Quest’anno si cercano sapori netti, riconoscibili, ma soprattutto armonici

C’è un ingrediente che nel 2026 ha conquistato chef e produttori: il ribes nero. Intenso, aromatico, acidulo, è stato eletto “sapore dell’anno”. Nel risotto trova una delle sue espressioni più sorprendenti, soprattutto quando incontra la cremosità di un caprino fresco e il tocco inatteso della liquirizia.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il ritorno del gusto deciso

Negli ultimi anni la cucina contemporanea ha oscillato tra minimalismo e comfort food. Il 2026 segna un nuovo equilibrio: si cercano sapori netti, riconoscibili, ma armonici. Il ribes nero risponde perfettamente a questa esigenza.

Un frutto che ha carattere. La sua acidità non è aggressiva, ma persistente. Il profilo aromatico ricorda bosco, foglia verde, un leggero accenno balsamico. È un gusto che non passa inosservato. Portarlo in un risotto significa misurarsi con la tradizione più solida della cucina italiana. Il riso, con la sua capacità di assorbire e restituire sapori, diventa la tela ideale per accogliere un elemento così distintivo.

Tradizione e innovazione nello stesso piatto

Il risotto è, per definizione, tecnica e pazienza. Tostatura del riso, sfumatura, cottura graduale con brodo caldo, mantecatura finale. L’innovazione non sta nel cambiare il procedimento, ma nell’introdurre un ingrediente capace di alterare l’equilibrio senza distruggerlo. Il ribes nero può essere utilizzato in diverse forme: fresco, leggermente schiacciato; in purea; ridotto in una salsa leggera da incorporare a fine cottura.

La sua acidità contrasta la naturale dolcezza dell’amido del riso. È un gioco di tensioni. Il risultato non deve essere un risotto “fruttato”, ma un risotto con una vibrazione inattesa. È qui che la tecnica fa la differenza.

Il ruolo del caprino: cremosità e freschezza

Il tocco decisivo arriva in mantecatura. Al posto del classico burro o del parmigiano, o accanto ad essi in proporzioni calibrate, entra in scena un caprino fresco. Il caprino non aggiunge solo cremosità. Introduce una nota lattica, leggermente acidula, che dialoga con il ribes nero. È un ponte tra frutto e riso. Una zona di equilibrio.

La scelta del formaggio è cruciale. Deve essere fresco, morbido, non eccessivamente stagionato. L’obiettivo è ottenere una consistenza avvolgente senza coprire il profumo del ribes. La mantecatura, come sempre, avviene a fuoco spento. Il movimento deve essere energico ma breve. Il riso deve restare all’onda, fluido, lucido.

Il dettaglio che sorprende: la liquirizia

Il gesto finale è una spolverata sottile di polvere di liquirizia. Non un eccesso decorativo, ma un accento. La liquirizia introduce una nota amara e profonda che amplifica il carattere del piatto. È un contrasto controllato. Se dosata con misura, non sovrasta, ma completa.

In un contesto conviviale, questo dettaglio produce un effetto immediato. Gli ospiti riconoscono qualcosa di familiare — il risotto — ma percepiscono un elemento nuovo. La sorpresa non è teatrale. È sottile. È la cucina contemporanea nel suo momento migliore: rispetto della tradizione, inserimento di un elemento dissonante, equilibrio finale.

Estetica e colore

Anche l’occhio vuole la sua parte. Il ribes nero regala al risotto sfumature violacee, soprattutto se utilizzato in purea. Il contrasto con il bianco del caprino crea un effetto visivo elegante. Nel piatto, pochi ribes freschi possono essere aggiunti a crudo per richiamare l’ingrediente principale. Non come decorazione superflua, ma come segnale.

La presentazione ideale è sobria: piatto piano, fondo neutro, porzione centrale leggermente allargata con un movimento circolare. La superficie deve restare liscia, senza accumuli. La cucina contemporanea è anche controllo visivo.

Perché il ribes nero è il sapore del 2026

Ogni anno ha il suo ingrediente simbolo. Il ribes nero incarna una sensibilità nuova: ricerca di intensità, desiderio di acidità naturale, ritorno a profili aromatici meno prevedibili.

Non è un sapore accomodante. E in un momento in cui la cucina domestica sta recuperando centralità, questa richiesta diventa stimolo creativo. Il risotto al ribes nero e caprino è un piatto che funziona, se eseguito con precisione. Porta in tavola qualcosa di riconoscibile e, insieme, sorprendente. È il tipo di ricetta che si presta a una cena tra amici, a una serata in cui si vuole offrire un’esperienza, non solo un pasto.

L’equilibrio come parola chiave

La riuscita del piatto dipende da una sola cosa: equilibrio. Troppo ribes e il risotto diventa eccessivamente acido. Troppo caprino e perde leggerezza. Troppa liquirizia e il contrasto si trasforma in disturbo.

La cucina, come il design e la musica di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi in altri articoli, è questione di misura. Il 2026 sembra suggerire proprio questo: rallentare, scegliere con attenzione, valorizzare il dettaglio. Un risotto ben fatto richiede tempo. E forse è proprio questo il suo valore più grande.


Note essenziali

Ingrediente protagonista 2026: ribes nero
Tecnica base: risotto tradizionale (tostatura, cottura graduale, mantecatura)
Mantecatura: caprino fresco
Tocco finale: polvere di liquirizia
Profilo gustativo: acidità equilibrata, cremosità lattica, nota amara finale


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Sassicaia è la dimostrazione che l’identità può nascere dall’azzardo

C’è un vino che nasce controcorrente, in un tempo in cui nessuno avrebbe scommesso su di lui. Il Sassicaia non è solo un’etichetta di Bolgheri: è la storia di una convinzione personale che ha ribaltato un paradigma. Dalla tenacia del marchese Mario Incisa della Rocchetta alla consacrazione internazionale, è la dimostrazione che l’identità può nascere dall’azzardo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un’idea fuori posto

Siamo negli anni Quaranta. A Bolgheri, sulla costa toscana, la viticoltura non gode di grande prestigio. Terreni sabbiosi, clima marittimo, tradizione agricola più legata ai cereali e agli allevamenti che a vini di rango. In quel contesto, la decisione del marchese Mario Incisa della Rocchetta appare quanto meno eccentrica.

Pianta Cabernet Sauvignon. Un vitigno francese, bordolese, lontano dalla tradizione toscana dominata dal Sangiovese. La convinzione nasce da un’intuizione agronomica: quei terreni sassosi — da cui il nome Sassicaia — ricordano, per composizione, alcune zone del Médoc.

La reazione non è entusiastica. Si dice che da quelle parti non verrà mai un grande vino. Che il clima non è adatto. Che il progetto è velleitario. È l’inizio di una sfida silenziosa.

Vent’anni di vino privato

Per due decenni il Sassicaia resta un vino di famiglia. Non c’è strategia commerciale, non c’è lancio sul mercato. È prodotto per consumo privato, bevuto nelle tenute, condiviso con pochi amici.

Questo lungo periodo di isolamento è fondamentale. Permette di affinare il progetto senza pressione. Si sperimenta, si osserva, si corregge. Il vino matura lentamente, così come la consapevolezza della sua qualità. Non è un’operazione costruita a tavolino. È un percorso empirico.

Solo nel 1968 arriva la decisione di commercializzarlo. Il contesto è cambiato. L’Italia sta ridefinendo la propria identità enologica. Ma l’idea di un Cabernet toscano resta un’anomalia. Proprio questa anomalia diventa forza.

La nascita del primo Super Tuscan

Con l’uscita sul mercato, il Sassicaia inaugura una categoria che ancora non esiste ufficialmente: quella dei cosiddetti “Super Tuscan”. Vini che sfuggono alle rigide denominazioni dell’epoca, che non si conformano ai disciplinari tradizionali.

In quegli anni, per essere classificato come vino di pregio in Toscana, bisognava rispettare parametri precisi legati ai vitigni autoctoni. Il Cabernet Sauvignon non rientrava in questo schema. Il Sassicaia viene inizialmente declassato a semplice vino da tavola. Un paradosso.

La qualità però non si lascia ingabbiare dalle definizioni burocratiche. Le degustazioni internazionali cominciano a riconoscere il valore del vino. Arrivano premi, recensioni entusiaste, confronti con i grandi Bordeaux francesi. La svolta non è solo commerciale. È culturale. L’Italia dimostra di poter competere su un terreno fino ad allora considerato esclusivo della Francia.

Bolgheri diventa territorio

Il successo del Sassicaia non resta isolato. Trasforma Bolgheri da zona marginale a territorio di riferimento. Altri produttori seguono la strada tracciata. Si investe, si studia, si valorizza il potenziale del suolo e del clima. Il vino diventa veicolo di identità territoriale.

Nel 1994 nasce la denominazione Bolgheri DOC. Il percorso iniziato quasi in solitudine dal marchese Incisa della Rocchetta trova una legittimazione istituzionale. Oggi Bolgheri è sinonimo di eccellenza. Ma questa reputazione affonda le radici in una scelta controcorrente compiuta mezzo secolo prima.

Lo stile: struttura e finezza

Il Sassicaia non è solo simbolo storico. È un vino con una personalità precisa. Struttura importante, tannini eleganti, capacità di invecchiamento notevole. Il Cabernet Sauvignon, spesso accompagnato da una quota di Cabernet Franc, trova in quel terroir un’espressione equilibrata.

Il clima mitigato dal mare, le escursioni termiche, i suoli ricchi di scheletro contribuiscono a un profilo aromatico complesso: frutti rossi maturi, note balsamiche, accenni di spezie e grafite. Non è un vino muscolare. È un vino di misura. La potenza è contenuta da una linea di freschezza che ne sostiene la bevibilità. Ogni annata racconta una variazione sul tema, ma la coerenza stilistica resta.

Una lezione di indipendenza

La leggenda del Sassicaia è, in fondo, una lezione di indipendenza. Dimostra che l’innovazione può nascere dal dialogo tra tradizione e apertura internazionale. Che la fedeltà a un’idea può superare lo scetticismo iniziale.

Negli anni Quaranta piantare Cabernet a Bolgheri sembrava un capriccio aristocratico. Nel 1968 diventa un atto fondativo. Oggi è un punto di riferimento globale. Non è solo la storia di un vino, ma un cambio di paradigma.

Il confronto con Bordeaux

Uno dei passaggi simbolici della vicenda è il confronto con i grandi Bordeaux. Quando le degustazioni alla cieca iniziano a collocare il Sassicaia accanto a etichette francesi di prestigio, il messaggio è chiaro: l’Italia non è più solo terra di vini tradizionali. È capace di interpretare vitigni internazionali con una voce propria.

Il Sassicaia non copia Bordeaux. Lo rilegge in chiave mediterranea. Il risultato è un vino che conserva eleganza ma introduce una diversa energia solare, una diversa maturità del frutto. È la prova che l’identità può essere ibrida senza perdere autenticità.

Oggi: mito e realtà

Nel 2026 il Sassicaia è un’icona consolidata. Le annate sono attese, commentate, collezionate. Il prezzo riflette la reputazione. Ma al di là del mercato, resta il valore simbolico. Ogni bottiglia racconta una storia iniziata quasi per ostinazione. Una storia che ha modificato la percezione del vino italiano nel mondo.

Non è un mito costruito dalla pubblicità. È un mito nato dalla qualità e dalla coerenza. E forse è proprio questa la sua forza: ricordarci che le grandi rivoluzioni non sempre nascono da gesti clamorosi. A volte cominciano con una decisione apparentemente fuori luogo, presa lontano dai riflettori.


Note essenziali

Produttore: Tenuta San Guido
Fondatore del progetto: marchese Mario Incisa della Rocchetta
Zona: Bolgheri (Toscana)
Prima commercializzazione: 1968
Vitigni principali: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc
Riconoscimento: considerato il primo Super Tuscan


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Cime tempestose: quando l’amore diventa paesaggio

Tra le grandi storie della letteratura ottocentesca, Cime tempestose occupa un luogo singolare: non è un romanzo sentimentale, ma un racconto feroce sull’amore come forza distruttiva, radicata nella natura e nel tempo. Il cinema ha più volte tentato di tradurne l’intensità, misurandosi con un testo che resiste a ogni addomesticamento.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un romanzo controcorrente
Pubblicato nel 1847 sotto lo pseudonimo di Ellis Bell, Wuthering Heights è l’unico romanzo di Emily Brontë. Alla sua uscita fu accolto con sospetto: troppo cupo, troppo violento, privo di una morale riconoscibile. Eppure, a distanza di quasi due secoli, la sua modernità è evidente. Emily Brontë costruisce un mondo chiuso, isolato dalle brughiere dello Yorkshire, dove i sentimenti non si evolvono ma si incistano, diventano ossessione, rancore, desiderio di annientamento.

Heathcliff e Catherine non sono amanti nel senso tradizionale: sono due forze naturali che si attraggono e si respingono, incapaci di convivere con le regole sociali. La loro relazione non produce armonia, ma una lunga scia di vendetta e distruzione che si estende alle generazioni successive. È un romanzo sul tempo che non guarisce, ma corrompe.

Dal testo allo schermo: un’impresa impossibile?
Il cinema ha sempre guardato a Cime tempestose con una miscela di fascinazione e timore. Ridurre a immagini un romanzo così stratificato significa fare delle scelte drastiche: semplificare la struttura narrativa, attenuare la violenza emotiva, oppure spingerla fino all’eccesso.

Tra le trasposizioni più celebri spicca Wuthering Heights di William Wyler, con Laurence Olivier e Merle Oberon. È un film elegante, dominato dal bianco e nero e da una fotografia sontuosa, che però sceglie di raccontare solo la prima parte del romanzo. Wyler trasforma la ferocia di Brontë in melodramma romantico, sacrificando la dimensione più crudele e ciclica della storia. Il risultato è affascinante, ma addomesticato.

Negli anni successivi, altri registi hanno tentato strade diverse. L’adattamento del 1970 di Robert Fuest insiste sull’erotismo e sulla brutalità, mentre la versione televisiva della BBC del 2009 cerca una maggiore fedeltà al testo, restituendo complessità ai personaggi e spazio alla seconda generazione.

La radicalità di Andrea Arnold
Nel 2011, Andrea Arnold firma forse l’adattamento più audace e divisivo. Il suo Cime tempestose rompe con la tradizione: dialoghi ridotti al minimo, camera a mano, attenzione ossessiva ai corpi, alla terra, al fango, al vento. Heathcliff, interpretato da attori afrodiscendenti, diventa esplicitamente un corpo estraneo in una società violenta e razzista, sottolineando un aspetto solo accennato nel romanzo.

Arnold non cerca di “spiegare” Brontë, ma di farla sentire. Le brughiere non sono sfondo romantico, bensì materia viva che aggredisce i personaggi. L’amore non è idealizzato: è una forza animalesca, spesso muta, che si esprime attraverso gesti e sguardi più che parole. Una scelta coerente con il cinema della regista, ma anche con lo spirito più profondo del romanzo.

Amore, natura, violenza
Ciò che rende Cime tempestose ancora oggi così difficile da adattare è la sua concezione dell’amore. Non c’è redenzione, non c’è pacificazione. Catherine non sceglie Heathcliff, e Heathcliff non perdona. Il loro legame sopravvive solo come fantasma, come ossessione che deforma la vita altrui.

Il cinema, per sua natura, tende a cercare una chiusura emotiva. Brontë, invece, rifiuta ogni consolazione. Anche quando la narrazione si sposta sulla generazione successiva, la ferita originaria continua a sanguinare. È un romanzo che parla di ereditarietà del trauma, di violenza che si trasmette come un lascito invisibile.

Un classico che resiste
Forse è proprio questa irriducibilità a rendere Cime tempestose un classico inesauribile. Ogni adattamento cinematografico dice tanto del romanzo quanto dell’epoca che lo produce: il melodramma degli anni Trenta, il realismo psicologico del secondo Novecento, il naturalismo radicale del cinema contemporaneo.

Emily Brontë ha scritto un libro che non chiede di essere amato, ma attraversato. Il cinema, ogni volta che ci prova, si misura con un limite: quello di rappresentare un sentimento che non vuole essere compreso, ma solo sopravvivere, come il vento che batte le brughiere.


Note essenziali

  • Romanzo: Wuthering Heights, Emily Brontë, 1847
  • Ambientazione: brughiere dello Yorkshire, Inghilterra
  • Temi chiave: amore ossessivo, vendetta, natura, tempo, ereditarietà del trauma
  • Adattamenti principali: 1939 (Wyler), 1970 (Fuest), 2009 (BBC), 2011 (Arnold)

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Un romanzo che affronta il disagio psichico e relazionale senza spettacolarizzarlo

Uscito il 20 gennaio 2026, “Il male che non c’è” conferma Giulia Caminito come una delle voci più riconoscibili della narrativa italiana contemporanea. Un romanzo che affronta il disagio psichico e relazionale senza spettacolarizzarlo, scegliendo una scrittura sorvegliata, nervosa, capace di restituire l’ansia sottile di una generazione che fatica a nominare il proprio dolore.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Una scrittura che scava, senza retorica
Fin dai suoi esordi, Caminito ha mostrato un’attenzione particolare ai margini: famiglie fragili, identità incerte, infanzie e adolescenze attraversate da tensioni silenziose. Con Il male che non c’è, l’autrice prosegue questo percorso, ma lo porta in una zona ancora più esposta: quella della salute mentale, osservata non come eccezione patologica, bensì come condizione diffusa, quasi strutturale, del nostro tempo.

Il romanzo racconta una protagonista giovane, colta, apparentemente inserita, che vive però un rapporto conflittuale con il proprio corpo e con la propria mente. Non c’è un trauma fondativo riconoscibile, non c’è un “evento scatenante” netto. Ed è proprio questa assenza a costituire il nucleo del libro: un male che non ha nome, che non trova giustificazione, ma che pesa, logora, condiziona ogni scelta.

Il disagio come condizione ordinaria
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il rifiuto di una narrazione edificante. Il male che non c’è non offre soluzioni, né percorsi di guarigione lineari. La terapia, la medicina, le relazioni affettive sono presenti, ma non vengono idealizzate. Caminito descrive con precisione il linguaggio clinico, i suoi limiti, le sue ambiguità, mostrando come spesso le parole disponibili non bastino a contenere l’esperienza del dolore.

In questo senso, il libro intercetta un nodo centrale del dibattito contemporaneo: la crescente visibilità dei disturbi psicologici e, insieme, la difficoltà di tradurli in racconto condiviso. Il disagio diventa così una sorta di rumore di fondo, una presenza costante che accompagna la vita quotidiana senza mai esplodere in tragedia, ma senza neppure dissolversi.

Corpi, controllo, identità
Al centro del romanzo c’è anche una riflessione sul corpo, vissuto come spazio di controllo e di conflitto. Alimentazione, salute, percezione di sé diventano terreni su cui si misura il rapporto tra individuo e aspettative sociali. Caminito evita accuratamente ogni moralismo: non c’è denuncia esplicita, né volontà di “spiegare” il malessere femminile. C’è piuttosto un’osservazione minuta, spesso spietata, dei meccanismi interiori che portano a una progressiva estraneazione da sé.

La protagonista non è un’eroina né una vittima esemplare. È una figura opaca, a tratti respingente, che il lettore è chiamato a seguire senza garanzie di empatia. Anche in questo si riconosce una cifra precisa dell’autrice: la rinuncia a costruire personaggi “simpatici”, a favore di figure complesse, contraddittorie, difficili da assolvere o condannare.

Una lingua tesa, controllata
Dal punto di vista stilistico, Il male che non c’è si distingue per una lingua asciutta, sorvegliata, attraversata da improvvise accelerazioni. La prosa di Caminito è densa ma mai compiaciuta; procede per accumulo di dettagli, per scarti improvvisi, restituendo la sensazione di una mente sempre in movimento, incapace di trovare un punto di quiete.

È una scrittura che riflette lo stato emotivo dei personaggi senza ricorrere a effetti spettacolari. L’inquietudine nasce dalla ripetizione, dall’insistenza, dalla difficoltà di fermare il flusso dei pensieri. In questo senso, la forma del romanzo diventa essa stessa parte del contenuto: leggere Il male che non c’è significa condividere, almeno in parte, l’esperienza di una mente che non riesce a tacere.

Nel panorama della narrativa italiana contemporanea
Negli ultimi anni, la letteratura italiana ha mostrato un rinnovato interesse per i temi della fragilità psicologica, del disagio generazionale, della salute mentale. Il romanzo di Caminito si inserisce in questo filone, ma se ne distingue per rigore e radicalità. Non cerca scorciatoie emotive, non indulge nel confessionale, non trasforma il dolore in spettacolo.

Il successo di pubblico e di critica che sta accompagnando il libro segnala forse un cambiamento nel modo in cui i lettori si avvicinano a questi temi: meno attratti dalla storia esemplare, più disponibili ad affrontare zone grigie, ambigue, irrisolte. Il male che non c’è non rassicura, ma riconosce. E in questo riconoscimento, paradossalmente, trova la sua forza.

Un titolo che resta addosso
Il titolo stesso del romanzo è una dichiarazione di poetica. Il male “che non c’è” non è un male immaginario, né un capriccio. È un male che sfugge alle categorie, che non si lascia diagnosticare con facilità, che spesso viene minimizzato proprio perché privo di una causa evidente. Raccontarlo significa accettare l’incompletezza, rinunciare alla chiarezza assoluta.

Giulia Caminito sceglie di stare in questa zona scomoda, e lo fa con una scrittura che non alza la voce, ma non arretra. Un romanzo che non chiede compassione, ma attenzione. E che, proprio per questo, continua a lavorare nel lettore anche dopo l’ultima pagina.


Note essenziali

  • Titolo: Il male che non c’è
  • Autrice: Giulia Caminito
  • Uscita: 20 gennaio
  • Genere: romanzo contemporaneo
  • Temi chiave: disagio psicologico, identità, corpo, linguaggio della cura
  • Contesto: narrativa italiana contemporanea

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Fratelli Castiglioni, Brionvega e l’idea di design come cultura

Tra le icone del design italiano del secondo Novecento, poche hanno mantenuto nel tempo una presenza così riconoscibile e insieme così attuale come il Radiofonografo RR126. In occasione di mostre ed eventi dedicati al design storico e al rapporto tra suono e progetto – come quelli che riflettono sull’“arte del rumore” e sul paesaggio sonoro contemporaneo – questo oggetto torna sotto i riflettori nella sua Edizione 2026, riaffermando una qualità rara: la capacità di unire un ascolto musicale raccolto, quasi meditativo, a una forma che parla il linguaggio del design più colto.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un progetto dei fratelli Castiglioni
Disegnato nel 1965 da Achille Castiglioni e Pier Giacomo Castiglioni, il Radiofonografo RR126 nasce per Brionvega, azienda che in quegli anni rappresentava uno dei punti più avanzati dell’incontro tra industria elettronica e design d’autore. L’obiettivo non era semplicemente contenere una radio e un giradischi, ma ripensare radicalmente l’oggetto domestico dedicato all’ascolto.

I Castiglioni concepiscono il Radiofonografo come una presenza viva nello spazio: una macchina sonora che si muove, si apre, si orienta. Un oggetto tecnico che rinuncia a mimetizzarsi per dichiarare apertamente la propria funzione.

Un’estetica antropomorfa, mai decorativa
La forma del RR126 è spesso definita “antropomorfa”, ma non in senso figurativo. Le quattro casse orientabili ricordano arti che si aprono e si chiudono; il corpo centrale funge da tronco, da nucleo funzionale. È un’antropomorfia funzionale, non narrativa: non racconta una storia, ma suggerisce un comportamento.

Questa scelta rende l’oggetto sorprendentemente contemporaneo. In un’epoca in cui molti dispositivi tecnologici cercano di scomparire, il Radiofonografo fa l’opposto: si offre allo sguardo, chiede spazio, invita a un gesto consapevole. Aprire le casse, orientarle, scegliere il disco o la stazione radio significa prepararsi all’ascolto.

Qualità sonora come progetto culturale
Il Radiofonografo RR126 non è mai stato pensato come semplice oggetto iconico. La qualità sonora è parte integrante del progetto. Le casse separate, orientabili, permettono una diffusione ampia e controllata del suono, lontana dall’idea di sottofondo. È un ascolto che chiede attenzione, che costruisce uno spazio acustico preciso.

Quando oggi si parla di RR126 come dell’oggetto ideale per ascoltare musica “in santa pace”, non si fa riferimento a una nostalgia analogica, ma a una postura culturale. Il Radiofonografo non accompagna altre attività: le sospende. Invita a sedersi, ad ascoltare, a stare.

Dagli anni Sessanta a oggi: perché torna sotto i riflettori
Il rinnovato interesse per il RR126 – culminato nella sua Edizione 2026 – va letto nel contesto di una più ampia riflessione sul design storico e sul rapporto tra tecnologia e quotidianità. Mostre, riedizioni e studi critici hanno riportato al centro oggetti che non separano forma e funzione, ma le tengono in tensione.

In un presente dominato da dispositivi invisibili, cuffie wireless e ascolti individuali frammentati, il Radiofonografo propone un’alternativa: un ascolto condiviso, fisico, spaziale. Non è un caso che venga spesso citato in dialogo con eventi e riflessioni legate al suono come materia progettuale, non solo come dato tecnico.

Un oggetto domestico che costruisce silenzio
Parlare di “silenzio” a proposito di un apparecchio musicale può sembrare paradossale. Eppure il RR126 costruisce silenzio proprio perché disciplina il suono. Non invade, non accompagna, non riempie ogni vuoto. Al contrario, definisce un tempo e uno spazio dedicati all’ascolto.

Questo lo rende particolarmente attuale. In una società satura di stimoli, il design che sceglie di limitare, di rallentare, di chiedere attenzione assume un valore etico oltre che estetico. Il Radiofonografo non promette prestazioni infinite, ma un’esperienza finita, intensa, memorabile.

Brionvega e l’idea di design come cultura
La rinnovata centralità del RR126 riporta anche l’attenzione sul ruolo storico di Brionvega. Negli anni Sessanta e Settanta, l’azienda non si limitava a produrre elettronica di consumo, ma costruiva un vero e proprio progetto culturale, affidando a grandi designer il compito di immaginare nuovi rituali domestici.

Il Radiofonografo è forse l’esempio più compiuto di questa visione: un oggetto che non segue il mercato, ma lo interroga. Un progetto che non insegue la moda, ma costruisce un linguaggio.

Un classico che non chiede nostalgia
L’Edizione 2026 del Radiofonografo RR126 non è una celebrazione nostalgica. È la conferma che alcuni oggetti resistono perché portano con sé un’idea forte di uso, di spazio, di tempo. Non sono semplicemente belli: sono giusti.

Per chi cerca un ascolto musicale “in santa pace”, il RR126 non è un feticcio, ma una scelta consapevole. Un modo di abitare il suono, e forse anche il silenzio, con maggiore attenzione.


Note essenziali

  • Oggetto: Radiofonografo RR126
  • Designer: Achille e Pier Giacomo Castiglioni
  • Azienda: Brionvega
  • Prima progettazione: 1965
  • Edizione recente: 2026
  • Chiave di lettura: design antropomorfo, ascolto consapevole, qualità sonora

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Ascoltare un brano, quando Sanremo diventa rumore di fondo nazionale

Dopo aver riproposto un oggetto come il Radiofonografo RR126 – macchina domestica pensata per restituire al suono il suo spazio e il suo tempo – la domanda viene naturale: che musica merita un ascolto così? La questione si fa ancora più interessante ora che l’attenzione collettiva è catalizzata dal Festival di Sanremo 2026, in programma dal 24 al 28 febbraio. Tra clamore mediatico, canzoni onnipresenti e ascolti frammentati, scegliere un solo brano diventa un gesto controcorrente.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il Radiofonografo come dispositivo di attenzione
Il Radiofonografo RR126 non è un oggetto neutro. La sua presenza impone una postura: non si accende “per compagnia”, non accompagna il rumore di fondo. Chiede una pausa, un’azione deliberata, uno spazio dedicato. È un oggetto che seleziona, che costringe a scegliere cosa ascoltare e come farlo.

In questo senso, il Radiofonografo è l’antitesi dell’ascolto contemporaneo più diffuso: quello continuo, portatile, distratto. Le sue casse orientabili costruiscono una scena sonora; il suo ingombro fisico ricorda che il suono ha un corpo. Ascoltare con il RR126 significa accettare una gerarchia: prima la musica, poi il resto.

Sanremo come rumore di fondo nazionale
Ogni anno, il Festival di Sanremo torna a occupare uno spazio che va ben oltre la musica. È rito mediatico, cronaca, commento, meme, polemica. Anche chi non lo segue finisce per subirne l’eco. Nel 2026, come sempre, il Festival promette canzoni pensate per essere riconoscibili in pochi secondi, adatte alla radio, ai social, alle playlist.

Non è un giudizio di valore, ma una constatazione: Sanremo è progettato per la massima diffusione, non per l’ascolto raccolto. Le canzoni devono funzionare ovunque e subito. In questo contesto, proporre un ascolto “in santa pace” diventa quasi un gesto di resistenza culturale.

Un solo brano, non una classifica
Se il Radiofonografo chiede attenzione, non ha senso rispondere con una playlist infinita o con la classifica del momento. Meglio un solo brano, scelto per la sua capacità di reggere il tempo, lo spazio, il silenzio tra una nota e l’altra. Un brano che non urla, non seduce immediatamente, ma cresce nell’ascolto.

La scelta cade su La canzone dell’amore perduto, interpretata e scritta da Fabrizio De André nel 1966. Una canzone lontana dalle dinamiche del Festival, ma non estranea alla sua storia più profonda.

Perché proprio De André
De André non è mai stato un artista “sanremese” nel senso pieno del termine, e proprio per questo rappresenta un contrappunto ideale. La canzone dell’amore perduto è un brano che non cerca l’effetto, ma la durata. La struttura è semplice, quasi classica; l’arrangiamento sobrio; la voce controllata, mai esibita.

È una canzone che parla di fine, di trasformazione, di memoria. Ma lo fa senza enfasi, lasciando spazio all’ascoltatore. Ogni verso respira. Ogni pausa conta. Su un Radiofonografo RR126, questa musica non riempie la stanza: la abita.

Un ascolto che educa al tempo
Messa a confronto con molte canzoni che dominano il circuito mediatico, La canzone dell’amore perduto mostra una differenza fondamentale: non ha fretta. Non teme la ripetizione, non ha bisogno di un ritornello gridato. È costruita per essere ascoltata dall’inizio alla fine, possibilmente senza interruzioni.

Questo la rende perfetta per un oggetto come il Radiofonografo, che restituisce alla musica una dimensione temporale estesa. Le casse orientabili amplificano la voce senza ingigantirla; la scena sonora resta intima, quasi domestica. È un ascolto che non chiede condivisione immediata, ma interiorizzazione.

Design, musica e responsabilità dell’ascolto
Accostare il RR126 a un brano come questo non significa rifugiarsi nel passato. Significa interrogare il presente. In un momento in cui il Festival di Sanremo concentra l’attenzione su ciò che è nuovo, visibile, commentabile, scegliere un ascolto laterale diventa un modo per riequilibrare.

Il design, quando è davvero tale, non serve solo a produrre oggetti belli, ma a modificare i comportamenti. Il Radiofonografo educa all’ascolto. De André educa all’attenzione. Insieme, suggeriscono una pratica: sottrarre tempo al rumore per restituirlo al senso.

Sanremo passa, l’ascolto resta
Tra il 24 e il 28 febbraio 2026, Sanremo farà ciò che sa fare meglio: occupare lo spazio pubblico. Poi, come ogni anno, lascerà dietro di sé una manciata di canzoni destinate a durare e molte altre a svanire. Il Radiofonografo, invece, resta. E con lui resta la possibilità di scegliere come ascoltare.

In questo spazio residuale — dopo il Festival, dopo il commento, dopo il flusso — una canzone come La canzone dell’amore perduto trova la sua misura. Non come alternativa polemica, ma come esercizio di calma. Un ascolto in santa pace, appunto.


Note essenziali

  • Oggetto di riferimento: Radiofonografo RR126 (Brionvega)
  • Contesto: Festival di Sanremo 2026 (24–28 febbraio)
  • Brano proposto: La canzone dell’amore perduto
  • Autore e interprete: Fabrizio De André
  • Chiave di lettura: ascolto consapevole

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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

La cucina domestica è diventata un laboratorio silenzioso

Lontano dalle mode urlate e dalle estetiche da social network, la cucina domestica si è affermata una tendenza solida e trasversale: la riprova sta nel ritorno ai grani antichi e ai legumi come ingredienti centrali della cucina quotidiana. Un’innovazione che non nasce dalla rottura, ma dalla rilettura consapevole della tradizione, come dimostrano piatti apparentemente semplici – dalle paste fatte in casa alle tagliatelle di segale – che raccontano un nuovo rapporto con il cibo.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Cosa si intende per grani antichi
Con l’espressione “grani antichi” si indicano varietà di frumento coltivate prima della standardizzazione agricola del Novecento. Si tratta di cereali meno selezionati per la resa industriale e più legati a specifici territori. Tra i più noti figurano il farro, il grano Senatore Cappelli, il grano monococco e la segale, quest’ultima storicamente diffusa nelle aree montane e appenniniche.

Questi grani presentano caratteristiche nutrizionali differenti rispetto alle varietà moderne: un contenuto proteico spesso più equilibrato, una struttura del glutine meno “forte” e una maggiore presenza di fibre e micronutrienti. Non sono alimenti miracolosi, ma rispondono a una domanda crescente di cibi meno raffinati e più riconoscibili nella loro origine.

Perché tornano nelle cucine di casa
Il successo dei grani antichi non è solo una questione salutistica. C’entra il gusto, innanzitutto: farine di segale o di farro restituiscono sapori più complessi, note rustiche, leggere acidità che trasformano anche una pasta semplice in un’esperienza diversa. Ma c’entra anche il tempo. Preparare in casa tagliatelle di segale, impasti misti con legumi o pane a lievitazione naturale significa riappropriarsi di gesti lenti, misurati, che si oppongono alla velocità del cibo industriale.

Durante e dopo la pandemia, molte famiglie hanno riscoperto il piacere della cucina come spazio di autonomia. La scelta di farine alternative e legumi secchi – ceci, lenticchie, cicerchie – risponde anche a una logica di dispensa: ingredienti conservabili, versatili, sostenibili.

Legumi: da contorno povero a ingrediente strutturale
Accanto ai grani antichi, i legumi sono diventati protagonisti di una cucina innovativa che guarda alla tradizione mediterranea con occhi nuovi. Non più relegati al ruolo di piatto “povero” o di alternativa occasionale alla carne, oggi entrano negli impasti, nelle creme, nelle farce, nelle paste fresche.

Farine di ceci o di lenticchie vengono usate per arricchire la pasta fatta in casa, migliorandone il profilo nutrizionale e introducendo nuove consistenze. Le tagliatelle di segale con legumi, ad esempio, rappresentano un equilibrio interessante tra rusticità e modernità: un piatto semplice, ma completo, che non rinuncia al piacere della masticazione e del sapore.

Cucina domestica e sostenibilità
Questa tendenza intercetta anche una sensibilità ambientale crescente. Grani antichi e legumi sono spesso associati a filiere corte, agricoltura biologica o a basso impatto. La segale, ad esempio, richiede meno input chimici rispetto ad altre colture e si adatta bene a terreni difficili. I legumi, inoltre, arricchiscono il suolo di azoto, riducendo la necessità di fertilizzanti.

Cucinare in casa con questi ingredienti non è solo una scelta individuale, ma un gesto che si inserisce in un discorso più ampio: riduzione degli sprechi, stagionalità, attenzione alla provenienza. Una forma di innovazione che passa dalla responsabilità quotidiana più che dalla tecnica sofisticata.

Tra memoria e sperimentazione
La cucina innovativa che nasce intorno ai grani antichi non è nostalgica. Non replica fedelmente le ricette del passato, ma le adatta a gusti e abitudini contemporanee. Le tagliatelle di segale, ad esempio, possono essere condite in modo minimale, con burro e salvia, oppure dialogare con verdure fermentate, legumi speziati, brodi leggeri.

È una cucina che accetta l’imperfezione: impasti meno elastici, colori più scuri, consistenze irregolari. Ma è proprio in questa irregolarità che molti cuochi domestici trovano una nuova forma di piacere, lontana dagli standard omologati della pasta industriale.

Una tendenza destinata a durare
Il ritorno dei grani antichi e dei legumi non sembra una moda passeggera. Risponde a esigenze profonde: mangiare meglio, capire cosa si porta in tavola, riscoprire il valore del fare. In un’epoca di abbondanza eccessiva, la cucina di casa diventa uno spazio di scelta consapevole.

La vera innovazione, oggi, non è stupire con ingredienti esotici o tecniche complesse, ma rimettere al centro materie prime semplici, lavorate con attenzione. Le tagliatelle di segale, in questo senso, sono più di un piatto: sono il segno concreto di una trasformazione culturale che parte dalla cucina, ma riguarda il nostro modo di abitare il tempo.


Note essenziali

  • Tendenza: uso di grani antichi e legumi nella cucina domestica
  • Ingredienti chiave: segale, farro, legumi secchi e farine alternative
  • Contesto: cucina sostenibile, filiere corte, autoproduzione
  • Valore culturale: recupero della tradizione come forma di innovazione

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Bellone Vulc Num 2024: un bianco laziale che rifiuta la scorciatoia

In un panorama enologico sempre più affollato di bianchi immediati, aromatici e pronti al consumo, il Bellone Vulc Num 2024 di Tenimenti Leone si muove in direzione opposta. Non cerca consenso rapido né riconoscibilità istantanea. È un vino che nasce da un vitigno antico e da suoli vulcanici dei Colli Albani, e che propone una visione alternativa del bianco contemporaneo: più materica, più lenta, più esigente.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il Bellone: un vitigno antico del Lazio
Il Bellone è uno dei vitigni storici del Lazio, coltivato fin dall’antichità nell’area dei Colli Albani e citato già in epoca romana. A lungo rimasto ai margini delle grandi denominazioni, è stato spesso impiegato per vini semplici o destinati al consumo locale. Negli ultimi anni, però, alcuni produttori hanno scelto di lavorarlo in modo più radicale, valorizzandone struttura, longevità e legame con il territorio.

Il Bellone non è un vitigno accomodante. Ha bucce spesse, una maturazione irregolare e una naturale tendenza alla materia più che al profumo. Proprio per questo, se coltivato con rese contenute e su suoli adatti, può dare vini profondi, sapidi, capaci di evolvere nel tempo.

I Colli Albani e la matrice vulcanica
Il carattere del Vulc Num 2024 nasce dal suolo. I Colli Albani sono un antico complesso vulcanico, con terreni ricchi di ceneri, lapilli e minerali. Questa matrice imprime ai vini una firma riconoscibile: tensione, salinità, una sensazione tattile che va oltre l’aroma.

Nel caso del Bellone, il suolo vulcanico amplifica la sua natura austera. Il vino non punta sulla freschezza esibita, ma su una progressione lenta, che si apre nel tempo. La componente minerale non è decorativa, ma strutturale: sostiene il sorso e ne allunga la persistenza.

Vulc Num 2024: un bianco controcorrente
Il Bellone Vulc Num 2024 si presenta come un bianco che rifiuta la semplificazione. Al naso non esplode in profumi primari; in bocca non cerca immediatezza. È un vino che chiede attenzione, che cambia nel bicchiere, che non si concede tutto subito.

La trama è ampia, sostenuta da una sapidità marcata e da un equilibrio che privilegia la profondità alla facilità. Il finale, spesso leggermente amaro, richiama una dimensione gastronomica più che da aperitivo. È un vino pensato per la tavola, non per il consumo distratto.

Una scelta culturale prima che tecnica
Produrre oggi un bianco come il Vulc Num significa fare una scelta precisa. In un mercato che premia vini pronti, levigati, riconoscibili al primo sorso, Tenimenti Leone propone un’idea diversa di qualità: non l’effetto immediato, ma la coerenza con il vitigno e con il territorio.

Non si tratta di nostalgia né di esercizio stilistico. È una posizione culturale: rimettere al centro il carattere del vino, anche quando questo comporta una minore “facilità” di lettura. Il Bellone Vulc Num non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo definisce un’identità forte.

Il bianco laziale come spazio di ricerca
Il Lazio è spesso percepito come una regione di passaggio nel racconto enologico italiano. Vini come il Bellone Vulc Num 2024 dimostrano invece che esiste uno spazio di ricerca ancora poco esplorato, soprattutto sul fronte dei bianchi strutturati e territoriali.

Il lavoro sui vitigni autoctoni, sui suoli vulcanici e su vinificazioni rispettose sta restituendo al vino laziale una voce autonoma, lontana dalle imitazioni e dalle mode. Il Bellone, in questo senso, diventa un laboratorio ideale: difficile, esigente, ma capace di risultati sorprendenti.

Un vino che chiede tempo
Il Vulc Num 2024 non è un vino da consumo frettoloso. È un bianco che beneficia dell’attesa, che evolve nel bicchiere e, potenzialmente, anche in bottiglia. Non promette miracoli, ma coerenza. E in un’epoca di eccessi comunicativi, questa coerenza è forse il suo valore più raro.


Note essenziali

  • Vino: Bellone Vulc Num 2024
  • Produttore: Tenimenti Leone
  • Zona: Colli Albani (Lazio)
  • Vitigno: Bellone
  • Carattere: bianco strutturato, sapido, non immediato
  • Chiave di lettura: identità territoriale e scelta controcorrente

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L’ossessione di un outsider, tra ping-pong, ambizione e caos esistenziale

Un biopic frenetico sul sogno americano e l’ossessione di un outsider, tra ping-pong, ambizione e caos esistenziale. Il nuovo film di Josh Safdie con Timothée Chalamet reinterpreta il mito di un campione anticonformista, conquistando critica e pubblico con ritmo e audacia.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un protagonista fuori dagli schemi
“Marty Supreme” è un film del 2025 diretto da Josh Safdie, presentato in anteprima al New York Film Festival e approdato nelle sale statunitensi a Natale prima di sbarcare in Italia nel gennaio 2026. La pellicola, giudicata dalla critica un’opera energica e originale, rilegge in forma narrativa la vita del leggendario giocatore di tennistavolo Marty Reisman, trasformandola in una parabola sul desiderio di riscatto e sulla ricerca ossessiva di grandezza.

Al centro della vicenda c’è Marty Mauser, interpretato da Timothée Chalamet: un giovane venditore di scarpe nel Lower East Side di New York, ossessionato dal ping-pong e deciso a farsi un nome in un mondo che non sembra volerlo. Tra truffe, scommesse e partite improvvisate nei circoli cittadini, il personaggio incarna un’antieroe spregiudicato, capace di entusiasmare e irritare, e rimanda a più ampi archetipi del cinema americano sull’outsider.

Tra realtà e finzione: genere e tono
Pur partendo da una figura reale, il film non si limita a una biografia fedele, ma mescola elementi sportivi, commedia noir e caratterizzazione psicologica. L’ambientazione negli anni ’50 restituisce uno spaccato vivido della New York postbellica, in cui il ping-pong — sport ancora di nicchia — diventa metafora di ambizione, identità e caos. Il ritmo della narrazione, spesso accelerato e imprevedibile, rispecchia l’energia delle partite e delle vicissitudini di Marty, oscillando tra ironia, tensione emotiva e follia controllata.

Un cast e una regia di spicco
A sostegno di Chalamet, nel cast spiccano nomi come Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler the Creator, Abel Ferrara e Fran Drescher, che contribuiscono a costruire un tessuto di personaggi eccentrici e memorabili. La regia di Safdie, noto per il suo stile immediato e spesso anarchico, conferisce al film un tono che sfugge alle convenzioni del biopic tradizionale, proponendo un’esperienza cinematografica vivace e irregolare.

Candidature, premi e accoglienza
“Marty Supreme” ha raccolto attenzione anche nei circuiti dei premi: tra le candidature ai Golden Globe e agli Oscar del 2026, il film ha ottenuto riconoscimenti e posizioni di rilievo in varie categorie, confermando il suo impatto sia critico sia presso il pubblico internazionale. La performance di Chalamet è stata in particolare al centro del dibattito, elogiata per intensità e profondità nel tratteggiare un personaggio fuori dal comune.

Un film che reinventa la narrazione sportiva
Lontano dal conformismo dei classici film sportivi, “Marty Supreme” intreccia la storia di un individuo con quella di un’epoca e di un ambiente culturale affollato di contraddizioni. Il ping-pong, strumento narrativo centrale, diventa specchio di un’America in trasformazione e di una generazione pronta a tutto per lasciare un segno. Il risultato è un’opera che sfida le attese, coinvolge per ritmo e inventiva e lascia allo spettatore una visione intensa di ambizione e vulnerabilità.

Conclusione
Con la sua miscela di biografia romanzata, commedia frenetica e studi di personaggi memorabili, “Marty Supreme” si impone come uno dei titoli cinematografici più discussi e stimolanti degli ultimi anni. Diretto con mano sicura da Safdie e sorretto da un cast brillante, il film offre una prospettiva inedita sul mito dell’outsider e sull’infinita ricerca della supremazia personale in un mondo che sembra sempre un passo avanti.


Note essenziali sul film

  • Titolo originale: Marty Supreme
  • Regia: Josh Safdie
  • Anno: 2025
  • Genere: biografico (liberamente ispirato), sportivo, commedia drammatica
  • Ambientazione: New York, anni Cinquanta
  • Durata: circa 140 minuti
  • Produzione: A24
  • Distribuzione: Stati Uniti (Natale 2025), Italia (gennaio 2026)
  • Interpreti principali:
    • Timothée Chalamet (Marty Mauser / ispirato a Marty Reisman)
    • Gwyneth Paltrow
    • Odessa A’zion
    • Fran Drescher
  • Ispirazione reale: il film prende spunto dalla figura di Marty Reisman, campione statunitense di tennistavolo, reinventandone liberamente biografia e carattere.
  • Stile e tono: ritmo frenetico, dialoghi taglienti, regia nervosa; il biopic viene piegato a una forma narrativa irregolare, più vicina al cinema di personaggi e all’ossessione che al racconto sportivo classico.
  • Temi centrali: ambizione, identità, marginalità, competizione, costruzione del mito individuale nell’America del dopoguerra.
  • Accoglienza critica: positiva, con particolare apprezzamento per l’interpretazione di Chalamet e per la regia anticonvenzionale; film discusso per la sua libertà narrativa rispetto ai canoni del genere.

A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
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Il valore duraturo di una commedia che continua a parlare con voce moderna e intelligente

Un classico della commedia brillante riproposto in scena con due protagonisti di rilievo e una messinscena che intreccia battute argute e dinamiche di coppia. A Biella, il Teatro Odeon ospita la pièce che esplora gelosia e desideri con eleganza e ritmo, tra colpi di scena e riflessioni sottili.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un classico rivive sul palco
Martedì 13 gennaio 2026, il Teatro Odeon di Biella ha accolto il ritorno di L’anatra all’arancia, commedia teatrale scritta a quattro mani da William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon e diretta da Claudio “Greg” Gregori, in una produzione che unisce tradizione e modernità sul palcoscenico piemontese.

La pièce, parte della stagione promossa dal Comune di Biella e organizzata dal circuito culturale Il Contato del Canavese, mette in luce le dinamiche di un gruppo di personaggi che si muovono come pedine su una scacchiera di rapporti umani, tra inganni, gelosie e colpi di scena.

Trama e gioco psicologico
Al centro della vicenda c’è un intricato quadrilatero sentimentale. Gilberto e Lisa, dopo aver confessato reciprocamente tradimenti e fragilità, decidono di trascorrere un fine settimana “a quattro” con i rispettivi amanti, Patrizia e Leopoldo. La scelta di condividere tempo e spazio dà il via a una sequenza di situazioni paradossali in cui ogni parola e gesto sembrano mossi da strategie sottili.

L’ambientazione, permeata da dialoghi sagaci e da un senso di eleganza algida, riflette l’idea che ogni relazione sia, in fondo, un gioco di mosse e contro-mosse. La preparazione dell’anatra all’arancia, piatto che dà il titolo alla commedia, funge da espediente narrativo: la sua esecuzione infatti diventa il pretesto per svelare tensioni, malintesi e fragilità dei personaggi coinvolti.

Protagonisti e stile
La messa in scena vede protagonisti Emilio Solfrizzi e Irene Ferri, affiancati da Ruben Rigillo, Beatrice Schiaffino e Antonella Piccolo, in ruoli che mettono in luce la versatilità della compagnia e la capacità di restituire al pubblico un equilibrio tra ironia e profondità emotiva.

La regia di Gregori si distingue per il modo in cui calibra ritmo e tono: i movimenti scenici, talvolta sinuosi e talvolta improvvisi, insieme alla scelta di un setting che richiama un elegante soggiorno in villa, contribuiscono a creare un’atmosfera sofisticata e immersiva, in cui il pubblico è costantemente sospeso tra divertimento e riflessione.

Un classico dal sapore universale
L’anatra all’arancia è molto più di una commedia di equivoci: è un testo che, pur nato negli anni Sessanta, conserva una sorprendente attualità nella capacità di raccontare le sfumature dell’animo umano. Con le sue battute argute, i giochi di ruolo e la tensione tra apparenza e verità, la pièce sollecita lo spettatore a guardare oltre gli inganni per cogliere i desideri e le paure che animano i rapporti di coppia.

La storia, infatti, mette in scena non soltanto la commedia degli errori tra adulti affiatati e traditori, ma anche il modo in cui le convinzioni personali e le insicurezze possono trasformarsi in veri e propri ostacoli alla comprensione reciproca. In questo senso, la rappresentazione biellese conferma l’opera come un classico intramontabile, capace di parlare all’oggi con ironia e acutezza.

Riflessione e intrattenimento
La pièce offre un’esperienza teatrale che unisce leggerezza e profondità, trasformando una commedia brillante in un’occasione di riflessione sulle dinamiche di coppia e sulle maschere sociali. Lo spettatore, catturato dall’eleganza dei dialoghi e dal ritmo incalzante, è portato a seguire con partecipazione le sorti dei personaggi, riconoscendo nelle loro vicende e nei loro errori un riflesso delle complessità universali delle relazioni.

In definitiva, L’anatra all’arancia sul palco del Teatro Odeon rappresenta un momento di teatro di prosa di alto profilo: capace di divertire, intrigare e indurre alla contemplazione sottile delle dinamiche umane, confermando il valore duraturo di un testo che continua a parlare con voce moderna e intelligente.


Note essenziali

  • Titolo: L’anatra all’arancia
  • Autori: William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon
  • Genere: commedia brillante, commedia di costume
  • Anno di debutto: anni Sessanta
  • Regia: Claudio Gregori
  • Interpreti principali:
    • Emilio Solfrizzi
    • Irene Ferri
    • Ruben Rigillo
    • Beatrice Schiaffino
    • Antonella Piccolo
  • Allestimento: ambientazione borghese contemporanea, interni eleganti; scenografia funzionale al ritmo serrato dei dialoghi
  • Struttura: due atti
  • Durata: circa 120 minuti (intervallo incluso)
  • Temi: gelosia, adulterio, manipolazione emotiva, potere nelle relazioni di coppia, apparenza e verità
  • Tono: ironico, sofisticato, con dialoghi rapidi e costruzione quasi “da partita a scacchi”
  • Luogo della rappresentazione: Teatro Odeon, Biella
  • Stagione: cartellone teatrale 2025–2026

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