Bong Joon-ho torna alla fantascienza dopo Snowpiercer e lo fa con un film che è insieme satira feroce, racconto esistenziale e spettacolo visivo. Mickey 17 è il titolo del momento: un’opera che riflette sul lavoro, sull’identità e sulla sostituibilità dell’essere umano nell’era delle colonizzazioni spaziali.
A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè
Dopo il successo planetario di Parasite — Palma d’Oro a Cannes e primo film non in lingua inglese a vincere l’Oscar come miglior film — il regista sudcoreano Bong Joon-ho torna con una produzione internazionale ad alto budget che segna una nuova tappa nella sua filmografia. Mickey 17 è tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton, ma il regista ne rielabora tono e struttura con la consueta libertà autoriale.
La storia è ambientata in un futuro prossimo in cui l’umanità tenta di colonizzare un pianeta ghiacciato, Niflheim. Il protagonista, Mickey Barnes (interpretato da Robert Pattinson), è un “expendable”: un impiegato sacrificabile. Il suo compito è semplice quanto brutale: affrontare missioni ad alto rischio, morire se necessario e venire “ristampato” grazie a una tecnologia che ricostruisce il suo corpo e ripristina i ricordi. Quando un Mickey muore, ne nasce un altro. Versione 1, 2, 3… fino al numero 17.
È una premessa che potrebbe scivolare nella pura distopia tecnologica, ma Bong Joon-ho la usa come dispositivo morale. Il tema non è la clonazione in sé, bensì il valore attribuito alla vita quando diventa replicabile.
Fantascienza senza compiacimenti
Chi si aspetta un film di pura azione rimane spiazzato. Mickey 17 non è un blockbuster convenzionale, pur avendone le risorse produttive. L’estetica è potente: paesaggi di ghiaccio che evocano un sublime glaciale, ambienti interni claustrofobici, tute e macchinari disegnati con una cura quasi rétro-industriale. La fotografia gioca su contrasti freddi, luci lattiginose, silenzi rarefatti.
Eppure la dimensione spettacolare non soffoca mai il racconto. Bong aveva già dimostrato in Snowpiercer e in Okja di saper coniugare fantascienza e allegoria sociale; qui affina ulteriormente il meccanismo. Non ci sono spiegazioni didascaliche né lunghe sequenze espositive: il mondo si costruisce per dettagli, per gerarchie, per tensioni interne alla colonia.
Il risultato è una fantascienza che evita i cliché del genere: niente eroi salvifici, nessuna retorica sulla conquista dello spazio, nessuna estetica trionfalista. La colonizzazione appare per ciò che è sempre stata nella storia umana: un progetto economico e politico, non un’avventura romantica.
Satira del lavoro e dell’obbedienza
Il cuore del film è la condizione di Mickey. La sua funzione è morire al posto degli altri. È il lavoratore perfetto: non sciopera, non invecchia, non costa in termini morali perché la sua morte è reversibile. Ma è davvero così?
Bong Joon-ho trasforma il dispositivo fantascientifico in una riflessione sul lavoro contemporaneo. In un’epoca in cui la precarietà è sistemica e la sostituibilità è norma, Mickey incarna l’estrema conseguenza di una logica già in atto. L’“impiegato sacrificabile” non è molto diverso da certe figure dell’economia globale: intercambiabile, numerabile, replicabile.
La presenza di leader carismatici e ambigui all’interno della missione spaziale — imprenditori-visionari che promettono un nuovo inizio — introduce un ulteriore livello di satira politica. Senza mai nominare direttamente modelli reali, il film suggerisce come l’utopia tecnologica possa diventare strumento di controllo.
Identità, memoria, moltiplicazione
Il momento di rottura avviene quando una versione di Mickey sopravvive oltre il previsto e si ritrova a confrontarsi con la propria copia. Da qui il film accelera: la questione non è più solo etica, ma ontologica. Se due individui condividono lo stesso passato, chi è l’originale? E soprattutto: esiste ancora un’idea stabile di identità?
Bong affronta il tema con ironia e inquietudine. I dialoghi alternano humour nero e malinconia. Pattinson offre un’interpretazione sorprendente, modulando registri diversi tra vulnerabilità, cinismo e smarrimento. La duplicazione diventa anche un gioco attoriale sottile, mai caricaturale.
La fantascienza, in questo senso, è uno specchio deformante che restituisce una domanda antica: cosa rende unica una vita? Il corpo? La memoria? Le relazioni?
Perché è il film del momento
Mickey 17 sta circolando con forza nelle sale e sulle piattaforme, alimentando discussioni critiche e dibattiti online. Non è solo un titolo di richiamo grazie al nome del regista o alla presenza di un cast internazionale; è un’opera che intercetta ansie contemporanee: l’automazione, la disumanizzazione del lavoro, la promessa di immortalità tecnologica.
Visivamente è stupefacente, ma senza virtuosismi gratuiti. Narrativamente è compatto, con un ritmo che alterna tensione e pause riflessive. Soprattutto, non cade nei cliché della space opera né in quelli del thriller distopico. Mantiene una cifra autoriale riconoscibile: quell’equilibrio tra intrattenimento e critica sociale che ha reso Bong Joon-ho uno dei registi più influenti del cinema globale.
Per chi segue il cinema come forma d’arte e non solo come consumo seriale, Mickey 17 è un banco di prova interessante: dimostra che anche dentro le grandi produzioni è ancora possibile costruire opere personali, stratificate, politicamente intelligenti.
Note essenziali
Regia: Bong Joon-ho
Interpreti principali: Robert Pattinson
Origine: produzione internazionale (USA/Corea del Sud)
Genere: fantascienza, satira sociale
Tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton
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