Hazel Riley compie il lungo percorso narrativo della serie Game of Gods

L’ultimo capitolo di Game of Gods conclude una delle serie romantasy più seguite dalla comunità di BookTok. Tra richiami alla mitologia greca, dark romance e percorsi di rinascita, Catarsi tira le fila delle vicende della famiglia Lively, affidando ai suoi protagonisti l’ultima prova: imparare a convivere con il proprio passato.

La conclusione della saga firmata Hazel Riley non punta sull’effetto sorpresa, ma sulla maturazione dei personaggi. Un romanzo che intreccia emozione, simbolismo e relazioni, trasformando il mito classico in una storia contemporanea di crescita e riconciliazione.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Con Game of Olympus. Catarsi, pubblicato da Sperling & Kupfer nel giugno 2026, Hazel Riley porta a compimento il lungo percorso narrativo della serie Game of Gods, una delle saghe italiane di romantasy e dark romance che più hanno saputo conquistare il pubblico giovane attraverso BookTok. Il volume conclusivo – oltre cinquecento pagine – non rappresenta soltanto l’epilogo delle vicende della famiglia Lively, ma anche il momento in cui ogni personaggio è chiamato a confrontarsi definitivamente con il proprio passato.

L’universo costruito dall’autrice fonde elementi del romance contemporaneo con una rilettura della mitologia greca. Gli dèi olimpici diventano identità simboliche attraverso cui raccontare fragilità, passioni e conflitti interiori, in un’ambientazione che alterna il campus della Yale University alle spiagge della California. Il riferimento al mito non è mai decorativo: serve piuttosto a dare profondità psicologica ai protagonisti e a trasformare archetipi antichi in figure capaci di parlare ai lettori di oggi.

Il titolo, Catarsi, richiama direttamente il concetto elaborato nella poetica di Aristotele: quel processo di purificazione emotiva che il teatro tragico produce nello spettatore attraverso pietà e paura. Hazel Riley ne offre una rilettura moderna. Dopo aver scoperchiato il loro personale “vaso di Pandora” e affrontato segreti familiari rimasti nascosti per anni, i protagonisti comprendono che la felicità non coincide con un traguardo definitivo, ma con una continua capacità di affrontare ciò che resta irrisolto.

Ogni figura centrale trova così il proprio spazio conclusivo. Hades e Haven sono pronti a suggellare il loro legame con una promessa d’amore destinata a durare. Apollo tenta invece di liberarsi definitivamente dal dolore che lo ha accompagnato per gran parte della sua esistenza, mentre Poseidon affronta un distacco che avrebbe voluto rimandare per sempre. Athena continua il difficile equilibrio tra razionalità e sentimento, affiancata da Dionysus, impegnato a risalire dal proprio abisso personale grazie allo sguardo di chi sceglie di non giudicarlo. Anche Hera, Ares ed Hermes devono infine fare i conti con il peso dell’eredità paterna, trasformando ferite e cicatrici in strumenti di crescita.

L’aspetto più interessante del romanzo risiede proprio nel messaggio che attraversa tutte queste storie. La guarigione non passa attraverso la cancellazione del dolore, ma attraverso la sua accettazione. Le cicatrici non vengono nascoste: diventano la prova concreta della strada percorsa. È una prospettiva che si allontana dalle conclusioni consolatorie per proporre una maturità emotiva più credibile, nella quale anche le ombre degli antagonisti, Crono e Crio, finiscono progressivamente per perdere il loro potere sui protagonisti, lasciando spazio a una serenità conquistata e non semplicemente ricevuta.

La serie si conclude così dopo un percorso articolato in sei romanzi: Game of Gods. Discesa agli inferi, Game of Titans. Ascesa al paradiso, Game of Chaos. Redenzione, Game of Desire. Devozione, Game of Lust. Tentazione e infine Game of Olympus. Catarsi. Un progetto narrativo costruito come una progressiva esplorazione delle relazioni umane attraverso figure ispirate al pantheon ellenico, capace di fondere dinamiche sentimentali, tensione psicologica e suggestioni classiche in una formula che ha trovato una vasta comunità di lettori sui social dedicati ai libri.

Per chi ha seguito fin dall’inizio le vicende dei Lively, Catarsi rappresenta la chiusura naturale di tutti i fili narrativi rimasti aperti. Per chi si avvicina oggi alla saga, è invece il segnale di un fenomeno editoriale che testimonia quanto la mitologia classica continui a offrire materia narrativa inesauribile, soprattutto quando viene reinterpretata con sensibilità contemporanea e con un’attenzione costante alle trasformazioni emotive dei suoi protagonisti.


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L’ascesa di Putin attraverso lo sguardo del suo più enigmatico consigliere

Jude Law offre una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera, in un’opera che interroga il rapporto tra comunicazione, manipolazione e costruzione del consenso. Dal romanzo di Giuliano da Empoli nasce un film che ripercorre l’ascesa di Vladimir Putin.

Più che un semplice biopic politico, Il Mago del Cremlino è un viaggio dentro i meccanismi del potere contemporaneo. Olivier Assayas racconta la Russia post-sovietica attraverso un protagonista immaginario ispirato a Vladislav Surkov, trasformando la cronaca recente in una riflessione sul ruolo della narrazione nella politica del XXI secolo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

L’Unione Sovietica è appena crollata quando Mosca diventa il laboratorio di una nuova epoca. Tra privatizzazioni, oligarchi emergenti e istituzioni in cerca di una nuova identità, tutto sembra possibile. È in questo scenario che prende forma Il Mago del Cremlino, il nuovo film di Olivier Assayas, tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022 e insignito del Grand Prix du roman de l’Académie française. L’adattamento cinematografico, distribuito nelle sale italiane dal 12 febbraio 2026, conserva l’impianto narrativo del libro trasformandolo in un racconto politico di ampio respiro.

Il protagonista è Vadim Baranov, personaggio di finzione costruito sulla figura reale di Vladislav Surkov, per anni influente consigliere del Cremlino e considerato uno dei principali teorici della comunicazione politica russa. Intellettuale affascinato dal teatro e dai linguaggi della rappresentazione, Baranov comprende presto che il vero palcoscenico non è più quello artistico ma quello del potere. Dopo un’esperienza televisiva, entra nei meccanismi della politica che accompagnano il tramonto della presidenza di Boris Eltsin e partecipa all’individuazione del successore ideale: un funzionario dell’FSB allora poco noto, Vladimir Putin. Da quel momento diventa il suo più fidato stratega, contribuendo alla costruzione dell’immagine pubblica destinata a segnare la Russia del nuovo millennio.

Assayas sceglie di osservare Putin indirettamente, evitando il tradizionale film biografico. Il centro della narrazione è infatti il rapporto tra il leader e chi ne costruisce il racconto pubblico, mostrando come propaganda, televisione, linguaggio e controllo dell’informazione possano diventare strumenti di governo. Il film attraversa oltre trent’anni di storia russa, dalle guerre cecene all’affondamento del sottomarino Kursk, fino alle proteste di Euromaidan e alle moderne campagne di disinformazione digitale, restituendo l’impressione di un potere che si alimenta soprattutto attraverso la gestione delle percezioni collettive.

Il cast internazionale rappresenta uno dei punti di forza della produzione. Paul Dano interpreta Baranov con una recitazione misurata e inquieta, mentre Jude Law sorprende per la straordinaria trasformazione fisica e gestuale nel ruolo di Putin. Più che un’imitazione, la sua è una ricostruzione psicologica fatta di silenzi, posture e controllo, capace di restituire la freddezza pragmatica del leader russo senza scadere nella caricatura. Accanto a loro figurano Alicia Vikander nel ruolo di Ksenia, Jeffrey Wright nei panni di un giornalista americano che raccoglie il racconto di Baranov e Tom Sturridge.

Il film evita deliberatamente una lettura moralistica. È proprio questa scelta ad aver alimentato un vivace dibattito critico. Alcuni osservatori hanno evidenziato come l’opera finisca per attribuire a Putin una dimensione quasi inevitabile, mostrando il protagonista più come interprete delle logiche profonde della Russia che come semplice artefice del proprio potere. Anche la figura di Baranov evolve in modo ambiguo: da presunto manipolatore del leader si trasforma progressivamente in una sorta di riflesso del suo stesso creato, fino a esserne assorbito sul piano umano e simbolico. Una prospettiva che rende difficile separare il giudizio estetico da quello etico, lasciando nello spettatore un interrogativo aperto sul rapporto tra rappresentazione e legittimazione del potere.

Dal punto di vista cinematografico, Assayas mantiene il proprio stile sobrio e analitico. La prima parte, ambientata nella Mosca degli anni Novanta, restituisce con efficacia l’atmosfera di entusiasmo, precarietà e opportunismo che accompagnò la transizione post-sovietica. La regia privilegia il realismo e la ricostruzione storica, rinunciando spesso agli effetti spettacolari per concentrarsi sui dialoghi, sulle relazioni e sulle dinamiche psicologiche dei personaggi. Il risultato è un’opera che procede con il ritmo del grande romanzo politico più che del thriller.

Il Mago del Cremlino non pretende di spiegare definitivamente Vladimir Putin né la Russia contemporanea. Piuttosto suggerisce che il potere moderno nasce dall’intreccio fra realtà e narrazione, fra consenso e rappresentazione, in un tempo in cui la comunicazione è diventata parte integrante dell’azione politica. È proprio questa ambiguità, più che le risposte offerte, a rendere il film uno degli adattamenti letterari più discussi e stimolanti della stagione cinematografica.


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Tre giorni non bastano per vedere Napoli, ma per comprenderne il carattere

Tre giorni bastano per cogliere l’essenza di Napoli, purché il percorso sia ben costruito. Dal centro storico patrimonio UNESCO ai quartieri monumentali, fino al lungomare e ai grandi musei, ecco un itinerario che unisce i luoghi simbolo della città a esperienze capaci di raccontarne l’identità più autentica.

Napoli non si lascia riassumere in una semplice lista di monumenti. È una città che va attraversata a piedi, ascoltata e osservata, alternando capolavori artistici, scorci sul mare, archeologia, gastronomia e vita quotidiana. Tre giorni rappresentano un ottimo punto di partenza per scoprirne l’anima.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Esistono poche città europee dove storia, paesaggio e vita quotidiana convivono con la stessa intensità di Napoli. Fondata dai Greci come Neapolis nel V secolo a.C., la città conserva un impianto urbano antico ancora leggibile, tanto da essere inserita dal 1995 nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Visitarla in tre giorni significa accettare una sfida: selezionare i luoghi imprescindibili senza rinunciare alla sua atmosfera più autentica.

Il primo giorno è naturalmente dedicato al centro storico, un fitto intreccio di decumani e vicoli che custodisce alcuni dei monumenti più celebri della città. L’itinerario può iniziare da via Toledo, una delle arterie principali, per poi raggiungere Piazza del Gesù Nuovo e il Complesso Monumentale di Santa Chiara, celebre per il chiostro maiolicato. Da qui si entra a Spaccanapoli, la strada che attraversa il cuore antico dividendo idealmente la città in due, fino a raggiungere San Gregorio Armeno, famosa in tutto il mondo per le botteghe artigiane dedicate all’arte presepiale. Meritano una sosta anche il Duomo con la Cappella del Tesoro di San Gennaro e la Cappella Sansevero, dove è custodito il celebre Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, una delle massime espressioni della scultura settecentesca italiana. Se il tempo lo consente, la giornata può concludersi con una visita a Napoli Sotterranea o con il panorama offerto dal Castel Sant’Elmo al tramonto.

Il secondo giorno permette di scoprire la Napoli monumentale e quella affacciata sul mare. I Quartieri Spagnoli raccontano la città popolare, oggi animata da botteghe, murales e locali, mentre la vicina Galleria Umberto I introduce all’eleganza della Napoli umbertina. Poco oltre si aprono Piazza del Plebiscito, Palazzo Reale e il Teatro San Carlo, il più antico teatro d’opera ancora in attività al mondo, inaugurato nel 1737 per volontà di Carlo di Borbone. Da qui il percorso conduce verso il Maschio Angioino e prosegue lungo il Lungomare Caracciolo fino a Castel dell’Ovo, simbolo della città e legato alla celebre leggenda dell’uovo nascosto da Virgilio nelle fondamenta della fortezza.

Per il terzo giorno le possibilità sono diverse, a seconda degli interessi. Chi desidera approfondire la storia antica dovrebbe dedicare alcune ore al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, considerato tra i più importanti al mondo per le collezioni provenienti da Pompei, Ercolano e dalle città vesuviane. In alternativa, molti itinerari consigliano una giornata negli Scavi di Pompei, facilmente raggiungibili in treno, per comprendere il contesto storico che rende unico il golfo partenopeo. Chi preferisce restare in città può invece salire sulla collina di Posillipo, dove il Belvedere di Sant’Antonio regala uno dei panorami più spettacolari sul Vesuvio, Capri e l’intero golfo.

Naturalmente Napoli non è soltanto arte e monumenti. Gran parte del suo fascino nasce dalla dimensione gastronomica. La pizza napoletana, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale, resta un’esperienza imprescindibile, così come le sfogliatelle, il babà, la pastiera, il caffè servito rigorosamente al banco e il tradizionale “cuoppo” di fritti consumato passeggiando. La cucina diventa parte integrante dell’itinerario culturale, perché racconta la storia sociale della città almeno quanto le sue chiese e i suoi palazzi.

Tre giorni non bastano per esaurire Napoli, ma sono sufficienti per comprenderne il carattere. Una città che cambia volto a ogni angolo, dove il patrimonio archeologico convive con la creatività contemporanea, i palazzi nobiliari con i vicoli popolari, il silenzio dei chiostri con il rumore dei mercati. È forse proprio questo continuo dialogo fra epoche, culture e linguaggi a spiegare perché il celebre detto “Vedi Napoli e poi muori”, già riportato da Goethe durante il suo Viaggio in Italia, continui ancora oggi a rappresentare una delle definizioni più efficaci della straordinaria capacità della città di lasciare un segno nella memoria di chi la visita.


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La cucina sapiente e la tavola contenta: una filosofia progettuale

Disegnato nel 2004 da Ettore Sottsass e Christopher Redfern per Serafino Zani, il servizio di posate Cinque Stelle dimostra come anche l’oggetto più quotidiano possa diventare espressione di cultura progettuale. Un equilibrio tra ergonomia, materia e poesia che ha segnato il design della tavola contemporanea.

Non è soltanto un servizio di posate, ma un progetto che racconta un modo diverso di abitare la tavola. Attraverso forme essenziali e dettagli inattesi, Sottsass e Redfern restituiscono valore ai gesti quotidiani, confermando il design come linguaggio della vita di ogni giorno.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Quando Ettore Sottsass accetta di progettare una collezione di posate per Serafino Zani, non affronta semplicemente un esercizio di stile. Per uno dei maggiori protagonisti del design italiano del Novecento, ogni oggetto destinato alla vita quotidiana rappresenta un’occasione per ridefinire il rapporto tra funzione, emozione e qualità dell’abitare. Nasce così, nel 2004, il servizio Cinque Stelle, realizzato insieme al designer britannico Christopher Redfern e destinato a diventare uno dei progetti più significativi della produzione contemporanea dedicata alla tavola.

La collezione inaugura il programma di Serafino Zani intitolato La cucina sapiente e la tavola contenta, una filosofia progettuale che pone al centro il piacere del convivio e il valore degli oggetti destinati all’uso quotidiano. In un periodo in cui il minimalismo tendeva spesso a tradursi in un’estetica fredda e impersonale, Sottsass sceglie una strada diversa: riportare l’acciaio al centro della tavola attraverso forme essenziali ma ricche di presenza fisica, capaci di comunicare solidità, equilibrio e naturalezza. Anche il nome della collezione rivela questa intenzione. Cinque Stelle non richiama il lusso ostentato degli alberghi internazionali, ma suggerisce con una sottile ironia la straordinaria qualità delle cose semplici realizzate con intelligenza progettuale.

L’identità della serie nasce da un attento studio delle proporzioni. Le posate sono costruite attraverso profili larghi e spessori generosi che restituiscono una sensazione di stabilità e consistenza. L’elemento più riconoscibile è però la delicata strozzatura posta alla fine del manico, un dettaglio quasi impercettibile che interrompe la linearità della forma migliorando al tempo stesso l’ergonomia. È un piccolo gesto progettuale che sintetizza perfettamente il metodo di Sottsass: partire dall’archetipo dell’oggetto per modificarlo quel tanto che basta a renderlo nuovo senza privarlo della sua familiarità.

I materiali contribuiscono in modo decisivo a questa esperienza tattile. L’intera collezione è realizzata in acciaio inox 18/10 di elevato spessore, lucidato a specchio e rifinito manualmente. I coltelli adottano un manico cavo che alleggerisce l’impugnatura senza alterarne l’impatto visivo, mentre cucchiai e forchette trasmettono una piacevole sensazione di equilibrio tra peso e maneggevolezza. Più che semplici utensili, diventano strumenti attraverso i quali il gesto del mangiare acquista una nuova consapevolezza. Come osservava lo stesso Sottsass, si tratta di “forme semplici da usare con calma, per suggerire il piacere profondo del mangiare”.

La collaborazione con Christopher Redfern non è casuale. Il designer britannico aveva condiviso con Sottsass numerosi progetti, sviluppando un linguaggio capace di coniugare rigore industriale e sensibilità formale. In Cinque Stelle emerge proprio questo dialogo: da un lato la ricerca plastica tipica del maestro italiano, dall’altro l’attenzione alla produzione seriale e alla precisione costruttiva.

Per comprendere il significato della collezione è utile ricordare il percorso di Ettore Sottsass. Nato a Innsbruck nel 1917 e formatosi a Torino, è stato tra i protagonisti assoluti del design internazionale. Dopo l’esperienza con Olivetti – culminata nella celebre macchina da scrivere Valentine del 1969 – fondò nel 1981 il gruppo Memphis, rivoluzionando il design postmoderno con oggetti che rompevano deliberatamente gli schemi del funzionalismo tradizionale. Eppure, accanto ai mobili e alle architetture più celebri, Sottsass non ha mai smesso di progettare oggetti d’uso comune, convinto che fosse proprio nella quotidianità che il design potesse migliorare concretamente la qualità della vita.

Non sorprende quindi che Cinque Stelle abbia ottenuto nel 2007 il prestigioso Red Dot Design Award, uno dei principali riconoscimenti internazionali dedicati al design industriale. Il premio sancisce il successo di una collezione che continua ancora oggi a essere apprezzata non soltanto per la qualità costruttiva, ma soprattutto per la capacità di trasformare un gesto ordinario in un’esperienza consapevole.

A distanza di oltre vent’anni dalla sua presentazione, il servizio Cinque Stelle conserva intatta la propria modernità. È la dimostrazione che il buon design non nasce dalla ricerca dell’effetto spettacolare, ma dalla paziente costruzione di forme destinate a durare nel tempo. In questo equilibrio fra funzione, materia e cultura progettuale si riconosce l’eredità più autentica di Ettore Sottsass: rendere straordinaria la normalità senza mai privarla della sua semplicità.


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I Culurgionis d’Ogliastra sono approdati anche all’alta ristorazione

Nati nel cuore dell’Ogliastra e oggi tutelati dall’Indicazione Geografica Protetta, i culurgiones sono molto più di una pasta ripiena. La loro caratteristica chiusura a spiga, il ripieno di patate, pecorino e menta e il profondo legame con le tradizioni popolari ne fanno uno dei simboli più riconoscibili della cucina sarda.

Ogni culurgione è il risultato di un gesto tramandato di generazione in generazione. Dietro la semplicità degli ingredienti si nasconde una storia fatta di cultura contadina, ritualità e sapienza artigianale che ancora oggi distingue una delle preparazioni più identitarie della gastronomia italiana.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

C’è un dettaglio che rende immediatamente riconoscibile un culurgione: la sua chiusura. Quella raffinata cucitura che ricorda una spiga di grano non rappresenta soltanto una soluzione tecnica per racchiudere il ripieno, ma è il segno distintivo di una tradizione antica, tramandata nelle case dell’Ogliastra con la stessa cura riservata ai grandi patrimoni di famiglia. È proprio questa lavorazione manuale, nota in sardo come sa spighitta, a trasformare una semplice pasta ripiena in uno dei simboli più autentici dell’identità gastronomica della Sardegna.

I Culurgionis d’Ogliastra IGP appartengono a una lunga tradizione contadina. La loro origine è strettamente legata alla parte centro-orientale dell’isola, dove venivano preparati nelle occasioni più importanti della vita comunitaria: le feste patronali, i matrimoni e la ricorrenza dei defunti, conosciuta come is Animeddas. In queste circostanze il cibo assumeva un valore che andava oltre la semplice alimentazione, diventando un gesto di condivisione e di memoria collettiva. Dal 2015 la denominazione è tutelata dall’Indicazione Geografica Protetta, riconoscimento che ne garantisce il legame con il territorio e il rispetto delle caratteristiche tradizionali.

La ricetta sorprende per la sua apparente semplicità. La sfoglia viene preparata con semola di grano duro, acqua, un pizzico di sale e olio extravergine d’oliva. Il ripieno unisce invece patate lessate, pecorino sardo in diverse stagionature – oppure il tradizionale fiscidu, il tipico formaggio acido locale – olio aromatizzato con aglio e foglie di menta fresca. L’equilibrio tra la dolcezza della patata, la sapidità del formaggio e la nota balsamica della menta crea un insieme sorprendentemente delicato, lontano dall’idea di una pasta ripiena eccessivamente ricca.

Il momento più complesso resta però la chiusura. Ogni disco di pasta viene riempito e poi pizzicato alternativamente sui due lati, facendo convergere i lembi verso il centro fino a formare la caratteristica spiga. È una tecnica che richiede precisione, manualità ed esperienza. Nelle famiglie ogliastrine veniva spesso insegnata alle bambine fin da piccole e rappresentava quasi un rito di passaggio verso l’età adulta. Ancora oggi la qualità della cucitura è considerata uno degli elementi che distinguono un culurgione preparato secondo la tradizione.

Una volta cotti in abbondante acqua salata, i culurgiones vengono generalmente conditi con una salsa di pomodoro fresco e basilico, completata da una generosa spolverata di pecorino grattugiato e da un filo di olio extravergine d’oliva. Esistono naturalmente numerose varianti locali, ma la versione classica continua a essere quella che meglio valorizza l’equilibrio del ripieno senza coprirne i profumi.

La cultura gastronomica sarda attribuisce alla pasta un ruolo molto particolare. Accanto ai culurgiones convivono infatti specialità come i malloreddus, i filindeu, considerati una delle paste più rare del mondo, e le lorighittas del territorio di Morgongiori. Ogni formato nasce da una diversa storia locale e da una specifica tecnica artigianale, confermando come la cucina dell’isola sia il risultato di un patrimonio culturale estremamente articolato.

Negli ultimi anni i Culurgionis d’Ogliastra hanno conquistato anche l’alta ristorazione. Molti chef li reinterpretano con condimenti innovativi, mantenendo però invariata la struttura originaria della ricetta. È il segno della straordinaria attualità di un piatto che continua a parlare di territorio, stagionalità e rispetto della materia prima senza rinunciare alla creatività.

Più che una semplice specialità regionale, i culurgiones rappresentano un esempio perfetto di come la cucina italiana sappia trasformare ingredienti essenziali in un patrimonio culturale condiviso. Ogni piega della loro caratteristica chiusura racconta il lavoro paziente delle mani che l’hanno realizzata, mentre ogni assaggio restituisce il sapore di una Sardegna che continua a custodire con orgoglio le proprie tradizioni.


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Un vino dalla forte identità pur con numerose interpretazioni territoriali

Profumi di macchia mediterranea, freschezza marina e una sorprendente capacità di accompagnare la cucina dell’isola. Il Vermentino di Sardegna DOC, istituito nel 1988, è oggi una delle denominazioni più rappresentative dell’enologia sarda, capace di esprimere in ogni calice il carattere di un territorio unico.

Il suo successo nasce dall’incontro tra il vitigno Vermentino e il clima della Sardegna. Venti costanti, sole, mare e una straordinaria varietà di suoli danno vita a un vino elegante, sapido e immediatamente riconoscibile, diventato uno dei principali ambasciatori dell’isola nel mondo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Tra i grandi vini bianchi italiani, il Vermentino di Sardegna occupa una posizione particolare. Pur condividendo il medesimo vitigno con altre aree del Mediterraneo, è nell’isola che questa varietà trova una delle sue espressioni più complete, tanto da aver conquistato una denominazione di origine controllata estesa all’intero territorio regionale. Istituita con Decreto del Presidente della Repubblica nel 1988 e successivamente aggiornata nel disciplinare, la DOC rappresenta oggi una delle produzioni più diffuse e riconoscibili della viticoltura sarda.

Il disciplinare stabilisce regole precise. Il vino deve essere ottenuto da almeno l’85% di uve Vermentino, mentre il restante 15% può provenire esclusivamente da vitigni a bacca bianca non aromatici autorizzati alla coltivazione in Sardegna. La produzione interessa tutta la regione, dalle coste galluresi fino al Sulcis, passando per il Logudoro, la Nurra, l’Oristanese e il Campidano. La resa massima è fissata in 160 quintali d’uva per ettaro, con una resa vino non superiore al 70%, mentre il titolo alcolometrico minimo della versione ferma è di 10,5% vol.

Il legame con l’ambiente naturale è uno degli aspetti più affascinanti della denominazione. La Sardegna possiede un clima tipicamente mediterraneo, caratterizzato da estati lunghe e luminose, inverni relativamente miti e soprattutto dalla presenza costante del Maestrale, il vento che attraversa gran parte dell’isola contribuendo a mantenere sani i vigneti e a favorire una lenta maturazione delle uve. A questa componente si aggiunge una straordinaria varietà di terreni – granitici, calcarei, basaltici, alluvionali e di disfacimento schistoso – che conferiscono sfumature differenti alle produzioni delle varie zone. Il risultato è un vino che mantiene una forte identità pur esprimendo numerose interpretazioni territoriali.

Nel bicchiere il Vermentino di Sardegna DOC si presenta con un colore giallo paglierino brillante, spesso attraversato da delicati riflessi verdolini. Il profilo aromatico richiama gli agrumi, i fiori bianchi, le erbe della macchia mediterranea e una caratteristica nota salmastra che rimanda alla vicinanza del mare. Al palato è fresco, sapido e morbido, sostenuto da una piacevole acidità e da un leggero finale amarognolo che ricorda la mandorla, tratto distintivo della denominazione.

Il disciplinare riconosce tre tipologie: il Vermentino di Sardegna fermo, disponibile nelle versioni dal secco all’amabile; il Vermentino Frizzante, caratterizzato da una spuma fine ed evanescente; e lo Spumante, prodotto nelle versioni che vanno dal Brut Nature al Demi-sec, con una spuma intensa e persistente. Questa articolazione dimostra la versatilità del vitigno e la sua capacità di adattarsi a differenti tecniche di vinificazione mantenendo sempre riconoscibili le proprie caratteristiche varietali.

Dal punto di vista gastronomico il Vermentino di Sardegna è uno dei vini più duttili della cucina mediterranea. Si abbina naturalmente alle crudità di mare, ai crostacei, ai molluschi e al pesce alla griglia, ma accompagna con equilibrio anche piatti simbolo della tradizione isolana come la fregola ai frutti di mare e i culurgiones ogliastrini, dove la freschezza e la mineralità del vino bilanciano la morbidezza del ripieno di patate e pecorino. Ottimo anche con formaggi freschi o pecorini giovani e con carni bianche preparate in modo delicato.

La diffusione del Vermentino in Sardegna è relativamente recente rispetto ad altri vitigni storici dell’isola. Dopo la ricostruzione dei vigneti devastati dalla fillossera, la coltivazione si sviluppò inizialmente in Gallura per poi estendersi progressivamente al resto della regione grazie agli eccellenti risultati qualitativi ottenuti. Oggi il Vermentino di Sardegna DOC è la denominazione più estesa dell’isola e una delle più richieste sui mercati nazionali e internazionali, frutto dell’evoluzione tecnica delle aziende vitivinicole e dell’esperienza maturata da generazioni di viticoltori.

In ogni calice convivono la luce intensa del Mediterraneo, il vento che attraversa i vigneti e la ricchezza geologica di una terra antichissima. È questa armonia tra natura e lavoro dell’uomo a fare del Vermentino di Sardegna DOC non soltanto un vino di grande piacevolezza, ma uno dei racconti più autentici dell’identità enologica della Sardegna.


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I convitati di pietra: davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto?


Michele Mari trasforma una rimpatriata scolastica in una sfida contro il tempo, dove l’amicizia convive con l’invidia e la morte diventa l’ospite più fedele.

Una scommessa nata per gioco accompagna un’intera generazione dagli anni Settanta fino alla vecchiaia. Nel nuovo romanzo di Michele Mari, pubblicato da Einaudi, il passare degli anni assume la forma di una commedia nera, ironica e sorprendentemente umana.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il 22 luglio 1975, a un anno dall’esame di maturità, gli ex studenti della III A di un liceo milanese si ritrovano per una cena. È una di quelle serate destinate a scivolare nei ricordi, finché qualcuno propone un gioco destinato a cambiare per sempre il significato di ogni incontro successivo. Nasce così una riffa singolare: ciascuno versa una quota in un fondo comune che verrà assegnato solo quando resteranno in vita tre compagni. Da quel momento il trascorrere degli anni non sarà più soltanto una misura del tempo, ma il conto alla rovescia di una competizione silenziosa. È questa l’idea narrativa da cui prende forma I convitati di pietra, il nuovo romanzo di Michele Mari pubblicato da Einaudi.

Mari costruisce un meccanismo letterario di apparente semplicità, ma capace di svilupparsi per decenni. Le rituali cene del 22 luglio diventano il filo che attraversa l’esistenza dei protagonisti: ogni anno si aggiornano il montepremi, le biografie, le malattie, i successi, i fallimenti e, inevitabilmente, il numero dei posti vuoti attorno alla tavola. L’amicizia giovanile lascia spazio a rivalità, rancori mai del tutto sopiti, piccole vendette e inattese solidarietà, mentre la morte smette di essere un evento astratto per assumere la concretezza di una presenza costante.

Il titolo richiama volutamente il celebre “convitato di pietra” della tradizione di Don Giovanni, incarnazione del destino e dell’inevitabilità della fine. Nel romanzo, tuttavia, i convitati sono molti: sono gli assenti che continuano a occupare idealmente il proprio posto a tavola, ricordando ai superstiti che il vero protagonista della storia non è il denaro accumulato, ma il tempo che si restringe.

Lo stile di Michele Mari conserva le caratteristiche che hanno reso l’autore una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea. Nato a Milano nel 1955, docente di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Milano, Mari ha costruito negli anni un’opera inconfondibile, nella quale convivono cultura enciclopedica, gusto per il fantastico, ironia, autobiografia e una straordinaria precisione linguistica. Romanzi come Di bestia in bestia, Tu, sanguinosa infanzia, Tutto il ferro della Torre Eiffel e Leggenda privata gli hanno assicurato una posizione di assoluto rilievo nel panorama letterario italiano.

In I convitati di pietra questa ricchezza stilistica viene messa al servizio di una narrazione sorprendentemente agile. Il romanzo procede attraverso salti temporali, brevi episodi e rapide focalizzazioni sui diversi personaggi, mantenendo un ritmo costante che accompagna il lettore lungo oltre mezzo secolo di vite intrecciate. Sullo sfondo emerge una Milano riconoscibile nei suoi quartieri, nelle sue strade e nei suoi luoghi quotidiani, osservata con una precisione quasi topografica che restituisce alla città il ruolo di discreta protagonista.

L’umorismo è uno degli ingredienti più efficaci del libro. Mari affronta temi inevitabilmente drammatici – l’invecchiamento, la malattia, la perdita, la paura della morte – senza indulgere nel sentimentalismo. Al contrario, sceglie spesso il registro della commedia nera, lasciando che siano le ossessioni dei personaggi, le loro piccole miserie e il desiderio quasi infantile di sopravvivere agli altri a generare situazioni insieme divertenti e amare. È una satira delle relazioni umane che non rinuncia mai alla pietà.

La scommessa iniziale, apparentemente goliardica, diventa così un laboratorio narrativo sul comportamento umano. C’è chi vive l’attesa del premio come una fissazione, chi tenta di ignorarla, chi modifica inconsapevolmente il proprio modo di guardare gli altri. Il denaro conta sempre meno; a pesare davvero è la consapevolezza che ogni funerale avvicina i superstiti al traguardo, trasformando l’esistenza in una gara dalla quale nessuno può realmente uscire vincitore.

Con questo romanzo Michele Mari dimostra ancora una volta la propria capacità di trasformare un’intuizione narrativa originale in una riflessione ampia sul tempo, sull’identità e sulla fragilità delle relazioni. I convitati di pietra è una lettura che diverte per l’inventiva del suo congegno narrativo e, nello stesso tempo, lascia il lettore davanti a una domanda inevitabile: quanto delle nostre vite è davvero governato dalle scelte, e quanto invece dall’inesorabile calendario che accomuna tutti.


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Un film “fisicamente palpabile” che penetra nell’anima dello spettatore


Oliver Laxe porta nel deserto una ricerca disperata, trasformando un rave in un viaggio ai confini dell’esistenza

Un padre attraversa il Marocco sulle tracce della figlia scomparsa. Da questa premessa prende forma uno dei film più discussi del 2025: un’opera radicale che unisce road movie, dramma umano e riflessione sul destino, premiata al Festival di Cannes.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un grande rave nel deserto marocchino, migliaia di persone, musica che sembra non avere fine. In mezzo alla folla si muovono Luis e il figlio Esteban, stringendo tra le mani la fotografia di Mar, la figlia e sorella di cui si sono perse le tracce mesi prima. Nessuno sembra conoscerla, ma un incontro fortuito li convince a proseguire verso un secondo raduno clandestino. È l’inizio di Sirat, il nuovo lungometraggio del regista franco-spagnolo Oliver Laxe, presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, dove ha conquistato il Premio della Giuria ex aequo, confermando il suo autore tra le figure più originali del cinema europeo contemporaneo.

Il titolo rimanda al ṣirāṭ, il ponte sottilissimo della tradizione islamica che, secondo l’escatologia, ogni anima deve attraversare dopo la morte per raggiungere il Paradiso o precipitare nell’Inferno. Laxe non traduce questo riferimento in un racconto religioso, ma ne fa la metafora di un percorso esistenziale. I protagonisti avanzano lungo piste polverose, attraversano territori remoti e affrontano prove sempre più estreme, mentre il confine tra ricerca concreta e viaggio interiore diventa progressivamente più sfumato.

Nato a Parigi nel 1982 da una famiglia galiziana, Oliver Laxe è uno dei registi europei più apprezzati della sua generazione. Dopo gli esordi con Todos vós sodes capitáns e il riconoscimento internazionale ottenuto con Mimosas e O que arde, ha costruito una filmografia caratterizzata da un forte rapporto con il paesaggio e da una narrazione essenziale, nella quale il silenzio, la natura e la spiritualità assumono un ruolo decisivo. Anche Sirat conferma questa cifra stilistica, pur spingendosi verso un racconto più fisico e spettacolare.

Accanto a Sergi López, interprete di Luis, il film schiera un gruppo di attori e performer capaci di restituire autenticità all’universo dei rave itineranti. La musica elettronica, che domina la prima parte del racconto, non è semplice accompagnamento sonoro, ma diventa un elemento narrativo che scandisce il ritmo del viaggio. Le sequenze iniziali immergono lo spettatore nell’energia collettiva della festa, mentre il deserto assume progressivamente un volto sempre più ostile e simbolico.

La fotografia valorizza gli spazi sconfinati del Marocco con una luce naturale che evita qualsiasi estetizzazione turistica. Sabbia, rocce e montagne costruiscono un paesaggio severo, nel quale i personaggi appaiono minuscoli e vulnerabili. L’impressione è quella di assistere a un’odissea contemporanea, dove ogni chilometro percorso costringe i protagonisti a confrontarsi con le proprie paure e con ciò che hanno perduto.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Laxe insieme a Santiago Fillol, sceglie deliberatamente di abbandonare una struttura narrativa convenzionale. Il viaggio si popola di incontri inattesi e deviazioni che trasformano il road movie in un’esperienza quasi visionaria. Proprio questa libertà narrativa ha diviso parte della critica: alcuni hanno visto nella svolta finale un coraggioso salto nel simbolismo, altri hanno ritenuto che l’accumularsi degli eventi finisca per disperdere la forza della premessa iniziale. Anche la recensione di Giancarlo Zappoli su MYmovies sottolinea come il film mantenga una notevole intensità per buona parte della durata, salvo poi scegliere una direzione narrativa più controversa nella parte conclusiva.

Tra i produttori figura anche Pedro Almodóvar, presenza che testimonia l’interesse del cinema spagnolo per un’opera capace di coniugare ricerca autoriale e respiro internazionale. Sirat non è un film costruito per offrire certezze o spiegazioni definitive. Preferisce lasciare aperti interrogativi sul dolore, sulla perdita e sul bisogno umano di continuare a cercare anche quando ogni speranza sembra dissolversi.

Il risultato è un’esperienza cinematografica intensa, a tratti spiazzante, che utilizza il viaggio nel deserto come metafora di un attraversamento più profondo. Oliver Laxe realizza un’opera destinata a suscitare discussioni, ma proprio in questa capacità di mettere continuamente in crisi lo sguardo dello spettatore risiede uno degli aspetti più interessanti di un film che conferma quanto il cinema europeo possa ancora sorprendere con linguaggi personali e autentici.


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L’Acquario continua a essere uno dei simboli più riconoscibili di Genova


Il grande museo vivente progettato da Renzo Piano continua a raccontare il mare tra ricerca, architettura e meraviglia

Non è soltanto una delle attrazioni più visitate d’Italia. L’Acquario di Genova è un progetto culturale che unisce divulgazione scientifica, tutela della biodiversità e rigenerazione urbana, trasformando il Porto Antico in uno dei luoghi simbolo della città.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Quando fu inaugurato nel 1992, in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario del viaggio di Cristoforo Colombo, l’Acquario di Genova rappresentava molto più di una nuova attrazione turistica. Era il cuore del grande progetto con cui l’architetto Renzo Piano restituì il Porto Antico alla città, trasformando un’area industriale in uno spazio aperto dedicato alla cultura, al tempo libero e al rapporto con il mare. A oltre trent’anni di distanza, quella visione continua a rivelarsi vincente: l’Acquario resta il più grande d’Italia e una delle strutture dedicate alla biodiversità acquatica più importanti d’Europa.

La sua architettura richiama la forma di una nave pronta a salpare, perfettamente inserita nel paesaggio portuale di Ponte Spinola. L’allestimento interno, sviluppato in collaborazione con Peter Chermayeff, accompagna il visitatore attraverso un itinerario che ricostruisce ecosistemi provenienti da ogni parte del pianeta. Dalle acque del Mediterraneo agli oceani tropicali, dalle foreste pluviali agli ambienti polari, il percorso alterna grandi vasche panoramiche e spazi immersivi progettati per favorire l’osservazione degli animali nel rispetto delle loro esigenze biologiche.

La struttura ospita migliaia di esemplari appartenenti a centinaia di specie diverse. Squali, delfini, lamantini, pinguini, foche, meduse, rettili e pesci tropicali convivono in ambienti ricostruiti con grande accuratezza scientifica. Tra le sezioni più spettacolari figurano il Padiglione dei Cetacei, inaugurato nel 2013 e progettato ancora da Renzo Piano, la Baia degli Squali, la Grotta delle Murene e il Padiglione della Biodiversità ospitato nella Nave Blu. L’obiettivo non è stupire soltanto attraverso la dimensione delle vasche, ma raccontare la complessità degli ecosistemi marini e l’equilibrio che li sostiene.

L’Acquario è infatti un vero museo vivente. Accanto alla funzione espositiva svolge attività di ricerca scientifica, conservazione delle specie minacciate ed educazione ambientale, collaborando con reti internazionali dedicate alla tutela della biodiversità. La gestione dell’acqua marina, prelevata al largo della costa ligure e continuamente monitorata attraverso sofisticati sistemi di filtrazione e controllo, testimonia il livello tecnologico necessario per mantenere habitat complessi e garantire il benessere degli animali ospitati.

La visita richiede generalmente diverse ore e si sviluppa con un ritmo che alterna osservazione, scoperta e momenti di autentico stupore. Le grandi pareti trasparenti permettono di osservare i delfini sia dall’alto sia da una prospettiva subacquea, mentre alcune vasche consentono un contatto diretto con specie come le razze. I percorsi dedicati alle famiglie e le attività educative, comprese le esperienze dietro le quinte e le visite tematiche, rendono l’Acquario un luogo capace di coinvolgere pubblici molto diversi.

L’esperienza può proseguire all’esterno con altre opere firmate da Renzo Piano. A pochi passi si trovano la Biosfera, grande sfera in vetro e acciaio che ospita un ambiente tropicale con oltre 150 specie vegetali, e il Bigo, l’ascensore panoramico ispirato alle antiche gru portuali che offre una spettacolare vista sul centro storico e sul waterfront genovese. L’intero Porto Antico è diventato così un laboratorio di architettura contemporanea dove mare, cultura e paesaggio urbano dialogano in modo armonico.

Visitare oggi l’Acquario di Genova significa attraversare uno spazio dove divulgazione scientifica e qualità architettonica convivono senza forzature. La meraviglia suscitata dagli animali è soltanto il primo livello della visita. Più in profondità emerge un messaggio che riguarda il futuro degli oceani, la responsabilità verso gli ecosistemi e il ruolo che strutture come questa possono svolgere nel promuovere una nuova consapevolezza ambientale. È probabilmente questa la ragione per cui, a distanza di oltre tre decenni dalla sua inaugurazione, l’Acquario continua a essere uno dei simboli più riconoscibili della Genova contemporanea e uno dei migliori esempi europei di incontro tra architettura, scienza e cultura.


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Le posate presentano curve morbide e insolite, piacevoli al tatto e funzionali

Quando il design quotidiano diventa un equilibrio perfetto tra ergonomia giapponese e funzionalità moderna

Da oltre mezzo secolo il servizio di posate progettato da Sōri Yanagi rappresenta uno degli esempi più riusciti del design industriale del Novecento. Oggetti destinati alla tavola di ogni giorno che hanno saputo trasformare semplicità, comfort e bellezza in un linguaggio universale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Le posate progettate da Sōri Yanagi nel 1974 appartengono alla categoria degli oggetti che risolvono con intelligenza un gesto quotidiano. Ancora oggi sono considerate un punto di riferimento del design internazionale, capaci di coniugare essenzialità estetica, qualità costruttiva e una sorprendente naturalezza d’uso. Non a caso fanno parte delle collezioni permanenti di importanti musei dedicati al design, tra cui il MoMA di New York.

Realizzato in acciaio inossidabile, il servizio nasce con una finalità molto precisa: essere utilizzato ogni giorno. Yanagi rifiuta qualsiasi ricerca formale fine a sé stessa e concentra il progetto sull’esperienza della mano, sull’equilibrio dei pesi e sulla naturalezza dei movimenti durante il pasto. Il risultato è una collezione nella quale ogni elemento sembra inevitabile, come se non potesse avere una forma diversa.

L’aspetto più caratteristico emerge osservando attentamente i singoli pezzi. Le forchette presentano rebbi più corti e leggermente allargati rispetto alla tradizione occidentale; i coltelli mostrano una lama asimmetrica dalle linee morbide; i cucchiai sono generosi nella coppa ma delicatamente raccordati al manico. Nessun dettaglio è casuale. Ogni curva nasce da numerosi prototipi realizzati e testati fino a raggiungere una soluzione che unisce comfort, precisione e piacevolezza tattile.

Questa ricerca riflette pienamente la filosofia progettuale di Sōri Yanagi (1915-2011), uno dei maggiori protagonisti del design industriale giapponese del secondo dopoguerra. Figlio di Yanagi Sōetsu, fondatore del movimento Mingei, dedicato alla valorizzazione dell’artigianato popolare giapponese, il designer ereditò una profonda attenzione per gli oggetti d’uso comune. Dopo gli studi alla Tokyo Art School entrò in contatto con Charlotte Perriand, collaboratrice di Le Corbusier, esperienza che contribuì a rafforzare il dialogo tra cultura progettuale orientale e modernismo occidentale.

Le posate del 1974 rappresentano forse la sintesi più efficace di questo incontro culturale. Da una parte adottano criteri di funzionalità e produzione seriale tipici dell’industria europea; dall’altra conservano il senso della misura, dell’armonia e della continuità delle superfici proprio della tradizione estetica giapponese. È un equilibrio che non ostenta mai l’originalità, ma la lascia emergere attraverso proporzioni calibrate e linee prive di qualsiasi ridondanza.

La produzione industriale non sacrifica la qualità. L’acciaio inox utilizzato garantisce resistenza, durata e facilità di manutenzione, mentre la finitura satinata restituisce una percezione visiva morbida, evitando riflessi eccessivamente brillanti. Accanto alla versione completamente metallica, ancora oggi è disponibile anche una variante con manico nero, pensata per chi predilige un contrasto cromatico più marcato mantenendo inalterata l’identità del progetto.

Come accade per gli oggetti destinati a durare, anche queste posate dimostrano che il buon design non coincide con l’eccentricità. La loro forza risiede nella discrezione. Sono strumenti che scompaiono durante l’uso, lasciando spazio all’esperienza del pasto, ma allo stesso tempo comunicano una raffinata attenzione per la forma. È il principio del “design anonimo” caro a Yanagi: un oggetto ben progettato non reclama attenzione, semplicemente svolge il proprio compito nel modo migliore possibile.

A oltre cinquant’anni dalla loro presentazione, le posate Sōri Yanagi continuano a essere prodotte e apprezzate in tutto il mondo. La loro longevità conferma quanto il design possa diventare patrimonio culturale quando riesce a trasformare la semplicità in un valore permanente. In un’epoca dominata dal rapido ricambio degli oggetti, rappresentano ancora una lezione di equilibrio, funzionalità e sobria eleganza, dimostrando che l’innovazione più duratura nasce spesso dall’osservazione attenta dei gesti più comuni.


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