di interpretazioni a rappresentare una delle caratteristiche più affascinanti della ricetta.

La base è quasi sempre la stessa: un ragù di carne preparato con macinato di manzo e di maiale, arricchito da piselli e pomodoro, con cui vengono conditi gli anelletti lessati molto al dente. Il tutto viene poi trasferito in una teglia unta e cosparsa di pangrattato, che in cottura formerà la tipica crosticina dorata e fragrante. Nel ripieno trovano posto formaggi locali come tuma, primosale o caciocavallo, ma non mancano varianti con mozzarella, uova sode, salumi e melanzane fritte, ingrediente particolarmente amato nella tradizione palermitana. La besciamella, spesso presente nelle versioni moderne, non appartiene invece alla preparazione più autentica.

La struttura del piatto ricorda quella di uno sformato. Gli anelletti vengono disposti a strati e, una volta passati in forno, assumono una consistenza compatta che permette di servire porzioni perfettamente definite. In alcune gastronomie siciliane la ricetta viene proposta anche in versione monoporzione, i cosiddetti timballetti, piccoli scrigni di pasta al forno che rappresentano una pratica evoluzione del piatto tradizionale.

Al di là della ricetta, gli anelletti al forno raccontano un modo di vivere la tavola tipicamente siciliano. Sono un piatto generoso, pensato per essere condiviso, capace di riunire le famiglie attorno a una preparazione che richiede cura e attesa. In un’epoca in cui il cibo tende sempre più alla rapidità e all’immediatezza, questo timballo continua a ricordare che alcune ricette non servono soltanto a nutrire. Servono soprattutto a custodire la memoria e a trasformare un semplice pranzo in un’occasione di appartenenza.


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Un vino che ha saputo rinnovarsi senza perdere identità

Da vitigno locale a protagonista dell’enologia italiana, il Nero d’Avola continua a esprimere il carattere dell’isola attraverso vini intensi, versatili e profondamente legati al territorio

È il più celebre dei vitigni rossi siciliani e uno dei simboli del rinascimento enologico dell’isola. Il Nero d’Avola unisce generosità mediterranea, ricchezza aromatica e una sorprendente capacità di adattarsi a interpretazioni molto diverse, dalle etichette più strutturate a quelle fresche e immediate.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il suo nome richiama Avola, cittadina del Siracusano nota anche per la produzione delle mandorle, ma la storia del Nero d’Avola appartiene all’intera Sicilia. Oggi è considerato il re dei vitigni rossi dell’isola, il più coltivato e il più rappresentativo di un territorio che negli ultimi decenni ha saputo trasformare la propria tradizione vinicola in uno dei capitoli più interessanti dell’enologia italiana.

Le origini del vitigno sono antiche e in parte avvolte dall’incertezza. Per lungo tempo è stato conosciuto anche con il nome di Calabrese, una denominazione che non rimanda alla regione Calabria ma deriverebbe dall’espressione dialettale “calaurisi”, ovvero “uva di Avola”. Per secoli il Nero d’Avola è stato utilizzato soprattutto come vino da taglio grazie al suo colore intenso e alla sua struttura importante. Soltanto a partire dagli anni Ottanta e Novanta del Novecento il vitigno ha iniziato a essere valorizzato in purezza, diventando uno dei protagonisti della rinascita vitivinicola siciliana.

La sua diffusione interessa quasi tutta l’isola, dalle province di Siracusa e Ragusa fino al Trapanese e all’Agrigentino. Il clima caldo, la luminosità e la varietà dei suoli consentono al vitigno di esprimere caratteri differenti. Nei terreni più aridi e ricchi di minerali sviluppa concentrazione e profondità, mentre nelle aree più ventilate e poste a maggiore altitudine rivela un profilo aromatico più fresco e dinamico.

Il Nero d’Avola è generalmente riconoscibile per il colore rosso rubino profondo e per il suo corredo olfattivo dominato da frutti rossi maturi, amarena, ciliegia, prugna e mora. Con l’affinamento possono emergere note di spezie dolci, tabacco, cacao e liquirizia. In bocca presenta normalmente una buona struttura, tannini morbidi e una piacevole persistenza, caratteristiche che ne fanno un vino di grande versatilità gastronomica.

Proprio questa versatilità permette di superare un luogo comune diffuso, secondo cui il Nero d’Avola sarebbe adatto esclusivamente a piatti robusti e lunghe maturazioni in legno. La produzione contemporanea propone infatti interpretazioni molto diverse, comprese versioni più giovani, vinificate prevalentemente in acciaio, che mettono in evidenza la componente fruttata e una maggiore freschezza gustativa.

È questa la tipologia che dialoga con particolare efficacia con uno dei piatti simbolo della cucina palermitana: gli anelletti al forno. Il timballo, con il suo ragù di carne, i piselli, il formaggio e la crosticina dorata di pangrattato, possiede una ricchezza aromatica che richiede un vino capace di accompagnarlo senza sovrastarlo. Un Nero d’Avola giovane, caratterizzato da note di ciliegia e piccoli frutti rossi, da una tessitura tannica gentile e da una piacevole freschezza, riesce a sostenere la succulenza del piatto mantenendo equilibrio e bevibilità.

L’abbinamento funziona proprio perché mette in relazione due espressioni della stessa cultura gastronomica. Da un lato un vino che porta nel bicchiere il sole e la biodiversità della Sicilia, dall’altro una preparazione che racconta il valore della convivialità e delle grandi tavolate familiari. Entrambi condividono un’identica filosofia: ricchezza e generosità, ma sempre accompagnate da una sorprendente armonia.

Negli ultimi anni il Nero d’Avola è diventato uno degli ambasciatori del vino italiano nel mondo. La sua capacità di rinnovarsi senza perdere identità lo ha reso un riferimento per i produttori e per gli appassionati. Ed è forse proprio questa la sua qualità più affascinante: riuscire a mantenere intatto il carattere mediterraneo dell’isola, continuando però a proporre interpretazioni nuove, immediate e contemporanee, proprio come accade nelle migliori espressioni del patrimonio gastronomico siciliano.


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Cosa è quella stanza segreta tra due pareti, priva di porte e di finestre?

Il nuovo thriller di Uketsu trasforma l’architettura domestica in un enigma inquietante. Tra stanze impossibili, segreti familiari e sparizioni misteriose, il fenomeno letterario giapponese torna a esplorare le paure nascoste dietro la normalità.

Dopo il successo internazionale di Strani disegni, Uketsu approda in Italia con un nuovo romanzo che mescola horror psicologico, indagine e narrazione visiva. Al centro della storia c’è una casa apparentemente perfetta e una planimetria che non dovrebbe esistere.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Una casa luminosa, in una zona tranquilla di Tokyo, vicina alla stazione ferroviaria e immersa in un contesto che sembra ideale per una giovane famiglia. È da questa immagine rassicurante che prende avvio Strane case, il nuovo romanzo di Uketsu pubblicato in Italia da Einaudi nella collana Stile Libero. Ma basta osservare con attenzione la planimetria dell’immobile perché qualcosa si incrini: tra due pareti compare uno spazio vuoto, una sorta di ambiente nascosto privo di accessi, finestre o funzione apparente. Un dettaglio minimo che apre la porta a un mistero sempre più oscuro.

La vicenda segue una coppia in attesa del primo figlio che, incuriosita da quell’anomalia architettonica, si rivolge a uno scrittore esperto di fenomeni insoliti. L’uomo, affiancato dall’architetto Kurihara, inizia a esaminare la struttura dell’abitazione e scopre altre incongruenze: porte doppie, stanze prive di finestre, spazi progettati secondo logiche incomprensibili. L’indagine si allarga rapidamente al passato dell’edificio e ai suoi precedenti occupanti, scomparsi senza lasciare traccia. Dietro quelle pareti si nasconde una storia fatta di segreti familiari, rituali inquietanti e delitti rimasti sepolti per anni.

A rendere il libro particolarmente originale è il modo in cui coinvolge il lettore. Uketsu non si limita a raccontare una storia: inserisce planimetrie, schemi e disegni che diventano parte integrante della narrazione. Il lettore è chiamato a osservare, interpretare e dedurre insieme ai protagonisti, come se partecipasse direttamente all’indagine. È una soluzione narrativa che deriva dalle origini stesse del progetto. Prima di diventare romanzo, infatti, Hen na Ie – il titolo originale – era un video pubblicato su YouTube in cui l’autore analizzava la pianta di una casa immaginaria costruita, apparentemente, per occultare un omicidio. Quel contenuto è diventato virale, raccogliendo milioni di visualizzazioni e trasformandosi in uno dei fenomeni culturali più sorprendenti del Giappone contemporaneo.

Anche l’autore contribuisce al fascino dell’opera. Uketsu è una figura enigmatica che ha scelto di nascondere completamente la propria identità. Nelle apparizioni pubbliche indossa una maschera bianca, una tuta nera e utilizza una voce modificata elettronicamente. Questo anonimato ha alimentato curiosità e interesse internazionale, ma il successo dei suoi libri dipende soprattutto dalla capacità di reinventare il rapporto tra immagine e parola. Dopo l’enorme affermazione di Strani disegni, tradotto in numerose lingue e diventato un bestseller globale, lo scrittore giapponese si è imposto come una delle voci più originali della narrativa di suspense contemporanea.

Strane case non punta sull’orrore esplicito. Non ci sono eccessi splatter né effetti spettacolari. La tensione nasce invece dall’idea che il luogo più familiare e protettivo della nostra vita possa trasformarsi in qualcosa di minaccioso. La casa diventa un organismo ambiguo, una trappola progettata per nascondere verità inconfessabili. In questo senso il romanzo dialoga con la tradizione dei classici enigmi alla Agatha Christie, ma li trasferisce in una dimensione tipicamente giapponese, dove il perturbante emerge dalle pieghe della quotidianità.

Il successo dell’opera ha già generato un vero e proprio universo narrativo. In Giappone il romanzo ha dato origine a un manga, pubblicato anche in Italia, e a un adattamento cinematografico che ha ottenuto risultati straordinari al botteghino. Un’espansione che testimonia la forza di un’idea semplice quanto geniale: trasformare una planimetria in un rompicapo e fare dell’architettura il motore della suspense.

Roberto Saviano ha definito l’horror di Uketsu «un atto artistico» capace di inquietare e stimolare il pensiero. È probabilmente questa la chiave del suo successo. Dietro l’enigma, dietro le stanze segrete e le sparizioni, c’è infatti una domanda più profonda: quanto conosciamo davvero gli spazi che abitiamo e le persone che li hanno abitati prima di noi? Strane case costruisce la propria inquietudine proprio su questo dubbio, lasciando il lettore con la sensazione che dietro ogni muro possa nascondersi una storia che non dovrebbe essere scoperta.


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Nolan ha deciso di rileggere il mito di Omero a modo suo e Hollywood ha risposto

Matt Damon veste i panni di Ulisse in una delle produzioni più ambiziose degli ultimi anni. Un viaggio attraverso il Mediterraneo leggendario che porta sullo schermo Polifemo, Circe, le Sirene e il lungo ritorno verso Itaca.

Girato interamente in formato IMAX e sostenuto da un cast di primo piano, Odissea segna l’incontro tra il cinema visionario di Christopher Nolan e uno dei testi fondativi della cultura occidentale. Un progetto che punta a trasformare il poema di Omero in un grande evento cinematografico contemporaneo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

L’eco della guerra di Troia si spegne tra le rovine di una città conquistata, ma per Ulisse il viaggio più difficile deve ancora cominciare. Con Odissea (The Odyssey), Christopher Nolan affronta uno dei racconti più influenti della letteratura mondiale e lo trasforma in un grande film d’avventura destinato a segnare la stagione cinematografica del 2026. L’opera, distribuita da Universal Pictures, riporta sul grande schermo il lungo ritorno dell’eroe di Itaca, alle prese con creature leggendarie, divinità capricciose e prove che mettono continuamente alla prova il suo ingegno e la sua resistenza.

La scelta di Nolan non sorprende. Fin dagli esordi il regista britannico ha mostrato una particolare attrazione per i racconti che interrogano il tempo, la memoria e la natura dell’eroismo. Dopo film come Memento, Inception, Interstellar e il pluripremiato Oppenheimer, il passaggio al mito classico appare quasi naturale. L’Odissea di Omero, composta probabilmente tra l’VIII e il VII secolo a.C., continua infatti a esercitare un’influenza enorme sulla narrativa occidentale, offrendo una struttura avventurosa che attraversa secoli di letteratura, teatro e cinema.

Nel ruolo di Ulisse troviamo Matt Damon, chiamato a incarnare un personaggio complesso, sospeso tra astuzia e fragilità umana. Accanto a lui, Tom Holland interpreta Telemaco, il figlio che cresce nell’assenza del padre e intraprende una propria ricerca di maturità. Anne Hathaway dà volto a Penelope, simbolo di fedeltà e intelligenza politica, mentre Zendaya assume il ruolo della dea Atena, guida e protettrice dell’eroe. Robert Pattinson interpreta Antinoo, il più aggressivo dei Proci che assediano il palazzo di Itaca in attesa di impossessarsi del potere. Completano il cast Charlize Theron nei panni di Calipso e Lupita Nyong’o in un doppio ruolo che comprende Elena di Troia e Clitennestra.

Le notizie provenienti dal set confermano l’ambizione produttiva dell’intero progetto. Fedele alla propria filosofia cinematografica, Nolan ha ridotto al minimo il ricorso agli effetti digitali. Una scelta che richiama la lavorazione di Dunkirk e Oppenheimer, dove il realismo fisico degli eventi aveva un ruolo centrale. Emblematico il caso di Polifemo: il gigantesco ciclope, interpretato dall’attore Bill Irwin, è stato realizzato attraverso un enorme animatronico alto circa sei metri, costruito materialmente sul set anziché generato al computer.

Anche sul piano tecnico il film rappresenta una sfida significativa. Secondo le informazioni diffuse dalla produzione, Odissea è il primo grande blockbuster girato interamente con cineprese IMAX a pellicola, senza limitarsi alle sole sequenze spettacolari. Una decisione che conferma la fiducia del regista nelle potenzialità del grande formato e nella qualità visiva della pellicola analogica. La fotografia è affidata ancora una volta a Hoyte van Hoytema, collaboratore storico di Nolan e autore dell’impatto visivo di film come Tenet e Oppenheimer, mentre la colonna sonora porta la firma del compositore svedese Ludwig Göransson, premio Oscar e ormai presenza stabile nell’universo creativo del regista.

Le riprese hanno attraversato diversi paesi, tra cui Grecia, Marocco e Islanda, alla ricerca di paesaggi capaci di restituire la dimensione epica del racconto. Un ruolo importante lo ha avuto anche l’Italia: alcune sequenze del viaggio marittimo sono state realizzate nelle Isole Eolie, arcipelago che da sempre alimenta suggestioni legate al mito omerico. Non è una scelta casuale. Da secoli studiosi e archeologi discutono della possibile collocazione geografica di alcuni episodi dell’Odissea proprio nelle acque del Mediterraneo centrale, tra Sicilia e Tirreno.

Con una durata di 172 minuti, il film si presenta come una vera esperienza immersiva. Nolan sembra intenzionato a restituire l’ampiezza del poema senza ridurlo a una semplice successione di episodi spettacolari. Polifemo, Circe, le Sirene e Calipso sono certamente presenti, ma il cuore della vicenda resta il tema del ritorno. L’Odissea è infatti la storia di un uomo che cerca di recuperare la propria identità dopo la guerra, di un sovrano che desidera tornare a casa e di una famiglia che tenta di ricomporsi nonostante il tempo trascorso.

In un’epoca dominata da franchise e universi narrativi seriali, la scelta di riportare al centro un classico della cultura occidentale assume un significato particolare. Nolan sembra voler ricordare che molte delle grandi storie contemporanee nascono proprio dai miti antichi. Se le premesse saranno mantenute, Odissea potrebbe diventare non soltanto uno degli eventi cinematografici dell’anno, ma anche una nuova dimostrazione della vitalità inesauribile di Omero e della sua capacità di parlare ancora al pubblico del XXI secolo.


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Una montagna a forma di panettone che svetta a 2.275 metri di altitudine

Nel cuore dell’Alto Adige una vetta dalla forma inconfondibile offre panorami spettacolari, musei d’autore, sentieri d’alta quota e una delle esperienze gastronomiche più interessanti delle Dolomiti.

Conosciuto come Kronplatz in tedesco e Plang de Curunes in ladino, il Plan de Corones è molto più di una destinazione turistica. Tra leggende antiche, arte contemporanea e natura dolomitica, rappresenta uno dei luoghi più affascinanti dell’arco alpino italiano.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

La sua sagoma arrotondata emerge all’orizzonte come una gigantesca cupola naturale. A 2.275 metri di quota, tra la Val Pusteria, la Val Badia e la Valle di Anterselva, il Plan de Corones domina una delle aree più suggestive dell’Alto Adige. La sua fama è legata soprattutto agli sport invernali, ma limitarsi a considerarlo una stazione sciistica significherebbe trascurare una realtà molto più ricca, dove paesaggio, cultura, tradizioni e innovazione convivono in un equilibrio raro.

La montagna deve parte del proprio fascino alla sua origine geologica. La forma morbida e la sommità quasi pianeggiante hanno alimentato per lungo tempo l’idea di una remota attività vulcanica. In realtà il massiccio appartiene al complesso geologico delle Alpi orientali ed è costituito prevalentemente da rocce metamorfiche, mentre nelle aree vicine compaiono formazioni di arenaria, calcari e dolomie che raccontano la lunga storia geologica delle montagne circostanti. Questa conformazione insolita, unita all’ampia vetta priva di boschi, ha favorito la nascita di numerose leggende tramandate dalle popolazioni ladine.

Tra i racconti più celebri emerge quello del Regno dei Fanes, uno dei grandi cicli mitologici delle Dolomiti. Secondo la tradizione, il Plan de Corones sarebbe stato il luogo dell’incoronazione della principessa guerriera Dolasilla, figura eroica che ancora oggi occupa un posto centrale nell’immaginario ladino. Lo stesso nome Curunes viene spesso associato agli spiriti della montagna, trasformando simbolicamente la vetta in un luogo sospeso tra realtà e mito.

Durante la stagione estiva il territorio rivela un volto completamente diverso da quello invernale. I sentieri si snodano attraverso boschi, pascoli e crinali panoramici, offrendo percorsi adatti a ogni livello di preparazione. Gli escursionisti più allenati possono raggiungere la cima partendo da Riscone attraverso itinerari storici che attraversano la montagna in diverse ore di cammino. Chi preferisce passeggiate più accessibili trova invece nella Via Artis una proposta particolarmente originale: un percorso ad anello di oltre sette chilometri che ospita installazioni artistiche realizzate con il legno degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia del 2018. Un museo all’aperto che unisce memoria del territorio, sostenibilità e creatività contemporanea.

Per gli amanti dei panorami d’alta quota, una delle mete più apprezzate resta il vicino Piz da Peres, che supera i 2.500 metri e regala vedute spettacolari sulle Dolomiti di Valdaora e di San Vigilio. Da qui lo sguardo può spaziare fino ai gruppi montuosi più celebri delle Dolomiti, patrimonio mondiale UNESCO dal 2009.

La cima del Plan de Corones è diventata negli ultimi anni anche una destinazione culturale di primo piano. Il simbolo più evidente di questa trasformazione è il MMM Corones, uno dei sei musei ideati da Reinhold Messner. Progettato da Zaha Hadid e inaugurato nel 2015, l’edificio sembra emergere direttamente dalla roccia. Le sue grandi aperture panoramiche incorniciano le montagne come opere d’arte naturali e ospitano una riflessione sul rapporto tra uomo e alpinismo. Accanto al museo si trova il Lumen, centro dedicato alla fotografia di montagna, che racconta attraverso immagini e installazioni la lunga storia della rappresentazione delle Alpi.

A pochi passi sorge anche la Concordia 2000, una delle campane della pace più grandi d’Europa. Collocata sulla vetta nel 2003, pesa oltre diciotto tonnellate e ogni giorno a mezzogiorno diffonde il proprio rintocco sulle vallate circostanti, diventando un simbolo di dialogo tra i popoli alpini.

L’esperienza sul Plan de Corones non sarebbe completa senza la scoperta della cucina locale. Nei rifugi e nelle malghe si incontrano i sapori tipici dell’Alto Adige: canederli, speck, formaggi di montagna e specialità ladine come i tirtlan, frittelle ripiene che rappresentano una delle preparazioni più identitarie del territorio. Una tradizione gastronomica che nasce dall’incontro tra cultura alpina e mondo contadino.

Chi desidera una proposta più contemporanea può fermarsi all’AlpiNN, il ristorante ospitato all’interno del Lumen e guidato dallo chef Norbert Niederkofler, tra le figure più influenti della gastronomia europea. La sua filosofia “Cook the Mountain” valorizza esclusivamente ingredienti provenienti dall’ambiente alpino e dai produttori locali, trasformando il paesaggio in esperienza culinaria.

Il Plan de Corones rappresenta così una sintesi sorprendente di ciò che oggi cercano molti viaggiatori: natura autentica, patrimonio culturale, architettura contemporanea e qualità dell’accoglienza. Una montagna che continua a raccontare storie antiche guardando però con decisione al futuro, trasformando ogni salita verso la vetta in un percorso tra geologia, arte e identità alpina.


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La silenziosa rivoluzione tedesca che cambiò il volto della tavola

Nel 1959 Peter Raacke trasformò un oggetto quotidiano in un manifesto del design moderno. Le posate Mono-A, prodotte dalla tedesca Mono-Metallwarenfabrik Seibel, sono ancora oggi un riferimento assoluto per il design industriale internazionale.

Linee essenziali, acciaio inossidabile e assenza di qualsiasi decorazione. Con Mono-A il design tedesco del dopoguerra trovò una delle sue espressioni più radicali e durature, capace di influenzare generazioni di progettisti e di conquistare i maggiori musei del mondo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel 1959 la tavola europea era ancora dominata da oggetti che guardavano al passato. Le posate conservavano forme elaborate, manici decorati e una concezione estetica ereditata dall’Ottocento. Fu in quel contesto che nacque uno degli oggetti più influenti nella storia del design industriale: la serie Mono-A, progettata dal designer tedesco Peter Raacke per la Mono-Metallwarenfabrik Seibel, azienda fondata nel 1895 a Mettmann e destinata a diventare uno dei marchi simbolo del design tedesco del secondo dopoguerra.

L’idea nacque dalla volontà dell’imprenditore Herbert Seibel di rompere con le convenzioni estetiche dell’epoca. Per raggiungere questo obiettivo si affidò a Raacke, allora giovane progettista e docente destinato a diventare una figura centrale del design europeo. La risposta del designer fu sorprendente per radicalità e semplicità. Le Mono-A eliminarono ogni ornamento superfluo, riducendo la forma all’essenziale. La bellezza non derivava più dalla decorazione, ma dalla precisione delle proporzioni e dalla qualità del progetto.

La vera innovazione riguardava però il processo produttivo. Le Mono-A furono tra le prime posate realizzate da un unico pezzo di acciaio inossidabile. Da questa caratteristica derivò il nome stesso della serie: “Mono” come monoblocco. Forchette, cucchiai e coltelli venivano ottenuti da una singola lastra metallica e successivamente modellati, eliminando saldature e componenti separate. Una soluzione che riduceva i costi produttivi e migliorava al tempo stesso resistenza, durata e igiene dell’oggetto.

Anche l’aspetto formale appariva rivoluzionario. Il cucchiaio risultava più piatto rispetto agli standard tradizionali, la forchetta presentava rebbi corti e rigorosamente geometrici, mentre il coltello assumeva una silhouette slanciata e quasi architettonica. Ogni elemento sembrava progettato per esprimere equilibrio e funzionalità. In quegli anni il design tedesco stava sviluppando una nuova identità culturale fondata sui principi del funzionalismo e sulla lezione del Bauhaus. Le Mono-A rappresentarono una sintesi perfetta di quella visione.

La scelta del materiale contribuì ulteriormente alla modernità del progetto. Raacke utilizzò acciaio inox 18/10, una lega di cromo e nichel che garantiva brillantezza, resistenza alla corrosione e facilità di manutenzione. Oggi questo materiale è considerato uno standard, ma alla fine degli anni Cinquanta appariva ancora insolito per un prodotto destinato all’uso domestico quotidiano. L’acciaio evocava infatti il mondo industriale più che quello della tavola elegante.

L’accoglienza iniziale fu tutt’altro che entusiastica. Molti rivenditori giudicarono il progetto troppo estremo e distante dal gusto dominante. Alcuni critici definirono le posate “fredde”, altri le paragonarono addirittura a strumenti chirurgici. La situazione cambiò rapidamente quando il mondo del design internazionale iniziò a riconoscere il valore innovativo dell’oggetto. Premi, esposizioni e pubblicazioni specializzate contribuirono a trasformare quello che sembrava un azzardo commerciale in un autentico classico del design moderno.

Negli anni successivi le Mono-A entrarono nelle collezioni permanenti di importanti istituzioni museali. Il Museum of Modern Art di New York le ha incluse tra gli esempi più significativi del design del Novecento, mentre il Museum für Angewandte Kunst di Francoforte le considera una delle espressioni più riuscite del modernismo tedesco. La loro presenza nei musei testimonia un aspetto fondamentale del design industriale: la capacità di elevare un oggetto d’uso comune al rango di opera culturale.

Peter Raacke, scomparso nel 2022, ha dedicato gran parte della propria carriera alla progettazione di oggetti capaci di migliorare la vita quotidiana attraverso la semplicità. Le Mono-A rappresentano probabilmente il risultato più celebre di questa filosofia. Nel corso dei decenni l’azienda ha realizzato versioni speciali con finiture satinate o rivestimenti in oro, ma il disegno originario è rimasto sostanzialmente immutato. Una rarità nel mondo del design industriale, dove i prodotti vengono continuamente aggiornati per seguire le mode del momento.

A oltre sessant’anni dalla loro comparsa, le Mono-A continuano a essere prodotte e utilizzate. Non appartengono soltanto alla storia del design tedesco, ma a quella più ampia della cultura materiale del Novecento. Dimostrano come la vera innovazione non coincida necessariamente con la complessità tecnologica o con l’apparenza spettacolare. Talvolta basta ridurre un oggetto alla sua essenza per creare qualcosa destinato a durare nel tempo. In questo senso le Mono-A restano uno degli esempi più convincenti di come il design possa trasformare la quotidianità con un gesto tanto semplice quanto rivoluzionario.


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