I nostri amici ci paragonavano ai Dioscuri, perché mio fratello Daniele e io stavamo sempre insieme, dov’era l’uno era l’altro. Eppure, alcune particolarità ci differenziavano. Come a molti giovani architetti dei primi anni Ottanta, a Daniele piacevano i concorsi di progettazione. Lo appassionava misurarsi sul terreno della competizione. Se poi la competizione era lanciata da una rivista di prim’ordine, che prometteva una visibilità internazionale, allora il gioco si faceva interessante.




Daniele, era un trascinatore irrefrenabile, convinto che occorresse partecipare a molti dei bandi dell’epoca. Sosteneva che avrebbero permesso di emergere anche a degli sconosciuti come noi. Aveva persino scritto a Renzo Piano, che da qualche anno godeva della fama conquistata con Gianfranco Franchini e Richard Rogers vincendo il concorso per la realizzazione del Beaubourg. E aveva ricevuto anche risposta, se non da Piano, da una sua collaboratrice, con l’incitamento a perseguire i nostri convincimenti. Io, al contrario, frapponevo ogni perplessità.

Avevamo da poco terminato un concorso per la progettazione di una piazza in un comune della Toscana, chiamati da uno dei nostri professori di Composizione architettonica. Dopo aver lavorato alacremente per una quindicina di giorni, con un gruppo di amici indimenticabili, non c’era stato neppure un fiore di consolazione. Caffè, sigarette, scherzi, battute di spirito, e poi ancora caffè, facendo attenzione a non rovesciarlo sugli enormi fogli da disegno. A colpi di Rapidograph e lametta da barba (per ogni minima correzione), ricominciare da capo avrebbe messo a repentaglio la consegna. L’orologio era il nostro nemico; non la notte o il sonno, ma le lancette delle ore.

Ecco perché ogni volta che, in studio, Daniele si sedeva alla mia scrivania con una rivista in mano, già sapevo che avrei dovuto principiare una battaglia estenuante. Una mattina mi aprì una doppia pagina colorata di Domus. Il concorso annunciato non era una piazza per riqualificare un centro storico, un complesso di case fatiscenti da risanare come edilizia economica popolare, una fabbrica dismessa da trasformare in museo. Era semplicemente la proposta per una moquette innovativa lanciata da Louis De Poortere e dalla prestigiosa rivista di architettura e design Domus, fondata da Gio Ponti. In palio i premi per i tre classificati, una mostra alla Fiera di Milano per cinquanta selezionati e, ovviamente, la messa in produzione della moquette prescelta.

«Tu pensi che non riusciremo almeno a piazzarci fra quei cinquanta? Non vinceremo, ma approderemo a Milano!». Dall’entusiasmo di mio fratello sembrava che dovessimo subito decidere se prenotare i biglietti del treno o dell’aereo. Mi convinceva, però, il fatto che non fosse un lavoro tanto impegnativo da fermare lo studio per qualche settimana. Nonostante ciò, chiesi il parere di Mario e Birgit e fu in sala disegno che piantammo il campo di battaglia.

Mario era un giovane architetto “sui generis”, figlio della Beat Generation, amato dai nostri clienti che con lui non provavano alcuna soggezione. Tutto il contrario era Birgit, una biondina tedesca, uscita dalla Hochschule für Bildende Künste Hamburg (HFBK), l’equivalente della nostra Accademia di Belle Arti. Ragazza di una precisione inappuntabile. Si lamentava che l’unica parola della sua lingua che conoscevo fosse “schnell” (veloce). Quella fu, probabilmente, l’unica volta che Mario e Birgit velocemente, senza esitazione, espressero un parere concorde.

A loro avviso, il concorso mascherava dei giochi già fatti. Per cui, se proprio, noi fratelli, volevamo parteciparvi occorreva che il sottoscritto, da titolare dello studio, prendesse il telefono per cercare una solida raccomandazione. A quel punto il gruppo di lavoro era definito; cosicché riempire con solo i nostri due nomi il modulo d’iscrizione e spedirlo fu tutt’uno.

Qualche settimana più tardi ricevemmo un plico contenente dei grandi quadrati di moquette bianca immacolata e due scatole di pennarelli nella gradazione dei bruni. Le articolate istruzioni spiegavano il funzionamento delle macchine e degli ugelli a iniezione che avrebbero realizzato il disegno. Come di consueto Daniele sfornò una profusione di schizzi e io selezionai le tre idee da elaborare nelle modalità richieste. Poi fu tutto un lavoro di geometrie, perché in quella fase erano escluse le proposte di colore. Prima di quanto ci aspettassimo completammo i cartoni, tono bruno su tono bruno, e inoltrammo il tutto alla sede italiana della società belga. Non dovevamo che attendere i risultati.

Arrivò la data della mostra milanese e anche un elegante catalogo delle opere esposte. Fu mio il compito di voltare pagina dopo pagina, attorniato dai presenti incuriositi e ansiosi. Il progetto vincitore si intitolava “Tessuto urbano” e rappresentava una planimetria catastale “da pavimento”. Immaginate di camminare come Gulliver per le strade di Lilliput. Neppure il secondo e il terzo premio andarono a noi. Rimanevano ancora quarantasette progetti da guardare. Voltavo ogni foglio con lentezza esasperante. Un po’ per creare suspense, ma soprattutto perché, a ogni pagina in più, diminuiva la speranza di avere lasciato traccia.

Quando chiusi anche la quarta di copertina fu chiaro che di noi non c’era ombra. «Cosa mai potevamo aspettarci, noi del profondo Sud? Bastava leggere i nomi dalla commissione giudicatrice per comprendere quale sarebbe stato il risultato finale! Non ti sei procurato neppure uno straccio di appoggio. Te l’avevo detto, io!». Questa non è che una sintesi estrema dei commenti; gli altri, meno educati, è facile immaginarli. Che il concorso fosse verosimilmente pilotato lo dimostrava una miriade di indizi, ma su questo è inutile soffermarsi.

Racconto, però, questa storia affinché ognuno che legge in fin dei conti ne possa trarre una morale. Questa specie di lezione di vita, a volte è l’autore a metterla in evidenza. A volte, invece, è la sorte stessa che a sorpresa la serve in tavola. A noi – cioè a Daniele e a me – capitò, quando una gentile voce femminile disse di chiamare per conto della LdP. In verità chi rispose al telefono mi riferì B&B, nota società di divani e poltrone. Stavo per rispondere di non avere tempo per incontrare un rappresentante di giro. Ma la LdP, in verità, era proprio quella Louis De Poortere che mesi prima ci aveva lasciato con la bocca amara.

La cordiale signora dava per scontato che io conoscessi ogni risvolto del bando di concorso. La manifestazione di Milano non era che la prima tappa di un processo selettivo. La documentazione, raccolta evidentemente in varie parti d’Europa in altrettanti concorsi, era giunta in Belgio, dove la fabbrica di moquette e tappeti pregiati ha la sua sede centrale. Con questo m’informava che ci era stata spedita per lettera una proposta di contratto per la produzione di uno dei disegni inviati al concorso. Messo a punto il contratto, in tempi strettissimi avremmo dovuto procedere con la progettazione e concludere gli elaborati esecutivi.

Quello che seguì fu un iter di lavoro artistico svolto, passo dopo passo, con i tecnici dell’azienda. La moquette fu concepita in tre varianti di colore, utilizzando soluzioni e macchine di nuovissima generazione, che permettevano di produrre un “contract” di alta gamma per alberghi e uffici open space, navi e aeroporti, grandi ambienti arredati. Per l’Europa e il resto del mondo. Si affacciava sul mercato un nuovo concetto di vendita che evitava il magazzino di stoccaggio. Quello che oggi chiamiamo On demand, ma per acquisti non inferiori a 200 metri quadrati.

Mio fratello Daniele aveva colto nel segno. Non avevamo vinto il concorso, non avevamo esposto a Milano a fianco dei nostri colleghi italiani. Ma a differenza loro, che non videro realizzata alcuna proposta, noi pochi mesi dopo potevamo sfogliare un lussuoso catalogo cartonato, interamente a colori, nel quale la nostra moquette compariva nella sezione Design, a fianco di una decina di firme famose come Ricardo Bofill o Ettore Sottsass.

Questa storia, nella sua semplicità, dimostra che non sempre il progetto vincitore di un concorso – sponsorizzato da una giuria autorevole, lodato da tanti estimatori, magnificato in una mostra, celebrato da una grande rivista internazionale – è davvero convincente da trovare un suo riscontro produttivo o d’uso. Evidentemente il nostro progetto era convincente. Infatti, il design, non quello creato solo dal marketing ad effetto, è una sintesi che assomma prerogative tecniche, funzionali, economiche, estetiche, riguardanti oggetti da produrre in serie per l’industria e per la vita.

Ecco perché a partire da quei primi anni di professione – piena di fiducia e aspettative, come un albero ricco di fronde – insieme a Daniele ho continuato a lavorare con grande serietà, evitando in progettazione virtuosismi e boutade. Sempre ridendo, scherzando, bevendo caffè. Sedevamo in poltrona: lui fumava una sigaretta dietro l’altra. Io sempre a insistere che buttasse il pacchetto. Ogni volta con l’idea di realizzare un qualcosa che apparentemente solo il caso ci aveva concesso, non la nostra bravura. Nulla questuando a nessuno. E questo fino al suo ultimo respiro.