
Ogni fine anno porta con sé un repertorio linguistico riconoscibile: bilanci, ripartenze, cambiamenti, nuovi inizi. Parole vaghe, spesso criticate, ma sorprendentemente efficaci. È proprio la loro indeterminatezza a renderle strumenti utili per attraversare l’incertezza.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Un vocabolario che ritorna
Tra dicembre e gennaio, media, istituzioni, aziende e individui sembrano parlare la stessa lingua. Bilancio, prospettiva, transizione, resilienza, rinnovamento. È un lessico ciclico, che riemerge con puntualità quasi rituale. Non nasce oggi: la pratica del bilancio annuale affonda le radici nella modernità amministrativa e contabile, tra Sette e Ottocento, quando il tempo comincia a essere misurato, pianificato, verificato.
Dal conto alla narrazione
Nel linguaggio contemporaneo, però, il bilancio ha perso la sua funzione puramente numerica. È diventato racconto. Un dispositivo narrativo che serve meno a misurare e più a interpretare. I dodici mesi trascorsi vengono compressi in formule sintetiche, spesso ambigue, che permettono di tenere insieme successi e fallimenti senza nominarli troppo precisamente.
La funzione della vaghezza
È facile liquidare questo linguaggio come retorico. Eppure la sua forza sta proprio nella vaghezza. Termini come “ripartenza” o “nuova fase” non descrivono fatti concreti, ma creano un orizzonte condiviso. Offrono una cornice entro cui collocare esperienze diverse, anche contraddittorie. In tempi instabili, la precisione può risultare paralizzante; l’imprecisione, invece, diventa una risorsa.
Un lessico collettivo
Questo vocabolario non appartiene solo alla sfera privata. È utilizzato da governi, organizzazioni internazionali, imprese, media. Nei discorsi pubblici di fine anno, la ripetizione di certe parole costruisce una sensazione di continuità. Anche quando i contenuti cambiano, la forma resta riconoscibile. È un modo per rassicurare: il tempo è passato, ma resta governabile.
Storia breve delle parole-ombrello
Molti di questi termini si affermano nel Novecento, insieme alla diffusione della comunicazione di massa. Parole elastiche, capaci di adattarsi a contesti diversi, diventano centrali nei momenti di crisi: guerre, recessioni, pandemie. Non spiegano tutto, ma tengono aperta la possibilità di spiegare in seguito. Funzionano come segnaposto linguistici.
Certezze minime
Il lessico di fine anno non promette soluzioni. Offre certezze minime: che qualcosa è finito, che qualcos’altro inizierà. Non specifica come né quando. Ma basta. In un’epoca segnata dall’accelerazione e dall’imprevedibilità, la funzione primaria del linguaggio non è chiarire, bensì rendere abitabile l’attesa.
Tra critica e necessità
È giusto diffidare delle formule vuote. Ma eliminarle del tutto significherebbe rinunciare a uno strumento di orientamento simbolico. Il problema non è la vaghezza in sé, bensì l’uso esclusivo di essa. Il lessico del bilancio non deve sostituire l’analisi, ma precederla, prepararla, renderla possibile.
Parole per attraversare il tempo
Alla fine, queste parole non servono a chiudere davvero l’anno, né ad aprirne uno nuovo. Servono a traghettare. A creare una zona linguistica intermedia in cui l’incertezza non viene negata, ma temporaneamente ordinata. Non è poco. È il minimo indispensabile per continuare a raccontarci il tempo che passa.
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