James Joyce, Gente di Dublino – Eveline

Eveline

di James Joyce

Sedeva alla finestra osservando la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiata alle tende e nelle narici aveva l’odore della cretonne polverosa. Era stanca.
Passava poca gente. L’uomo dell’ultima casa passò diretto ad essa; ne udì i passi risonare secchi sul marciapiede di calcestruzzo e dopo scricchiolare sul sentiero di scorie davanti alle nuove case rosse. Un tempo lì c’era stato un campo dove giocavano tutte le sere con i figli dell’altra gente. Poi uno di Belfast aveva comprato il campo e vi aveva costruito case, non come le loro piccole e scure, ma case chiare di mattoni con tetti lucenti. I bambini del viale giocavano insieme in quel campo: i Devines, i Waters, i Dunns, il piccolo Keogh lo storpio, lei e i suoi fratelli e sorelle. Ernest, però, non giocava mai: era troppo grande. Suo padre spesso andava a stanarli fuori del campo con il bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh faceva la guardia e gridava quando vedeva suo padre venire. Pure sembravano essere stati abbastanza felici allora. Suo padre non era così malridotto; e per di più sua madre era viva. Era tanto tempo fa; lei e i suoi fratelli e sorelle erano tutti cresciuti, sua madre era morta. Anche Tizzie Dunn era morta e i Waters erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Adesso stava per andare via come gli altri,
per lasciare la sua casa.

Ernst Ludwig Kirchner, Marzella, 1910, Brücke-Museum (Berlin)


Casa! Guardò in giro per la stanza, passando in rivista tutti gli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni, domandandosi da dove mai venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe mai rivisto gli oggetti familiari dai quali non aveva mai immaginato di venire separata. Eppure durante tutti quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita era appesa al muro, sopra l’armonium rotto, accanto alla stampa colorata delle promesse fatte alla beata Margaret Mary Alacoque. Era stato un amico di scuola di suo padre. Ogni volta che mostrava la fotografia a un ospite suo padre vi accennava di sfuggita con le parole:
«È a Melbourne adesso».
Aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la sua casa. Era saggio?
Cercò di ponderare ogni aspetto della questione. A casa aveva comunque tetto e cibo; aveva intorno quelli che aveva conosciuto tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare sodo, sia a casa sia al negozio. Cosa avrebbero detto di lei ai grandi magazzini scoprendo che era scappata con uno? Che era una stupida, forse; e avrebbero rioccupato il suo posto con un’inserzione. La signorina Gavan sarebbe stata contenta. Ce l’aveva sempre avuta con lei, soprattutto ogni volta che c’era gente che ascoltava.
«Signorina Hill, non vede che le signore aspettano?»
«Un po’ di vita, signorina Hill, per favore.»
Non avrebbe versato molte lacrime nel lasciare i grandi magazzini.
Ma nella sua nuova casa, in un lontano paese ignoto, non sarebbe stato così. Allora sarebbe stata sposata: lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto. Non come era stata trattata sua madre. Persino ora, sebbene avesse diciannove anni passati, talvolta si sentiva esposta al pericolo della violenza paterna. Sapeva che era questo che le aveva dato le palpitazioni. Quando crescevano non le si era mai lanciato contro, come faceva con Harry ed Ernest, perché era una ragazza; ma ultimamente aveva cominciato a minacciarla e a dirle cosa non le avrebbe fatto, non fosse stato per riguardo a sua madre morta. E ora non aveva nessuno che la proteggesse, Ernest era morto e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre in qualche posto in campagna. Inoltre, l’invariabile battibecco per i soldi le sere del sabato aveva cominciato a stancarla indicibilmente. Dava sempre tutto il suo stipendio (sette scellini) e Harry mandava sempre quello che poteva, ma il guaio era riuscire a farsi dare qualche soldo dal padre. Diceva che lei sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i
soldi faticosamente guadagnati da spendere e spandere per strada, e molto di più, perché di solito il sabato sera era piuttosto malridotto. Alla fine le dava i soldi chiedendole se era nelle sue intenzioni fare la spesa per il pranzo domenicale. Allora doveva precipitarsi fuori il più rapidamente possibile per andare al mercato, tenendo stretto in mano il borsellino di cuoio nero mentre si faceva strada a gomitate fra la folla, tornando a casa tardi carica di provviste. Era una bella fatica mandare avanti la casa e fare in modo che i due bambini che le erano rimasti affidati andassero a scuola regolarmente e prendessero regolarmente i pasti. Era un duro lavoro, una vita dura, ma ora che stava per lasciarla non la trovava una vita del tutto indesiderabile.
Con Frank stava per esplorare un’altra vita. Frank era molto buono, virile, aperto. Doveva partire con lui sul battello della notte per diventare sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires, dove aveva una casa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che l’aveva visto; alloggiava in una casa sulla strada principale dove lei andava in visita. Parevano poche settimane fa. Stava in piedi al cancello, con il berretto a visiera spinto indietro sulla testa e i capelli che gli ricadevano in avanti su un viso di bronzo. Poi si erano conosciuti. L’attendeva tutte le sere fuori dei grandi magazzini e l’accompagnava a casa. L’aveva portata a vedere La Zingarella e lei era esultante mentre sedeva con lui in una parte del teatro insolita. Gli piaceva terribilmente la musica e cantava un poco. La gente sapeva che le faceva la corte e, quando lui cantava della ragazza che ama un marinaio, si sentiva sempre piacevolmente confusa. La chiamava Poppens per scherzo. Dapprima avere un ragazzo l’aveva eccitata e poi aveva cominciato a trovarlo simpatico. Raccontava di paesi lontani. Aveva cominciato come mozzo a una sterlina al mese su una nave della linea Allan che salpava per il Canada. Le aveva enumerato i nomi delle navi su cui era stato e i nomi dei diversi servizi. Aveva attraversato lo stretto di Magellano e le raccontava storie dei terribili patagoni. A Buenos Aires era stato fortunato, disse, ed era venuto nella vecchia patria solo per una vacanza. Naturalmente, suo padre aveva scoperto la relazione e le aveva proibito di avere a che fare con lui.
«Li conosco questi marinai» aveva detto.
Un giorno aveva bisticciato con Frank, e dopo questo lei doveva incontrarsi con l’amante di nascosto.
La sera si incupì nel viale. Il bianco di due lettere in grembo divenne indistinto. Una era per Harry; l’altra per suo padre. Ernest era stato il suo preferito, ma voleva bene anche a Harry. Suo padre era andato invecchiando ultimamente, osservò; gli sarebbe mancata. Qualche volta poteva essere molto carino. Non molto tempo prima, quando per un giorno era stata male, le aveva letto ad alta voce una storia di spiriti e abbrustolito il pane sul fuoco. Un altro giorno, quando sua madre era viva, erano tutti andati a fare un picnic sul colle di Howth. Lo ricordò che si metteva il cappello di sua madre per fare ridere i bambini.
Le rimaneva ben poco tempo, ma continuava a sedere accanto alla finestra, appoggiando la testa alla tenda, aspirando l’odore di cretonne polverosa. Lontano nel viale udiva un organetto suonare. Conosceva il motivo. Strano che dovesse venire proprio quella sera a rammentarle la promessa a sua madre, la promessa di mandare avanti la casa il più a lungo possibile. Ricordò l’ultima notte della malattia di sua madre; era di nuovo nella buia stanza soffocante dall’altro lato dell’ingresso e fuori udiva un malinconico motivo italiano. Al suonatore d’organetto era stato ordinato di andarsene dandogli un sixpence. Ricordò
suo padre tornare con sussiego nella camera della malata dicendo:
«Maledetti italiani! Venire qua!».
Mentre fantasticava, la visione pietosa della vita di sua madre gettò il suo maleficio fino nel profondo del suo essere: quella vita di sacrifici banali conclusasi con la pazzia. Tremò mentre riudiva la voce materna dire continuamente con assurda insistenza:
«Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!».
Si alzò con un improvviso moto di terrore. Fuggire!
Doveva fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Aveva diritto alla felicità. Frank l’avrebbe presa fra le sue braccia, stretta fra le sue braccia. L’avrebbe salvata.

Stava in mezzo alla folla ondeggiante nella stazione al North Wall. Lui le teneva la mano e lei sapeva che le stava parlando, che ripeteva qualcosa sulla traversata più e più volte. La stazione era piena di soldati con bagagli scuri. Attraverso le ampie porte dei capannoni intravedeva la massa nera della nave, ormeggiata accanto al muro del molo, con gli oblò illuminati. Non rispose nulla. Si sentiva le guance pallide e fredde e, da un labirinto di angoscia, pregò Dio di guidarla, di indicarle quale era il suo dovere.
La nave mandò un lungo fischio lugubre nella bruma. Se andava, domani sarebbe stata sul mare con Frank, diretta a tutto vapore verso Buenos Aires. I biglietti per la traversata erano stati presi. Poteva ancora tirarsi indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? L’angoscia le fece venire la nausea mentre continuava a muovere le labbra in silenziosa fervente preghiera.
Una campana le squillò sul cuore. Lo sentì afferrarle la mano:
«Vieni!».
Tutti i mari del mondo le si rovesciarono intorno al cuore. La stava attirando dentro di essi: l’avrebbe affogata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera di ferro.
«Vieni!»
No! No! No! Era impossibile. Le mani strinsero convulse e frenetiche il ferro. Lanciò in mezzo ai mari un grido di tormento. «Eveline! Evvy!»
Lui si precipitò oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli urlarono di andare avanti, ma la chiamava ancora. Fissò su di lui il viso bianco, passivo, da animale indifeso. I suoi occhi non gli dettero nessun segno di amore o di addio o di riconoscimento.

George Barbier: Almanacco delle mode – Vol. 1

La figura di George Barbier è oggi poco conosciuta fuori dall’ambito specialistico, anche se nei suoi anni è stato uno fra i più importanti illustratori Art Déco francesi. Le opere di Aubrey Beardsley e Léon Bakst segnarono profondamente il suo stile preciso e scrupoloso, tipico del nuovo stile che prendeva spazio rispetto all’Art Noveau. Eppure, non mancarono in lui anche influenze classicheggianti che si richiamano alla pittura vascolare greca e all’esotismo delle miniature indiane.

Almanacco delle mode passate, presenti e future

SFOGLIA IL PRIMO VOLUME – 1922

George Barbier è stato un pittore, stilista e sicuramente uno dei più importanti illustratori Art Déco francesi. Nacque a Nantes il 10 ottobre 1882 e morì a Parigi il 16 marzo 1932.

Clémentine Hélène Dufau – Ritratto di Georges Barbier

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George Barbier

La figura di George Barbier è oggi poco conosciuta fuori dall’ambito specialistico, anche se nei suoi anni è stato uno fra i più importanti illustratori Art Déco francesi. Le opere di Aubrey Beardsley e Léon Bakst segnarono profondamente il suo stile preciso e scrupoloso, tipico del nuovo stile che prendeva spazio rispetto all’Art Noveau. Eppure, non mancarono in lui anche influenze classicheggianti che si richiamano alla pittura vascolare greca e all’esotismo delle miniature indiane.

Barbier aveva studiato all’École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi, quale allievo di Jean Paul Laurens. Sebbene avesse esposto per la prima volta nel 1910 al Salon des Humorists con lo pseudonimo di Édouard William, fu soltanto l’anno successivo che venne scoperto dal pubblico. Nella galleria di suo zio Louis-Maurice Boutet de Monvel, infatti, presentò la sua prima mostra personale. Aveva 29 anni. Dal 1912 Barbier prese proporre le sue opere al Salon des Artists Decorators e dall’ora la sua professione di pittore fece un salto di qualità, collocandolo fra gli artisti più ricercati, con incarichi per disegnare costumi per balletto e teatro, illustrare libri e creare illustrazioni su riviste di alta moda. Per 20 anni Barbier ha fatto parte di un gruppo della Scuola di Belle Arti soprannominato da Vogue “I Cavalieri del Braccialetto“, un omaggio ai suoi modi eleganti e stravaganti e al suo particolare stile di abbigliamento. Inclusi in questo circolo elitario vi erano personaggi in vista come Bernard Boutet de Monvel e Pierre Brissaud – entrambi cugini di primo grado di Barbier –, Paul Iribe, Georges Lepape e Charles Martin.

Durante la sua carriera, George Barbier si occupò altresì di gioielli o anche di design con lavori su di vetro e carta da parati. Oggi lo ricordiamo soprattutto per i suoi numerosi disegni riprodotti con la tecnica dello stencil, che permetteva in modo economico e veloce di colorare le litografie uscite in bianco e nero dalla stampa grazie all’utilizzo di mascherine incise con appropriati tagli su cartoncini o sottili lamine metalliche. Disegni, che apparvero sulle riviste più famose dell’epoca, come i giornali satirici Le Rire o La Baionette, e su riviste di moda come Modes et manières d’aujourd’hui, Les fuillets’ Art, Femina, Vogue, Comoedia illustré, La Gazette du bon ton e Journal des Dames et des Modes: tutte riviste su cui contiamo di soffermarci prossimamente.Sulle loro pagine, oltre ai disegni, propose saggi e numerosi articoli.

Per il teatro, occorre citare in particolare i costumi ideati per la commedia in 3 atti La Vie amoureuse de Casanova presentata al Bouffes-Parisiens di Parigi il 22 febbraio 1919. L’opera era di Maurice Rostand, figlio del ben più famoso poeta Edmond Rostand autore della commedia Cyrano de Bergerac. A metà degli anni Venti Barbier ha lavorato perfino con Erté, pseudonimo di Romain de Tirtoff celebre costumista e scenografo teatrale russo naturalizzato francese. Chiamato da questo artista disegnò scenografie e costumi per gli spettacoli delle Folies Bergère e nel 1929 scrisse l’introduzione per l’acclamata mostra di Erté. Non si fermò al teatro, perché Barbier ha disegnato una serie di scenografie e costumi anche per il cinema. Ad esempio, suo è il guardaroba di Rudolf Valentino nel film del 1924 Monsieur Beaucaire. In breve, tra i suoi costumi di scena per i Ballets Russes e le sue regolari apparizioni sulla rivista L’Illustration, George Barbier raggiunse la fama, che lo ha portato a disegnare ex libris (come quello realizzato quello per Jacques Nouvion, direttore del Journal des Dames). Le sue incisioni a colori impreziosirono gli importanti testi letterari di Charles Baudelaire, Théophile Gautier, Pierre Louÿs, Alfred de Musset e Paul Verlaine, stampati dalle grandi case editrici parigine.

Nei nuovi tempi della modernità, legata a ricercati prodotti di consumo, non mancò neppure di curare raffinate illustrazioni per la pubblicità. Fra queste spiccano raffinate tavole sul tema dell’abbigliamento femminile proposto dalle case di moda di Paul Poiret, Jeanne Lanvin, Jeanne Paquin, Madeleine Vionnet, oppure i preziosi monili del gioielliere Cartier. Morì a Parigi nel 1932 al culmine della sua carriera. Su tutti i suoi lavori artistici, il suo capolavoro è l’Almanacco delle mode passate, presenti e future, in cinque volumi, pubblicato tra il 1922 e il 1925, intitolato Falbalas et Fanfreluches. I testi sono curati da Colette e le mirabili illustrazioni lasciate alla mano di George Barbier. Apparentemente criptico, il titolo significa “Balze e fronzoli”, e fa riferimento all’Abbé Fanfreluche un personaggio efficacemente arruffato e con fronzoli presente nel romanzo erotico incompiuto di Aubrey Beardsley Sotto il monte, un piccolo capolavoro, liberamente ispirato alla leggenda di Venere e Tannhäuser. Sfogliamo il primo dei cinque volumi, che traiamo dalla collezione conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia.


In copertina: Falbalas et Fanfreluches: Almanach des modes présentes, passées & futures pour 1922: La Toilette Délicieuse / France XXe siècle  

Descrizione: Tre alla moda donne vestite in un interno con colonne classiche.  – Tavola colorata a mano tratta da Rivista stampata di moda.

Il Cornetto: uno dei gelati più amati al mondo

Da una innovazione unica, tutta italiana, nel 1959 nasce “Cornetto”!

IL CORNETTO UNO DEI GELATI PIÙ AMATI AL MONDO

Quando, soprattutto nei mesi caldi, ci riferiamo al Cornetto non sempre viene in mente il croissant di cui s’è parlato in un’altra pagina di Entasis Caffè. Piuttosto siamo portati a pensare al Cornetto gelato, che nella produzione industriale porta il marchio Algida. Ma chi ha inventato questo dessert particolare, che può essere conservato in frigo e sorbito tranquillamente anche passeggiando senza timore che subito si sciolga?

La storia la facciamo iniziare in America, per poi rientrare in Europa. E partiamo dal signor Hugh T. Pangburn, nato nel Kentucky nel 1875, ma cresciuto a Dallas dove aveva lavorato in un drugstore prima di trasferirsi Fort Worth, nel Texas. Qui nel 1902 aprì una farmacia in Houston Street, vendendo farmaci e pastiglie ricoperte di zucchero. Nel 1914 Pangburn iniziò a produrre anche gelati. Quell’anno nel retrobottega del suo drugstore preparò anche il primo lotto di quelle che sarebbero diventate le rinomate caramelle Pangburn’s Millionaires. La sua ricetta esclusiva includeva noci pecan, cioccolato al latte, caramello e miele. Tutti ingredienti che ritroviamo nel cornetto gelato.

Nel 1915 Pangburn aggiunse una fabbrica di confetti alla fabbrica di gelati sulla West 7th Street, appena ad est di Summit Avenue. Ed ecco allora esordire la “Pangburn Candy and Ice Company”, azienda di caramelle e gelati. Dobbiamo attendere il 1928, quando al dirigente pubblicitario JT “Stubby” Parker che lavorava proprio alla “Pangburn” balenò un’idea, che presto si rivelò vincente. Prese un cono di zucchero, lo riempì di gelato alla vaniglia, lo intinse nel cioccolato, lo affondò e lo arrotolò in una ciotola contenente granella di noci. Sua moglie chiamò quella creazione Drumstick. Evidentemente alla signora quel cono ricordava proprio una bacchetta di un tamburo, di qui il nome Drumstick.

Parker, per la verità, con la sua invenzione sovvertì l’idea del gelato da gustare all’aria aperta, in uso già da tempo. Realizzò, piuttosto, un cono gelato che poteva essere conservato nel congelatore di un droghiere, con il cono e il gelato congelati come un unico insieme. Parker evidentemente non strinse rapporti commerciali con la “Pangburn”, ma preferì affrontare in proprio la sua sfida. Tre anni dopo, nel 1931, fondò The Drumstick Company per commercializzare il nuovo prodotto Drumstick, azienda che nel 1991 venne acquistata da Nestlé.

Quando però parliamo di cornetto il nostro pensiero corre al cono lanciato sul mercato italiano nel 1959 da un produttore di gelati che tutti, ormai, associano ad Algida di proprietà della società britannica Unilever. Il nome “Cornetto” è diventato un brand e la descrizione del prodotto è ben sintetizzata da una pubblicità che dice: “L’esperienza del Cornetto consiste in una deliziosa cialda al forno croccante, rivestita internamente da cima a fondo con uno strato al gusto di cioccolato, abbinata a un delizioso gelato”. Il produttore italiano dal quale la Unilever acquisì nel 1976 il brevetto si chiamava Spica, un gelatiere con un negozio a Napoli. Nel 1959 superò il problema dei problemi. Durante il processo di produzione, la cialda del cono si impregnava dell’umidità procurata dal gelato, rendendola molliccia. Spica pensò bene di isolare l’interno del cono con uno strato di rivestimento composto da zucchero e cioccolato. Ne derivò una croccante cialda protetta all’interno dal cioccolato, farcita con una gustosissima crema di gelato al latte, spolverata in superfice con granella di nocciole e decorata con segni di cioccolata fusa e subito solidificata all’aria che si frantumano al primo morso.

Con tutto ciò di cui s’è detto, le storie che corrono su molti dei prodotti pubblicizzati, tanto popolari quanto familiari a tutti, rievocano però tempi molto più antichi di quelli legati alla vera e propria commercializzazione moderna. Nel caso specifico del nostro cornetto, certe cialde arrotolate e cotte al forno, risalgono addirittura all’antica Roma o alla Grecia. In altri termini si realizzava in cucina un cartoccio reso commestibile, come esistevano tanti altri tipi di involucri per contenere piccole vivande come ceci infornati, castagne abbrustolite, frutta candita. Non è chiaro, però, quando l’uso sia passato ai dessert cremosi e in particolare ai gelati. Sebbene un tempo proprio il gelato fosse considerato un alimento per le élite, si è evoluto in uno dei prodotti di maggior successo del mercato. Alcuni storici indicano la Francia all’inizio del XIX secolo come la culla del cono gelato. Troviamo stampe in proposito, come quella illustrazione del 1807 nella quale una giovane parigina sembra gustare un cono gelato. Troviamo citati i coni nei libri di cucina francesi già nel 1825. Julien Archambault, ad esempio, descrisse come arrotolare un cono da “piccole cialde”.

Budino ghiacciato, alla Chesterfield. L’illustrazione è una delle prime a mostrare i coni gelato, che Francatelli descrive come gauffres .

Nel 1846, The Modern Cook del cuoco italo-britannico Charles Elmé Francatelli non solo descrive ma raffigura dei coni gelato che decorano la base di un dessert più grande. Nel 1888 troviamo, infine, in modo definitivo e inequivocabile una ricetta per “Cornet with Cream” sul Libro di cucina scritto dall’inglese Agnes B. Marshall. Il testo spiega che “i cornetti vanno fatti con mandorle e cotti al forno, non pressati tra i ferri”. Di conseguenza, qualcuno indica la signora Marshall come l’inventrice del moderno cono gelato. Solo che la crema non era ghiacciata come quella di Parker e neppure la cialda garantiva la solidità del cono a contatto col gelato. Forse è sempre un’impresa ardua indicare un solo inventore.