
Ogni Natale porta con sé un lessico ricorrente. Parole che tornano puntuali, cariche di aspettative e di consuetudini. Le pronunciamo quasi senza pensarci, come formule necessarie. Ma, proprio perché ripetute, meritano di essere ascoltate di nuovo.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Ci sono parole che vivono una sola stagione all’anno. Non scompaiono davvero, ma restano in attesa, come oggetti riposti con cura. Poi, a dicembre, tornano improvvisamente centrali. “Auguri”, “insieme”, “famiglia”, “pace”. Le diciamo spesso, le scriviamo ovunque, le ascoltiamo ripetere fino a perderne il suono. Eppure, ogni volta, fingiamo di scoprirle di nuovo.
Il Natale è anche questo: un esercizio linguistico collettivo. Un periodo in cui il vocabolario si restringe e si intensifica, come se alcune parole bastassero a dire tutto ciò che conta. Ma cosa resta di quel significato, dopo tante ripetizioni?
“Auguri” è forse la parola più pronunciata. La diciamo quasi per riflesso, senza sempre sapere cosa stiamo augurando davvero. Salute, serenità, resistenza. Oppure solo continuità: che le cose restino, almeno per un po’, come sono. L’augurio natalizio ha perso precisione, ma non necessità. Serve a riconoscere l’altro, a segnare una presenza, anche minima.
“Insieme” è un’altra parola chiave. Evocata, promessa, talvolta temuta. Il Natale insiste sull’idea di condivisione, anche quando le relazioni sono fragili, distanti, imperfette. Dire “insieme” significa affermare un desiderio più che una realtà. Non sempre lo si realizza, ma lo si nomina, come si fa con ciò che si spera.
“Famiglia” è forse il termine più complesso. Al Natale viene attribuita una forma precisa, che spesso non coincide più con l’esperienza reale. Le famiglie cambiano, si ricompongono, si allargano o si riducono. Eppure la parola resta, carica di aspettative e di immagini sedimentate. Nominarla significa, a volte, fare i conti con ciò che manca più che con ciò che c’è.
Poi c’è “pace”, parola grande, spesso sproporzionata rispetto ai contesti in cui viene usata. Al Natale la pronunciamo con una naturalezza che altrove non avremmo. È una parola che consola più chi la dice che chi la riceve. Ma continua a essere pronunciata, come se bastasse nominarla per renderla almeno pensabile.
Il lessico del Natale è fatto di parole logorate e indispensabili. Non possiamo rinunciarvi, anche quando sembrano vuote. Perché, sotto la superficie della ripetizione, resta un bisogno autentico: quello di dire qualcosa che non sappiamo più esprimere in altro modo.
Forse il Natale non ci chiede di inventare nuove parole, ma di restituire peso a quelle che abbiamo. Di pronunciarle con meno automatismo, ascoltandone le incrinature. In fondo, anche il linguaggio ha bisogno, ogni tanto, di essere abitato con lentezza.
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