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  • Il movimento visto attraverso i documenti inediti e le voci di ex militanti e dirigenti

    Il movimento visto attraverso i documenti inediti e le voci di ex militanti e dirigenti

    Dopo l’inchiesta dedicata a CasaPound, Paolo Berizzi torna a occuparsi della destra radicale italiana. Il suo nuovo lavoro concentra l’attenzione su Forza Nuova, dalla fondazione all’estero alla permanenza sulla scena politica italiana per quasi tre decenni.


    A cura di Elena Conti

    Questa volta Paolo Berizzi prova ad aprire una porta rimasta a lungo chiusa. Il libro segreto di Forza Nuova, pubblicato da Fuoriscena il 22 settembre 2026, è un volume di 336 pagine che prosegue il lavoro d’inchiesta iniziato con Il libro segreto di CasaPound. Il metodo dichiarato dall’editore è quello dell’indagine giornalistica: materiali inediti, documenti, racconti e testimonianze esclusive di ex militanti ed ex dirigenti, alcuni dei quali oggi hanno abbandonato sia la politica sia l’estremismo.

    Al centro c’è Forza Nuova, organizzazione fondata nel 1997 da Roberto Fiore e Massimo Morsello. La scheda editoriale ricorda che entrambi si trovavano allora all’estero ed erano stati condannati in via definitiva, rispettivamente, per associazione sovversiva e banda armata. Il libro segue quindi un movimento che, a differenza di altre formazioni della destra radicale italiana, ha attraversato quasi trent’anni conservando lo stesso leader, Fiore, e lo stesso simbolo. Fuoriscena lo definisce esplicitamente un partito neofascista che si ispira al fascismo: è questo il perimetro storico-politico entro il quale Berizzi costruisce la propria inchiesta.

    Un passaggio centrale riguarda il 9 ottobre 2021, quando durante una manifestazione contro il Green Pass a Roma un gruppo di partecipanti assaltò la sede nazionale della Cgil. Nei giorni successivi, Camera e Senato approvarono mozioni che impegnavano il governo a valutare lo scioglimento di Forza Nuova richiamando la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione e la legge Scelba, che disciplina il divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Il volume assume quell’episodio come uno snodo per interrogarsi sulla presenza e sulla continuità dell’organizzazione all’interno del sistema democratico italiano.

    Berizzi affronta una materia che conosce da tempo. Giornalista di Repubblica, ha dedicato una parte consistente del proprio lavoro alle organizzazioni neofasciste e neonaziste e alle loro reti. Il libro segreto di Forza Nuova sposta però l’attenzione dalla cronaca pubblica ai meccanismi interni: secondo la presentazione dell’editore, sono soprattutto le voci di chi ha fatto parte dell’organizzazione a consentire di ricostruire ambienti e dinamiche normalmente difficili da osservare dall’esterno. Fuoriscena Libri

    Il titolo promette dunque un libro di retroscena, ma la questione posta dall’inchiesta è più ampia. Non riguarda soltanto ciò che Forza Nuova è stata dalla fine degli anni Novanta a oggi, bensì il rapporto fra organizzazioni politiche che rivendicano riferimenti al fascismo e gli strumenti giuridici predisposti dalla Repubblica per impedirne la riorganizzazione. Su questo punto il testo assume la prospettiva critica dell’autore e dell’editore, che contestano la persistente presenza del movimento nella vita politica e nelle competizioni elettorali. Fuoriscena Libri

    A quasi trent’anni dalla fondazione, Berizzi torna quindi alla domanda che accompagna buona parte delle sue inchieste: non soltanto che cosa accada all’interno della destra radicale, ma attraverso quali percorsi essa riesca a mantenere una presenza nello spazio pubblico. È questa la chiave con cui Il libro segreto di Forza Nuova chiede di essere letto: come ricostruzione giornalistica di un’organizzazione e, insieme, come indagine sui confini che la democrazia italiana ha stabilito nei confronti dell’eredità fascista.

  • Sulle tracce del viaggio compiuto nel 1847 dall’artista inglese con matite e taccuini

    Sulle tracce del viaggio compiuto nel 1847 dall’artista inglese con matite e taccuini

    Circa 110 chilometri nel cuore della Calabria Greca, lungo un itinerario che intreccia paesaggio, memoria e ospitalità diffusa. Il riferimento è Edward Lear, che percorse queste terre a piedi e ne lasciò disegni e pagine di straordinaria efficacia documentaria. Sentiero dell’inglese


    A cura di Elena Conti

    Nell’estate del 1847 Edward Lear arrivò in Calabria con matite, taccuini e la curiosità instancabile del viaggiatore vittoriano. Pittore, illustratore, scrittore e autore di celebri nonsense, attraversò a piedi una regione allora quasi sconosciuta ai viaggiatori stranieri. Tra luglio e settembre percorse anche la Calabria grecanica, osservandone paesi, montagne e abitanti e affidando quell’esperienza al suo diario di viaggio. Quasi un secolo e mezzo più tardi, nel 1994, proprio quelle peregrinazioni avrebbero ispirato la nascita del Sentiero dell’Inglese nel Parco Nazionale dell’Aspromonte.

    Il cammino si sviluppa per circa 110 chilometri e l’itinerario ufficiale del Parco è articolato in sette tappe. Si parte da Pentedattilo, il borgo arroccato sulla rupe che deve il nome alla sua forma simile a una gigantesca mano, e si procede verso Bagaladi e Amendolea. Da qui il percorso raggiunge Bova passando per Gallicianò, quindi prosegue verso Palizzi, Pietrapennata e infine Staiti. Non è soltanto trekking: si attraversa uno dei territori culturalmente più singolari del Mezzogiorno, dove la lingua greco-calabra è ancora viva nei borghi ellenofoni di Bova, Gallicianò e Roghudi.

    Il paesaggio cambia continuamente. Ci sono fiumare dal letto larghissimo, uliveti secolari, formazioni rocciose, paesi aggrappati alle pendici dell’Aspromonte e improvvise aperture verso lo Ionio, con la Sicilia e l’Etna che compaiono all’orizzonte. A Pentedattilo comincia anche il confronto diretto con le parole di Lear: il Parco ripropone nel descrivere la prima tappa il suo racconto della strada aspra lungo il fiume Alice e dell’apparizione quasi improvvisa dello “strano borgo”.

    L’autunno è una delle stagioni indicate per affrontare il percorso. Il documento di partenza segnala settembre e ottobre come mesi favorevoli e richiama il fascino degli uliveti nel periodo della raccolta, quando nei borghi si può assistere anche alla produzione dell’olio nuovo. Sentiero dell’inglese È invece prudente evitare i periodi più caldi dell’estate; durante l’inverno occorre considerare le piogge, che possono modificare le condizioni delle fiumare.

    A rendere particolare il Sentiero dell’Inglese è anche l’accoglienza. Con la nascita dell’itinerario si è sviluppato un sistema di ospitalità diffusa gestito dalle comunità locali: non grandi strutture alberghiere lungo il percorso, ma case e piccole realtà nei borghi, dove il camminatore entra in contatto diretto con chi quei luoghi continua ad abitarli. È necessario, però, organizzarsi in anticipo: il materiale fornito raccomanda di prenotare vitto e pernottamenti e di avere con sé le tracce GPS, perché la segnaletica non è sempre continua.

    Forse è proprio questa relativa distanza dai circuiti più frequentati a conservare il carattere del cammino. Nel 1847 Lear procedeva a piedi per conoscere un territorio che sulle carte europee era quasi un margine. Oggi si seguono le sue tracce con GPS e scarponi tecnici, ma il senso del viaggio cambia meno di quanto si potrebbe pensare: bisogna ancora rallentare, attraversare i paesi e lasciare che sia il paesaggio a dettare il passo.

  • Pensato per una socialità non convenzionale, diventerà una icona della giovane Edra

    Pensato per una socialità non convenzionale, diventerà una icona della giovane Edra

    Una seduta circolare, uno schienale che sale avvolgendosi su se stesso, il velluto rosso a trasformare il mobile in presenza scenica. Tatlin nasce dall’incontro fra design italiano e avanguardia russa, ma soprattutto da un’idea nuova dello stare insieme.


    A cura di Elena Conti

    Un divano che obbliga a girargli intorno prima ancora di decidere dove sedersi. Tatlin non possiede un fronte e un retro nel senso tradizionale: la base si sviluppa secondo una pianta a chiocciola e lo schienale si innalza al centro come una spirale. Mario Cananzi e Roberto Semprini lo concepiscono alla fine degli anni Ottanta, quando alberghi, lobby e luoghi d’attesa cominciano a chiedere all’arredo qualcosa di più della semplice funzionalità. La seduta collettiva diventa così un dispositivo spaziale, pensato per stare al centro della stanza e consentire a più persone di disporsi lungo la sua curva, senza essere costrette alla successione lineare del normale divano. Edra continua infatti a definirlo un “totem moderno”, adatto anche agli spazi pubblici e capace di suggerire differenti modalità di seduta.

    Il nome porta direttamente a Vladimir Tatlin e al suo celebre Monumento alla Terza Internazionale, il progetto del 1919-1920 divenuto uno degli emblemi del Costruttivismo russo. L’immensa torre, mai realizzata, avrebbe dovuto raggiungere circa quattrocento metri e svilupparsi attraverso due strutture elicoidali inclinate, contenenti volumi destinati alle istituzioni della nuova società rivoluzionaria. Cananzi e Semprini non ne producono una miniatura: ne raccolgono piuttosto l’energia ascensionale e la traducono nella scala domestica del corpo. La spirale monumentale diventa schienale, l’architettura impossibile si trasforma in oggetto da abitare. Il riferimento è dichiarato dalla stessa Edra, che conserva Tatlin in catalogo come divano liberamente ispirato alla torre costruttivista.

    Anche la nascita del progetto ha qualcosa di fortuito. Edra racconta che Cananzi e Semprini, allora giovani progettisti, si presentarono all’azienda con lo schizzo di un “divano a spirale”, smarrito poco prima del colloquio e ritrovato accartocciato in un cestino. Era il 1989. Quell’anno Tatlin venne presentato al Salone del Mobile di Milano dentro uno stand interamente dominato dal rosso: rosse le luci, rossi i prodotti e rosso il velluto che rivestiva il nuovo divano.

    La costruzione spiega quanto la forma dipenda dalla tecnica. La documentazione Edra indica una base in legno multistrati con piedi metallici e una struttura a spirale in acciaio, risultato di un preciso lavoro ingegneristico; il rivestimento può essere in velluto o in altri tessuti della collezione. Nella versione storica rossa, il velluto aderisce alle geometrie complesse quasi come un abito realizzato su misura.

    Ma è l’uso a rendere Tatlin diverso da una semplice scultura imbottita. Chi siede segue la curvatura, cambia orientamento, può guardare verso l’esterno oppure trovarsi in relazione con chi occupa un altro tratto della spirale. Più elementi possono inoltre essere accostati sfruttando la particolare conformazione a chiocciola. Il mobile non viene dunque appoggiato contro una parete: organizza lo spazio attorno a sé.

    A oltre trent’anni dalla sua comparsa, Edra mantiene Tatlin nella propria collezione e lo impiega in abitazioni, alberghi, ambasciate e spazi pubblici. La ragione della sua permanenza è forse già contenuta nella forma: Cananzi e Semprini presero un monumento destinato a non essere costruito e ne capovolsero il destino. La torre di Tatlin doveva essere un’architettura gigantesca. Il loro Tatlin è un’architettura sulla quale ci si può sedere.

  • Il Frühstück racconta una delle culture europee più profondamente legate al pane

    Il Frühstück racconta una delle culture europee più profondamente legate al pane

    Dolce oppure salata? In Germania la domanda perde importanza, perché sulla tavola del mattino le due possibilità convivono. A dettare il ritmo è soprattutto il pane, scelto fra una varietà che cambia da regione a regione e diventa occasione di convivialità.


    A cura di Elena Conti

    La mattina tedesca può cominciare davanti a un cestino di Brötchen. Piccoli panini dalla crosta fragrante, si aprono a metà e lasciano a ciascuno la scelta: burro e marmellata, miele, formaggio oppure salumi. Accanto possono arrivare pane integrale o di segale, uova sode, strapazzate o al tegamino, mentre caffè e tè sono le bevande più consuete. Non esiste però un modello rigido: Deutsche Welle sottolinea come nei giorni lavorativi spesso manchi il tempo per una colazione elaborata, mentre nel fine settimana il Frühstück può diventare decisamente più disteso.

    Per comprenderne il carattere bisogna partire dal pane. Secondo il Deutsches Brotinstitut, ripreso dall’ente nazionale del turismo, in Germania vengono commercializzate oltre tremila varietà di pane e prodotti da forno. Frumento, segale e farro sono fra i cereali maggiormente utilizzati, ma cambiano impasti, miscele, lievitazioni e tradizioni regionali: Vollkornbrot, pani misti di segale e frumento, Schwarzbrot, Pumpernickel, brezel e naturalmente una quantità sorprendente di panini. Dal 2014 la cultura tedesca del pane figura inoltre nell’inventario nazionale del patrimonio culturale immateriale.

    Non è soltanto una questione di varietà. La Deutsche UNESCO-Kommission collega questa ricchezza alle differenti condizioni climatiche e geografiche del territorio e alla frammentazione storica delle regioni tedesche. Tecniche, materie prime e consuetudini locali hanno prodotto nei secoli un patrimonio nel quale il pane conserva anche una forte funzione sociale: compare nella colazione familiare, nell’Abendbrot, la cena fredda imperniata sul pane, e nella Brotzeit, la pausa conviviale accompagnata da formaggi e salumi.

    Il confine fra dolce e salato rimane volutamente aperto. Un esempio particolarmente eloquente arriva dalla Frisia orientale, dove lo Schwarzbrot, scuro e compatto, viene tradizionalmente accompagnato tanto da formaggio, salumi e pesce quanto da marmellata e miele. È la stessa logica che governa molte colazioni: sul tavolo non viene servito un piatto già composto, ma una piccola scelta di ingredienti da combinare secondo il gusto personale.

    La domenica questo sistema raggiunge forse la sua forma più riconoscibile. Le panetterie hanno un ruolo fondamentale e i panini freschi diventano il punto di partenza per una tavola più ricca, alla quale possono aggiungersi croissant e altre preparazioni da forno. Deutsche Welle osserva come proprio il mattino sia uno dei momenti di maggiore attività nelle panetterie tedesche e come la colazione domenicale tenda ad allargarsi rispetto a quella quotidiana.

    Naturalmente anche il Frühstück cambia. Muesli, yogurt, frutta, porridge e alternative vegetali convivono ormai con gli elementi tradizionali, mentre influenze internazionali hanno ampliato ulteriormente le possibilità. Ma resta un gesto elementare a dare continuità alla tavola: prendere una fetta di pane o aprire un Brötchen, spalmarlo di burro e decidere cosa verrà dopo. Formaggio oppure marmellata? In Germania, molto semplicemente, possono arrivare entrambi.

  • Gin, limone, zucchero e soda: quattro ingredienti per un drink nato nell’Ottocento

    Gin, limone, zucchero e soda: quattro ingredienti per un drink nato nell’Ottocento

    Fresco, agrumato, essenziale, il Gin Fizz appartiene alla stagione in cui il cocktail americano cominciò a fissare le proprie regole. La sua apparente semplicità nasconde un equilibrio preciso fra acidità, dolcezza, botaniche del gin ed effervescenza.


    A cura di Elena Conti

    Prima viene lo shaker, poi il sibilo della soda. Il Gin Fizz conserva ancora qualcosa della gestualità del bar ottocentesco, quando ghiaccio, agrumi e acqua gassata trasformavano pochi ingredienti in una bevanda rapida e rinfrescante. Il nome dice già molto: “fizz” richiama l’effervescenza, quel crepitio leggero prodotto dall’acqua carbonata che costituisce il tratto distintivo di un’intera famiglia di cocktail.

    La sua storia documentata conduce negli Stati Uniti del XIX secolo e a Jerry Thomas, il celebre bartender soprannominato “The Professor”, figura fondamentale nella codificazione della miscelazione americana. Nella seconda edizione del suo Bar-Tender’s Guide, pubblicata nel 1876, compaiono Whiskey Fiz, Brandy Fiz e Gin Fiz. La struttura è elementare: distillato, succo di limone, sciroppo di gomma, ghiaccio durante la preparazione e Seltz a completare. Per il Gin Fiz, Thomas si limita significativamente a indicare la stessa preparazione del Whiskey Fiz sostituendo il whiskey con il gin.

    Da quella formula essenziale è nata una famiglia numerosa. L’albume dà origine al Silver Fizz, il tuorlo al Golden Fizz, l’uovo intero al Royal Fizz. Un capitolo a sé è il Ramos Gin Fizz, creato a New Orleans nel 1888 da Henry C. Ramos: alla struttura di base aggiunge agrumi, albume, panna e acqua di fiori d’arancio, richiedendo una lunga agitazione per ottenere la caratteristica consistenza cremosa. La sua popolarità divenne tale che, negli anni precedenti al Proibizionismo, il locale di Ramos impiegava squadre di “shaker boys” per soddisfare le ordinazioni.

    Il Gin Fizz classico resta invece volutamente asciutto nella costruzione. La ricetta ufficiale dell’International Bartenders Association prevede 45 ml di gin, 30 ml di succo fresco di limone, 10 ml di sciroppo di zucchero e una spruzzata di soda. Gin, limone e sciroppo vengono agitati nello shaker con ghiaccio; il composto viene quindi versato nel bicchiere e completato con soda. Un dettaglio è decisivo: il drink si serve senza ghiaccio nel bicchiere. La guarnizione è altrettanto discreta, una fetta di limone oppure, facoltativamente, la sua scorza.

    È proprio questa modalità di servizio a contribuire a distinguerlo dal vicino Tom Collins, con il quale viene spesso confuso. I due condividono gin, limone, zucchero e soda, ma appartengono a rituali differenti: il Fizz viene agitato e tradizionalmente servito senza ghiaccio in un bicchiere relativamente contenuto, mentre il Collins è associato al più capiente bicchiere che porta il suo nome e al servizio con ghiaccio.

    Il risultato è un cocktail diretto: il limone deve dare tensione senza cancellare le botaniche del gin, lo zucchero correggere l’acidità senza renderlo dolce, la soda alleggerire il tutto. La sua modernità sta forse proprio qui. Dopo un secolo e mezzo di cocktail sempre più elaborati, il Gin Fizz continua a dimostrare quanto possa essere sofisticata una ricetta quando non ha nulla da nascondere.

  • La dolcezza del mollusco e la sapidità del salume costruiscono un primo giocato sui contrasti

    La dolcezza del mollusco e la sapidità del salume costruiscono un primo giocato sui contrasti

    Una capasanta appena dorata, il guanciale croccante e una crema ottenuta dai coralli legano le linguine in un incontro fra mare e terra. Pochi ingredienti, ma ciascuno con una funzione precisa, per un piatto che punta sull’equilibrio più che sull’abbondanza.


    A cura di Elena Conti

    Ci sono accostamenti che sulla carta sembrano azzardati e che in padella trovano invece una logica immediata. Capesante e guanciale appartengono a mondi gastronomici lontani: delicata, morbida e leggermente dolce la prima; deciso, grasso e sapido il secondo. È proprio questa distanza a dare carattere alle linguine che li riuniscono, dove il mare non viene sopraffatto dalla componente di carne e il guanciale smette di essere semplice condimento per diventare elemento di contrasto.

    La capasanta è il Pecten jacobaeus, mollusco bivalve della famiglia dei Pettinidi, diffuso nel Mediterraneo e conosciuto anche come pettine o conchiglia di San Giacomo. Il nome italiano “capasanta” deriva dall’uso veneto e la sua conchiglia a coste radiali è legata da secoli all’immaginario del pellegrinaggio compostellano. In cucina interessa soprattutto la noce, bianca e carnosa, ma in questa preparazione anche il corallo assume un ruolo essenziale: anziché essere scartato, viene trasformato nella crema che avvolgerà la pasta.

    La ricetta parte dal guanciale, tagliato a listarelle e rosolato in una padella ben calda finché il grasso si scioglie e la parte magra diventa croccante. Nulla viene sprecato: il guanciale viene messo da parte, mentre il suo grasso resta come base aromatica della preparazione. Le noci delle capesante, separate dai coralli, vengono condite con sale, pepe, poco olio, scorza di limone e rosmarino e lasciate brevemente insaporire. È un passaggio semplice, ma importante: l’agrume introduce quella nota fresca che servirà più avanti a riequilibrare la ricchezza del piatto.

    Nella stessa padella entrano aglio e gambi di prezzemolo, quindi i coralli. Il vino bianco deglassa il fondo e recupera i sapori concentrati durante la rosolatura; poca acqua di cottura completa il lavoro. Eliminati gli aromi, coralli e fondo vengono frullati fino a ottenere una salsa liscia. Le noci, invece, richiedono una cottura brevissima: uno o due minuti per lato a temperatura sostenuta, quanto basta per formare una superficie dorata lasciando l’interno tenero. Asciugarle accuratamente prima di cuocerle favorisce proprio questa reazione, evitando che l’acqua superficiale le faccia lessare anziché rosolare.

    Le linguine vengono scolate con qualche minuto d’anticipo e terminano la cottura nella crema di coralli. Un poco del grasso del guanciale completa la mantecatura, sfruttando l’amido rilasciato dalla pasta per ottenere una consistenza avvolgente senza ricorrere a panna o burro. Solo alla fine torna il guanciale croccante, insieme alla capasanta dorata, al prezzemolo e a una nuova grattugiata di scorza di limone.

    È qui che il piatto trova la sua misura. La capasanta porta dolcezza e consistenza, il guanciale sale, croccantezza e profondità; il corallo costruisce il legame marino, mentre il limone interrompe la componente grassa e riporta freschezza. Mare e terra non vengono confusi: restano riconoscibili fino all’ultimo boccone. Ed è precisamente nella distanza fra i due sapori che queste linguine trovano il loro carattere.

  • Da Michelangelo a Leonardo, dai Medici a Raffaello, da Ariosto a Galileo Galilei

    Da Michelangelo a Leonardo, dai Medici a Raffaello, da Ariosto a Galileo Galilei

    Il Rinascimento raccontato come nascita della modernità e, insieme, come capitolo decisivo dell’identità italiana. Cazzullo costruisce un affresco popolato da artisti, scienziati, principi, navigatori e donne spesso imprigionate nei luoghi comuni della storia.


    A cura di Elena Conti

    Una settimana è bastata a Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento per conquistare la vetta. Pubblicato da HarperCollins Italia il 15 settembre 2026, il nuovo libro di Aldo Cazzullo figura al primo posto nella classifica settimanale dei libri più venduti di IBS. Il risultato prosegue una stagione particolarmente fortunata per l’autore, dopo i libri dedicati a Roma, alla Bibbia e a san Francesco. HarperCollins ricorda che Il Dio dei nostri padri è stato il libro più venduto in Italia nel 2024, superando le 400 mila copie.

    Questa volta il viaggio conduce nel Rinascimento, interpretato come il momento in cui una penisola politicamente divisa, attraversata da guerre, rivalità dinastiche e tradimenti, riuscì a diventare una straordinaria potenza culturale. Il libro non segue soltanto la successione delle opere e dei protagonisti. La tesi che lo attraversa riguarda l’Umanesimo e una diversa concezione dell’individuo: l’uomo acquista fiducia nelle proprie possibilità, diventa artefice del proprio destino e occupa una nuova posizione nella rappresentazione del mondo. È questo, per Cazzullo, uno dei lasciti che rendono il Rinascimento determinante per la cultura italiana e occidentale.

    La narrazione procede attraverso figure che sembrano appartenere a più epoche contemporaneamente. Ci sono Leonardo e le sue intuizioni, la grazia di Raffaello, Botticelli, Ariosto e il suo ippogrifo lanciato verso la Luna, Cristoforo Colombo e l’apertura di nuovi orizzonti geografici. E naturalmente Michelangelo, che occupa una posizione privilegiata nel racconto: Cazzullo ne segue la precocità prodigiosa, dalla Pietà al David, dalla volta della Cappella Sistina al Giudizio Universale e al Mosè.

    Accanto ai grandi artisti si muove il potere. La saga dei Medici permette di entrare nella Firenze in cui politica, denaro e mecenatismo si alimentano reciprocamente. Ma Cazzullo riserva spazio anche alle donne, sottraendole alle immagini convenzionali tramandate nei secoli: Vittoria Colonna, poetessa e interlocutrice di Michelangelo, e Lucrezia Borgia, riletta oltre la leggenda nera che ne ha costruito la fama di avvelenatrice.

    L’affresco non termina nel momento del massimo splendore. Il racconto accompagna il Rinascimento verso un tramonto condensato simbolicamente in tre vicende: il rogo di Giordano Bruno nel 1600, la morte di Caravaggio nel 1610 e l’abiura di Galileo nel 1633. Non sono soltanto tre finali drammatici, ma il contrappunto alla fiducia nell’uomo che aveva alimentato quella stagione.

    Cazzullo torna così al terreno che caratterizza molta della sua divulgazione storica: raccontare il passato attraverso personaggi e vicende riconoscibili, cercandovi le radici dell’Italia presente. In Quando l’Italia rinacque il Rinascimento diventa la dimostrazione di come un Paese frammentato e conflittuale abbia potuto esercitare un’influenza enorme senza possedere un’unità politica. Che un libro dedicato a quella stagione sia arrivato immediatamente in testa alla classifica aggiunge al racconto un piccolo dato contemporaneo: cinquecento anni dopo, il Rinascimento continua a trovare lettori.

  • Mulini, fortificazioni medievali e un ponte lungo 650 metri ne raccontano la storia

    Mulini, fortificazioni medievali e un ponte lungo 650 metri ne raccontano la storia

    Case affacciate sull’acqua, antiche ruote, mura e torri compongono uno dei paesaggi più riconoscibili del Veneto. Ma dietro l’immagine da cartolina di Borghetto c’è una storia di confini, commerci e controllo del fiume.


    A cura di Elena Conti

    A Borghetto sul Mincio l’acqua passa quasi dentro le case. Scorre accanto ai muri, sotto piccoli ponti, lambisce terrazze e mette ancora in mostra le grandi ruote dei mulini che per secoli hanno sfruttato la corrente. Siamo a pochi passi da Valeggio sul Mincio, nella valle distesa fra le colline moreniche a sud del Garda. Borghetto, oggi inserito nel circuito dei Borghi più belli d’Italia, conserva un rapporto insolitamente stretto fra costruito e paesaggio: il fiume non fa da sfondo al paese, ne costituisce la struttura stessa.

    La posizione spiega anche la sua storia. Il primo insediamento di una certa importanza viene fatto risalire all’età longobarda, tra VI e VIII secolo, e lo stesso toponimo Borghetto rimanda a un insediamento fortificato. Presso l’antico guado sorse una Curtis Regia, dove un gastaldo controllava il passaggio e riscuoteva i tributi dovuti per attraversare il fiume e navigarlo. Intorno, mentre i coloni cominciavano a bonificare e coltivare la pianura, prendeva forma un piccolo nucleo abitato destinato a vivere per secoli della propria posizione strategica.

    Fra XI e XII secolo sulla riva sinistra venne costruito il monastero di Santa Maria, documentato in una bolla pontificia del 1145 e probabilmente destinato anche all’assistenza dei viandanti. In seguito passò sotto il controllo dell’Abbazia veronese di San Zeno e nel 1331 fu inglobato dagli Scaligeri nel sistema difensivo del Serraglio. Mura merlate, torri, fossato e ponti levatoi trasformarono così l’area in un caposaldo fortificato.

    Il segno più spettacolare arrivò nel 1393, quando Gian Galeazzo Visconti fece costruire il Ponte Visconteo. È un’imponente diga fortificata lunga circa 650 metri e larga 25, con il piano stradale posto nove metri sopra il livello del fiume. Chiamato dagli abitanti «Ponte Lungo», era parte del Serraglio, il vasto sistema difensivo che si sviluppava per chilometri nella pianura e dialogava con il sovrastante Castello Scaligero di Valeggio. La sua costruzione modificò profondamente il corso del Mincio e interruppe la navigazione fluviale.

    Con la dominazione veneziana, dal 1405 al 1796, la funzione militare perse progressivamente importanza e Borghetto trovò nell’acqua una nuova economia. La forza del Mincio alimentò numerosi mulini per la lavorazione dei cereali, mentre la pesca veniva praticata attraverso sistemi di peschiere fisse. Entrambe le attività declinarono nel Novecento, quando il turismo cominciò a offrire al piccolo centro una diversa prospettiva economica.

    Oggi restano il campanile, le ruote dei vecchi mulini, il Ponte Visconteo e la chiesa settecentesca di San Marco Evangelista, costruita sui resti di una pieve romanica dell’XI secolo. Vicino al fiume veglia anche una statua di san Giovanni Nepomuceno, tradizionalmente invocato contro il pericolo di annegamento. È forse questo intreccio di elementi minori e grandi opere difensive a rendere Borghetto così particolare: un paese minuscolo nel quale il paesaggio non ha cancellato la storia e la storia continua a seguire il corso dell’acqua.

  • Componenti separati, gommapiuma, nastri elastici e tecniche mutuate dall’automobile

    Componenti separati, gommapiuma, nastri elastici e tecniche mutuate dall’automobile

    Con Lady il comfort smette di dipendere soltanto dall’abilità dell’artigiano e diventa materia di progetto, tecnologia e produzione seriale. Presentata alla IX Triennale di Milano, la poltrona segna uno dei passaggi decisivi verso il design italiano del dopoguerra.


    A cura di Elena Conti

    Nel 1951 una poltrona poteva ancora nascere secondo procedimenti sostanzialmente tradizionali: struttura di legno, molle, cinghie e crine, con una lunga lavorazione affidata all’esperienza del tappezziere. Marco Zanuso sceglie un’altra strada. Per Arflex progetta Lady pensando non soltanto alla forma finale, ma al modo in cui quella forma può essere costruita industrialmente. È qui che il mobile imbottito entra davvero nell’età della produzione moderna.

    Arflex, nata alla fine degli anni Quaranta nell’orbita della Pirelli, offriva il terreno ideale per sperimentare materiali e tecnologie provenienti da altri settori. Zanuso introduce il caucciù espanso, la gommapiuma e i nastri elastici Nastrocord, sostituendo sistemi tradizionali di molleggio e imbottitura. Ma l’innovazione più interessante riguarda il metodo: come nell’industria automobilistica, il progettista distingue idealmente la struttura portante dalla «carrozzeria» e scompone quest’ultima in elementi autonomi. Sedile, schienale e due fianchi imbottiti vengono prodotti separatamente e successivamente assemblati.

    Il risultato tecnico non ha però l’aspetto di una macchina. Lady è accogliente, generosa, quasi avvolgente. Le curve dei braccioli proseguono nella seduta e dialogano con uno schienale ampio, mentre le sottili gambe metalliche staccano il volume imbottito dal pavimento, alleggerendolo visivamente. La modernità sta proprio in questa apparente contraddizione: una costruzione razionalizzata e industriale produce un oggetto morbido, domestico, lontano da qualsiasi esibizione meccanica. Il MoMA di New York conserva Lady nella propria collezione di Architecture and Design, registrandola come progetto del 1951 realizzato da Arflex.

    Alla IX Triennale di Milano del 1951 Lady ottiene la Medaglia d’Oro, riconoscimento che certifica immediatamente il valore di quella sperimentazione. È anche una tappa significativa nella carriera di Zanuso, architetto e designer destinato a diventare una figura centrale della cultura progettuale italiana: tra i fondatori dell’ADI nel 1956, ne sarà presidente dal 1966 al 1969 e riceverà nel 1994 il Compasso d’Oro alla carriera.

    Oggi Lady è rieditata da Cassina nella collezione I Maestri. La costruzione conserva l’impostazione originaria, mentre materiali e finiture sono stati adeguati alle esigenze contemporanee. L’imbottitura utilizza poliuretano espanso, il sistema elastico è stato aggiornato e la scelta dei rivestimenti comprende tessuti e pelli, oltre a varianti che giocano cromaticamente sulla scomposizione dei quattro elementi concepita da Zanuso.

    Settantacinque anni dopo, Lady spiega ancora con sorprendente chiarezza che cosa significò il design italiano del dopoguerra: non disegnare semplicemente una forma nuova, ma ripensare materiali, fabbricazione, comfort e linguaggio come parti dello stesso problema. La sua eleganza nasce precisamente da lì, da una tecnologia che ha imparato a non farsi vedere.

  • La colazione austriaca? Semmel, burro e marmellata, ma anche prosciutto, formaggi e uova

    La colazione austriaca? Semmel, burro e marmellata, ma anche prosciutto, formaggi e uova

    La prima colazione austriaca ha nel pane fresco e nel caffè i suoi punti fermi, ma lascia molto più spazio del modello italiano ai sapori salati. E nei Kaffeehäuser viennesi il mattino può diventare un piccolo esercizio di lentezza.


    A cura di Elena Conti

    Alle otto del mattino, su una tavola austriaca, difficilmente manca il pane. Può essere scuro, integrale o ai cereali, ma uno dei protagonisti della tradizione resta la Semmel, il piccolo panino bianco dalla crosta sottile, nella sua celebre variante Kaisersemmel. Aperta in due e ancora fragrante, può prendere due strade: burro, marmellata o miele per chi preferisce il dolce; prosciutto, salumi e formaggi per chi comincia la giornata sul versante salato.

    Ed è proprio qui che la colazione austriaca si allontana maggiormente dalle consuetudini italiane. Il salato non rappresenta un’eccezione: accanto al pane possono comparire Schinken, prosciutto cotto o affumicato, diversi tipi di Wurst, formaggi, uova sode o alla coque e, nelle colazioni più ricche, uova strapazzate. Non significa che ogni famiglia apparecchi quotidianamente un buffet da albergo. Nei giorni feriali il Frühstück può essere assai semplice; quando c’è più tempo, soprattutto nel fine settimana, la tavola tende invece ad allargarsi. Müsli, yogurt e frutta completano oggi un repertorio nel quale tradizione e abitudini contemporanee convivono senza difficoltà.

    Il caffè merita un capitolo particolare, soprattutto a Vienna. Qui la Wiener Melange è una delle preparazioni più caratteristiche, con caffè, latte caldo e schiuma di latte. Nei Kaffeehäuser tradizionali la tazza arriva accompagnata dal consueto bicchiere d’acqua. E il caffè viennese è molto più del luogo in cui bere qualcosa: vi si legge il giornale, si conversa, si lavora e si può rimanere a lungo al proprio tavolino. La cultura dei caffè viennesi è stata inserita nel 2011 nell’inventario nazionale austriaco del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.

    Anche il classico Wiener Frühstück riflette questo equilibrio. Semmeln, burro e confettura costituiscono la base più riconoscibile, alla quale possono aggiungersi un uovo, prosciutto e formaggio. Nei locali contemporanei l’offerta si è ampliata ulteriormente: piatti di uova, pani integrali, verdure, müsli e formule da brunch convivono ormai con la colazione tradizionale. Il confine tra Frühstück e tarda colazione domenicale diventa così piuttosto elastico.

    E poi ci sono i dolci, inevitabili in un Paese che ha fatto della pasticceria una parte della propria identità gastronomica. Sarebbe però un errore immaginare gli austriaci intenti ogni mattina davanti a una Sachertorte. Strudel di mele, Gugelhupf, brioche e altre Mehlspeisen appartengono certamente al paesaggio del caffè, ma spesso trovano posto durante la mattinata o nella tradizionale pausa pomeridiana più che nella colazione quotidiana.

    Tra Italia e Austria bastano poche ore di viaggio, ma al mattino le abitudini cambiano sensibilmente. Noi restiamo largamente fedeli alla colazione dolce e veloce; dall’altra parte delle Alpi pane, burro e marmellata convivono senza imbarazzo con prosciutto, formaggio e uova. A Vienna si aggiunge un ingrediente che non compare nel piatto: il tempo. Una Semmel, qualcosa di dolce o di salato, una Melange e magari il giornale sul tavolino. La giornata può cominciare anche così.

    Questa versione, secondo me, restituisce molto meglio la doppia anima dolce-salata della colazione austriaca, che è proprio l’elemento interessante rispetto a quella italiana.

  • Dietro la sua apparente semplicità si intrecciano storie di caffè ottocenteschi

    Dietro la sua apparente semplicità si intrecciano storie di caffè ottocenteschi

    Fresco, amaricante e moderatamente alcolico, l’Americano appartiene alla storia della grande miscelazione italiana. La sua origine precede il Novecento e conduce direttamente a un altro celebre cocktail: il Negroni.


    A cura di Elena Conti

    Prima di chiamarsi Americano, era Milano-Torino. Il nome raccontava già la ricetta: il bitter milanese e il vermouth rosso torinese, due prodotti che nell’Ottocento stavano contribuendo alla nascita del moderno rito italiano dell’aperitivo. Le sue radici vengono fatte risalire intorno al 1860 e al Caffè Campari di Milano, anche se il locale di Gaspare Campari si trasferì nella Galleria Vittorio Emanuele II nel 1867. È quindi inesatto attribuire la nascita dell’Americano al Camparino negli anni Trenta: il Camparino fu inaugurato da Davide Campari nel 1915, quando quella tradizione era già avviata.

    Il passaggio dal Milano-Torino all’Americano avviene aggiungendo la soda, che alleggerisce la miscela e le regala freschezza ed effervescenza. Quanto al nome, la spiegazione più diffusa lo collega alla popolarità conquistata dalla bevanda presso i visitatori americani tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Circola anche un’altra versione, che chiama in causa Primo Carnera e i suoi successi negli Stati Uniti negli anni Trenta, ma la cronologia la rende difficilmente compatibile con testimonianze precedenti: già nel 1922 Campari registrava a Milano uno slogan pubblicitario dedicato al «vero Americano», mentre nel 1926 il cocktail compare nel manuale Cocktails di Piero Grandi.

    La ricetta ufficiale dell’International Bartenders Association conserva una semplicità quasi geometrica: 3 cl di Campari, 3 cl di vermouth rosso dolce e uno splash di soda. Si prepara direttamente in un bicchiere old fashioned colmo di ghiaccio, si mescola delicatamente e si completa con mezza fetta d’arancia e scorza di limone. Il risultato gioca sull’equilibrio fra amaro e dolce, con la carbonazione che rende il sorso più agile e dissetante. Rispetto a cocktail costruiti sui distillati, mantiene inoltre una gradazione relativamente contenuta, caratteristica che ne rafforza la vocazione da aperitivo.

    Dall’Americano nasce poi una delle icone assolute della miscelazione: il Negroni. La tradizione colloca l’episodio a Firenze nel 1919, quando il conte Camillo Negroni avrebbe chiesto al bartender Fosco Scarselli di irrobustire il suo Americano sostituendo la soda con il gin. Tre ingredienti in parti uguali e il cocktail cambiò carattere, dando origine a una ricetta destinata a una fortuna mondiale.

    L’Americano ha trovato anche un posto nella letteratura popolare. In Casino Royale del 1953, primo romanzo di Ian Fleming dedicato a 007, è il primo cocktail ordinato da James Bond, che lo considera particolarmente adatto a essere bevuto in un caffè all’aperto. Una comparsa breve ma significativa per un drink che ha attraversato più di un secolo quasi senza bisogno di cambiare: rosso nel bicchiere, ghiaccio, bollicine e quell’inconfondibile incontro fra Milano e Torino.

  • La Carbonara ha una storia recente e irrequieta che compare nel dopoguerra

    La Carbonara ha una storia recente e irrequieta che compare nel dopoguerra

    Pochi piatti italiani sono difesi con altrettanta passione e, nello stesso tempo, hanno cambiato così spesso ricetta. La Carbonara è un caso esemplare di tradizione costruita nel tempo, fino a trasformarsi in uno dei simboli gastronomici di Roma.


    A cura di Elena Conti

    La Carbonara non arriva da un remoto passato contadino, almeno non nella forma che conosciamo. La suggestiva storia dei carbonai appenninici, che avrebbero portato con sé uova, formaggio, guanciale e pepe durante il lavoro nei boschi, resta un’ipotesi priva di riscontri documentari decisivi. Nei grandi ricettari romani dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento il piatto non compare. Le prime testimonianze emergono invece nel secondo dopoguerra, quando ingredienti e abitudini alimentari italiane incontrano quelle dei militari americani. La Cucina Italiana ricorda una citazione sulla Stampa già nel 1950, riferita a ufficiali statunitensi arrivati in Trastevere in cerca di spaghetti alla carbonara.

    Da qui prende forza l’ipotesi americana: bacon e uova disponibili nelle vettovaglie militari sarebbero stati combinati con pasta, formaggio e pepe dai cuochi italiani. Tra i nomi legati a questa ricostruzione c’è quello del bolognese Renato Gualandi, che raccontò di avere preparato nel 1944, a Riccione, un piatto di pasta per ufficiali alleati usando gli ingredienti disponibili. Non esiste però un certificato di nascita definitivo della Carbonara: più che l’invenzione improvvisa di un singolo cuoco, le fonti suggeriscono una ricetta formatasi attraverso incontri e successive trasformazioni.

    Un dato particolarmente interessante ridimensiona l’idea di una formula romana immutabile. Una ricetta scritta compare nel 1952 negli Stati Uniti, in una guida ai ristoranti di Chicago; la prima pubblicata in Italia arriva nell’agosto 1954 sulle pagine de La Cucina Italiana. E gli ingredienti farebbero sobbalzare molti puristi: spaghetti, pancetta, uova, aglio e gruviera.

    Negli anni successivi le versioni continuano a moltiplicarsi: pancetta o guanciale, parmigiano o pecorino, uova intere oppure tuorli. La panna, oggi considerata un’eresia, è stata a lungo utilizzata per aumentare la cremosità e compare ancora nella Carbonara proposta da Gualtiero Marchesi nel 1989.

    La versione contemporanea ha progressivamente ristretto il campo: pasta, guanciale, uova, pecorino romano e pepe. Niente panna e nessun grasso aggiunto: è il guanciale, rosolando, a fornire la componente grassa. Il punto delicato arriva alla fine, quando pasta calda e composto di uova e formaggio devono incontrarsi senza trasformare l’uovo in una frittata. La cremosità dipende dal controllo della temperatura e dall’emulsione, non dall’aggiunta di panna. Anche la ricetta di GialloZafferano indicata come riferimento segue questa impostazione ormai consolidata.

    A tavola la Carbonara mette insieme grassezza, sapidità, dolcezza del tuorlo e forza aromatica del pepe. Per questo funziona bene un bianco laziale dotato di freschezza e buona acidità: un Frascati Superiore DOCG mantiene anche una coerente relazione territoriale e pulisce il palato senza coprire la componente cremosa. Un’alternativa può essere il Cerasuolo d’Abruzzo, mentre le bollicine di un Trentodoc o di un Franciacorta Satèn offrono un contrasto efficace con guanciale e uovo.

    La curiosità, alla fine, è proprio questa: ciò che oggi difendiamo come una ricetta antica e rigorosamente codificata è il risultato di appena qualche decennio di aggiunte, sottrazioni e assestamenti. La Carbonara è diventata tradizione cambiando. Ed è forse questa la parte più italiana della sua storia.