Partire da Molière per parlare di ipocondrie moderne, paure collettive, fragilità sociali

C’è un teatro che serve a distrarre e un teatro che serve a guardarsi allo specchio. Il primo rassicura, il secondo mette a disagio. Nei fine settimana, quando il tempo si allenta e la soglia di attenzione si alza, vale la pena scegliere il secondo: quello che non promette consolazione ma restituisce lucidità.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Tra i testi che continuano a riscuotere successo, Il malato immaginario occupa un posto particolare. È una commedia, certo, ma di quelle che ridono mentre affondano il bisturi. Sotto la superficie farsesca si muove una riflessione severa sull’ossessione per il controllo, sulla paura della vita e sulla trasformazione della cura in potere.

Argan, il protagonista, è un uomo che non riesce a vivere se non nella convinzione di essere malato. Compila conti di medicine, misura il tempo in purghe e consulti, organizza la propria esistenza come un interminabile protocollo clinico. Non soffre di una patologia precisa: soffre di un’idea della vita come rischio permanente. Ed è proprio questo a renderlo così attuale. Molière non prende di mira la medicina in sé, ma l’uso distorto che se ne può fare quando diventa rifugio psicologico, giustificazione morale, alibi esistenziale.

L’allestimento recente, accolto positivamente dalla critica, ha il merito di non trattare il testo come un reperto. Nessun eccesso di ammiccamenti contemporanei, nessuna attualizzazione forzata. La regia lavora per sottrazione, lasciando emergere la modernità intrinseca della scrittura. Il ritmo è controllato, la comicità non è mai sguaiata. Si ride, ma con una certa cautela, come se lo spettatore avvertisse che quella risata potrebbe ritorcersi contro di lui.

I personaggi che circondano Argan non sono semplici maschere. Il medico autoreferenziale, convinto che il linguaggio tecnico basti a giustificare qualsiasi decisione; la moglie che vede nella malattia un’opportunità economica; la figlia sacrificata sull’altare della sicurezza; la serva che, come spesso accade nel teatro di Molière, è l’unica a dire le cose come stanno. Tutti contribuiscono a un sistema chiuso, autoregolato, dove la paura alimenta se stessa.

Ciò che colpisce, oggi, è la precisione con cui il testo intercetta una sensibilità contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui la salute è diventata un valore assoluto, spesso disgiunto dalla vita concreta. Si cercano diagnosi prima ancora dei sintomi, si confonde la prevenzione con l’ansia, si delega alla tecnica la responsabilità di scegliere. Argan è una caricatura, ma non troppo lontana da certe posture diffuse: il bisogno di essere rassicurati, monitorati, protetti da ogni incertezza.

Il teatro, qui, non offre soluzioni. Non propone modelli virtuosi né redenzioni finali. Mostra un meccanismo e lo lascia funzionare davanti agli occhi del pubblico. È questo che rende lo spettacolo interessante per un fine settimana: non chiede attenzione frenetica, ma una disponibilità all’ascolto e alla riflessione. Si esce dalla sala con una sensazione ambigua, fatta di leggerezza apparente e pensiero persistente.

Rivedere Il malato immaginario oggi significa anche ricordare che il teatro classico non sopravvive per rispetto, ma per efficacia. Quando un testo continua a parlarci senza essere aggiornato a forza, vuol dire che tocca un nodo essenziale. In questo caso, il rapporto fragile e spesso contraddittorio che abbiamo con il nostro corpo, con la paura e con il tempo che passa.

Non è uno spettacolo che consola. Ed è proprio per questo che vale la pena vederlo.


Dati essenziali
Titolo: Il malato immaginario
Autore: Molière
Genere: commedia
Anno di composizione: 1673
Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre du Palais-Royal
Durata media degli allestimenti: circa 2 ore (con intervallo)

Link di riferimento
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_malato_immaginario


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