
Alla periferia di Torino, al civico 205 di Corso Casale, sorge un edificio modesto ma carico di memoria: è l’ultima casa di Emilio Salgari – lo scrittore che ha dato vita a eroi mitici come Sandokan e il Corsaro Nero – un luogo dal passato turbolento e dall’atmosfera sospesa tra realtà e immaginazione. Oggi, benché trasformata dall’uso moderno, quella casa resta un simbolo della sua vita e del suo talento visionario.
Un rifugio di periferia per un narratore di mondi lontani
Dopo anni vissuti tra Verona, Venezia e vari angoli d’Italia, nel 1900 Salgari trasferì stabilmente la sua famiglia a Torino, scegliendo Corso Casale come base definitiva: prima al civico 298, poi – dagli anni immediatamente successivi – al 205.
Qui lo scrittore viveva con la moglie – nata Ida Peruzzi ma divenuta “Aida” secondo il gusto letterario del marito – e i loro quattro figli. Le stanze erano poche: tre ambienti modesti – cucina, camera da letto e uno studio – eppure bastarono a ospitare una famiglia e un autentico universo domestico: diciotto gatti, una scimmia, un pappagallo, un cane e perfino un’oca chiamata Sempronia, che si suppone facesse la guardia all’entrata.
Malgrado la ristrettezza degli spazi, quello appartamento divenne il laboratorio creativo in cui Salgari attingeva a mappe, volumi di geografia, dizionari e racconti di viaggi – spesso consultati recandosi alla biblioteca civica cittadina – per costruire interi mondi esotici. Eppure, l’appartamento non era un rifugio idilliaco: Salgari era tormentato da debiti crescenti, viveva “di penna e carta”, costretto a produrre romanzi a ritmo serrato per far quadrare i conti.
Tra fantasie e miserie: una vita di fatiche e riconoscimenti traditi
Nato a Verona nel 1862, Salgari aspirava sin da giovanissimo a diventare marinaio di lungo corso. Frequentò un istituto tecnico nautico a Venezia, ma i risultati scolastici furono modesti e non ottenne mai il diploma. Fu così che trasformò la sua sete di avventura in narrazione: giornalista, cronista, poi romanziere. Prese a firmarsi “Captain Salgari”, titolo con cui talvolta si ritrovò a dover difendersi con un duello, quando qualcuno lo mise in dubbio.
Nonostante la grande popolarità – i suoi romanzi d’avventura, ambientati in Malesia, Caraibi, India, Africa, oceani lontanissimi, accesero l’immaginario di molte generazioni – Salgari non guadagnò quanto meritava. I suoi contratti con gli editori prevedevano anticipi ridotti e diritti minimi: una condanna invisibile che lo costrinse a un lavoro frenetico, divorato da sigarette e da un bicchiere di marsala dietro l’altro.
Tra il 1892 e il 1898 pubblicò decine di opere, ma la precarietà economica aumentò soprattutto quando la salute mentale della moglie peggiorò: dal 1903 Ida cominciò a dare segni di squilibrio, culminati nel ricovero in manicomio nel 1911.
Di fronte a una disperazione che non conosceva consolazione, Salgari, il “Capitano” della fantasia, scelse di porre fine alla propria vita. Uscì da Corso Casale 205 la mattina del 25 aprile 1911, salì su un tram, scese dopo una fermata e si avventurò verso le colline di Val San Martino. Lì, consumato da perdite, disillusioni e stenti, si tolse la vita con un rasoio – in un gesto che fu letto come un macabro omaggio all’onore e alla disperazione.
La memoria (incompiuta) di un grande scrittore
Oggi, l’edificio di Corso Casale 205 ospita una realtà completamente diversa: non più un nido di stanzette – ma un appartamento moderno, adibito a uso civile e professionale. Nel corso del tempo si è parlato più volte di trasformarlo in un “museo salgariano” dedicato all’autore e al suo straordinario immaginario, ma l’idea non si è mai concretizzata.
Ciò che resta — oltre alla facciata, al cortile, al grande portone di legno scuro, al lento ricordo che affiora nelle parole degli attuali abitanti — è una semplice targa commemorativa: inciso in ottone, un veliero, e l’epigrafe che recita che Salgari «visse in onorata povertà e doloroso calvario» in questa casa.
La gran parte dei suoi oggetti – compreso il tavolino su cui spesso scriveva – è conservata altrove: oggi custodita nella “Sala Salgariana” del MUSLI – Museo della Scuola e del Libro dell’Infanzia, presso la Fondazione Tancredi di Barolo, insieme a molte vecchie edizioni dei suoi libri, tavole originali d’illustrazione e materiali d’archivio.
Così la “casa di carta” di un narratore di mondi lontani – spesso descritta come una modesta stanza con vista sul Po – sopravvive non più come dimora, ma come luogo di memoria, sospeso tra precarietà e sogno.
Casa Salgari oggi: un portale verso l’immaginario
Chi oggi si trova davanti al civico 205 di Corso Casale – magari passeggiando tra le curve del quartiere Madonna del Pilone – non respira l’odore dell’oceano né il silenzio della foresta malese. Ma può ancora percepire, nelle pietre, nel portone consumato, nel cortile spoglio, qualcosa dell’ambizione di un uomo che dalla provincia italiana volle sfidare i mari e i deserti.
Quell’edificio è – per chi lo vuole vedere – un portale: da una realtà grigia e faticosa a un mondo di tigri, pirati, giungle e oceani sconfinati. Una constatazione amara – che uno degli autori più amati d’Italia non ebbe neppure un rifugio degno della sua fantasia – ma anche un invito: a cercare, nei libri, quella «giungla nell’appartamento torinese» che per anni fu il regno di Salgari, e che continua a vivere, silenziosa, dietro porte che non si aprono più.
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