
A quasi vent’anni dal primo successo, il sequel riporta sullo schermo una delle figure più iconiche del cinema contemporaneo, tra crisi dell’editoria fashion e nuove gerarchie del lusso
Il ritorno de Il Diavolo veste Prada segna uno degli eventi cinematografici più attesi degli ultimi anni. Il sequel riporta al centro Miranda Priestly, figura simbolo del potere nella moda, ma la nuova storia promette di raccontare anche il tramonto di un’epoca e la trasformazione radicale dell’industria editoriale.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Hollywood torna a puntare su uno dei titoli più influenti degli anni Duemila. Il Diavolo veste Prada 2 riporterà sul grande schermo l’universo di Runway, la rivista fashion immaginaria che nel 2006 trasformò Miranda Priestly in un’icona culturale globale. A interpretarla sarà ancora una volta Meryl Streep, protagonista di una performance entrata nella storia del cinema contemporaneo e spesso considerata una delle rappresentazioni più memorabili del potere femminile sullo schermo.
Il primo film, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger pubblicato nel 2003, raccontava il dietro le quinte dell’editoria di moda attraverso gli occhi della giovane Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway. La storia si ispirava liberamente all’esperienza dell’autrice presso Vogue e al rapporto con la leggendaria direttrice Anna Wintour, figura che per anni è stata associata al personaggio di Miranda Priestly, pur senza un riferimento ufficialmente dichiarato.
Il sequel nasce in un contesto completamente diverso rispetto a quello raccontato quasi vent’anni fa. Se il primo capitolo rifletteva il fascino assoluto delle riviste cartacee e il dominio delle grandi direttrici editoriali, oggi l’industria della moda si confronta con la crisi della carta stampata, l’avanzata dei social media e il nuovo peso economico dei conglomerati del lusso. Ed è proprio qui che si svilupperà il cuore narrativo del nuovo film.
Secondo le anticipazioni emerse nelle ultime settimane, Miranda Priestly dovrà affrontare il progressivo declino del tradizionale sistema editoriale. Il personaggio si troverà infatti a negoziare con figure sempre più centrali nel business contemporaneo: manager del lusso, investitori e gruppi finanziari che hanno ridefinito il mercato globale della moda. Emily Charlton, l’assistente interpretata da Emily Blunt nel film originale, avrebbe ora un ruolo di primo piano all’interno di una potente holding del fashion luxury, creando un interessante ribaltamento delle gerarchie viste nel primo capitolo.
Il progetto è prodotto da Disney attraverso 20th Century Studios e rappresenta una delle operazioni nostalgia più strategiche degli ultimi anni. Il cinema hollywoodiano continua infatti a recuperare franchise e personaggi capaci di parlare contemporaneamente a più generazioni di spettatori. Nel caso de Il Diavolo veste Prada, il ritorno assume però anche un valore simbolico: il film originale non fu soltanto un successo commerciale, ma contribuì a ridefinire l’immaginario collettivo legato al mondo della moda, mostrando il lato spietato dell’ambizione professionale e della costruzione dell’immagine pubblica.
Meryl Streep, parlando del personaggio nel corso degli anni, ha spesso ricordato Miranda Priestly come “la donna più antipatica” interpretata nella sua carriera, sottolineando però la complessità psicologica di una figura costruita sulla disciplina assoluta e sul controllo emotivo. È proprio questa ambiguità ad aver reso Miranda un personaggio duraturo: non una semplice antagonista, ma l’emblema di un sistema fondato su eccellenza, competitività e sacrificio personale.
Il primo film ebbe anche un forte impatto estetico e culturale. Costumi, accessori e styling contribuirono a trasformare numerosi marchi di lusso in elementi narrativi riconoscibili dal grande pubblico. La collaborazione con Patricia Field, già celebre per Sex and the City, rese il guardaroba del film uno degli aspetti più discussi e imitati della cultura pop del periodo. Oggi il sequel dovrà confrontarsi con un panorama profondamente cambiato, dove il lusso dialoga continuamente con il digitale, l’influencer marketing e la comunicazione istantanea.
Resta ancora riservata la partecipazione completa del cast storico, anche se l’interesse del pubblico si concentra soprattutto sul possibile ritorno di Anne Hathaway e Stanley Tucci. Nel frattempo, la produzione sembra intenzionata a mantenere il tono sofisticato e ironico che aveva reso il primo film un raro equilibrio tra commedia brillante, critica sociale e racconto generazionale.
Più che un semplice seguito, Il Diavolo veste Prada 2 si presenta quindi come un confronto tra due epoche della moda e della comunicazione. Da una parte il prestigio quasi monarchico delle grandi direttrici editoriali, dall’altra un sistema frammentato e dominato dagli algoritmi, dalle piattaforme digitali e dai grandi gruppi finanziari. In mezzo resta Miranda Priestly, ancora impeccabile, ancora temuta, ancora simbolo di un potere che il cinema continua a osservare con fascinazione.
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