L’Abbazia nel querceto di Friedrich

Georg Friedrich Kersting, Caspar David Friedrich nel suo studio, 1812.
Olio su tela, 53,5 x 41 cm, Alte Nationalgalerie .

Abbazia nel querceto raffigurante i ruderi di un monastero in una foresta di querce è un dipinto a olio di Caspar David Friedrich. Il titolo originale è Abtei im Eichwald. Realizzato a Dresda nel 1809-1810, fu esposto per la prima volta alla mostra dell’Accademia di Berlino del 1810 insieme al dipinto Monaco in riva al mare. Richiesta esplicita di Friedrich fu che quest’ultimo quadro fosse appeso sotto l’altro dipinto.

Caspar David Friedrich, Abbazia nel querceto, 1809-1810
Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1808-1810

Dopo la mostra, entrambi i dipinti furono acquistati dal re prussiano Federico Guglielmo III. La reputazione di spicco acquisita dopo l’acquisto regale ha portato il pittore alla fama. Oggi le due opere sono esposte fianco a fianco nella Alte Nationalgalerie di Berlino.

In Abbazia nel querceto l’artista immagina il proprio funerale. Il tema della morte è centrale dell’opera di Friedrich. Lo stesso artista scriveva in una lettera alla sorella: «Perché mai, mi hai chiesto una volta, come soggetto dei tuoi dipinti scegli la morte, la caducità del sepolcro? Per vivere eternamente spesso ci si deve arrendere alla morte».

L’Abbazia nel querceto raffigura, infatti, una fila di monaci, alcuni dei quali portano una bara. La fila si dirige verso il portale di un monastero gotico in rovina raffigurato al centro del dipinto. Solo due candele illuminano il cammino. In primo piano, sulla destra, si vede una tomba appena scavata in mezzo al terreno innevato. Intorno ci sono molte croci. Questa parte inferiore del dipinto è posta in ombra. Solo la parte superiore delle rovine e i rami spogli delle querce sono immersi sotto i raggi del sole che tramonta. Una mezzaluna crescente è visibile nel cielo.

Friedrich dipingeva spesso dei paesaggi ed anche in questo caso l’opera rappresenta un paesaggio, ma del tutto fantastico. Accosta infatti dettagli diversi da paesaggi reali disegnati in viaggi precedenti. I dipinti erano in realtà realizzati nel proprio studio, riprendendo le parti più interessanti dei suoi schizzi colti a mano libera nel corso di sopralluoghi in esterno. Il monastero nella foresta di querce si basava su disegni delle rovine del monastero di Eldena presso Greifswald, soggetto di molti altri suoi quadri. Gli stessi alberi spogli e scheletrici raffigurati nel quadro compaiono in diverse opere, pur con lievi modifiche.

Caspar David Friedrich, L’abbazia di Eldena vicino a Greifswald, 1836

Degli schizzi e degli studi degli alberi inseriti nel dipinto, solo due sono stati conservati. Fanno capire con quanto realismo siano stati usati e, per contro, evidenziano le modifiche apportate. Il disegno di una quercia del 1804 è utilizzato per la prima quercia a destra del rudere; lo studio di una quercia del 5 maggio 1809 per la seconda quercia a sinistra del rudere. Il disegno dell’abbazia di Eldena del 1836 rende evidenti le modifiche rispetto all’immagine originale del rudere.

Friedrich potrebbe aver iniziato a comporre il dipinto dopo un viaggio a Rügen, Neubrandenburg, nel giugno 1809. In una lettera a Carl Frederick Frommann del 24 settembre 1810, poco prima della mostra all’Accademia di Berlino, descrisse un cielo serale con il sole al tramonto e la luna crescente. A un esame più attento, lo spettatore scopre un uccellino nel traforo della rovina: una immagine che richiama la speranza.

È pervenuto un testo di Friedrich sull’abbazia di Eichwald, copia di una lettera del pittore, il cui testo originale è stralciato probabilmente da una lettera del febbraio 1809 a Johannes Schulze.

«Ora sto lavorando a un quadro di grandi dimensioni, in cui intendo rappresentare il mistero della tomba e del futuro. Ciò che può essere visto e riconosciuto solo nella fede, e rimarrà per sempre un enigma al sapere finito dell’uomo: (per me ciò che voglio rappresentare e come lo voglio rappresentare è in certo modo un enigma) Sotto una coltre di neve tombe, mentre sui tumuli funerari si ergono i resti di una chiesa gotica circondata da querce secolari. Il sole è tramontato e al crepuscolo, in piedi sopra le rovine, brillano la stella della sera e il quarto di luna. Una fitta nebbia ricopre la terra, e mentre si vede ancora chiaramente la parte alta delle mura, le forme si fanno sempre più incerte e indefinite verso il basso, finché finalmente, più vicino alla terra, tutto si perde nella nebbia».

In alcune osservazioni riguardo una collezione di dipinti di artisti per lo più viventi e recentemente scomparsi, Friedrich commenta una raffigurazione dell’abbazia di Eichwald: «A prima vista, questa immagine raffigura le rovine di un monastero in rovina come ricordo di un passato cupo. Il presente illumina il passato. Nel giorno che sorge puoi ancora vedere la notte che si allontana».

Dopo L’Abbazia nel querceto, tra il 1817 e il 1819, Friedrich dipinse un nuovo quadro con motivi simili: Cimitero di un chiostro sotto la neve (Bruciato nel 1945).

Cimitero di un chiostro sotto la neve

Cos’è esattamente la civiltà occidentale?

Il concetto di un’unica eredità culturale che si estende dall’antica Grecia ai tempi moderni è soltanto frutto del nostro immaginario collettivo.

Occorre perciò riscrivere una nuova storia dell’Occidente

Why the Idea of Western Civilization is More Myth Than History
Di Naoíse Mac Sweeney
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L’arazzo di Bayeux completo

L’articolo di Naoíse Mac Sweeney riguarda la necessità di riscrivere una storia dell’Occidente. Da leggere assolutamente. S’intitola: “Perché l’idea della civiltà occidentale è più mito che storia”. Un tema interessante da condividere per valutarne e apprezzarne i risvolti positivi. Ciò che impressiona è anzitutto la familiarità con cui Naoise Mac Sweeney si rivolge al pubblico. Interpreta il ruolo di mamma, lei che può vantare un titolo accademico quale professore di archeologia classica all’Università di Vienna, dopo essere passata per Leicester, Cambridge e Harvard. Apre così il suo pezzo: «Un fine settimana, ho trovato mio figlio minore al tavolo della cucina, che scriveva con cura tutto ciò che sapeva sugli dèi dell’Olimpo per i compiti di scuola…».

Lo immaginate voi uno dei nostri paludati professori scodellare un incipit di tal genere prefiggendosi di demolire l’idea che la civiltà occidentale non è che una finzione che ci raccontiamo, pur sapendo che è di fatto falsa? «Allacciati le cinture, ragazzo, ho pensato: sei pronto per una conferenza». Naturalmente la professoressa non ha fatto a suo figlio alcuna conferenza. «Mentre dava gli ultimi ritocchi ai suoi compiti, gli ho dato invece una pacca affettuosa sulla spalla. Ho ponderato tra me e me: forse dovrei scrivere in un libro tutto questo», cioè quanto spiega con sintesi lineare nel suo articolo.

L’invito è leggerlo direttamente, ma si può anche riassumerlo in poche battute essenziali. «Avrei voluto dirgli che gli antichi greci non ci hanno dato la civiltà occidentale. Che non esiste un filo d’oro, che si dispiega ininterrotto nel tempo da Platone alla NATO. Che noi nell’occidente moderno non siamo gli eredi di una tradizione culturale unica ed elevata…».

Una tradizione che si può ricostruire procedendo a ritroso come un gambero: la modernità illuminista, prima ancora la modernità rinascimentale, per conquistare infine, passando attraverso l’oscurità del periodo medievale, le glorie della Grecia classica e di Roma. Sembra normale, persino naturale, pensare «che l’Occidente moderno sia il custode di un’eredità privilegiata, tramandata attraverso una sorta di genealogia culturale che di solito chiamiamo “civiltà occidentale”».

Alla professoressa si potrebbe rispondere che la maggior parte di persone non si preoccupa di spostare di un solo millimetro l’angolo del proprio timone, figurarsi se si azzarda ad orientarlo diversamente. Ad esempio, per considerare che il più grande centro di cultura classica medievale, in fatto di scienze, era a Baghdad, capitale del califfato abbaside, dove convergevano i nuovi sviluppi filosofici e scientifici da tutta l’Asia, l’Africa e l’Europa.

«In parole povere, la vera storia dell’Occidente è molto più ricca e molto più complessa di quanto riconosca la tradizionale grande narrativa della civiltà occidentale. Non è un filo d’oro, ma un arazzo d’oro, in cui nel corso dei secoli si sono intrecciati fili di popoli, culture e idee diverse… Allora da dove è venuta l’idea comune? E perché ci aggrappiamo ancora a una versione della storia occidentale che sappiamo essere falsa?».

Le radici di questa narrazione – spiega Naoise Mac Sweeney – risalgono al Rinascimento, impregnato di antichità greca e romana. Una antichità oggi messa in discussione dalla stessa ricerca storica e archeologica. L’idea di un “Occidente” coerente, legato ad una comune eredità classica, ad una comune geografia, ad un condiviso cristianesimo. Un’idea manifestata diversi secoli dopo.

«Fu solo con l’espansione dell’imperialismo europeo d’oltremare nel corso del XVII secolo che iniziò ad emergere un’idea più coerente di Occidente, utilizzata come strumento concettuale per tracciare la distinzione tra il tipo di persone che potevano essere legittimamente colonizzate, e coloro che legittimamente avrebbero potuto essere i colonizzatori».

Con l’invenzione dell’Occidente arriva l’invenzione della storia occidentale. «Ma se l’Occidente e la sua storia sono stati inventati nelle capitali imperiali dell’Europa del XVII secolo, la nozione di civiltà occidentale è nata nel XVIII secolo sui campi di battaglia del rivoluzionario Nord America».

Da Adams a Washington, ad ogni piè sospinto s’è trovata ispirazione nel mondo classico per sostenere il proprio fervore rivoluzionario e giustificarne le incongruenze. A cominciare dal grido libertario che, allo stesso tempo, consentisse il rifiuto delle catene dell’imperialismo, pur continuando ad imporle con la schiavitù nera, oppure che giustificasse il trattamento differenziato dei diversi gruppi sociali. La civiltà occidentale era, a conti fatti, un mito inventato per soddisfare le esigenze ideologiche del tempo.

A ben considerare, tuttavia, l’Occidente moderno oggi non ha più gli stessi valori essenziali di trecento anni fa. «Non abbiamo bisogno di un mito d’origine che sia fondamentalmente in contrasto con i valori occidentali contemporanei come la democrazia liberale, lo stato di diritto e l’uguaglianza dei diritti umani».

Conclusioni: «Se vogliamo rafforzare l’identità occidentale attorno ai nostri moderni valori occidentali, dobbiamo quindi abbattere il mito della civiltà occidentale». Per farlo occorre contare sui fatti storici effettivi. «Questo è più complesso di quanto consentano le storie tradizionali». Non vengono in aiuto delle vere e proprie caratteristiche innate, ma piuttosto è necessario un innovativo modello di scambio interculturale.

Alla fine della sua riflessione, non potendola raccontare a suo figlio in pochi tratti, questa storia Naoíse Mac Sweeney l’ha condensata in The West, ovvero in un libro. Parla dell’Occidente attraverso quattordici personaggi che hanno avuto un ruolo nella creazione della sua storia: da Erodoto, un vero narratore di storie, a Phylis Wheatley, uno schiavo afroamericano, da Gladstone, che la regina Vittoria descrisse come un “tizzone mezzo matto”, allo studioso arabo medievale Al-Kindi. Una successione di soggetti particolari, alcuni poco celebrati ed altri, al contrario, volti molto familiari osservati in virtù di una nuova ottica.

Per chiudere, fra i tanti commentatori di The West, valgano per tutti le parole con cui Jared Yates Sexton presenta il libro: «Ecco una storia onesta, scrupolosa ed emozionante che capovolge quasi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo e lo sostituisce con informazioni reali, cifre convincenti e idee destinate a cambiare tutto».