Lagane e ceci continuano a ricordare la ricchezza che risiede nella memoria

Tra le ricette più rappresentative della cucina contadina dell’Italia meridionale, le lagane e ceci conservano una memoria che affonda nell’antichità classica. Un piatto essenziale, nato da pochi ingredienti, ma capace di raccontare storia, territorio e cultura alimentare.

Le lagane e ceci non sono soltanto una specialità regionale. Sono una testimonianza vivente della continuità della tradizione gastronomica mediterranea, dalle tavole dell’antica Roma fino alle cucine di Basilicata, Campania, Calabria e Puglia.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Fra le preparazioni che meglio raccontano la civiltà contadina del Mezzogiorno, poche possiedono il fascino storico delle lagane e ceci. Apparentemente semplici, custodiscono oltre duemila anni di tradizione gastronomica e rappresentano uno dei rari casi in cui un piatto può essere seguito quasi senza interruzioni dall’età romana fino ai giorni nostri. Ancora oggi Basilicata, Cilento, Calabria e Puglia ne rivendicano la paternità, interpretandolo con leggere varianti locali ma conservandone l’identità originaria.

L’elemento distintivo della ricetta è rappresentato dalle lagane, una pasta fresca preparata esclusivamente con semola di grano duro e acqua, senza l’aggiunta di uova. La sfoglia viene stesa e tagliata in larghe strisce, generalmente più corte e più spesse delle moderne tagliatelle. Il loro nome deriva dal greco laganon, passato poi nel latino laganum, termine con cui si indicava una sfoglia di impasto cotta sulla pietra o sul testo. Da questa antica preparazione discende anche il nome della lasagna, sebbene il piatto odierno abbia assunto nel tempo caratteristiche completamente diverse.

La notorietà delle lagane attraversa la letteratura classica. Nelle Satire, il poeta Quinto Orazio Flacco, nato a Venosa, ricorda con piacere il ritorno a casa per gustare un piatto di “porri, ceci e lagane”: «Inde domum me ad porri et ciceris refero laganique catinum». È una delle più antiche testimonianze della cucina italiana giunte fino a noi. All’epoca la sfoglia non veniva ancora lessata come la pasta moderna, ma cotta sulla pietra o nel forno; l’abbinamento con i ceci, tuttavia, era già consolidato e dimostra quanto antiche siano le radici di questa preparazione.

La forza del piatto risiede nella sua semplicità. I ceci, tradizionalmente lasciati in ammollo per diverse ore, vengono cotti lentamente con aglio, olio extravergine di oliva e aromi come rosmarino o alloro. In alcune zone si aggiungono pomodorini maturi per conferire maggiore freschezza al sapore, mentre in altre prevale una versione completamente “in bianco”. Le lagane vengono cotte direttamente nel liquido dei ceci, assorbendone il gusto e liberando l’amido necessario a ottenere quella consistenza cremosa che rappresenta il tratto distintivo della ricetta. A completare il piatto intervengono spesso un filo di olio extravergine a crudo, una punta di peperoncino oppure il caratteristico peperone crusco, ingrediente simbolo della cucina lucana.

Dal punto di vista nutrizionale, l’unione fra cereali e legumi costituisce uno degli esempi più efficaci della dieta mediterranea. Le proteine dei ceci e quelle del grano duro si completano reciprocamente, offrendo un apporto proteico di elevata qualità senza ricorrere a ingredienti di origine animale. È uno dei motivi per cui questa preparazione è rimasta per secoli alla base dell’alimentazione rurale, garantendo energia e sazietà con materie prime facilmente reperibili.

Le lagane e ceci sono inoltre profondamente legate al calendario delle feste popolari. In Basilicata e in Calabria venivano tradizionalmente preparate il 19 marzo, in occasione della festa di San Giuseppe, quando le tavole dedicate al santo accoglievano parenti, pellegrini e persone in difficoltà. Il piatto diventava così simbolo di condivisione e solidarietà, espressione concreta di un’antica cultura dell’accoglienza che ancora oggi sopravvive in molte comunità del Sud.

Ogni territorio custodisce la propria variante. Nel Cilento la ricetta mantiene un’impronta particolarmente essenziale; in Puglia le lagane vengono spesso tagliate in strisce leggermente più lunghe; in Basilicata il peperone crusco aggiunge una nota fragrante e intensa; in Calabria non è raro trovare una maggiore presenza di peperoncino. Cambiano piccoli dettagli, ma rimane immutato il principio fondamentale: valorizzare pochi ingredienti attraverso una preparazione lenta e rispettosa delle materie prime.

In un’epoca dominata dalla ricerca dell’innovazione gastronomica, le lagane e ceci continuano a ricordare che la vera ricchezza della cucina italiana risiede spesso nella sua memoria. Questo piatto racconta la continuità tra il mondo classico e quello contemporaneo, tra il sapere delle campagne e la moderna valorizzazione della dieta mediterranea. Ogni cucchiaiata restituisce il sapore di una storia millenaria che, con sorprendente naturalezza, continua ancora oggi a trovare posto sulle tavole del Sud Italia.


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Un contrappunto capace di esaltare gli aromi senza coprirli

Figlio della Magna Grecia e delle brezze del Mar Ionio, il Cirò Bianco DOC è uno dei vini simbolo della viticoltura calabrese. Elegante, sapido e luminoso, racconta una storia che attraversa quasi tremila anni di cultura del vino.

Prodotto prevalentemente da uve Greco Bianco lungo la costa crotonese, il Cirò Bianco DOC custodisce una tradizione che affonda le radici nell’antica Krimisa. Un vino che coniuga identità territoriale, equilibrio gustativo e una straordinaria vocazione gastronomica.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Tra i grandi vini del Mezzogiorno italiano, il Cirò Bianco DOC occupa un posto particolare. Non soltanto per le sue qualità organolettiche, ma perché rappresenta una delle espressioni più autentiche della viticoltura della Magna Grecia. Le vigne che oggi si affacciano sul Mar Ionio, nella provincia di Crotone, crescono infatti su un territorio dove il vino viene prodotto da quasi tremila anni. Qui, tra i comuni di Cirò, Cirò Marina, Crucoli e Melissa, la coltivazione della vite continua a essere parte integrante del paesaggio e dell’identità culturale della Calabria.

Le origini della denominazione si intrecciano con la storia dell’antica Krimisa, colonia achea fondata nell’VIII secolo a.C. La tradizione vuole che il vino prodotto in queste terre fosse offerto come premio ai vincitori dei giochi olimpici dell’antica Grecia, simbolo di prestigio e di eccellenza. Sebbene gli studiosi discutano ancora alcuni aspetti di questo racconto, è certo che la viticoltura dell’area abbia radici antichissime e che il territorio di Cirò sia uno dei più longevi distretti vinicoli del Mediterraneo. La Denominazione di Origine Controllata, istituita nel 1969, è stata tra le prime riconosciute in Calabria, sancendo ufficialmente il valore storico e qualitativo di questa produzione.

Il protagonista del Cirò Bianco DOC è il Greco Bianco, che deve costituire almeno l’80% dell’uvaggio. A questa varietà possono affiancarsi, entro i limiti previsti dal disciplinare, altri vitigni a bacca bianca autorizzati nella zona, come Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca. Il Greco Bianco trova in queste colline argillose e calcaree, costantemente accarezzate dalle brezze marine, un ambiente ideale per esprimere eleganza aromatica, freschezza e una spiccata impronta minerale.

Nel bicchiere il vino si presenta con un giallo paglierino brillante, spesso attraversato da riflessi verdolini che ne sottolineano la vivacità. Il profumo richiama immediatamente il paesaggio mediterraneo: fiori bianchi, zagara, pesca, nespola e leggere sfumature di erbe aromatiche si fondono in un bouquet delicato ma persistente. Al palato emerge una struttura equilibrata, sostenuta da una piacevole freschezza e da una sapidità che riflette la vicinanza del mare. Il finale, asciutto e leggermente mandorlato, è una delle caratteristiche più riconoscibili del Greco Bianco. La temperatura ideale di servizio si colloca tra gli 8 e i 10 gradi, condizione che ne valorizza la fragranza aromatica e la tensione gustativa.

Il rapporto tra il Cirò Bianco e la cucina è naturale quanto quello tra la vite e il suo territorio. La sua freschezza lo rende ideale accanto agli antipasti di mare, ai crostacei, alle ostriche e ai crudi di pesce, ma accompagna con equilibrio anche fritture leggere, spaghetti alle vongole e risotti ai frutti di mare. La buona struttura consente inoltre abbinamenti meno scontati con carni bianche delicate e formaggi freschi o di media stagionatura, come il Caciocavallo Silano DOP. Nella tradizione calabrese e lucana trova un’interessante sintonia anche con piatti della cucina contadina, tra cui le lagane e ceci, dove la sapidità del vino alleggerisce la cremosità dei legumi valorizzandone gli aromi.

Negli ultimi decenni il Cirò Bianco ha conosciuto una significativa evoluzione qualitativa grazie al lavoro di numerose aziende che hanno investito nella valorizzazione del Greco Bianco, nella riduzione delle rese e in tecniche di vinificazione capaci di preservarne il patrimonio aromatico. Pur rimanendo fedele alla propria identità territoriale, questo vino ha saputo conquistare l’interesse della critica internazionale, contribuendo a rinnovare l’immagine della viticoltura calabrese, oggi sempre più orientata verso produzioni di qualità legate ai vitigni autoctoni.

Il Cirò Bianco DOC dimostra come un vino possa diventare il racconto di un territorio. Ogni calice restituisce il carattere della costa ionica, la memoria della civiltà magnogreca e il lavoro di generazioni di viticoltori che hanno custodito un patrimonio unico. È un bianco che non ricerca effetti spettacolari, ma conquista per autenticità, equilibrio e capacità di interpretare con eleganza il paesaggio da cui nasce, confermandosi una delle espressioni più rappresentative dell’enologia del Sud Italia.

Il Cirò Bianco DOC trova una delle sue espressioni gastronomiche più interessanti accanto alle lagane e ceci, uno dei piatti simbolo della cucina contadina del Mezzogiorno. L’abbinamento potrebbe sorprendere chi associa i legumi esclusivamente ai vini rossi, ma la sapidità del Greco Bianco, sostenuta da una viva freschezza e da un finale delicatamente mandorlato, dialoga con equilibrio con la cremosità dei ceci e con la consistenza della pasta fresca preparata soltanto con semola e acqua. L’olio extravergine, il rosmarino e, nelle versioni lucane e calabresi, il peperone crusco trovano nel Cirò Bianco un contrappunto capace di esaltare gli aromi senza coprirli. È un incontro che racconta l’identità della Calabria e dell’intero Meridione, dove vino e cucina condividono la stessa storia agricola e mediterranea, trasformando ingredienti semplici in un patrimonio culturale di straordinaria ricchezza.


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Un racconto che celebra lo straordinario potere della gentilezza

Allen Levi firma un esordio sorprendente, diventato un fenomeno editoriale internazionale grazie al passaparola. Al centro della storia c’è un anziano sconosciuto che trasforma un’intera comunità con un gesto semplice, capace di riaccendere memoria, fiducia ed empatia.

Un uomo arriva senza fare rumore in una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti. Da quel momento prende forma un racconto corale in cui ogni incontro diventa occasione di ascolto e ogni ritratto restituito riporta alla luce una storia. “Theo da Golden” è un romanzo sulla forza discreta della gentilezza e sul bisogno universale di essere davvero visti.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

C’è qualcosa di profondamente controcorrente nel successo di Theo da Golden. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla ricerca dell’effetto immediato, il primo romanzo di Allen Levi conquista i lettori con un ritmo misurato, una scrittura attenta ai dettagli e una fiducia ostinata nella capacità degli esseri umani di riconoscersi gli uni negli altri. Un esordio letterario che, nato lontano dai grandi circuiti editoriali, ha costruito la propria fortuna attraverso il passaparola fino a diventare uno dei casi editoriali più sorprendenti degli ultimi anni.

La vicenda prende avvio in una mattina di primavera, quando un uomo molto anziano arriva a Golden, una tranquilla cittadina del Sud degli Stati Uniti. Di lui si sa pochissimo. Si presenta con il nome di Theo, non offre spiegazioni sul proprio passato e lascia intendere soltanto di avere alcuni “affari da sistemare”. L’apparente semplicità di questo ingresso nasconde però una storia destinata a modificare gli equilibri dell’intera comunità.

La svolta avviene all’interno di una caffetteria del centro, dove Theo rimane affascinato da una collezione di novantadue ritratti a matita raffiguranti gli abitanti del paese, realizzati da un artista locale con straordinaria sensibilità. Decide allora di acquistarli tutti, uno dopo l’altro, con l’intenzione di restituire ciascun ritratto alla persona rappresentata. È un gesto apparentemente minimo, ma che diventa il motore di una lunga serie di incontri destinati a cambiare la vita di chi li vive.

Allen Levi costruisce così un romanzo corale nel quale ogni consegna apre una porta sulla memoria, sulle ferite, sulle speranze e sulle relazioni dei protagonisti. Theo ascolta più di quanto parli, osserva con discrezione, coglie le fragilità invisibili che gli altri hanno imparato a nascondere. La sua presenza diventa un catalizzatore: amicizie inattese prendono forma, vecchi rancori si attenuano, persone rimaste ai margini della comunità ritrovano finalmente uno spazio di riconoscimento. La gentilezza non viene presentata come sentimentalismo, ma come una pratica concreta capace di modificare la realtà.

Il romanzo non rinuncia però alla dimensione narrativa del mistero. L’identità di Theo resta avvolta nell’incertezza per buona parte della storia, mentre affiorano indizi che rimandano a un legame lontano e a un destino destinato a compiersi senza clamore. Questa componente mantiene viva la tensione del racconto senza oscurarne il nucleo emotivo, fondato sull’incontro tra persone comuni e sul valore delle loro storie quotidiane.

Il percorso editoriale dell’opera è quasi sorprendente quanto la sua trama. Allen Levi, nato a Columbus, in Georgia, dopo gli studi in Giurisprudenza ha esercitato la professione di avvocato per circa dieci anni prima di dedicarsi completamente alla musica, pubblicando oltre venti album e centinaia di canzoni. Theo da Golden è il suo debutto nella narrativa: inizialmente autopubblicato, il romanzo ha conquistato un pubblico sempre più vasto grazie alle raccomandazioni dei lettori, fino a essere acquisito da una grande casa editrice e distribuito in decine di Paesi. Oggi le copie vendute hanno superato i due milioni e mezzo e il libro è diventato un autentico fenomeno internazionale.

Ciò che rende memorabile Theo da Golden non è soltanto la sua costruzione narrativa, ma la capacità di ricordare che ogni persona custodisce una storia degna di essere ascoltata. Levi evita il moralismo e sceglie invece la forza dei piccoli gesti, quelli che raramente fanno notizia ma che, nella vita reale, possono cambiare il modo in cui guardiamo gli altri e noi stessi. È forse proprio questa fiducia nell’umanità, raccontata con misura e autenticità, ad aver trasformato un romanzo nato quasi in silenzio in uno dei casi editoriali più significativi degli ultimi anni.


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Un anno di scuola, il film di Laura Samani dall’omonimo racconto di Giani Stuparich

Dal romanzo di Giani Stuparich nasce un film ambientato nella Trieste del 2007, dove l’arrivo di una studentessa svedese incrina gli equilibri di una classe tutta maschile. Un’opera che osserva l’adolescenza con autenticità, evitando stereotipi e facili moralismi.

L’ultimo anno di liceo diventa il luogo in cui si ride, ci si scontra, ci si innamora e si scopre chi si vuole diventare. Laura Samani firma un adattamento libero ma fedele allo spirito del testo di Giani Stuparich, facendo di Trieste una protagonista silenziosa del racconto.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

L’ingresso di una ragazza in una classe composta esclusivamente da ragazzi basta a cambiare il ritmo di un’intera storia. È questa l’intuizione narrativa da cui prende forma Un anno di scuola, il nuovo film di Laura Samani, tratto dall’omonimo racconto di Giani Stuparich, uno dei maggiori scrittori triestini del Novecento. La regista friulana, già apprezzata per Piccolo corpo, torna a raccontare l’età delle trasformazioni scegliendo ancora una volta un linguaggio essenziale, capace di restituire emozioni senza enfasi e di affidare ai gesti più che alle parole il peso della narrazione.

La vicenda è ambientata nel settembre del 2007. Fredrika, diciottenne svedese, arriva a Trieste dopo il trasferimento del padre, chiamato a dirigere una difficile ristrutturazione aziendale. L’iscrizione a un istituto tecnico frequentato esclusivamente da studenti maschi rompe immediatamente gli equilibri di una compagnia formata da Pasini, Mitis e Antero. Da tre diventano quattro, e quel nuovo assetto modifica amicizie, rivalità, desideri e rapporti di forza. Fred, come viene subito ribattezzata dai compagni, entra nel gruppo con naturalezza, ma la sua presenza costringe tutti a confrontarsi con un’identità ancora in costruzione e con sentimenti che nessuno aveva davvero imparato a riconoscere.

Il film conserva lo spirito del racconto di Stuparich, pubblicato nel 1929 e ispirato ai ricordi giovanili dell’autore nella Trieste asburgica di inizio Novecento, ma trasferisce l’azione all’inizio degli anni Duemila. Questa scelta non altera il nucleo del testo originale: le dinamiche dell’adolescenza, il difficile passaggio all’età adulta e il confronto tra desiderio di appartenenza e bisogno di affermare la propria individualità restano sorprendentemente attuali. La figura di Fredrika, proveniente dalla Svezia, introduce inoltre un diverso sguardo sui rapporti tra ragazzi e ragazze, suggerendo un confronto culturale con una società dove la parità di genere è vissuta con maggiore naturalezza.

Uno dei maggiori punti di forza dell’opera è il modo in cui Laura Samani osserva i suoi protagonisti. Non ci sono eroi né antagonisti, ma adolescenti ancora plasmabili, attraversati da entusiasmi improvvisi, fragilità e contraddizioni. La regista sceglie interpreti alla loro prima esperienza cinematografica, ottenendo una spontaneità che rende ogni dialogo credibile e ogni silenzio significativo. La recitazione evita qualsiasi artificio, lasciando emergere la vitalità di un gruppo che cresce davanti agli occhi dello spettatore.

Anche Trieste assume un ruolo fondamentale. Le sue strade, i caffè, il mare, i quartieri e gli spazi dell’Istituto Galvani non costituiscono un semplice sfondo, ma accompagnano il percorso dei protagonisti, amplificando il senso di una città da sempre sospesa tra culture, lingue e identità diverse. Questa dimensione di confine, caratteristica della storia triestina, dialoga con quella dei personaggi, anch’essi in bilico tra ciò che sono stati e ciò che diventeranno.

La fotografia privilegia la luce naturale e una messa in scena sobria, mentre la colonna sonora accompagna il racconto senza sovrastarlo. Samani evita le convenzioni di molto cinema adolescenziale contemporaneo, rinunciando a effetti spettacolari e conflitti esasperati. L’adolescenza viene raccontata come un tempo di scoperta, di errori e di libertà, senza indulgere né nel sentimentalismo né nella cronaca nera che spesso domina le narrazioni dedicate ai giovani. Il lungo piano sequenza conclusivo sintetizza questa poetica: restituisce a Fredrika il proprio nome e il proprio spazio, trasformando il finale in un momento di autentica consapevolezza.

Presentato nel 2025 e distribuito nelle sale italiane nel 2026, Un anno di scuola conferma Laura Samani tra le voci più interessanti del nuovo cinema italiano. Il suo adattamento non si limita a trasporre un classico della letteratura triestina, ma lo rinnova con sensibilità contemporanea, dimostrando come le domande che accompagnano la fine dell’adolescenza – l’identità, l’amicizia, il desiderio, la paura di crescere – continuino ad attraversare ogni generazione con la stessa forza.


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Il cuore del Piemonte custodisce un patrimonio di natura e cultura

Tra colline disegnate dai vigneti, borghi medievali, castelli e sapori che hanno conquistato il mondo, il cuore del Piemonte custodisce un patrimonio in cui natura, storia e lavoro dell’uomo convivono in perfetto equilibrio.

Visitare Langhe, Monferrato e Roero significa attraversare un territorio che racconta secoli di civiltà contadina e di eccellenza enologica. Un viaggio tra paesaggi riconosciuti dall’UNESCO, grandi vini, letteratura e tradizioni gastronomiche che continuano a definire l’identità di questa parte d’Italia.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Le colline cambiano colore con le stagioni, ma non perdono mai la loro armonia. Filari ordinati, castelli che dominano i crinali, piccoli borghi raccolti attorno a una piazza e strade che sembrano seguire il ritmo naturale del paesaggio: Langhe, Monferrato e Roero rappresentano uno dei territori più riconoscibili d’Europa, dove il rapporto tra uomo e natura ha prodotto un equilibrio che va ben oltre l’agricoltura. Dal 2014 i Paesaggi vitivinicoli del Piemonte sono iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, un riconoscimento che valorizza non solo la qualità dei vini, ma una cultura millenaria costruita attorno alla vite, all’architettura rurale e alla sapienza contadina.

Quando si parla di Langhe si pensa subito ad Alba, ma il territorio è molto più articolato. La Bassa Langa, dominata dai vigneti del Nebbiolo, ospita località celebri come Barolo, Barbaresco, La Morra, Monforte d’Alba e Serralunga d’Alba. L’Alta Langa, invece, sale verso quote più elevate, tra boschi, noccioleti e piccoli centri che conservano un carattere più appartato. A est si estende la Langa Astigiana, dove il paesaggio si fonde con quello del Monferrato, creando un mosaico di colline che cambiano continuamente aspetto.

Alba rappresenta il naturale punto di partenza. Fondata dai Romani come Alba Pompeia, conserva ancora oggi l’impianto medievale che le valse il soprannome di “Città delle Cento Torri”. È anche il centro simbolico della gastronomia locale, tanto da essere stata riconosciuta dall’UNESCO come Città Creativa per la Gastronomia. In autunno richiama visitatori da tutto il mondo grazie alla Fiera Internazionale del Tartufo Bianco, uno degli appuntamenti gastronomici più prestigiosi d’Europa. Qui la cucina piemontese trova alcune delle sue espressioni più celebri: tajarin, ravioli del plin, carne cruda battuta al coltello e naturalmente il tartufo, protagonista di una tradizione che unisce ricerca, territorio e alta ristorazione.

Pochi chilometri separano Alba da Barolo e Barbaresco, nomi che identificano tanto i borghi quanto i vini che li hanno resi famosi nel mondo. Il Barolo nasce esclusivamente da uve Nebbiolo coltivate in undici comuni, mentre il Barbaresco viene prodotto in un’area più contenuta, caratterizzata da un’espressione diversa dello stesso vitigno. Le cantine, molte delle quali aperte alle visite, raccontano una storia fatta di innovazione e tradizione, dove tecniche secolari convivono con le più moderne pratiche enologiche. A Barolo merita una visita il WiMu – Museo del Vino, ospitato nel Castello Falletti, che ripercorre il rapporto tra l’uomo e la cultura vitivinicola attraverso un allestimento multimediale.

Il Roero, sulla riva sinistra del Tanaro, offre un paesaggio differente. Le celebri Rocche, profonde incisioni create dall’erosione nel corso dei millenni, conferiscono a quest’area un aspetto quasi spettacolare, alternando boschi, pareti sabbiose e vigneti. Meno frequentato rispetto alle Langhe, il Roero conserva un carattere autentico, fatto di castelli, sentieri naturalistici e piccoli centri dove il tempo sembra procedere con maggiore lentezza. Qui nasce anche il Roero Arneis, uno dei più importanti vini bianchi piemontesi.

Il Monferrato completa questo straordinario triangolo culturale con un paesaggio più dolce e diffuso, costellato di borghi storici, infernot scavati nella pietra da cantoni e grandi produzioni vinicole legate soprattutto alla Barbera e al Moscato. Tra Canelli, patria dello spumante italiano moderno, e le colline attorno a Nizza Monferrato si sviluppa una tradizione enologica che ha contribuito in modo decisivo all’identità del Piemonte. Proprio Canelli custodisce le celebri “cattedrali sotterranee”, immense cantine storiche scavate nel tufo dove maturano milioni di bottiglie di spumante.

Il fascino di questi territori non dipende soltanto dal vino. Le Langhe sono anche la terra letteraria di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, che proprio tra queste colline hanno ambientato pagine fondamentali della narrativa italiana del Novecento. Le loro opere restituiscono un paesaggio umano prima ancora che geografico, fatto di memoria, lavoro, Resistenza e appartenenza. È questa stratificazione culturale, insieme alla qualità del paesaggio, a rendere Langhe, Monferrato e Roero molto più di una meta enogastronomica: un luogo dove ogni collina racconta una storia e ogni vigneto conserva il segno di una civiltà che continua a rinnovarsi senza perdere la propria identità.


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Le posate Zermatt inserite nella collezione permanente del Centre Pompidou a Parigi

Con la collezione disegnata da Patrick Jouin nel 2010, Puiforcat rinnova la propria tradizione trasformando un oggetto quotidiano in un esercizio di equilibrio tra funzionalità, ergonomia e ricerca formale. Un progetto che ha trovato posto anche nelle collezioni dei grandi musei del design.

Linee tese come una cresta alpina, superfici che modellano la luce e una sorprendente attenzione all’esperienza d’uso. Zermatt non è semplicemente un servizio di posate, ma un manifesto del design contemporaneo capace di dialogare con la grande tradizione dell’argenteria francese.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Osservare una posata raramente significa interrogarsi sul progetto che l’ha generata. Eppure esistono oggetti capaci di trasformare un gesto quotidiano in un’esperienza estetica. È il caso di Zermatt, il servizio disegnato nel 2010 dal designer francese Patrick Jouin per la storica maison Puiforcat, una collezione che sintetizza rigore geometrico, innovazione tecnica e raffinatezza artigianale in un linguaggio essenziale, destinato a diventare un riferimento del design contemporaneo.

Fondata a Parigi nel 1820, Puiforcat rappresenta uno dei nomi più prestigiosi dell’alta oreficeria francese. La maison deve gran parte della propria fama a Jean Puiforcat, maestro argentiere che negli anni Trenta contribuì a ridefinire il gusto Art Déco applicandolo agli oggetti della tavola attraverso forme pure, proporzioni rigorose e una ricerca costante dell’essenzialità. Patrick Jouin raccoglie questa eredità senza limitarvisi, reinterpretandola con un linguaggio attuale che conserva il rispetto per la tradizione ma guarda con decisione al design del XXI secolo.

La collezione prende il nome da Zermatt, la celebre località svizzera ai piedi del Cervino. Proprio la silhouette della montagna ispira il profilo delle posate: superfici sfaccettate, linee nette e una nervatura centrale che attraversa ogni elemento, amplificandone la tridimensionalità attraverso raffinati giochi di luce. L’acciaio lucidato riflette l’ambiente con continuità, trasformando cucchiaio, forchetta e coltello in piccoli volumi scultorei, dove ogni spigolo contribuisce alla percezione dell’oggetto.

Realizzato in acciaio inox 18/10 e 13/10 e rifinito interamente a mano, il servizio introduce una novità importante nella produzione Puiforcat. Tradizionalmente associata all’argento massiccio, la maison sceglie infatti l’acciaio come materiale principale, coniugando resistenza, praticità e qualità estetica. La decisione segna un passaggio significativo: il lusso non coincide più soltanto con il materiale prezioso, ma con l’intelligenza del progetto, la precisione costruttiva e il piacere dell’uso quotidiano.

Ogni dettaglio nasce da una precisa riflessione funzionale. La forchetta adotta tre rebbi anziché quattro, richiamando alcune celebri creazioni di Jean Puiforcat e facilitando al tempo stesso la pulizia. Il coltello costituisce probabilmente l’elemento più originale dell’intera serie: il manico si sviluppa come naturale prosecuzione della lama e la sua particolare geometria permette di appoggiarlo sul tavolo mantenendo il filo sollevato dalla tovaglia. Una soluzione elegante che rende superfluo il tradizionale poggia-coltello e sottolinea la continuità tra funzione e forma. Anche il cucchiaio abbandona qualsiasi distinzione evidente tra conca e impugnatura, presentandosi come un unico volume modellato con assoluta fluidità.

Patrick Jouin, nato a Nantes nel 1967 e formatosi all’École Nationale Supérieure de Création Industrielle di Parigi, è considerato uno dei maggiori protagonisti del design francese contemporaneo. Dopo aver collaborato con Philippe Starck, ha sviluppato una produzione che spazia dall’arredo agli oggetti d’uso, fino agli interni di alcuni dei più celebri ristoranti dello chef Alain Ducasse. Nei suoi progetti convivono ricerca tecnologica, sperimentazione formale e una particolare attenzione all’ergonomia, qualità che nella collezione Zermatt trovano una delle espressioni più compiute.

Il riconoscimento internazionale non ha tardato ad arrivare. Le posate Zermatt sono entrate nella collezione permanente del Centre Pompidou di Parigi e figurano in altri importanti musei dedicati al design e alle arti decorative. È un risultato che conferma come un oggetto apparentemente semplice possa assumere un valore culturale quando riesce a ridefinire il rapporto tra estetica e funzione.

A distanza di oltre quindici anni dalla sua presentazione, Zermatt conserva intatta la propria modernità. Non cerca effetti spettacolari né decorazioni superflue, ma dimostra come la qualità del design risieda nella capacità di migliorare i gesti più comuni attraverso forme essenziali e perfettamente risolte. È questa discreta perfezione a fare della collezione di Patrick Jouin uno dei più significativi esempi di design per la tavola del nuovo millennio.


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Un piatto sulle tavole delle feste, ed anche delle domeniche in casa

Un piatto che unisce la ricchezza del ragù, la morbidezza della ricotta e un formato di pasta diventato simbolo della tradizione partenopea. Dietro una ricetta apparentemente semplice si nasconde una storia che attraversa secoli di cultura gastronomica.

I Manfredi con la ricotta rappresentano uno dei grandi classici della cucina campana. Preparati nelle ricorrenze familiari e soprattutto nel periodo di Carnevale, raccontano una tradizione in cui storia, convivialità e gusto continuano a intrecciarsi sulla stessa tavola.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Tra i primi piatti della tradizione napoletana ce n’è uno che conserva ancora oggi il sapore delle grandi occasioni. I Manfredi con la ricotta non sono soltanto una ricetta di famiglia, ma una vera dichiarazione d’identità gastronomica, capace di trasformare pochi ingredienti in un piatto ricco, avvolgente e profondamente legato alla memoria collettiva. Ancora oggi trovano posto sulle tavole delle feste, soprattutto durante il Carnevale, ma anche nelle domeniche in cui la cucina torna a essere il centro della vita domestica.

La loro origine si perde tra storia e leggenda. La tradizione più diffusa racconta che il piatto nacque per rendere omaggio a Manfredi di Svevia, re di Sicilia, durante uno dei suoi passaggi nell’Italia meridionale. Si dice che il sovrano apprezzasse particolarmente la ricotta e che proprio per conquistarne il favore venne preparata questa pasta condita con salsa di pomodoro e formaggio fresco. Che il racconto sia storicamente documentato o appartenga al patrimonio delle narrazioni popolari, resta il fatto che il nome del sovrano è rimasto indissolubilmente legato a uno dei piatti più rappresentativi della cucina partenopea.

Protagonista della ricetta è un formato di pasta molto particolare. I Manfredi, conosciuti anche come mafalde, mafaldine o reginette, sono lunghe strisce di semola caratterizzate dai caratteristici bordi ondulati. Spesso vengono accostati alle lasagne, ma rispetto alla sfoglia tradizionale risultano più sottili e leggere. La loro conformazione permette di trattenere perfettamente il condimento, rendendo ogni forchettata equilibrata tra pasta, sugo e ricotta. Non è un caso che questo formato venga considerato uno dei più adatti alla cucina napoletana dei giorni di festa.

L’altro elemento imprescindibile è naturalmente il condimento. Nella versione più tradizionale il protagonista è il celebre ragù napoletano, preparato con lunghe ore di cottura, carne di manzo, costine di maiale, salsiccia, cipolla, vino rosso e pomodoro. La salsa viene poi amalgamata con ricotta di bufala, oppure con ricotta vaccina ben scolata, fino a ottenere una crema morbida e vellutata che avvolge completamente la pasta. Basilico fresco, pepe nero e una generosa spolverata di Parmigiano Reggiano o Pecorino completano il piatto senza alterarne l’equilibrio.

Accanto alla preparazione classica convivono numerose varianti domestiche. Molte famiglie napoletane scelgono infatti un semplice sugo di pomodoro cotto lentamente, più leggero ma altrettanto saporito, capace di valorizzare la dolcezza della ricotta senza la complessità del ragù. È una versione che mantiene intatto il carattere della ricetta e permette di portarla in tavola anche al di fuori delle festività, trasformandola in un confortante pranzo della domenica.

La forza dei Manfredi con la ricotta risiede proprio in questo equilibrio tra semplicità e ricchezza. La cremosità della ricotta attenua l’intensità del pomodoro, mentre il formato della pasta contribuisce a distribuire il condimento in modo uniforme. Ogni ingrediente svolge un ruolo preciso senza prevalere sugli altri, secondo una logica tipica della migliore cucina mediterranea, dove la qualità della materia prima conta più della complessità delle preparazioni.

Oggi questo piatto continua a occupare un posto speciale nella cultura gastronomica campana. È presente nei menu delle trattorie storiche, viene reinterpretato dagli chef contemporanei e resta una delle ricette più amate della tradizione domestica. In un’epoca in cui la cucina tende spesso a stupire attraverso elaborazioni sofisticate, i Manfredi con la ricotta ricordano che l’eccellenza può nascere anche dall’incontro tra pochi ingredienti autentici e una lunga memoria collettiva. È proprio questa capacità di attraversare il tempo senza perdere identità a farne uno dei grandi classici della tavola napoletana.


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Carattere dei suoli vulcanici, clima delle colline e pazienza contadina

Tra Basilicata e Campania nasce uno dei vini più longevi e prestigiosi d’Italia. Elegante, intenso e strutturato, l’Aglianico ha saputo conquistare il panorama internazionale grazie alla sua straordinaria capacità di evolvere nel tempo e di accompagnare la cucina della tradizione mediterranea.

Profumi di frutti rossi, spezie, tabacco e note minerali si fondono in un vino che rappresenta una delle espressioni più alte della viticoltura meridionale. L’Aglianico è il risultato di una storia antica, di territori unici e di una cultura del vino che continua a rinnovarsi.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Pochi vitigni italiani riescono a esprimere il carattere del territorio con la stessa intensità dell’Aglianico. Austero in gioventù, profondo nella maturità, questo grande rosso del Mezzogiorno possiede una personalità inconfondibile, costruita su un equilibrio tra forza e finezza che gli ha valso il soprannome di “Barolo del Sud”. È un vino che richiede tempo, sia nella coltivazione sia nell’affinamento, ma ricompensa l’attesa con una straordinaria complessità aromatica e una longevità tra le più elevate del panorama enologico italiano.

Le origini del vitigno affondano nell’antichità. Secondo la teoria più accreditata, sarebbe stato introdotto nell’Italia meridionale dai coloni greci tra il VII e il VI secolo a.C., anche se il nome “Aglianico” comparve solo molto più tardi. Per lungo tempo si è ritenuto derivasse da “ellenico”, termine trasformato in “aglianico” durante la dominazione aragonese, quando la doppia “ll” spagnola veniva pronunciata con il suono “gli”. Pur restando aperto il dibattito sulle sue origini genetiche, il vitigno è oggi considerato uno dei simboli storici della viticoltura del Sud Italia.

Le sue aree di elezione sono due. In Campania dà vita al celebre Taurasi DOCG, prodotto soprattutto in provincia di Avellino, e all’Aglianico del Taburno DOCG, nel Beneventano. In Basilicata raggiunge una delle sue espressioni più nobili nell’Aglianico del Vulture DOCG, coltivato sulle pendici dell’antico vulcano Monte Vulture. I terreni ricchi di minerali, le forti escursioni termiche e le altitudini elevate contribuiscono a conferire ai vini una straordinaria complessità, con una marcata impronta territoriale.

Dal punto di vista enologico, l’Aglianico si distingue per l’elevata acidità e la consistente presenza di tannini, elementi che gli permettono di affrontare lunghi affinamenti in botte e successivamente in bottiglia. Da giovane può apparire severo e quasi ruvido, ma con il passare degli anni sviluppa un profilo aromatico di grande eleganza, nel quale le note di amarena, prugna e mora si arricchiscono progressivamente di sentori di tabacco, liquirizia, cuoio, cacao, pepe nero e leggere sfumature balsamiche. È proprio questa continua evoluzione a renderlo uno dei vini più apprezzati dagli intenditori.

L’Aglianico è anche un protagonista della tavola. La sua struttura lo rende ideale con brasati, selvaggina, carni arrosto, agnello, funghi e formaggi stagionati. Ma trova un abbinamento particolarmente riuscito anche con uno dei piatti più rappresentativi della cucina napoletana: i Manfredi con la ricotta. La buona acidità e l’importante trama tannica contrastano infatti la morbidezza della ricotta e la ricchezza del ragù, detergendo il palato dopo ogni boccone e ristabilendo un equilibrio gustativo che invita immediatamente alla forchettata successiva. È un esempio perfetto di come vino e cucina possano valorizzarsi reciprocamente quando condividono la stessa cultura gastronomica.

Negli ultimi decenni l’Aglianico ha conosciuto una significativa crescita qualitativa grazie al lavoro di numerose aziende che hanno investito nella valorizzazione dei singoli cru, nella riduzione delle rese e nella ricerca di uno stile sempre più rispettoso del territorio. Oggi le sue etichette figurano stabilmente nelle principali guide internazionali e sono presenti nelle carte dei vini dei ristoranti più prestigiosi, contribuendo a rafforzare l’immagine del vino italiano nel mondo.

Più che un semplice vitigno, l’Aglianico rappresenta una sintesi della storia agricola del Mezzogiorno. È il frutto di una tradizione millenaria che continua a dialogare con l’innovazione senza rinunciare alla propria identità. Nel calice racconta il carattere dei suoli vulcanici, il clima delle colline interne e la pazienza di chi sa che i grandi vini non si costruiscono in una stagione, ma nel tempo. È questa capacità di unire memoria, territorio ed eccellenza a renderlo uno dei protagonisti assoluti dell’enologia italiana.


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Hazel Riley compie il lungo percorso narrativo della serie Game of Gods

L’ultimo capitolo di Game of Gods conclude una delle serie romantasy più seguite dalla comunità di BookTok. Tra richiami alla mitologia greca, dark romance e percorsi di rinascita, Catarsi tira le fila delle vicende della famiglia Lively, affidando ai suoi protagonisti l’ultima prova: imparare a convivere con il proprio passato.

La conclusione della saga firmata Hazel Riley non punta sull’effetto sorpresa, ma sulla maturazione dei personaggi. Un romanzo che intreccia emozione, simbolismo e relazioni, trasformando il mito classico in una storia contemporanea di crescita e riconciliazione.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Con Game of Olympus. Catarsi, pubblicato da Sperling & Kupfer nel giugno 2026, Hazel Riley porta a compimento il lungo percorso narrativo della serie Game of Gods, una delle saghe italiane di romantasy e dark romance che più hanno saputo conquistare il pubblico giovane attraverso BookTok. Il volume conclusivo – oltre cinquecento pagine – non rappresenta soltanto l’epilogo delle vicende della famiglia Lively, ma anche il momento in cui ogni personaggio è chiamato a confrontarsi definitivamente con il proprio passato.

L’universo costruito dall’autrice fonde elementi del romance contemporaneo con una rilettura della mitologia greca. Gli dèi olimpici diventano identità simboliche attraverso cui raccontare fragilità, passioni e conflitti interiori, in un’ambientazione che alterna il campus della Yale University alle spiagge della California. Il riferimento al mito non è mai decorativo: serve piuttosto a dare profondità psicologica ai protagonisti e a trasformare archetipi antichi in figure capaci di parlare ai lettori di oggi.

Il titolo, Catarsi, richiama direttamente il concetto elaborato nella poetica di Aristotele: quel processo di purificazione emotiva che il teatro tragico produce nello spettatore attraverso pietà e paura. Hazel Riley ne offre una rilettura moderna. Dopo aver scoperchiato il loro personale “vaso di Pandora” e affrontato segreti familiari rimasti nascosti per anni, i protagonisti comprendono che la felicità non coincide con un traguardo definitivo, ma con una continua capacità di affrontare ciò che resta irrisolto.

Ogni figura centrale trova così il proprio spazio conclusivo. Hades e Haven sono pronti a suggellare il loro legame con una promessa d’amore destinata a durare. Apollo tenta invece di liberarsi definitivamente dal dolore che lo ha accompagnato per gran parte della sua esistenza, mentre Poseidon affronta un distacco che avrebbe voluto rimandare per sempre. Athena continua il difficile equilibrio tra razionalità e sentimento, affiancata da Dionysus, impegnato a risalire dal proprio abisso personale grazie allo sguardo di chi sceglie di non giudicarlo. Anche Hera, Ares ed Hermes devono infine fare i conti con il peso dell’eredità paterna, trasformando ferite e cicatrici in strumenti di crescita.

L’aspetto più interessante del romanzo risiede proprio nel messaggio che attraversa tutte queste storie. La guarigione non passa attraverso la cancellazione del dolore, ma attraverso la sua accettazione. Le cicatrici non vengono nascoste: diventano la prova concreta della strada percorsa. È una prospettiva che si allontana dalle conclusioni consolatorie per proporre una maturità emotiva più credibile, nella quale anche le ombre degli antagonisti, Crono e Crio, finiscono progressivamente per perdere il loro potere sui protagonisti, lasciando spazio a una serenità conquistata e non semplicemente ricevuta.

La serie si conclude così dopo un percorso articolato in sei romanzi: Game of Gods. Discesa agli inferi, Game of Titans. Ascesa al paradiso, Game of Chaos. Redenzione, Game of Desire. Devozione, Game of Lust. Tentazione e infine Game of Olympus. Catarsi. Un progetto narrativo costruito come una progressiva esplorazione delle relazioni umane attraverso figure ispirate al pantheon ellenico, capace di fondere dinamiche sentimentali, tensione psicologica e suggestioni classiche in una formula che ha trovato una vasta comunità di lettori sui social dedicati ai libri.

Per chi ha seguito fin dall’inizio le vicende dei Lively, Catarsi rappresenta la chiusura naturale di tutti i fili narrativi rimasti aperti. Per chi si avvicina oggi alla saga, è invece il segnale di un fenomeno editoriale che testimonia quanto la mitologia classica continui a offrire materia narrativa inesauribile, soprattutto quando viene reinterpretata con sensibilità contemporanea e con un’attenzione costante alle trasformazioni emotive dei suoi protagonisti.


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L’ascesa di Putin attraverso lo sguardo del suo più enigmatico consigliere

Jude Law offre una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera, in un’opera che interroga il rapporto tra comunicazione, manipolazione e costruzione del consenso. Dal romanzo di Giuliano da Empoli nasce un film che ripercorre l’ascesa di Vladimir Putin.

Più che un semplice biopic politico, Il Mago del Cremlino è un viaggio dentro i meccanismi del potere contemporaneo. Olivier Assayas racconta la Russia post-sovietica attraverso un protagonista immaginario ispirato a Vladislav Surkov, trasformando la cronaca recente in una riflessione sul ruolo della narrazione nella politica del XXI secolo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

L’Unione Sovietica è appena crollata quando Mosca diventa il laboratorio di una nuova epoca. Tra privatizzazioni, oligarchi emergenti e istituzioni in cerca di una nuova identità, tutto sembra possibile. È in questo scenario che prende forma Il Mago del Cremlino, il nuovo film di Olivier Assayas, tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022 e insignito del Grand Prix du roman de l’Académie française. L’adattamento cinematografico, distribuito nelle sale italiane dal 12 febbraio 2026, conserva l’impianto narrativo del libro trasformandolo in un racconto politico di ampio respiro.

Il protagonista è Vadim Baranov, personaggio di finzione costruito sulla figura reale di Vladislav Surkov, per anni influente consigliere del Cremlino e considerato uno dei principali teorici della comunicazione politica russa. Intellettuale affascinato dal teatro e dai linguaggi della rappresentazione, Baranov comprende presto che il vero palcoscenico non è più quello artistico ma quello del potere. Dopo un’esperienza televisiva, entra nei meccanismi della politica che accompagnano il tramonto della presidenza di Boris Eltsin e partecipa all’individuazione del successore ideale: un funzionario dell’FSB allora poco noto, Vladimir Putin. Da quel momento diventa il suo più fidato stratega, contribuendo alla costruzione dell’immagine pubblica destinata a segnare la Russia del nuovo millennio.

Assayas sceglie di osservare Putin indirettamente, evitando il tradizionale film biografico. Il centro della narrazione è infatti il rapporto tra il leader e chi ne costruisce il racconto pubblico, mostrando come propaganda, televisione, linguaggio e controllo dell’informazione possano diventare strumenti di governo. Il film attraversa oltre trent’anni di storia russa, dalle guerre cecene all’affondamento del sottomarino Kursk, fino alle proteste di Euromaidan e alle moderne campagne di disinformazione digitale, restituendo l’impressione di un potere che si alimenta soprattutto attraverso la gestione delle percezioni collettive.

Il cast internazionale rappresenta uno dei punti di forza della produzione. Paul Dano interpreta Baranov con una recitazione misurata e inquieta, mentre Jude Law sorprende per la straordinaria trasformazione fisica e gestuale nel ruolo di Putin. Più che un’imitazione, la sua è una ricostruzione psicologica fatta di silenzi, posture e controllo, capace di restituire la freddezza pragmatica del leader russo senza scadere nella caricatura. Accanto a loro figurano Alicia Vikander nel ruolo di Ksenia, Jeffrey Wright nei panni di un giornalista americano che raccoglie il racconto di Baranov e Tom Sturridge.

Il film evita deliberatamente una lettura moralistica. È proprio questa scelta ad aver alimentato un vivace dibattito critico. Alcuni osservatori hanno evidenziato come l’opera finisca per attribuire a Putin una dimensione quasi inevitabile, mostrando il protagonista più come interprete delle logiche profonde della Russia che come semplice artefice del proprio potere. Anche la figura di Baranov evolve in modo ambiguo: da presunto manipolatore del leader si trasforma progressivamente in una sorta di riflesso del suo stesso creato, fino a esserne assorbito sul piano umano e simbolico. Una prospettiva che rende difficile separare il giudizio estetico da quello etico, lasciando nello spettatore un interrogativo aperto sul rapporto tra rappresentazione e legittimazione del potere.

Dal punto di vista cinematografico, Assayas mantiene il proprio stile sobrio e analitico. La prima parte, ambientata nella Mosca degli anni Novanta, restituisce con efficacia l’atmosfera di entusiasmo, precarietà e opportunismo che accompagnò la transizione post-sovietica. La regia privilegia il realismo e la ricostruzione storica, rinunciando spesso agli effetti spettacolari per concentrarsi sui dialoghi, sulle relazioni e sulle dinamiche psicologiche dei personaggi. Il risultato è un’opera che procede con il ritmo del grande romanzo politico più che del thriller.

Il Mago del Cremlino non pretende di spiegare definitivamente Vladimir Putin né la Russia contemporanea. Piuttosto suggerisce che il potere moderno nasce dall’intreccio fra realtà e narrazione, fra consenso e rappresentazione, in un tempo in cui la comunicazione è diventata parte integrante dell’azione politica. È proprio questa ambiguità, più che le risposte offerte, a rendere il film uno degli adattamenti letterari più discussi e stimolanti della stagione cinematografica.


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