Una delle esplorazioni più intime e sensoriali di questi ultimi anni

Il capolavoro di André Aciman continua a conquistare generazioni di lettori grazie a una scrittura intensa, capace di raccontare il desiderio, la scoperta di sé e la forza indelebile dei ricordi. Un’opera diventata anche un film di culto con la regia di Luca Guadagnino.

Pubblicato nel 2007, “Chiamami col tuo nome” ha saputo imporsi come uno dei romanzi più significativi della narrativa contemporanea. La sua forza non risiede soltanto nella storia d’amore tra Elio e Oliver, ma nella straordinaria capacità di trasformare emozioni, paesaggi e ricordi in un’esperienza letteraria di rara intensità.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

L’estate della Riviera ligure sembra scorrere immobile, scandita dal frinire delle cicale, dalle pedalate lungo le strade di campagna e dai pomeriggi assolati trascorsi tra libri, musica e bagni in piscina. È in questo scenario, sospeso tra la quiete provinciale e la promessa di un cambiamento inevitabile, che André Aciman ambienta Chiamami col tuo nome, romanzo pubblicato nel 2007 e ormai considerato una delle opere più influenti della narrativa sentimentale contemporanea. La sua popolarità è cresciuta ulteriormente dieci anni dopo grazie all’adattamento cinematografico diretto da Luca Guadagnino, premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale firmata da James Ivory.

Al centro del racconto c’è Elio Perlman, diciassettenne di origini ebraico-americane, brillante, curioso e appassionato di letteratura e musica classica. Come ogni anno, la famiglia ospita nella propria villa uno studioso straniero chiamato a collaborare con il padre, docente universitario. L’arrivo del ventiquattrenne Oliver, giovane americano brillante, sicuro di sé e riconoscibile per il suo informale saluto “Dopo!”, modifica lentamente gli equilibri di quell’estate destinata a lasciare un segno profondo.

Aciman costruisce il rapporto tra i due protagonisti senza affidarsi ai meccanismi convenzionali della narrativa romantica. Il desiderio nasce attraverso esitazioni, silenzi, gesti apparentemente insignificanti, incomprensioni e continue oscillazioni tra attrazione e distanza. L’interesse del romanzo non consiste tanto negli eventi quanto nel modo in cui la coscienza di Elio registra ogni sfumatura emotiva, trasformando ogni incontro in un terreno di confronto con le proprie paure e con la scoperta della propria identità.

Uno degli aspetti più originali dell’opera è la scrittura fortemente sensoriale. Il paesaggio non rappresenta un semplice sfondo, ma diventa parte integrante della narrazione. La luce estiva, il profumo dei peschi, il calore delle pietre, il rumore delle biciclette sulle strade sterrate e la freschezza dell’acqua accompagnano costantemente i personaggi, contribuendo a creare un’atmosfera in cui il tempo sembra rallentare. L’estate assume così un valore simbolico: non è soltanto una stagione, ma il momento privilegiato in cui la vita appare più intensa e le emozioni trovano finalmente spazio per manifestarsi.

La frase che dà il titolo al romanzo – “Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio” – sintetizza il nucleo più profondo dell’opera. Non si tratta semplicemente di una dichiarazione amorosa, ma dell’aspirazione a un’intimità assoluta, nella quale il confine tra due identità sembra dissolversi fino a lasciare spazio a una reciproca immedesimazione.

È anche per questa attenzione alla psicologia che Chiamami col tuo nome continua a distinguersi nel panorama letterario. Aciman analizza con estrema precisione l’ossessione amorosa, l’attesa, il timore del rifiuto e la tendenza a interpretare ogni gesto dell’altro come un possibile segnale. Il romanzo racconta il desiderio con un’intensità che evita ogni sentimentalismo, restituendone invece tutta la complessità e le inevitabili contraddizioni.

Tra le pagine più memorabili figura il dialogo finale tra Elio e il padre, considerato uno dei momenti più intensi della narrativa contemporanea dedicata al passaggio all’età adulta. L’uomo invita il figlio a non difendersi dal dolore rinunciando alle emozioni, ricordandogli che anche la sofferenza fa parte della ricchezza dell’esperienza umana. È un invito alla vulnerabilità che ha contribuito a rendere il romanzo un punto di riferimento per lettori di generazioni diverse.

A quasi vent’anni dalla pubblicazione, Chiamami col tuo nome continua a essere tradotto, letto e riscoperto in tutto il mondo. La sua fortuna non deriva soltanto dalla storia tra Elio e Oliver, ma dalla capacità di evocare quel momento irripetibile in cui la giovinezza si confronta con il desiderio, la perdita e il ricordo. Alcune estati finiscono sul calendario; altre rimangono impresse nella memoria e continuano a definire ciò che siamo. È proprio questa permanenza emotiva a fare del romanzo di André Aciman un classico della letteratura contemporanea.


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Uno sguardo lucido e spietato sulle trasformazioni sociali dell’Italia degli anni ’60

Dino Risi trasformò una commedia on the road in uno dei ritratti più lucidi del Paese negli anni del miracolo economico. Tra ironia, velocità e malinconia, il film continua a interrogare il presente con sorprendente attualità.

Uscito nel 1962, Il sorpasso è uno dei vertici della commedia all’italiana. Dietro il ritmo brillante e l’energia dei suoi protagonisti si nasconde un’analisi impietosa di un’Italia lanciata verso il benessere, ma sempre più esposta ai rischi dell’illusione e della superficialità.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Ferragosto. Roma è quasi deserta, il caldo svuota le strade e il silenzio sembra sospendere il tempo. È da questa immagine insolita che prende avvio Il sorpasso, il capolavoro diretto da Dino Risi nel 1962, destinato a diventare una delle opere simbolo del cinema italiano. Apparentemente è il racconto di un viaggio improvvisato lungo la via Aurelia; in realtà è una radiografia dell’Italia del boom economico, osservata con uno sguardo ironico, brillante e insieme profondamente disincantato.

La vicenda nasce dall’incontro casuale fra due uomini agli antipodi. Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman in una delle prove più memorabili della sua carriera, è un quarantenne esuberante, incontenibile, amante della velocità e dell’improvvisazione. Roberto Mariani, cui presta il volto Jean-Louis Trintignant, è invece uno studente di giurisprudenza riservato, metodico e incapace di sottrarsi alle proprie insicurezze. Quello che dovrebbe essere un breve tragitto si trasforma in un viaggio di due giorni tra il litorale laziale e la Versilia, scandito da incontri occasionali, soste nelle trattorie, feste estive e continui sorpassi.

La straordinaria intuizione di Risi consiste nel trasformare il movimento in una metafora collettiva. L’Italia dei primi anni Sessanta cresce rapidamente: aumentano i consumi, le automobili diventano il simbolo della nuova prosperità e l’ottimismo sembra contagiare ogni aspetto della società. La Lancia Aurelia B24 Spider guidata da Bruno non è soltanto un’automobile di grande fascino, ma l’emblema di quella corsa verso la modernità che caratterizza il cosiddetto miracolo economico italiano. Anche il celebre clacson a tre trombe, divenuto uno degli elementi più riconoscibili del film, accompagna questa continua tensione al superamento, fisico e simbolico, di ogni limite.

Bruno incarna il volto più seducente e contraddittorio di quella stagione. Affascinante, brillante e irresistibilmente simpatico, vive esclusivamente nel presente, rifuggendo responsabilità e legami duraturi. Roberto rappresenta invece un’Italia ancora legata al senso del dovere, all’educazione tradizionale e alla prudenza. Durante il viaggio i due finiscono inevitabilmente per influenzarsi: il giovane scopre una libertà che non aveva mai conosciuto, mentre dietro l’esuberanza di Bruno affiorano crepe profonde, soprattutto negli incontri con l’ex moglie e con la figlia, che rivelano tutta la fragilità di un uomo incapace di costruire rapporti stabili.

È questa continua alternanza tra comicità e malinconia a fare de Il sorpasso uno dei vertici della commedia all’italiana. Risi dirige con un ritmo modernissimo, alternando leggerezza e inquietudine senza mai perdere il controllo della narrazione. La fotografia in bianco e nero di Alfio Contini valorizza paesaggi assolati e strade costiere che diventano il teatro di una libertà solo apparente, mentre la colonna sonora restituisce il clima musicale dell’epoca con brani di Edoardo Vianello, Peppino di Capri, Domenico Modugno e altri protagonisti della canzone italiana.

Il finale, improvviso e tragico, cambia radicalmente la prospettiva dell’intero racconto. In pochi istanti la brillante commedia si trasforma in una riflessione amara sulla fragilità dell’esistenza e sui rischi di una società che identifica il progresso con la velocità e l’apparenza. È una conclusione rimasta tra le più celebri della storia del cinema italiano proprio perché costringe lo spettatore a rileggere tutto ciò che ha visto fino a quel momento.

L’influenza del film è andata ben oltre i confini nazionali. Critici e studiosi hanno spesso evidenziato come Il sorpasso abbia contribuito a definire il road movie moderno, esercitando un’influenza riconosciuta anche su opere successive del cinema internazionale, tra cui Easy Rider di Dennis Hopper. Oggi, a più di sessant’anni dalla sua uscita, conserva intatta la capacità di raccontare un Paese in trasformazione e di ricordare che ogni sorpasso, nella vita come sulla strada, porta con sé una responsabilità. È questo equilibrio tra leggerezza narrativa e profondità di sguardo che continua a fare del film di Dino Risi un classico senza tempo.


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Mentre l’estate picchia, c’e un luogo dove la brezza rinfresca le ore più calde

Affacciata sulla sponda meridionale del Lago di Garda, Desenzano unisce il piacere della villeggiatura alla ricchezza del patrimonio storico e paesaggistico. Un luogo dove il tempo rallenta e ogni stagione, soprattutto l’estate, invita a vivere con eleganza il territorio.

Tra porticcioli rinascimentali, mosaici romani, colline ricamate dai vigneti del Lugana e navigazioni al tramonto, Desenzano del Garda offre un’esperienza che va oltre il semplice soggiorno turistico. È una destinazione capace di coniugare cultura, gastronomia e natura in un equilibrio raro.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Quando il caldo estivo invita a cercare luoghi dove l’acqua e il paesaggio regalano una tregua, Desenzano del Garda si rivela una delle destinazioni più affascinanti del Nord Italia. Adagiata lungo la sponda meridionale del Benaco, la cittadina bresciana conserva un’eleganza sobria, fatta di piazze animate, porticcioli storici e scorci che cambiano colore seguendo la luce del lago. È un luogo che non rincorre la mondanità, ma conquista con la qualità dell’accoglienza e con un patrimonio culturale che attraversa oltre duemila anni di storia.

Il cuore della città è Piazza Malvezzi, progettata nel Cinquecento dall’architetto Giulio Todeschini e ancora oggi punto d’incontro privilegiato per residenti e visitatori. Da qui si raggiunge il Porto Vecchio, uno degli angoli più suggestivi di Desenzano, dove le antiche banchine, i portici e le facciate dei palazzi raccontano il lungo rapporto della città con la Serenissima Repubblica di Venezia. Fermarsi per una colazione all’aperto o per un aperitivo nelle ore più fresche significa immergersi in un’atmosfera rilassata che rappresenta una delle cifre distintive della località.

Dominando il centro storico dall’alto, il Castello di Desenzano offre uno dei panorami più ampi sul basso Garda. Le sue origini risalgono all’Alto Medioevo, anche se la struttura attuale è il risultato di numerosi interventi successivi. Passeggiare lungo i camminamenti permette di cogliere l’ampiezza del lago e dei Colli Morenici, soprattutto nelle ore del tramonto, quando la luce rende ancora più suggestivo il paesaggio.

A poca distanza si trova uno dei siti archeologici più importanti della Lombardia: la Villa Romana, scoperta nel 1921 e celebre per gli oltre duecento metri quadrati di mosaici policromi, tra i meglio conservati dell’Italia settentrionale. Le decorazioni pavimentali, risalenti al IV secolo d.C., testimoniano il prestigio della residenza e raccontano scene di vita quotidiana, motivi geometrici e raffinate rappresentazioni naturalistiche, offrendo uno spaccato della vita aristocratica sulle rive del Garda in età imperiale.

Il lungolago che collega Desenzano a Rivoltella invita invece a un’esperienza più contemplativa. La passeggiata, sempre accompagnata dalla brezza del lago, è ideale nelle prime ore del mattino o dopo il tramonto, quando il riflesso delle luci sull’acqua restituisce tutta la quiete del paesaggio gardesano.

Bastano pochi minuti per lasciare il centro e raggiungere la campagna che circonda la città. Qui iniziano i vigneti della denominazione Lugana DOC, uno dei grandi vini bianchi italiani, prodotto prevalentemente con uve Turbiana. Percorrere queste strade in bicicletta, magari con una e-bike, significa attraversare un mosaico di filari, cascine e uliveti che caratterizza il paesaggio agricolo del basso Garda. Numerose aziende aprono le proprie cantine ai visitatori, proponendo degustazioni e aperitivi tra i vigneti accompagnati da formaggi, salumi e prodotti del territorio.

La posizione strategica rende Desenzano anche un punto di partenza privilegiato per esplorare il lago. In meno di mezz’ora di navigazione si raggiunge Sirmione, dominata dal Castello Scaligero e celebre per le Grotte di Catullo e le sue acque termali. Altrettanto suggestiva è un’escursione serale in battello: il sole cala dietro le colline moreniche mentre il lago si tinge di sfumature dorate, trasformando il rientro in uno dei momenti più emozionanti della giornata.

Anche la tavola racconta il carattere del territorio. Nei ristoranti affacciati sul lago trovano spazio il coregone, il luccio in salsa e altri pesci d’acqua dolce, mentre nelle trattorie dell’entroterra sono protagonisti l’olio extravergine Garda DOP e i vini locali. Dalle 18 in poi Piazza Malvezzi e il Porto Vecchio si animano con il rito dell’aperitivo, offrendo il momento ideale per osservare la città mentre si prepara alla sera.

Desenzano del Garda continua così a distinguersi per un’eleganza naturale, mai ostentata. Qui il turismo non cancella l’identità dei luoghi, ma dialoga con una storia antica, con la cultura del vino e con un paesaggio che invita a rallentare. È forse proprio questa armonia tra natura, arte e qualità della vita a renderla una delle mete più complete e affascinanti del Lago di Garda.


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Omaggio al grattacielo Turning Torso di Santiago Calatrava a Malmö, in Svezia

Progettato da Miguel Flores Soeiro per Herdmar nel 2014, il servizio Malmö dimostra come un gesto minimo possa trasformare un oggetto quotidiano in un’icona del design contemporaneo. Forma, ergonomia e funzionalità trovano qui un equilibrio sorprendente.

Una semplice rotazione del manico diventa il fulcro di un progetto che ha ridefinito il linguaggio della posateria moderna. Ispirato al Turning Torso di Santiago Calatrava, il servizio Malmö è oggi uno degli esempi più riconoscibili del design per la tavola del XXI secolo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel design industriale esistono progetti capaci di sorprendere senza ricorrere all’eccesso. Basta una modifica apparentemente semplice per cambiare il rapporto tra l’oggetto e chi lo utilizza. È il caso di Malmö, il servizio di posate ideato nel 2014 dal designer portoghese Miguel Flores Soeiro per Herdmar, storica azienda fondata nel 1911 e oggi considerata una delle principali realtà europee nella produzione di posateria. Presentata al salone Maison & Objet di Parigi, la collezione è diventata rapidamente uno dei progetti più rappresentativi del design contemporaneo per la tavola.

L’idea nasce dall’osservazione di un’architettura ormai entrata nell’immaginario collettivo: il Turning Torso di Santiago Calatrava, il grattacielo inaugurato nel 2005 a Malmö, in Svezia. Come l’edificio ruota progressivamente lungo il proprio asse verticale, così Soeiro introduce una torsione di novanta gradi nel punto di passaggio tra il manico e la parte funzionale della posata. Non si tratta di una citazione formale, ma di una traduzione progettuale che trasferisce nel piccolo oggetto domestico il dinamismo dell’architettura contemporanea.

La torsione modifica immediatamente il comportamento della posata sul tavolo. Il manico non rimane disteso sulla tovaglia, ma si solleva leggermente, appoggiandosi di taglio. Il risultato è una presenza più scultorea e, allo stesso tempo, una diversa esperienza d’uso. Le dita sono naturalmente invitate ad assumere un’impugnatura differente rispetto alle posate tradizionali, rendendo il gesto della presa più dinamico e consapevole. È proprio questa capacità di incidere sull’ergonomia attraverso una scelta formale a distinguere Malmö da molti altri esercizi di stile.

L’innovazione non riguarda soltanto l’estetica. Grazie all’inclinazione del manico, la lama del coltello e i rebbi della forchetta restano sollevati rispetto alla superficie della tavola, evitando il contatto diretto con la tovaglia. Una soluzione semplice ma efficace che rende superfluo il tradizionale poggia-coltello e introduce un beneficio anche sotto il profilo igienico. È un esempio di quel design in cui funzione e forma non procedono separatamente, ma si rafforzano a vicenda.

L’equilibrio visivo della collezione nasce anche dal dialogo tra linee tese e profili morbidi. I manici presentano una geometria sottile e rigorosa, mentre cucchiaio, coltello e forchetta adottano forme arrotondate che attenuano la forza del segno progettuale. La forchetta, con i suoi tre rebbi, contribuisce ulteriormente a definire l’identità della serie, confermando la ricerca di un linguaggio essenziale ma immediatamente riconoscibile.

La realizzazione avviene in acciaio inossidabile 18/10, ottenuto mediante stampaggio a freddo, una scelta che garantisce precisione costruttiva, durata e qualità delle finiture. Oltre alla versione classica lucida o satinata, Herdmar ha successivamente proposto varianti con rivestimento PVD al titanio, disponibili in tonalità come oro, rame, cioccolato e nero, ampliando le possibilità di inserimento della collezione sia nelle tavole domestiche sia nella ristorazione contemporanea.

La critica internazionale ha accolto Malmö come uno dei progetti più significativi della posateria contemporanea. Domus lo ha inserito tra i modelli che hanno segnato la storia recente del design della tavola, sottolineando come Soeiro abbia portato all’estremo il tema della torsione del manico, trasformandolo in un elemento capace di modificare la percezione e l’uso dell’oggetto.

A oltre dieci anni dalla sua presentazione, Malmö continua a rappresentare un esempio di come il design possa innovare senza rinunciare alla semplicità. Non introduce tecnologie complesse né effetti spettacolari: modifica un gesto quotidiano attraverso un dettaglio progettuale preciso. È questa capacità di trasformare la normalità in esperienza a spiegare perché una lieve torsione di novanta gradi sia diventata una delle firme più eleganti del design contemporaneo per la tavola.


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Nascono come piatto preparato dai pastori nelle malghe dell’alpeggio estivo

Nati nelle malghe della Lessinia, gli gnocchi di malga raccontano una cucina essenziale, costruita con pochi ingredienti e tanta sapienza. Un piatto che oggi è tornato protagonista grazie alla valorizzazione della tradizione gastronomica montana.

Burro di malga, fioretta, Monte Veronese DOP e gesti tramandati da generazioni: gli gnocchi di malga custodiscono l’identità delle Prealpi veronesi. Una ricetta semplice solo in apparenza, che continua a raccontare la vita dei pastori e la cultura dell’alpeggio.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nelle giornate d’estate trascorse in quota, quando i pascoli della Lessinia si riempivano delle mandrie condotte in alpeggio, la cucina delle malghe doveva fare affidamento esclusivamente su ciò che il territorio offriva. Da questa necessità nacquero gli gnocchi di malga, uno dei piatti più rappresentativi della tradizione gastronomica delle Prealpi veronesi, preparato con ingredienti poveri ma ricchi di sapore e capace ancora oggi di raccontare una cultura profondamente legata alla montagna.

La Lessinia, altopiano che si estende a nord di Verona fino ai confini con il Trentino, conserva un patrimonio ambientale e rurale di grande valore. Qui, tra pascoli, boschi e malghe ancora attive, la produzione lattiero-casearia ha dato vita nei secoli a ricette nate per nutrire chi trascorreva lunghi mesi lontano dai centri abitati. Gli gnocchi di malga sono forse l’espressione più autentica di questa cucina: sostanziosi, genuini e preparati con ciò che era disponibile quotidianamente nelle casere.

A differenza dei più noti gnocchi di patate, questa preparazione non ne prevede l’utilizzo. La ricetta originaria si basa infatti sulla fioretta, un latticino morbido e delicato che affiora durante la lavorazione del latte nei calderoni delle malghe. Si tratta di una sorta di ricotta molto fresca e cremosa, dal gusto intenso di latte ed erbe alpine, oggi non sempre facile da reperire. Per questo motivo, nella cucina domestica viene spesso sostituita con una ricotta vaccina freschissima, ammorbidita con un poco di latte o di acqua per ottenere la consistenza desiderata.

Esiste anche una variante storica, conosciuta come gnocchi sbatui o “sbattuti”, nella quale l’impasto nasce semplicemente da farina e acqua bollente lavorate energicamente fino a ottenere una massa elastica. Il nome deriva proprio dal gesto dello “sbattere” l’impasto con forza, tecnica che permetteva di ottenere gnocchi morbidi senza ricorrere ad altri ingredienti. In entrambe le versioni emerge lo stesso principio: trasformare pochi prodotti essenziali in un piatto nutriente, adatto al clima montano e alle fatiche dell’alpeggio.

Anche la preparazione conserva un carattere fortemente artigianale. L’impasto, volutamente morbido e cremoso, non viene modellato con le mani come avviene per gli gnocchi tradizionali, ma viene prelevato direttamente con due cucchiai oppure con una sac à poche e lasciato cadere nell’acqua bollente. Bastano pochi minuti di cottura: quando gli gnocchi salgono in superficie sono pronti per essere scolati delicatamente e conditi.

Il condimento appartiene anch’esso alla grande tradizione casearia della Lessinia. Il burro di malga viene lasciato fondere lentamente fino a raggiungere il caratteristico colore nocciola, quindi profumato con foglie di salvia fresca. A completare il piatto arriva una generosa grattugiata di Monte Veronese DOP stagionato, formaggio che ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta nel 1996 e rappresenta una delle eccellenze gastronomiche del territorio. Alcune varianti prevedono anche l’impiego della ricotta affumicata, capace di aggiungere una nota aromatica ancora più intensa.

Per molti anni questa preparazione è rimasta confinata alle cucine domestiche e alle malghe di montagna, rischiando quasi di scomparire. Negli ultimi decenni, invece, la crescente attenzione verso la cucina territoriale ha favorito una riscoperta delle ricette tradizionali. Oggi gli gnocchi di malga sono nuovamente presenti nei menu delle trattorie e dei ristoranti della Lessinia, dove vengono valorizzati come espressione autentica della cultura gastronomica locale.

Per accompagnare un piatto tanto ricco è ideale un vino del territorio. Un Lessini Durello DOC, nella versione spumante, offre freschezza e una piacevole vena minerale capace di equilibrare la morbidezza del burro e del formaggio. Chi preferisce un bianco fermo può orientarsi verso un Soave Classico, la cui eleganza aromatica si sposa con la delicatezza della fioretta senza coprirne il sapore.

Gli gnocchi di malga dimostrano come la cucina di montagna sappia trasformare la semplicità in eccellenza. Ogni cucchiaiata racconta il lavoro dei malgari, la qualità del latte prodotto in quota e il legame profondo tra uomo e paesaggio. È un patrimonio gastronomico che continua a vivere non solo nelle ricette tramandate, ma anche nella capacità di evocare, attraverso pochi ingredienti, l’identità più autentica della Lessinia.


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Una denominazione celebre per freschezza sferzante e spiccata mineralità

Tra Verona e Vicenza, un antico vitigno autoctono dà origine a uno dei vini più originali del panorama italiano. La Durella, con la sua straordinaria acidità naturale, trova nei suoli vulcanici dei Monti Lessini il territorio ideale per esprimere freschezza, mineralità e una sorprendente vocazione alla spumantizzazione.

Il Lessini Durello rappresenta una delle eccellenze enologiche del Veneto. Dietro il carattere deciso del vitigno Durella si cela un paesaggio ricco di biodiversità, una lunga tradizione vitivinicola e una denominazione che continua a distinguersi per autenticità e capacità di evoluzione.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Tra le colline che segnano il confine naturale tra le province di Verona e Vicenza si estende uno dei territori vitivinicoli più affascinanti del Veneto. Qui, sulle dorsali dei Monti Lessini modellate da antichi fenomeni vulcanici, cresce la Durella, un vitigno autoctono che da secoli trova in questi suoli il proprio habitat ideale. Il risultato è un vino dalla personalità inconfondibile, capace di coniugare energia, eleganza e una longevità fuori dal comune.

Il nome della varietà deriva dalla particolare consistenza dell’acino, caratterizzato da una buccia spessa e resistente, ma richiama anche la sua principale qualità enologica: un’acidità naturalmente elevata che consente di ottenere vini tesi, vibranti e particolarmente adatti alla spumantizzazione. Oggi il disciplinare prevede che i vini della denominazione siano prodotti con almeno l’85% di uve Durella, alle quali possono essere affiancate, in misura limitata, altre varietà a bacca bianca.

La denominazione Lessini Durello DOC nasce ufficialmente nel 1987. L’anno successivo viene istituito il Consorzio di tutela, mentre nel 2011 il disciplinare viene aggiornato per identificare esclusivamente gli spumanti a base Durella. Dal 2022 il Consorzio è inoltre il primo organismo vitivinicolo italiano ad aver ottenuto la certificazione Biodiversity Friend, riconoscimento che testimonia l’attenzione verso la sostenibilità ambientale e la tutela degli ecosistemi agricoli. Oggi la DOC comprende circa 600 ettari vitati, coinvolge 34 aziende associate, interessa 27 comuni distribuiti tra Verona e Vicenza e produce mediamente un milione di bottiglie all’anno.

Il carattere del Durello nasce soprattutto dall’incontro tra il vitigno e un territorio geologicamente unico. L’area comprende rilievi vulcanici di origine basaltica, colline calcaree, depositi colluviali e pianure alluvionali che determinano una notevole varietà di microambienti. Le zone più elevate, ventilate e ricche di basalti conferiscono ai vini quella marcata impronta minerale e sapida che costituisce la firma stilistica della denominazione. Il Press Kit del Consorzio evidenzia inoltre la presenza di 14 sottozone, ciascuna caratterizzata da specifiche peculiarità pedoclimatiche, tra cui Calvarina, San Giovanni, Vestenanova, Trissino e Val di Chiampo.

Accanto al valore geologico emerge quello paesaggistico. Gran parte dell’areale ricade in un ambiente ancora poco urbanizzato, dove boschi, prati, insetti impollinatori e microrganismi convivono con i vigneti contribuendo all’equilibrio dell’ecosistema. La vicinanza del Parco Naturale Regionale della Lessinia favorisce una viticoltura rispettosa dell’ambiente e permette al vino di riflettere un patrimonio botanico ricco di sambuco, biancospino, tarassaco, iris, rovo e amarena selvatica, aromi che si ritrovano, con diversa intensità, nel profilo sensoriale dei vini.

Il Durello si presenta in due principali interpretazioni. La versione Monti Lessini DOC ferma esprime tutta la verticalità del vitigno: colore giallo paglierino con riflessi verdolini, profumi di mela verde, agrumi, fiori di campo e pietra focaia, sorso teso, sapido e caratterizzato da un finale piacevolmente amarognolo. È un vino che accompagna con efficacia piatti ricchi della tradizione veneta, dal baccalà alla vicentina ai formaggi di malga e alle fritture di pesce.

La versione più rappresentativa resta però il Lessini Durello Metodo Classico, considerato una delle migliori espressioni italiane della spumantizzazione. L’elevata acidità della Durella permette lunghissimi affinamenti sui lieviti, spesso superiori ai tre anni e, nelle Riserve, anche oltre i cinque o otto anni. Il risultato è uno spumante dal perlage finissimo, con sentori di crosta di pane, frutta secca, tostature leggere e una marcata impronta gessosa e minerale. Fresco ma cremoso, dinamico e persistente, accompagna con naturalezza sia l’aperitivo sia piatti più strutturati, come risotti, arrosti di carni bianche, frutti di mare e gli stessi gnocchi di malga della Lessinia, con i quali crea uno degli abbinamenti più identitari del territorio.

In un panorama vitivinicolo spesso orientato verso vitigni internazionali, il Durello rappresenta la forza delle radici locali. La sua personalità nasce da un vitigno antico, da un paesaggio vulcanico rimasto in gran parte incontaminato e da una comunità di produttori che continua a valorizzarne l’identità. Ogni calice racconta la storia dei Monti Lessini: una terra severa e generosa, dove la pietra basaltica, la biodiversità e il lavoro dell’uomo si fondono in uno dei vini più originali dell’enologia italiana.


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Un racconto dove ogni scelta può avere conseguenze imprevedibili

Il nuovo romanzo dell’autrice più letta del momento trasforma il lettore nel protagonista della storia. Ventidue possibili finali, decisioni irreversibili e una cena che promette di cambiare il destino di chi accetta l’invito.

Un lavoro che unisce il ritmo serrato del thriller psicologico alla struttura narrativa dei romanzi a bivi. Freida McFadden rinnova la suspense coinvolgendo direttamente il lettore, chiamato a decidere ogni mossa in un racconto dove anche la scelta più banale può avere conseguenze imprevedibili.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Freida McFadden continua a sorprendere il pubblico internazionale con una formula narrativa capace di reinventarsi senza tradire gli elementi che ne hanno decretato il successo. Dopo aver conquistato milioni di lettori con La domestica e gli altri thriller che l’hanno resa una delle autrici più vendute al mondo, torna in libreria con The Dinner Party, pubblicato in Italia da Newton Compton il 7 luglio 2026. Il romanzo introduce una novità destinata a incuriosire anche i lettori più esperti: non esiste un solo finale, ma ventidue possibili sviluppi, determinati dalle decisioni prese durante la lettura.

L’idea narrativa è semplice solo in apparenza. La protagonista attraversa un periodo difficile: è senza denaro, non riesce più a pagare l’affitto e rischia lo sfratto. L’offerta di lavoro arrivata da un’amica sembra l’occasione perfetta per ricominciare. Si tratta di servire come cameriera durante una cena organizzata in una villa isolata sulle alture di Peyton’s Peak. Il compenso è insolitamente elevato, tanto da coprire due mesi di affitto e consentirle di rimettere ordine nella propria vita. Proprio questa generosità, però, alimenta il sospetto che dietro l’apparente fortuna si nasconda qualcosa di molto più inquietante.

Da quel momento il lettore smette di essere un semplice osservatore e diventa parte integrante della storia. Accettare o rifiutare l’incarico, offrire un passaggio a uno sconosciuto incontrato lungo la strada, scegliere quale direzione prendere a un bivio: ogni decisione modifica il corso degli eventi. È un meccanismo che richiama i classici libri-game, ma viene applicato a un thriller psicologico costruito secondo le regole della suspense contemporanea, dove il dubbio e la tensione prevalgono sull’azione spettacolare.

L’ambientazione contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’atmosfera. La villa isolata, il numero ristretto dei partecipanti, il progressivo emergere di segreti e menzogne trasformano una cena elegante in una trappola dalla quale sembra impossibile uscire indenni. Ogni portata porta con sé una nuova rivelazione, mentre gli ospiti mostrano lentamente un volto diverso da quello presentato all’inizio della serata. La sensazione di claustrofobia cresce pagina dopo pagina, alimentata dall’unità di luogo e dall’impossibilità di capire di chi ci si possa davvero fidare.

McFadden conferma le caratteristiche che hanno costruito il suo stile. I capitoli sono brevi, il ritmo è serrato e i continui ribaltamenti di prospettiva spingono il lettore a mettere costantemente in discussione ciò che crede di aver compreso. Vittime e colpevoli cambiano posizione con sorprendente rapidità, mentre i colpi di scena si susseguono fino agli ultimi passaggi del racconto. È una tecnica che l’autrice, medico specializzato in neurologia oltre che scrittrice, padroneggia con particolare efficacia, sfruttando i meccanismi della percezione e della memoria per orientare e disorientare il pubblico.

La struttura interattiva rappresenta l’elemento più originale dell’opera. Sebbene la narrativa a bivi abbia una lunga tradizione, soprattutto nella letteratura per ragazzi e nei giochi di ruolo, negli ultimi anni è tornata a suscitare interesse anche presso il pubblico adulto grazie alla diffusione di esperienze narrative immersive, sia editoriali sia audiovisive. The Dinner Party adotta questo modello senza rinunciare alla solidità del thriller psicologico, dimostrando come il coinvolgimento diretto possa amplificare la tensione invece di disperderla.

Il risultato è una lettura veloce ma ricca di possibilità, pensata per essere affrontata più volte. Ogni percorso conduce a conseguenze differenti, trasformando il romanzo in un esperimento narrativo nel quale curiosità e suspense si alimentano reciprocamente. Per gli appassionati delle storie costruite su segreti, manipolazioni e colpi di scena, il nuovo lavoro di Freida McFadden offre un’esperienza insolita: non basta voltare pagina, bisogna anche decidere quale strada imboccare. E, come suggerisce il titolo, la domanda decisiva resta sempre la stessa: quale sarà davvero la tua ultima portata?


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Ecco come raccontare il dolore senza enfasi e la speranza senza retorica

Dopo il successo di La persona peggiore del mondo, il regista norvegese firma un’opera intensa che intreccia cinema, rapporti familiari e identità. Un dramma raffinato, premiato a Cannes, che affida ai silenzi e agli affetti irrisolti la propria forza narrativa.

Un padre regista, due figlie segnate dall’abbandono e una casa che conserva il peso dei ricordi. Con Sentimental Value Joachim Trier costruisce un film sulla difficoltà di riconciliarsi con il passato, trasformando la memoria familiare in materia cinematografica.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Joachim Trier continua a esplorare il territorio più fragile dell’esperienza umana: quello delle relazioni familiari, dei ricordi che resistono al tempo e delle parole rimaste sospese. Con Sentimental Value (Affeksjonsverdi), presentato in concorso al Festival di Cannes 2025 e insignito del Grand Prix della Giuria, il regista norvegese realizza uno dei lavori più maturi della sua filmografia, confermando la capacità di coniugare introspezione psicologica, eleganza formale e intensità emotiva.

La vicenda prende avvio dopo la morte della madre di Nora e Agnes, due sorelle costrette a ritrovarsi proprio mentre nella loro vita riappare Gustav Borg, celebre regista che anni prima aveva abbandonato la famiglia trasferendosi dalla Norvegia alla natia Svezia. Il funerale diventa così l’occasione per un confronto rimasto troppo a lungo irrisolto. Gustav propone alla figlia maggiore, attrice teatrale di talento ma segnata da profonde fragilità, di interpretare il ruolo principale del suo nuovo film autobiografico, ambientato proprio nella casa in cui entrambe sono cresciute. Nora rifiuta l’offerta e il padre affida la parte a una giovane attrice americana, interpretata da Elle Fanning. Una decisione destinata a riaprire vecchie ferite e ad alimentare tensioni mai davvero sopite.

Il film costruisce il proprio racconto attorno a una domanda semplice e universale: è possibile ricostruire un rapporto quando il tempo ha sedimentato incomprensioni, assenze e rancori? Trier evita ogni risposta consolatoria e preferisce seguire i suoi personaggi nel lento percorso che conduce dalla diffidenza al tentativo di ascolto reciproco. Il cinema, in questo caso, non è soltanto il contesto professionale del protagonista, ma diventa il linguaggio attraverso cui padre e figlia cercano di esprimere sentimenti che nella vita quotidiana non riescono a trovare voce.

Renate Reinsve, premiata a Cannes nel 2021 proprio con La persona peggiore del mondo, offre un’interpretazione di grande intensità, restituendo una Nora vulnerabile, ostinata e incapace di liberarsi completamente dall’infanzia. Accanto a lei, Stellan Skarsgård costruisce un Gustav complesso, autorevole e insieme profondamente umano, lontano dalla figura del padre semplicemente colpevole. Inga Ibsdotter Lilleaas interpreta Agnes con misura, trasformandola nel punto di equilibrio emotivo della famiglia, mentre Elle Fanning dà vita a un personaggio che supera rapidamente lo stereotipo della giovane diva hollywoodiana, diventando parte integrante del delicato gioco di specchi costruito dalla sceneggiatura.

La casa di famiglia assume un ruolo centrale nella narrazione. Non è soltanto un luogo fisico, ma un archivio di ricordi, conflitti e identità. Pareti, stanze e oggetti custodiscono tracce di ciò che è stato, ricordando come gli spazi domestici possano conservare una memoria emotiva capace di influenzare il presente. Trier traduce questa idea attraverso una regia essenziale, fatta di movimenti fluidi, luce naturale e una composizione dell’immagine che privilegia la profondità dei rapporti rispetto all’effetto spettacolare.

Autore tra i più significativi del cinema europeo contemporaneo, Joachim Trier – nato a Copenaghen nel 1974 e cresciuto a Oslo – ha costruito una filmografia coerente, da Reprise a Oslo, 31. august, fino alla consacrazione internazionale con La persona peggiore del mondo. In tutte le sue opere emerge l’interesse per la memoria, l’identità e le relazioni affettive, affrontati con uno stile che combina rigore nordico e sensibilità narrativa. Sentimental Value rappresenta una naturale evoluzione di questo percorso, approfondendo il rapporto tra esperienza personale e creazione artistica.

Il riconoscimento ottenuto a Cannes conferma il valore di un film che riflette sul significato stesso dell’eredità affettiva. Il “valore sentimentale” evocato dal titolo non coincide con quello economico degli oggetti, ma con il peso invisibile delle esperienze condivise, delle assenze e delle riconciliazioni possibili. Trier firma così un’opera di rara finezza, capace di raccontare il dolore senza enfasi e la speranza senza retorica, ricordando che il dialogo, anche quando arriva troppo tardi, resta l’unica strada attraverso cui il passato può finalmente trovare una forma di pace.


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Da oltre un secolo rappresenta il luogo del tempo libero dei palermitani

A pochi chilometri dal centro del capoluogo siciliano si apre una baia che da oltre un secolo rappresenta il luogo del tempo libero dei palermitani. Sabbia chiarissima, mare trasparente e un patrimonio architettonico che racconta la Belle Époque rendono Mondello una meta imprescindibile.

Affacciata tra Monte Pellegrino e Monte Gallo, Mondello è molto più di una spiaggia. La sua storia attraversa secoli di trasformazioni urbane e ambientali, mentre il suo paesaggio continua a essere uno dei simboli più riconoscibili della costa siciliana.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Bastano pochi minuti di strada dal centro di Palermo per ritrovarsi davanti a uno degli scenari più iconici della Sicilia. Mondello appare come una lunga mezzaluna di sabbia bianca e finissima lambita da acque che sfumano dal verde smeraldo al turchese, racchiusa tra due promontori che ne proteggono la baia: Monte Pellegrino a est e Monte Gallo a ovest. È la spiaggia dei palermitani per eccellenza, ma anche una delle destinazioni più amate dai visitatori che desiderano alternare il patrimonio monumentale della città al fascino del Mediterraneo.

L’immagine odierna di Mondello è il risultato di una straordinaria trasformazione. Fino alla fine dell’Ottocento quest’area era una zona paludosa e malsana, conosciuta già in epoca araba come Marsa al-Tin, il “porto del fango”. La grande opera di bonifica avviata tra XIX e XX secolo cambiò radicalmente il destino del borgo marinaro, aprendo la strada alla nascita di una delle più eleganti località balneari del Mediterraneo. Fu allora che la borghesia palermitana scelse Mondello come luogo di villeggiatura, contribuendo allo sviluppo di un quartiere impreziosito da ville Liberty e da una raffinata pianificazione urbana.

Il simbolo assoluto della località resta l’Antico Stabilimento Balneare, straordinaria costruzione in stile Art Nouveau progettata nel 1910 dall’architetto Rodolfo Stualker e inaugurata nel 1913. Realizzato su palafitte direttamente sul mare, sembra quasi galleggiare sulle acque del golfo. Decorazioni floreali, eleganti saloni e un’imponente struttura in legno e cemento armato ne fecero uno dei luoghi mondani più prestigiosi dell’Europa del primo Novecento. Ancora oggi rappresenta una delle immagini più celebri di Palermo e testimonia l’età d’oro della Belle Époque siciliana.

Passeggiando lungo viale Regina Elena e nelle strade vicine si incontrano numerosi villini Liberty, molti dei quali progettati da Ernesto Basile, protagonista del modernismo palermitano. Questo patrimonio architettonico dialoga con il paesaggio naturale, creando un equilibrio raro tra eleganza urbana e bellezza costiera. Mondello conserva inoltre il nucleo originario del suo antico borgo di pescatori, riconoscibile nel piccolo porto e nella torre di avvistamento quattrocentesca, memoria della storica tonnara che per secoli ha caratterizzato l’economia locale.

La spiaggia si estende per circa un chilometro e mezzo e alterna stabilimenti balneari attrezzati a tratti di arenile libero. I fondali bassi e sabbiosi la rendono particolarmente adatta alle famiglie, mentre le condizioni di vento che spesso interessano il golfo richiamano appassionati di windsurf, vela e altri sport acquatici. Sul lungomare e tra le vie del borgo non mancano chioschi, gelaterie, ristoranti e locali dove assaporare il meglio della gastronomia palermitana: dalle panelle alle crocchè, fino al pesce freschissimo servito nelle trattorie affacciate sul mare.

L’esperienza di Mondello non si esaurisce però sulla spiaggia. Monte Pellegrino, definito da Goethe “il promontorio più bello del mondo”, domina l’intero golfo con le sue pareti calcaree e custodisce il Santuario di Santa Rosalia, patrona di Palermo. Sul versante opposto si estende invece la Riserva Naturale Orientata di Capo Gallo, habitat di grande interesse naturalistico dove sentieri panoramici, grotte e fondali marini protetti offrono uno dei paesaggi più suggestivi della costa siciliana. Tra Capo Gallo e Isola delle Femmine si sviluppa inoltre un’area marina protetta particolarmente apprezzata dagli appassionati di immersioni e snorkeling.

Raggiungere Mondello è semplice anche senza automobile. Dal centro di Palermo diverse linee di autobus collegano quotidianamente la spiaggia alla città, mentre chi preferisce muoversi in bicicletta può attraversare il Parco della Favorita, grande polmone verde voluto alla fine del Settecento da Ferdinando III di Borbone. Nei mesi di luglio e agosto il litorale registra il massimo afflusso di visitatori; chi desidera apprezzarne la bellezza con maggiore tranquillità trova nella tarda primavera e nel mese di settembre il momento ideale per vivere questa baia in tutta la sua autenticità.

Mondello continua così a rappresentare una delle immagini più luminose di Palermo: un luogo dove il mare incontra la storia, l’architettura dialoga con la natura e la tradizione marinara convive con una vocazione turistica costruita nel corso di oltre un secolo. Una tappa che non è soltanto balneare, ma culturale, capace di raccontare l’identità di una città attraverso il suo paesaggio più celebre.


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Il servizio di Josef Hoffmann segna il passaggio verso la modernità

Presentato nel 1906 alla mostra viennese Der gedeckte Tisch, il servizio progettato da Josef Hoffmann segna il passaggio dalla decorazione ottocentesca alla modernità. Oggi Alessi ne ripropone uno dei capolavori assoluti del design europeo.

Un cucchiaio, una forchetta, un coltello possono raccontare una rivoluzione estetica. Il servizio Rundes Modell rappresenta uno dei momenti decisivi nella nascita del design moderno, quando la funzione diventa il principio guida della forma e la tavola entra a pieno titolo nella cultura del progetto.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Nel 1906, a Vienna, un servizio di posate contribuì a cambiare il modo di concepire gli oggetti della vita quotidiana. Si chiamava Rundes Modell ed era stato progettato da Josef Hoffmann, architetto, designer e tra i fondatori della Wiener Werkstätte. Presentato alla mostra Der gedeckte Tisch (“La tavola apparecchiata”), il servizio rompeva con la tradizione dei sontuosi servizi ottocenteschi, ricchi di decorazioni e motivi ornamentali, proponendo invece una sobrietà formale destinata a influenzare tutto il design del Novecento.

L’innovazione non risiedeva soltanto nell’aspetto estetico, ma nella concezione stessa dell’oggetto. Hoffmann eliminò ogni elemento superfluo, affidando la qualità del progetto alla precisione delle proporzioni. Le impugnature, lunghe e leggermente svasate verso l’estremità, conferiscono alle posate un’eleganza discreta e un equilibrio visivo ancora oggi sorprendente. Il cucchiaio, con la caratteristica coppa schiacciata e originariamente orientata trasversalmente rispetto al manico, rappresentava una scelta radicale per l’epoca, tanto da suscitare inizialmente qualche perplessità. L’utilizzo quotidiano dimostrò però l’efficacia ergonomica di quella soluzione, destinata a diventare una delle firme progettuali del servizio.

Le Rundes Modell nacquero nell’ambiente creativo della Wiener Werkstätte, i laboratori fondati nel 1903 da Hoffmann e Koloman Moser con il sostegno dell’industriale Fritz Waerndorfer. L’obiettivo era superare la distinzione tra arti maggiori e arti applicate, progettando ogni elemento dell’abitare secondo il principio dell’opera d’arte totale (Gesamtkunstwerk). Architettura, arredi, tessuti, vetri, gioielli e oggetti per la tavola dovevano dialogare tra loro attraverso un linguaggio coerente, capace di coniugare qualità artigianale e innovazione estetica.

Il servizio venne realizzato originariamente in argento e trovò una delle sue prime applicazioni nel celebre Cabaret Fledermaus, inaugurato proprio nel 1907 a Vienna e progettato da Hoffmann come uno degli ambienti simbolo della nuova cultura viennese. Qui ogni dettaglio, dagli interni alle stoviglie, contribuiva a costruire un’esperienza estetica unitaria, perfettamente coerente con gli ideali della Secessione viennese.

Josef Hoffmann, nato nel 1870 in Moravia e formatosi all’Accademia di Belle Arti di Vienna sotto Otto Wagner, è considerato uno dei protagonisti assoluti del design europeo del primo Novecento. Tra le sue opere più celebri figurano il Palazzo Stoclet di Bruxelles, oggi Patrimonio Mondiale UNESCO, e numerosi progetti di arredo che anticipano il razionalismo e il design moderno. Nella sua ricerca il decoro non viene abolito, ma disciplinato entro rigorose geometrie, dove la bellezza nasce dalla relazione tra forma, funzione e materiali.

Nel 2000 Alessi ha riportato questo capolavoro alla produzione industriale, trasformando un oggetto nato per una raffinata lavorazione artigianale in un servizio destinato all’uso contemporaneo. L’azienda di Omegna ha sviluppato la riedizione in acciaio inossidabile 18/10 lucidato a specchio, lavorando in collaborazione con il MAK – Museum für angewandte Kunst di Vienna per garantire il massimo rispetto del progetto originale. Per facilitare l’utilizzo moderno è stata inoltre affiancata alla versione storica del cucchiaio una variante con coppa orientata secondo gli standard oggi più diffusi, mantenendo però inalterato il linguaggio formale concepito da Hoffmann.

A oltre cent’anni dalla loro nascita, le Rundes Modell conservano una straordinaria attualità. Molti servizi di posate minimalisti progettati nella seconda metà del Novecento e nei primi decenni del XXI secolo devono qualcosa alla chiarezza compositiva introdotta da Hoffmann. Il loro successo dimostra come un progetto autenticamente innovativo riesca a superare il tempo e le mode, trasformandosi in un classico.

Il valore di queste posate va quindi oltre la loro funzione pratica. Esse rappresentano uno dei momenti fondativi della cultura del design contemporaneo, quando un semplice oggetto domestico diventò il luogo d’incontro tra arte, architettura e industria. È questa capacità di sintetizzare eleganza, funzionalità e rigore progettuale a rendere il Rundes Modell uno dei capolavori più significativi della storia del design europeo.


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